Filologia slava
Definizione
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Filologia slava è un termine complesso, che comprende diverse discipline (studio delle antichità slave, critica del testo, linguistica slava) e diversi approcci e prospettive (linguistico, storico) è difficile descriverla in modo sintetico.
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Il filologo croato V. Jagic nel 1910 ha definito la filologia slava come disciplina sulla vita spirituale e culturale dei popoli slavi, che comprende quindi anche lingua, opere scritte, tradizioni e costumi.
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Lo slavista M. Weingart l’ha definita come studio storico-comparativo di tutte le lingue e letterature slave, che si sofferma sui loro rapporti e tratti comuni.
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B. Meriggi descrive i compiti principali della filologia slava: stabilire la collocazione della protopatria, studiare il rapporto tra lingue slave e le altre lingue indo-europee.
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R. Picchio la definisce come scienza delle tradizioni e dei fenomeni linguistico-culturali della Slavia. Attraverso l’esame dei testi ci si sofferma su tratti comuni a tutti gli slavi.
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G. Dell’Agata la definisce come scienza che studia in maniera critica i testi di qualsiasi lingua slava, sia antica che moderna e analizza tratti comuni e differenti.
Storia
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La filologia slava è erede di quella classica e germanica. Nasce a inizio XIX secolo, in età romantica, grazie agli studi di Dobrovskij. Grande conoscitore di lingue e letterature slave, pubblica uno studio sulla grammatica dello slavo antico. Qui ancora non sono riconosciute le diverse individualità linguistiche, ad esempio serbo e bulgaro sono considerate un’unica lingua. La sua preoccupazione principale era quella di descrivere lo slavo-ecclesiastico, la lingua dei testi sacri. Pubblica poi la prima monografia dell’epoca moderna su Cirillo e Metodio.
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Lo studioso russo Vostokov nel suo primo studio importante introduce il metodo storico-comparativo nella linguistica slava. I dati della lingua slava antica sono usati per la spiegazione dei fatti linguistici nelle diverse lingue slave moderne. Si osserva che nel IX secolo c’erano solo minime differenze linguistiche tra le diverse aree slave e che alla base dell’antico slavo è posto il dialetto bulgaro antico (meridionale). A lui anche il merito di aver capito che alcuni grafemi nei manoscritti antico-slavi rappresentavano delle vocali nasali (e vocali nasali iodizzate, con j iniziale).
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Lo storico e linguista Šafárik si concentra sullo studio del rapporto tra glagolitico e cirillico. Fu il primo ad affermare l’antichità del glagolitico sul cirillico (Dobrovskij credeva il contrario). Aveva composto lavori sulla lingua dei documenti cirillo-metodiani, d’accordo con le posizioni di Vostokov: in epoca cirillo-metodiana i dialetti slavi non erano ancora tanto differenziati.
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Il padre della filologia slava in Italia è G. Maver che ottiene la prima cattedra di Filologia slava in Italia (a Padova). Secondo lui il filologo deve adottare il metodo comparativo per lo studio di testi antichi.
La protopatria
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Il problema della localizzazione della sede primitiva degli Indoeuropei e degli Slavi prima delle migrazioni è tuttora irrisolto. La difficoltà principale è la mancanza di notizie sicure, di testimonianze scritte.
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Erodoto parla dei Neuri, vicini degli Sciti, ma non si sa se essi fossero slavi.
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Plinio e Tacito citano i Veneti, neanche qui abbiamo la certezza.
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Gli slavi risulterebbero insediati in un posto non prossimo al mare e alle vie di comunicazione, in una zona isolata e non troppo estesa, sia perché non sono conosciuti sia perché i dialetti non erano differenziati.
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Alcuni dati linguistici possono aiutarci: il concetto di “isola” in slavo è espresso in due termini: ocтpoвь (dal greco “scorrere”) e oтok (dal tema tek – scorrere), quindi il concetto di isola è per loro fluviale e non marina. Tutta la terminologia marinara inoltre deriva da adattamenti a terminologia fluviale o da imprestiti da altre lingue.
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Alcuni dati botanici possono aiutarci: ad esempio in slavo il faggio è designato da una parola di origine germanica (buk, da boko). Questo ha fatto pensare che inizialmente gli Slavi non conoscessero il faggio, quindi vivevano in una zona al di là del limite orientale in cui il faggio cresceva, ma non possiamo indicarla precisamente.
