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Gli allievi mettono in luce l’osservanza da parte del maestro delle pratiche religiose e la devozione

per la Madonna. Pietro Marso ricorderà come circondato dalla dotta e pudica schiera di discepoli si

recasse a venerare l’immagine di Maria “panagia” sul Quirinale. Sia Marso che Ferno mettono in

evidenza la religiosa fine della vita, paragonabile a quella di un santissimo uomo, dice Marso.

Sapeva infatti da uomo molto saggio che la morte non è misera se non quando sono corrotti i

costumi e alieni alle verità della fede. Michele Ferno esalterà la sanità della sua vita invocando la

testimonianza della sua morte e ricordando lo spirito religioso con cui si preparò ad entrare nella

vita eterna. È chiaro che Ferno, nella sua orazione particolarmente elogiativa nei confronti del

maestro, non poteva mancare di affermare la sincera religiosità e i principi di fede cristiana di

Pomponio: l’insistenza su questo aspetto della sua vita è un implicito rifiuto di ogni dubbio relativo

alle accuse di eresia ed empietà. Marso si soffermerà a ricordare come il maestro avesse ornato la

casa con l’honestissima frequentia della gioventù romana: va notato come con l’aggettivo

honestissima è sottolineata, contro ogni supposizione di vizi sodomitici, le serietà dei costumi nei

giovani che frequentavano la casa. Pomponio si fece promotore e organizzatore della rinascita

delle antiche Palilie, feste in cui si celebrava l’anniversario della fondazione di Roma e alcuni

giovani pomponiani recitavano orazioni o mettevano in scena rappresentazioni. Pomponio e la sua

Accademia rappresentano un punto di riferimento importante nel recupero del teatro antico,

soprattutto per la commedia: utilizzando i cortili dei palazzi si recitavano le commedie di Plauto e

Terenzio sotto la guida dello stesso Pomponio. Il rispetto delle verità cristiane e l’osservanza delle

pratiche religiose erano condivise da Pomponio con la sodalitas degli accademici, dice Marso.

Anche nei commenti ai classici si incontrano passi che ci rivelano le opinioni religiose di Pomponio.

In margine ad alcuni versi della Tebaide di Stazio (codice Vat. lat. 3279) Pomponio annota due

glosse: nella prima accenna all’arcana divinità dei Greci Demogorgone, epiteto del sommo dio che

non era lecito nominare. Nella seconda identifica l’epiteto “primogenito”, che ritroviamo nelle

antiche teogonie con il primogenito figlio di Dio, quindi con il Verbo della religione cristiana di cui

parla Paolo. La seconda glossa prosegue: è ricordata la triplice natura del mondo, e cioè cielo,

terra, inferno; sulla scota del vecchio Testamento e del Nuovo si dice che nel mezzo di ogni tempio

c’era un altare sul quale si sacrificava al dio ignoto: negli arcani dei Giudei era colui che, nel

sacello del tempio di Salomone, nessuno poteva conoscere, in Sanctum Sanctorum. L’ultima parte

della glossa deriva da Lattanzio Placido: secondo gli antichi filosofi da un tale dio non discendeva

la moltitudine degli dei, ma soltanto il sole e la luna. Anche nel commento a Lucano (Vat. lat. 3285)

si incontrano passi che rivelano le idee religiose di Pomponio: per esempio in riferimento al Bellum

civile, Pomponio enuncia alcune idee sul fato e la fortuna. Nella prima parte della glossa Pomponio

condivide una posizione fatalistica, nella parte finale rifiuta le credenze astrologiche quando ricorda

la derisione di Plinio nei confronti della fede nel potere degli astri e fa appello alla possibilità di

agire da parte del saggio.

Nel 1470, dopo la scarcerazione, Pomponio viene reintegrato nel suo insegnamento allo Studium

che terrà per ventotto anni fino alla morte. Questo lungo periodi di insegnamento fu interrotto

soltanto in occasione di due viaggi: durante il primo, nel 1480, Pomponio avrebbe fatto un unico

viaggio nell’Europa nord-orientale attraversando la Germania, la Russia, il regno turco e l’Ungheria

(l’iter Scythicum), spinto essenzialmente dal desiderio di ampliare le proprie conoscenze. Il

secondo viaggio si sarebbe svolto nell’inverno del 1483, quando Pomponio fece una rapida visita

all’imperatore Federico III per ricevere da lui la licenza di incoronare poeti nel dies natalis di Roma.

