Pomponio Leto – Vita e insegnamento
Parte I – La vita
Nelle parole del milanese Michele Ferno, allievo di Pomponio e autore della lettera scritta in occasione della morte a Iacopo Antiquario (l’Elogium historicum), è messa in evidenza l’importanza che aveva avuto l’insegnamento nella vita del maestro. Questa lettera di Michele Ferno è una delle principali testimonianze sulla vita di Pomponio e ci è conservata nell’edizione curata da Giovanni Mansi ristampata da Gustavo Galletti.
Pomponio Leto fu uno dei più celebrati e acclamati professori presso lo Studium Urbis nella seconda metà del Quattrocento. Capo dell’Accademia romana, la sua opera era rivolta allo studio dei classici, che furono oggetto delle sue lezioni, ma anche al recupero delle “antiquitates” in senso varroniano: recupero di una civiltà attraverso una sistematica raccolta di tutte le reliquie del passato. Gli interessi di Pomponio erano rivolti alla letteratura, all’archeologia, all’epigrafia. Le sue poche opere sono prive di eleganza scritte in uno stile conciso, spezzato, disadorno che sorgeva dal desiderio di ricondurlo a un modello arcaico che rispecchiasse le “austere virtù degli antichi Quiriti”.
Fu allievo del Valla ma ebbe una visione diversa del compito della scienza. La tradizione è concorde nel ritenerlo discendente della nobile famiglia dei Sanseverino. Secondo la testimonianza del suo allievo Pietro Marso, Pomponio nacque a Diano (oggi Teggiano) in Lucania nel 1428, figlio illegittimo di Giovanni Sanseverino, conte di Marsico, e fratello minore di Roberto, principe di Salerno. Alcune testimonianze coeve pongono la sua nascita in Calabria. Ciò che sappiamo della vita di Pomponio lo ricaviamo soprattutto dalle biografie scritte da alcuni suoi allievi: l’orazione funebre di Pietro Marso pronunciata il 10 giugno 1498, l’Elogium historicum di Michele Ferno, la lettera di Marcantonio Sabellico a Marcantonio Morosini, e infine la testimonianza di Paolo Giovio negli Elogia virorum literis illustrium.
Si discusse molto intorno al suo vero nome, ma non si può affermare nulla di certo. In alcuni documenti accanto al nome di Pomponio compaiono appellativi diversi, per esempio Pomponius Romanus e Julius Pomponius nella delibera del Consiglio dei Dieci a Venezia, Pomponius Laetus nell’atto del notaio Camillo Benembene steso in occasione dell’acquisto della sua casetta sul Quirinale, e Pomponius Balbus forse a causa di una certa balbuzie. Il nome maggiormente attestato dagli allievi è comunque quello di Pomponius Laetus a cui viene spesso aggiunto Julius. Michele Ferno nell’orazione funebre gli attribuisce anche gli epiteti di felix e fortunatus e più avanti si sofferma sul nome Laetus. Lo stesso Pomponio si è chiamato Infortunatus probabilmente a causa dell’imprigionamento.
Anche gli scrittori posteri hanno tramandato per il nostro umanista il nome di Iulius Pomponius Laetus. Tra i contemporanei molti ritenevano che si trattasse di pseudonimi, nell’Accademia pomponiana infatti c’era la consuetudine di mutare i propri nomi perché usare gli illustri nomi degli antichi poteva costituire per i giovani uno sprone alla virtù. Sarebbe dunque stata smentita dallo stesso Pomponio l’opinione di alcuni che attribuivano il cambiamento dei nomi tra i membri dell'Accademia pomponiana alla volontà di seguire tendenze eretiche e paganeggianti che portavano al rifiuto dei nomi cristiani. Sappiamo che alla nascita ebbe due nomi e non possiamo escludere l’ipotesi che fossero quelli di Julius e Pomponius.
La fama di Pomponio è legata soprattutto all’insegnamento nello Studio romano e alla fondazione e direzione dell’Accademia i cui sodales erano rivolti al recupero e alla celebrazione del mondo antico in tutti i suoi aspetti. “Il fondatore e capo dell’Accademia romana entra nella storia all’età di quarant’anni” osserva Zabughin. Ci si deve accontentare delle notizie trasmesse dai suoi allievi: Pietro Marso, Michele Ferno, Marcantonio Sabellico.