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Ipotesi dalla combinazione di dati linguistici e botanici:
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Czekanowski: La protopatria era nel bacino della Vistola e del Bug, non comprendeva Polessia e Volinia.
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Maver: Non c’è nessun toponimo slavo a ovest della Vistola, né parole celtiche nel lessico slavo (se gli slavi avessero abitato tanto a ovest, sarebbero entrati in contatto con i Celti che avrebbero lasciato dei prestiti). Per quanto riguarda il confine orientale la zona più probabile è la Polessia e la Volinia.
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Le migrazioni
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Nel VI secolo d.C. gli Slavi cominciano a spostarsi dalla loro protopatria, migrando a ovest, a nord-est, a sud. Le migrazioni forse sono dovute ad un aumento demografico, e quindi alla necessità di nuovi terreni agricoli, più la spinta verso occidente data dai nomadi che venivano dall’Asia centrale (Unni e Avari). Inoltre diversi popoli germanici migravano verso ovest e sud lasciando liberi alcuni territori della Germania. Gli Slavi penetrano lì fino al fiume Elba, dal golfo di Kiel fino ad Amburgo.
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Diverse tribù slave tra IX e X sec. occupano la Germania, chiamate collettivamente Sclavi o Sclavini. La rivalità tra queste tribù favorì i tedeschi. Nel 789 Carlo Magno attacca i Veleti e nel 805 fa costruire il Limes Sorabicus (linea di difesa) per contenere gli Slavi, che era riuscito a ricacciare indietro. Quelli rimasti furono colonizzati dai Germani.
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L’espansione più significativa è quella verso sud. I Longobardi migrano nel VI secolo verso l’Italia, dunque gli Slavi possono espandersi nella Pannonia e poi in tutta la penisola balcanica, giungendo fino a Creta. Entrano in contatto con l’impero bizantino, erede dell’Impero Romano. Nel IX secolo gli Slavi furono spinti più a nord nella penisola balcanica dai bizantini.
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Le prime fonti scritte sugli Slavi si devono allo storico dei Goti Giordane (che scrive in latino) e allo storico bizantino Procopio di Cesarea (che scrive in greco).
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Giordane descrive le diverse etnie che vennero in contatto con i Goti, tra le quali i Venedi, situati tra i Carpazi, la Vistola, il Dnepr e il Prut. Scrive che i loro nomi cambiano secondo le tribù e le località, che hanno tre nomi diversi: Venedi, Anti e Sclaveni.
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Procopio di Cesarea nei tre libri dedicati alla guerra contro i Goti fa riferimento agli Slavi, affermando che Sclaveni e Anti occupavano la riva sinistra del Danubio. Quindi i Venedi erano a ovest, gli Sclaveni a sud e gli Anti a est.
Linguistica generale
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Le lingue slave moderne si dividono in tre gruppi:
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Occidentale: ceco, slovacco, serbo lusaziano, polacco, casciubo
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Orientale: russo o grande russo, ucraino o piccolo russo, bielorusso
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Meridionale: sloveno, serbo-croato-bosniaco, bulgaro, macedone.
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Le lingue del gruppo orientale e bulgaro, macedone e serbo sono scritte in alfabeto cirillico, le altre in latino.
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La Slavia è divisa in due aree religioso-culturali: Slavia ortodossa (bulgari, serbi, ucraini, bielorussi, russi) e Slavia romana (cechi, slovacchi, polacchi, sorabi, sloveni, croati). La prima è influenzata dalla tradizione culturale bizantina, la seconda latino-germanica ed è anche detta Slavia cattolica. La lingua letteraria della Slavia ortodossa fu lo slavo-ecclesiastico, nella Slavia romana quasi lo stesso ruolo venne assunto dal latino.
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Fino all’epoca delle migrazioni, le popolazioni slave parlano un’unica lingua con poche varianti dialettali, detta slavo comune, o proto-slavo. Non è attestato, lo si ricostruisce in base ai tratti comuni delle lingue slave e con l’aiuto dell’antico-slavo-ecclesiastico, la prima lingua scritta degli slavi. Lo slavo comune va suddiviso in due periodi, nel secondo (V-VIII) avvengono le modificazioni che lo distinsero dalle altre lingue indo-europee.
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La prima lingua slava attestata (scritta) è l’antico slavo-ecclesiastico (o paleoslavo, o veterobulgaro), lingua in cui sono tradotti dal greco i testi sacri per opera di Cirillo e Metodio (IX sec. d.C).
