Riassunto esame di filosofia morale, prof. Grion, libro consigliato “Filosofia della cura”, Mortari
FILOSOFIA DELLA CURA – LUIGINA MORTARI
RAGIONI ONTOLOGICHE DELLA CURA
PRIMARIETÀ DELLA CURA
CIÒ CHE È DA PENSARE
Ciò che ci è onticamente più prossimo può rimanere sconosciuto nel suo significato ontologico.
FENOMENO della CURA fondamentale evidenza, per la vita è essenziale e irrinunciabile, senza cura la vita non può fiorire.
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NODDINGS (1929) “ogni persona vorrebbe essere oggetto di cura” e “il mondo sarebbe luogo migliore se tutti noi ci
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curassimo di più gli uni degli altri”.
- FEDRO cura=tratto essenziale dei mortali e delle divinità.
- REPUBBLICA libro VII i filosofi a governo della città devono avere cura e custodire i cittadini.
HEIDEGGER (1889-1976) ciò che illumina nella sua essenza quell’ente che è l’essere umano, è la CURA = “struttura d’essere
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dell’esserci”. “Ognuno è quello che fa e di cui si cura” se ci prendiamo cura di cere cose, sarà l’esperienza di quelle cose e
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del modo di stare in relazione ad essere a strutturare la nostra esperienza.
HANNAH ARENDT (1906-1975) distingue le varie forme di attività umane: LAVORO = quel fare che è un agire continuo per
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soddisfare i bisogni primari - CURA = il lavoro del vivere e dell’esistere. È un lavoro che non lascia respiro, riempie ogni attimo
del tempo.
Bisogno della cura perché lo stato di FRAGILITÀ e VULNERABILITÀ ci rende fortemente dipendenti dagli altri.
Fare pratica di cura è mettersi in contatto con il cuore della vita.
Necessità di tratteggiare un’ANALITICA della CURA disegnare una fenomenologia delle qualità essenziali della condizione
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umana per poi portare all’evidenza che la cura sta in una relazione di necessità con tali qualità.
PROBLEMA EIDETICO necessario sapere di cosa si parla, e ciò richiede sapere cosa si intende per cura che però è l’obiettivo
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dell’analitica della cura si applica la strategia di SOCRATE del DIALOGO MAIEUTICO – definizione provvisoria della cura,
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lasciando poi allo sviluppo dell’indagine teoretica il compito di individuare una concettualizzazione perspicua e rigorosa.
DEF. GENERALE CURA aver cura è prendersi a cuore, avere premura, dedicarsi a qualcosa.
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Domande da porci a questo punto: qual è la struttura essenziale della condizione umana? E in quale relazione può stare la
cura con questa essenza?
ESSERCI MANCANTI D’ESSERE
Noi ci portiamo appresso una frattura rispetto all’ordine del mondo siamo chiamati a cercare quell’ordine di senso che ci
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tenga in una buona relazione con la realtà.
Noi siamo ESSERI MANCANTI – in continuo stato di bisogno.
Nostra ESSENZA ONTOLOGICA ESSERE nella POSSIBILITÀ – abbiamo una disposizione all’essere.
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L’ente che noi siamo non possiede il suo essere, ma lo riceve in dono da altrove. ENIGMATICITÀ della NOSTRA ORIGINE e della
NOSTRA FINE.
Nostra DEBOLEZZA possedere il proprio essere, ma si avere bisogno del tempo per poter arrivare ad essere.
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Dal momento in cui veniamo nella vita cominciamo a perdere la vita, poiché vivendo consumiamo la materia della vita che è
il tempo. La MORTE incombe sull’esserci proprio perché l’esserci è un divenire con una durata limitata e senza sovranità sul
progetto del suo esistere.
Dall’incombente possibilità del venire meno dell’esserci scaturisce l’ANGOSCIA – angoscia dello svanire imprevedibile e
inevitabile nel nulla.
PROBLEMA il cuore riesce a sopportare tutto, non si rompe, non viene meno, così tu senti tutto il dolore, niente ti è
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risparmiato. (pagina 17, secondo capoverso). 1
PARADOSSO ESISTENZA sentire il proprio essere fragile, tenuto nel tempo di momento in momento, senza disporre di alcuna
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sovranità sul proprio divenire, e insieme trovarsi vincolati alla responsabilità di rispondere alla chiamata di fare forma al proprio
essere.
Si nasce mancanti d’essere e inchiodati al compito di devenire il proprio essere – nessuno di noi appagato dal mero esistere.