L’orazione del primo era stata pronunciata in occasione della morte (avvenuta il 9 giugno del 1498) e proprio per questo era soprattutto rivolta a celebrare il defunto considerato punto di riferimento della vita culturale romana: c’è il ricordo delle sue nobili origini, dell’abbandono della casa paterna dovuto in parte all’ostilità della matrigna, del viaggio che fece in Sicilia, quando era ancora molto giovane, per conoscere direttamente i luoghi menzionati di Virgilio. È richiamato il suo discepolato presso il Valla e Pietro Odo da Montopoli, è descritta la povertà in cui visse per alcuni anni a causa del misero stipendio. L’intento di Marso era ricostruire la figura di un uomo che era riuscito ad affermarsi tra i più conservando la fede cristiana e nutrendo un profondo e vivo desiderio di indagare e recuperare l’antichità. La sua nobiltà di sangue viene da lui trasformata ed elevata a nobiltà dello spirito.
Nell’orazione di Michele Ferno e nella lettera di Marcantonio Sabellico è tratteggiata in modo particolare la figura di Pomponio in quanto uomo, con i suoi difetti, ma soprattutto con le sue virtù. Ferno risulta particolarmente elogiativo nei confronti del maestro. Nella lettera, scritta un anno dopo la morte di Pomponio, Sabellico si mostra più distaccato: ricorda le accuse di eresia e di partecipazione alla congiura contro il papa e giunge persino a nutrire dubbi sulla sua ortodossia senza tentare di difenderlo dalle accuse di implicazione nella congiura.
Proprio il dubbio circa l’ortodossia e la buona fede di Pomponio nelle vicende della congiura deve aver suscitato la perplessità di Zabughin, il quale non tralascerà di affermare più volte la complessa onestà e fedeltà alla Chiesa di Pomponio. Sia Pietro Marso che Michele Ferno ricordano il magistero di Pomponio e i suoi meriti nell’aver ricondotto all’originaria dignità e purezza la lingua latina inquinata dai barbarismi. Entrambe le orazioni iniziano con le sentite parole di partecipazione al dolore per la morte del maestro. La discepolanza nei riguardi del maestro è evocata da entrambi gli allievi.
Sui primi studi di Pomponio si soffermerà Marso: Pomponio mosso da un grande desiderio di apprendere, proprio dei filosofi e dei poeti, va in Sicilia per contemplare con i propri occhi le meraviglie di cui aveva sentito parlare nell’infanzia e di cui aveva avuto notizia dalle letture virgiliane: Scilla, Cariddi, gli incendi dell’Etna e le isole Eolie. Marso è tra i biografi quello che si è soffermato in modo particolare sulla famiglia di Pomponio, sul motivo della fuga dalla casa paterna e sulla sua ricerca di una fortuna acquistata, non per il privilegio di avere origini nobili, ma con i propri meriti.
La fama del Valla lo spinse ad andare a Roma, probabilmente verso il 1450, per seguire le sue lezioni. Non conosciamo il tipo di discepolato presso il Valla il cui metodo critico-esegetico non era pienamente condiviso nell’ambiente dell’Accademia e doveva essere molto diverso da quello di Pomponio. Le scarse osservazioni filosofiche che ci sono conservate nel commento alla Tebaide di Stazio ed in altri commenti si ricollegano di più all’insegnamento del suo secondo maestro Pietro Odo da Montopoli che ha inciso notevolmente nella formazione di Pomponio.
Sono importanti per comprendere la genesi del metodo pomponiano le annotazioni di Pietro Odo alle commedie di Terenzio conservate nel codice Vat. lat. 7192, che si presentano come appunti finalizzati alle sue lezioni e riguardano per lo più argomenti di carattere grammaticale. Del Valla interessavano a Pomponio più che il pensiero filosofico, le opere linguistiche e grammaticali. Un’altra testimonianza dell’attenzione rivolta da Pomponio alle considerazioni linguistico-grammaticali del Valla la troviamo nel codice Vat. lat. 3378 che presenta nei margini le note del Valla all’Institutio oratoria di Quintiliano trascritte dallo stesso Pomponio, il quale ha aggiunto in un secondo tempo le proprie annotazioni, ha apportato correzioni e introdotto glosse esplicative nell’interlinea del testo.
Pomponio ha probabilmente attinto ad una redazione ridotta delle postille del Valla all’Institutio che derivava da un secondo codice di Quintiliano, ora perduto. In base a un confronto tra il postillato del codice e quello dell’edizione Perosa osserva che Pomponio “non si è fatto scrupolo, in certi casi, di appropriarsi, senza indicarne la fonte, di una parte delle postille del suo maestro che figuravano nei margini del codice Vaticano”. È probabile che il codice risalga agli anni in cui Pomponio seguiva i codici del Valla a Roma.
Pietro Marso ricorderà nell’orazione funebre come Pomponio si era precipitato, al fine di non perdere tempo nell’acquisire le conoscenze utili alla sua formazione, a Roma per seguire l’insegnamento del Valla e poi, una volta che questi venne meno (1457), le lezioni di Pietro Odo da Montopoli.