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A partire dal XII secolo la funzione di lingua letteraria è assunta dallo slavo-ecclesiastico, molto simile a quello antico ma con alcune modifiche che riflettono l’evoluzione della fonetica slava, che riguarda ad esempio la perdita delle vocali nasali, sostituite da vocali orali, e la caduta o trasformazione degli jer. Oggi è in uso solo nella pratica liturgica degli Slavi ortodossi. È stato soppiantato dalle lingue letterarie nazionali, che cominciarono a imporsi nel XVIII secolo.
Glagolitico e cirillico
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I testi antico-slavi sono scritti in due alfabeti: glagolitico e cirillico. Il primo si suppone creato da Costantino-Cirillo. Il nome glagolitico deriva dal verbo glagolati (parlare). Graficamente non ricorda alcun alfabeto conosciuto, dal punto di vista funzionale è invece simile al greco (ordine lettere) con l’aggiunta dei grafemi per i suoni propri della parlata slava. L’alfabeto greco ha 24 lettere, il glagolitico da 36 a 38. Ha un ottimo rapporto tra grafemi e fonemi.
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Il cirillico fu introdotto nel X secolo in Bulgaria per sostituire il glagolitico, troppo complicato da scriversi (troppe forme circolari, infatti ha anche sviluppato una variante quadrata). Il cirillico ha lo stesso ordine delle lettere del glagolitico, gli corrisponde quasi perfettamente.
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Ipotesi sul modello grafico del glagolitico: (non soddisfacenti)
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Greco corsivo (l’obiezione è che il corsivo greco è usato per testi non solenni, quindi è strano che Cirillo lo avrebbe usato per la traduzione di un testo sacro), semitico, corsivo latino, alfabeti del Caucaso (es. georgiano), alfabeto albanese antico (mancano documenti scritti), crittografia greca (segni usati nei manoscritti greci di astrologia, medicina ecc.)
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Idea mistica: alla base del glagolitico ci sono tre simboli sacri (croce, triangolo, cerchio). Ipotesi che si basa sulla creazione di Costantino dell’alfabeto ispirato da Dio, senza modelli grafici di riferimento.
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Cirillo e Metodio: mediatori culturali, europeisti d’avanguardia
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Nel 1977 il professore Graciotti partecipa ad un Convegno per i 1150 anni dalla nascita di Costantino con un saggio dove mette in risalto la figura dei due santi fratelli in quanto mediatori culturali e europeisti d’avanguardia. Infatti, Cirillo e Metodio, gli Slavi si ponevano come un’Europa nuova ed integrata, che congiungesse occidente e oriente in una sintesi di cultura bizantina, latina e slava. In particolare colpiscono le loro idee e lotte per l’uguaglianza, l’autonomia dei popoli.
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Operano in un’area geografica ampia (da Salonicco a Costantinopoli, Kazaria, Moravia, Pannonia quindi Italia e Roma). I due erano di formazione greca ma si impadronivano della lingua dei popoli che andavano a evangelizzare (facendosi Slavi con gli Slavi e Romani con i Romani – S. Paolo). Instaurarono un rapporto con i potenti del tempo, il papa Adriano II, l’imperatore di Costantinopoli Michele III, Fozio (il professore di Costantino) il principe moravo (Rostislav).
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Costantino credeva nella possibilità di ogni popolo di ascoltare la parola di Dio nella propria lingua, non esistono popoli o lingue elette. Accordandosi con papa e imperatore portò avanti un progetto che per l’epoca era rivoluzionario. Inserì gli Slavi nella storia europea lasciando loro una propria specificità. Fu un campione di ecumenismo.
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Ricaviamo il pensiero e l’operato di Cirillo e Metodio da una serie di fonti, più o meno attendibili, scritte in slavo, latino e greco. Quelle slave sono costituite da agiografie, sermoni o servizi liturgici, ma sono le più ricche di notizie. Quelle latine sono costituite da documenti come Epistole papali, invece quelle greche sono le più scarse, e trattano perlopiù dei loro discepoli.
Ecumenismo
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I due rivendicano l’autonomia spirituale di popoli neoconvertiti come gli Slavi, riconoscono la loro individualità culturale e linguistica ma al contempo rispettano le due grandi tradizioni consolidate. In Vita Methodii, la lettera di papa Adriano II in essa riportata, mette in luce l’ecumenismo dei due fratelli. Spesso Cirillo è paragonato a san Paolo e anche a san Pietro. Costantino è presentato come continuatore e completatore dell’opera di Paolo.
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