EDITH STEIN (1891-1942) “certezza del proprio essere” MA non è una certezza rassicurante, poiché diviene da subito certezza
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della fatica del proprio divenire e dell’impossibilità di sottrarsi a essa.
LA DIREZIONALITÀ DELLA CURA
LA CURA CHE CONSERVA LA FORZA VITALE
Continuo dover procurarci cose che costituisce una necessità inaggirabile CURA della VITA = innanzitutto procurare cose
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che alimentano e conservano il nostro ciclo vitale.
Cura come MERIMNA cura come il preoccuparsi di procurare ciò che consente di conservare la vita.
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Questo termine ricorre frequentemente nei Vangeli preoccupazione di far fronte al compito di vivere, di salvaguardare la
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possibilità di continuare ad esserci.
Il nostro mancare di sovranità sulla vita genera inquietudini e paure.
VITA BEATA = “sine angore curae” – senza l’angoscia della cura.
Speranza di trovare la GIUSTA MISURA della CURA – tema della giusta misura di ARISTOTELE.
LA CURA CHE FA FIORIRE L’ESSERE
Compito uomo trovare la migliore forma del proprio esserci.
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HEIDEGGER cura si realizza come prendersi cura delle possibilità. Doppio senso di intendere la cura:
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1. PROCURARE – emerge maggiormente negli studi della cura, come procurare quanto necessario al vivere – definito da
DIEMUT ELISABET BUBECK “il lavoro necessario per conservarci e riprodurci”.
2. DEDIZIONE
ESSERE UMANO non è un punto fermo nel divenire dell’essere NUCLEO d’ESSERE in CONTINUO DIVENIRE. È un essere in cerca
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della sua forma.
MARIA ZAMBRANO (1904-1991)® il proprium della condizione umana è quello di SUBIRE la PROPRIA TRASCENDENZA – il proprio
esserci è sempre ciò che è da essere, chiamato a divenire tutto ciò che non si è ma che si potrebbe essere.
ANIMA che cerca il suo LOGOS è sempre in cerca della sua forma migliore. Quando l’anima si tiene in ascolto della sua sete di
trascendenza ed esiste nella ricerca della sorgente cui attingere quel sapere che aiuta a trovare la giusta forma del vivere –
allora è la più sapiente e la migliore.
La cura è azione ontologica necessaria perché la vita umana è incerta e incompleta.
STEIN “l’essere dell’io è un qualcosa che vive da un attimo all’altro attimo. Non può fermarsi, perché scorre
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inarrestabilmente. Così esso non giunge mai a possedersi veramente”.
HEIDEGGER “cura significa tra l’altro tendere a qualcosa”. Il nostro esserci tende verso qualcosa che ancora non è.
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Avere CURA della VITA è dunque anche assumersi l’impegno di rendere attuale il possibile in modo da realizzare una vita che
faccia fiorire il meglio dell’uomo e come tale sia degna di essere vissuta.
Aver CURA dell’ESISTENZA è fare della vita un’unità viva.
In vista dell’attualizzazione del proprio poter essere possibile – trova la sua più radicale enunciazione in PLATONE – dove
troviamo SOCRATE impegnato a teorizzare la primarietà della cura di sé intesa come cura dell’anima. (pagina 25).
CURA dell’ANIMA EPIMELEIA – indica quell’aver cura che coltiva l’essere per farlo fiorire. Risponde al desiderio di
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trascendenza (in questo contesto secondo il significato dato da ZAMBRANO – come l’andare oltre ciò che è dato), al bisogno
di orizzonti di senso in cui attualizzare il proprio essere in quanto poter essere.
VITA COME PROGETTO stare nel mondo secondo un progetto è un esistenziale, cioè un modo di esistere.
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La SOFFERENZA può rendere l’anima tanto affaticata da non vedere spiragli, la CURA è come LUCE che si distende nell’anima
lasciando vedere uno spiraglio di altro. NON la LUCE FREDDA della CONOSCENZA (logos matematicos) MA la LUCE CALDA
della RAGIONE SEMINALE (logos spermatikos) degli stoici. 2
AVER CURA DELLE FERITE DELL’ESSERCI
Cura come TERAPIA cura chiamata a lenire la sofferenza. Non si intende solo il dolore del corpo ma anche quello
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dell’anima che sale dal profondo della vita interiore.
Bisogna declinare il pensare come CAPACITÀ di ACCETTARE accettare la nostra qualità ontologica, per reinterpretare
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l’esistenza chiede tutto un lavoro della mente e del cuore che è parte essenziale della cura di sé.
VITA PIENA vita sentita in ogni istante, in ogni atto.