Pomponio rappresenta uno dei primi esempi di studioso che si muove poco e conduce la sua vita tra le mura dell’Università e quelle di casa. Dopo la fuga dalla casa paterna, giunse povero e solitario a Roma e rimase pressoché in queste condizioni fino a quando gli fu conferito un incarico ufficiale d’insegnamento da Paolo II, probabilmente negli anni 1464-65, dopo l’improvvisa scomparsa di Pietro Odo: “Insegnai per un anno con un vano e ingannevole stipendio, per cui fui portato alla disperazione a causa dell’estrema indigenza, povertà e sventura”, lamenterà così lo stipendio mal pagato e lo stato di miseria in cui era costretto a vivere.
I professori dello Studium Urbis lamentavano spesso l’esiguità e l’irregolarità nel pagamento dello stipendio che variava in base al prestigio e al numero degli studenti. È noto il caso di Gaspare da Verona a cui non fu rinnovato l’incarico di insegnamento perché tornato troppo tardi da un suo viaggio in Campania. Pomponio mantenne l’incarico d’insegnamento probabilmente fino al 1466 o 1467, nell’estate di quest’ultimo anno decise di partire per Venezia. Gli era stato infatti sospeso il pagamento dello stipendio e desiderava intraprendere un viaggio d’istruzione in Oriente per imparare il greco e l’arabo, come dirà egli stesso nella sua autodifesa.
L’intenzione di apprendere il greco era molto probabilmente sincera, anche se Pomponio riuscì ad acquisire solo le nozioni elementari della lingua greca molti anni dopo il 1469. È quasi certo che gli autori greci li leggeva in traduzione. Il fatto che Pomponio desiderasse apprendere l’arabo non deve meravigliare: le discussioni sulla dottrina di Maometto erano abbastanza vive nell’ambiente dell’Accademia. Nel 1467 dovette dunque partire per Venezia, dove era già stato alcuni anni prima, nel 1461-64.
Questo suo secondo soggiorno a Venezia diede adito al Consiglio dei Dieci di avanzare contro di lui un’accusa di sospetto di sodomia, d’inquisirlo e di rilasciare un mandato di estradizione perché fosse condotto a Roma per essere giudicato dal papa in base alle accuse di congiura e di eresia in cui veniva coinvolta l’Accademia. Appena giunto a Venezia, Pomponio si era dedicato all’insegnamento privato ed ebbe tra i suoi allievi i figli di due famiglie nobili, i Contarini e i Michiel, ai quali si legò con particolare affetto per le loro varie doti e soprattutto per l’ardore che mettevano nello studio.
Dichiarerà egli stesso di aver scritto due lettere agli amici romani in cui elogiava i due giovani per la loro bellezza, l’amore e l’ardore per gli studi, e si richiamava al precetto di Quintiliano il quale approvava l’affetto tra allievi e precettori, dato che questi ultimi possono considerarsi i genitori della mente. I tre responsabili del Consiglio dei Dieci, Giovanni Soranzo, Domenico Moro e Lodovico Faledio non fanno menzione di queste lettere e parlano invece di un “libro disonesto” che sarebbe stato scritto da Pomponio, di alcune indiscrezioni che gli sarebbero sfuggite e di un evidente sospetto di sodomia.
Così Pomponio fu sottoposto ad interrogatorio da parte del Consiglio sia per le questioni riguardanti il sospetto di sodomia sia per le accuse di congiura e di eresia su cui indagava il Governo romano. Secondo Zabughin non è possibile pronunciarsi con attendibilità sulla colpevolezza di Pomponio poiché non è stata mai trovata la pubblicazione incriminata (il “libro disonesto”) e non sono noti gli atti del Consiglio dei Dieci riguardanti l’esito dell’interrogatorio di Pomponio, la cui autodifesa sorprende per l’ingenuità delle affermazioni. Scrive Zabughin: “In tutta l’opera scientifico-letteraria di Pomponio Leto non v’è traccia di paganesimo, di epicureismo ed’immoralità. Il capo dell’Accademia romana non fu mai il pagano miscredente della leggenda, che man mano venne formandosi intorno al suo nome e regnò senza contrasti, o quasi, fino agli albori del secolo XX”.