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SOSTANZA della VITA TEMPO – il tempo del vivere è un fluire nel presente, un sentirsi accadere di attimo in attimo.
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Quando si soffre si vorrebbe avere una padronanza del proprio essere per indebolire ciò che si sente, per non sentire più
dolore.
Quando il dolore colpisce con forza il corpo, la sofferenza penetra anche nei tessuti dell’anima. Allora si vorrebbe sentire
l’anima mettere le ali per scrollarsi il problema della vita materiale.
EDITH STEIN per superare il dualismo tra anima e corpo, non suggerisce una logica di tipo associativo (anima e corpo uniti)
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perché rimarrebbe l’idea di due sostanze distinte, invita a pensare all’esserci come a un tutt’uno composto di un corpo che
vive di un respiro spirituale e di un’anima incarnata.
Il dolore dell’anima o del corpo spesso tende a mescolarsi e influenzarsi con l’altro.
CURA termine POLISEMANTICO:
- Cura necessaria per continuare a vivere – cura come lavoro del vivere (merimna);
- Cura necessaria all’esistere per dare corpo alla tensione, alla trascendenza e nutrice l’esserci di senso – cura come
arte dell’esistere per far fiorire l’esserci (epimeleia);
- Cura che ripara l’essere sia materiale sia spirituale quando il corpo o l’anima si ammalano – cura come tecnica del
rammendo per guarire le ferite dell’esserci (rammendo).
La CURA nella sua essenza risponde ad una NECESSITÀ ONTOLOGICA, la quale include una NECESSITÀ VITALE, quella di
continuare ad essere, una NECESSITÀ ETICA, quella di esserci con senso, e una NECESSITÀ TERAPEUTICA per riparare l’esserci.
LA CONSISTENZA RELAZIONALE DELL’ESSERCI
LA RELAZIONALITÀ COME DATO ONTOLOGICO PRIMARIO
La vita è sempre intimamente connessa alla vita di altri. Per l’essere umano VIVERE = CON-VIVERE poiché nessuno da solo può
realizzare pienamente il progetto di esistere.
DONALD WINNICOTT (1896-1971) bambino appena nato ha bisogno della madre, esigenza più urgente per lui, e in questa
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relazione comincia a costruirsi il suo essere. La relazione con l’altra persona che mi accoglie è dunque la struttura matriciale
dell’essere. “Io all’inizio sono insieme a un altro essere umano, non ancora differenziato”.
Anche in solitudine i pensieri che pensiamo conservano la relazione con i pensieri che abbiamo costruito insieme agli altri e le
emozioni che agitano il cuore sono fili che ci tengono in relazione con gli altri.
ESSERE SOLO INSIEME ALL’ALTRO/LA SOLITUDINE DELL’ESSERE-CON
JEAN-LUC NANCY (1940-2021) difficile pensare l’ontogenesi in termini relazioni, indice della qualità complessa della
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condizione umana. Tensione che ciascuno sente a dare corpo alla propria unicità e singolarità, perché se è vero che la
pluralità è la condizione dell’esistenza è altrettanto vero che ciascun essere umano è unico, mai identico a nessun altro.
PAUL RICŒUR (1913-2005)® quando si occupa di cura per reinterpretare l’oggetto del discorso etico, concepisce il soggetto
secondo la tradizione dimenticando che ogni persona si porta appresso in modo ineludibile la sua mai completa autonomia
perché dipende da altri. “La persona è un essere di iniziativa e di scelta, capace di agire secondo ragioni e gerarchizzando i
fini”. “L’altro è colui che può dire io al pari di me e, come me, considerarsi un agente, autore e responsabile dei suoi atti”.
EVA KITTAY (1946) mette in discussione il pensiero politico occidentale per il suo fondarsi su una visione a-razionale della vita
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umana, tutti veniamo da una relazione e per questo siamo insuperabilmente esseri relazionali. Prima relazione con la madre.
Se la teoria politica mettesse al centro non solo una visione relazione dell’essere umano ma anche la centralità della cura
come bisogno primario, allora la TEORIA dell’UGUAGLIANZA centrata sul soddisfacimento dei diritti si trasformerebbe nella
TEORIA dell’UGUAGLIANZA nella RESPONSABILITÀ della CURA per ALTRI. 3
MA assumere la cura come fondativa della filosofia politica significa anche ripensare la primarietà del concetto di
uguaglianza, perché la RELAZIONE di CURA relazione fra INEGUALI.