Nel 1468 Pomponio veniva imprigionato in Castel Sant’Angelo in base all’accusa di eresia, empietà e partecipazione con altri membri dell’Accademia alla congiura contro il governo pontificio e lo stesso papa Paolo II, di cui si sarebbe progettata l’uccisione. Secondo Zabughin l’accusa di eresia e di empietà è del tutto infondata, mentre non possiamo essere certi dell’effettivo coinvolgimento di Pomponio nella congiura. È rilevante la sproporzione tra i documenti di difesa degli accademici e quelli di accusa: in uno dei dispacci il diplomatico milanese presso la sede pontificia, Agoostino de’ Rossi, informa Galeazzo Maria Sforza delle sue imputazioni rivolte ai membri dell’Accademia.
Giovanni Blanco parla di una scelta di vita epicurea, della mancata osservanza del digiuno durante la Quaresima, dell’uso di mangiare carne il venerdì e il sabato, di non rispettare vigilie, di seguire gli “appetiti carnali” tra maschi e femmine, etc. Viene ripetuto anche qui che non credevano nell’immortalità dell’anima e si aggiunge che ritenevano Mosè seduttore del popolo e Cristo un falso profeta. Oltre a tutti questi comportamenti poco ortodossi, disonoravano Dio e la Chiesa dicendo male di Sua Santità e del clero. Oltre all’accusa di sodomia e di complicità con il progetto di congiura capeggiato da Callimaco, c’erano dunque le accuse di aver sparlato del papa, ingiuriato il clero, essersi resi colpevoli di empietà e irreligiosità.
Da queste accuse Pomponio si difende rispondendo solo del proprio comportamento e non a nome della comunità accademica. Zabughin osserva che Pomponio ricorrendo a tutte quelle scontate lodi si difende in modo adeguato. Riguardo all’aver detto parole dure contro il clero, Pomponio ammette di essersi lasciato andare in una o due occasioni a proferire parole ingiuriose contro il clero, ma sotto la pressione di alcuni fatti e in una situazione che era nota al vescovo di Feltre: non era stato pagato, era in uno stato di disperazione, aveva la collera del cardinale Barbo senza conoscerne i motivi. Riguardo all’imputazione di empietà e irreligiosità Pomponio ammette di non aver sempre osservato il digiuno quaresimale per motivi di salute.
Nella sua autodifesa Pomponio cita, per scusarsi delle accuse di irreligiosità, la testimonianza di alcune sue opere tra cui le Stationes quadragesimali ieunio, componimento in versi dal contenuto cristiano. L’imputazione di sodomia è decisamente respinta da Pomponio con motivazioni deboli, per cui non ci si può pronunciare sulla sua effettiva colpevolezza al riguardo. In merito all’accusa di aver sparlato del clero, Pomponio non presenta giustificazioni concludenti, adducendo spesso circostanze attenuanti. Più decisa è la sua difesa nei confronti del rimprovero di non aver osservato le pratiche cristiane.
Dobbiamo riconoscere che nelle sue opere, Pomponio si mostra religioso osservante della fede cattolica. Va tenuto poi presente che tra gli accademici vi sono spesso chierici. Durante il soggiorno di Pomponio a Venezia, il principale responsabile dell’Accademia romana fu Filippo Buonaccorsi da San Gimignano, con la collaborazione del Platina, di Glauco Condulmer, di Petreio. Verso la fine di febbraio del 1468, Paolo II, venuto a conoscenza del tentativo di congiura contro la sua persona, diede l’ordine di procedere a numerosi arresti tra i letterati e i soci dell’Accademia romana che si sospettava nascondessero i principali fautori della rivolta.
Tra questi furono imprigionati in Castel Sant’Angelo, oltre a Pomponio Leto, Bartolomeo Platina, Lucido Fazino, Antonio Campano, Agostino Maffei. In carcere nacquero varie opere, si trascrissero classici, si scambiarono lettere tra i prigionieri. Paola Masotti ha avanzato come spiegazione della violenta reazione di Paolo II, l’esistenza del dubbio da parte del papa di una trama progettata dagli accademici con Maometto II e altri principi. Questa segreta alleanza avrebbe dovuto portare alla destabilizzazione del potere pontificio e ad un concilio da cui sarebbe scaturito uno scisma. L’indiziato principale della congiura e della trama con il Turco, era Callimaco che riuscì a sfuggire agli arresti peregrinando a lungo e rifugiandosi infine in Polonia dove divenne uno dei principali esponenti della cultura polacca.
Secondo Masotti, Callimaco sarebbe stato l’unico ad essere a conoscenza del progetto di alleanza con Maometto II, gli altri accademici furono più o meno consapevolmente coinvolti in questa “trama”. Alcuni principi avrebbero appoggiato in qualche modo la congiura: Ferrante d’Aragona re di Napoli, Sigismondo Malatesta, forse anche gli Anguillara e il re di Francia, Giorgio Podjebrad re di Boemia, il sultano turco. Anche Pomponio...
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