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RILKE (1875-1926)® la solitudine non è una condizione che si possa scegliere: ciascuno è inevitabilmente solo. Nell’esperienza
ordinaria possiamo scambiarci tutto reciprocamente, fuorché l’esistere. Anche quando dobbiamo affrontare le cose
importanti della nostra vita e siamo chiamati a prendere decisioni cruciali, spesso siamo indicibilmente soli.
LA BISOGNITÀ DELL’ALTRO
HEIDEGGER COMPRENSIONE ESISTENTIVA che prepara il progetto dell’esserci, la COMPRENSIONE non è qualcosa che abbia
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per oggetto un io isolato, MA un soggetto insieme agli altri e nel mondo.
NANCY “l’essenza dell’essere è co-esistenza singolarmente plurale” – l’unicità del nostro essere è possibile proprio a partire
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dal divenire insieme agli altri.
La struttura ontologica dell’essere umano non è monadica, ma reticolare, intimamente connessa con l’essere degli altri.
SE vivere è con-vivere, allora trovare nella vita il ritmo della condizione con altri è essenziale.
Necessità di un’ETICA della CONDIVISIONE.
SOCRATE nel TEETETO “niente è in sé e per sé, ma tutto diviene in relazione a qualcos’altro”.
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Essere consapevoli che vivere è convivere – significa sapere e sentire che la nostra vita, seppure nel suo sentiero personale, è
intrecciata con quella degli altri ed è proprio in quanto esseri plurali che non si finisce mai di trovare spazi e tempi per esistere.
“La cura si qualifica come fenomeno ontologico sostanziale dell’esserci e se l’esserci è intimamente relazionale allora l’aver
cura dell’esserci è tutt’uno con l’aver cura del con-esser-ci e dunque con l’aver cura degli altri”.
KITTAY la relazione di cura porta valore sia a chi riceve sia a chi esercita la cura.
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LA CONDIZIONATEZZA DELL’ESSERCI
VULNERABILITÀ
Nel dipendente-da-altro-da-sé sta la VULNERABILITÀ propria dell’essere umano. È qualità strutturale dell’esistenza.
Il legame relazionale con gli altri si traduce in dipendenza dagli altri, che ha il suo reciproco nel potere sugli altri e nel potere
che si subisce.
Siamo vulnerabili nella vita corporea e in quella spirituale.
L’essenza relazionale del nostro essere ci condiziona anche nella ricerca dell’eccellenza, perché proprio in quanto esseri
relazionali l’eccellenza si cerca nelle relazioni.
ARENDT la PLURALITÀ non è solo la “condizione senza la quale” non è possibile l’esistenza, MA è anche “la condizione per la
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quale” ciascuno cerca il senso del suo esserci.
SIMONE WEIL (1909-1943) l’AMICIZIA è qualcosa che non va desiderata, non può essere il frutto del nostro volere, è qualcosa
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di imprevisto e gratuito, che si sottrae a ogni logica. “Essa appartiene all’ordine della grazia. È qualcosa dato in sovrappiù”.
Anche l’AMORE è qualcosa che si fa e si vive.
BENI di RELAZIONE sono del più alto valore ma anche delicati al massimo. MARTHA NUSSBAUM (1947) – “i beni di relazione
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sono vulnerabili in maniera particolarmente profonda e pericolosa”.
Solo il BENE da valore alla vita e il suo venire meno lascia mancanti dell’essenziale, lascia senza il senso vero dell’esserci.
FRAGILITÀ
FRAGILITÀ nostra qualità ontologica.
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Siamo intimamente fragili – veniamo a essere indipendentemente da una nostra decisione, e una volta nel mondo veniamo a
trovarci nel fluire del tempo, e questo essere nel tempo non sta sotto la nostra sovranità.
Il nostro ricevere l’essere attimo dopo attimo ci rende fragili. 4
Siamo un divenire continuo, il cui logos rimane trascendente rispetto alle nostre possibilità, in ogni attimo può aprirsi la voragine
del nulla, senza che nulla si possa fare, poiché nel fondamento del nostro essere siamo deboli, la fragilità è la nostra qualità
ontologica.
Ci troviamo gettati nel mondo e a differenza degli altri esseri viventi, noi siamo abbandonati al compito di inventarci la forma
del proprio esserci.
BENE PIÙ GRANDE = LIBERTÀ.
Per tutto il tempo della vista siamo costretti a misurarci con eventi e decisioni che non dipendono da noi – qualità
condizionata della vita umana.
ESSERE PUNTIFORME lo trovo e lo vivo nell’istante presente, schiacciato fra un passato di istanti che non sono più e un futuro
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che non è ancora.
RILKE “l’esistenza è come sottoposta ad un vento perenne dove anche l
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