Abbiamo poche e contraddittorie notizie riguardanti il primo viaggio, l’iter Scythicum, perché

purtroppo sono andati persi i Commentariola, annotazioni di carattere storico-etnologico prese da

Pomponio durante questo viaggio in Scizia. Altre notizie sui viaggi di Pomponio ci sono date da

Pietro Marso e da Marcantonio Sabellico il quale parola di un solo viaggio. È Pietro Marco a

informarci sulle peregrinazioni di Pomponio, che viene da lui paragonato a Ulisse, per il gran

desiderio di vedere i costumi e le città di molti popoli e soprattutto di conoscere il settentrione di cui

aveva sentito decantare le meraviglie nella lettura di Strabone ed Erodoto. Zabughin osserva che

nel racconto di Marso non si trova alcun cenno alle biblioteche e ai codici che avrebbe dovuto

cercare in quanto inviato, con altri umanisti, al seguito del cardinale Osia di Podio nella legazione

in Germania stabilita dal breve di Sisto IV. Non vi è neppure menzione di viaggi o gite in Germania.

Pietro Marso ci fornisce anche informazioni sul suo secondo viaggio rivolto a conseguire il diritto di

incoronare poeti nel giorno del natale di Roma. Oltre a queste notizie generiche sui viaggi si sa

poco della vita di Pomponio anche negli ultimi trenta anni, cioè nel periodo in cui tenne il suo

insegnamento allo Studium. Sappiamo che si sposò intorno al 1479 e che acquistò una casa a

Roma il 17 aprile dello stesso anno. Sono diverse le notizie relative all’ubicazione della casa e

della vigna di Pomponio e non si è certi se quest’ultima si trovasse nei paraggi della casa o lontano

e se le case fossero due. Zabughin, seguendo Sabellico, distingue la casa col giardino

sull’Esquilino, che allora includeva parte dell’attuale Quirinale, dalla vigna del Quirinale che si

sarebbe trovata nella zona dell’attuale Pincio. Sara Magister ritiene che la casa e la vigna non

fossero completamente separate, ma che costituissero un unico complesso posto nei pressi delle

terme di Costantino e probabilmente di fronte alla chiesa di San Silvestro. La vicinanza del

campicello alla casa sembra trovare una conferma nell’Elogium di Michele Ferno, quando si dice

che il discepolo Mattia avrebbe ereditato, alla morte del maestro, il campicello, la piccola casa,

pochi libri e una modesta suppellettile. Dal discepolo Mattia, erede dei beni di Pomponio, la casa

passò ad Angelo Colocci, che continuò a riunirvi gli accademici tra il 1545 e l’inizio dei Seicento, fu

proprietà di Tranquillo Ceci e della sua famiglia e passò in seguitò ad altri proprietari fino al

momento della sua demolizione avvenuta nel 1615 con le rovine delle terme di Costantino. Nella

sua casa, Pomponio aveva raccolto numerose epigrafi. Oltre alle iscrizioni vere e proprie dovevano

far parte della collezione di Pomponio altri oggetti antichi. Molto probabilmente Pomponio aveva

trovato i suoi pezzi antichi nello stesso suo terreno o durante i suoi itinerari nella città. Gli allievi

parlano della sua casa sul Quirinale: Pietro Marso la definisce ludus (scuola) e officina dicendi

(officina di eloquenza) da cui uscirono più maestri di discipline che condottieri dal cavallo di Troia.

Michele Ferno all’inizio del suo discorso ricorda la casa allietata da vari animali: i pavoni, la

cagnetta, gli uccellini; Sabellico dirà che attendeva ad allevare uccelli acquatici e da ogni parte

animali da cortile.

Sia Pietro Marso che Michele Ferno si soffermano nelle loro orazioni sui gusti e le abitudini di vita

del maestro, tra cui l’avversione per il fasto e le case dei principi, dovuta al timore di suscitare le

vendette della Fortuna e all’innato desiderio di libertà, sulla scelta di un vitto leggero e frugale, sul

suo estroso modo di vestire. Marso dice che ornava la sua casa con l’onestissima affluenza della

gioventù romana e di altri dotti. Anche Ferno dirà che disprezzò il fasto in modo da tenersi sempre

lontano dalle corti dei principi per la natura del suo carattere e per l’amore della libertà. Non risulta,

infatti, che Pomponio abbia scritto opere in cui venivano elogiate le imprese di principi o signori, ha

composto sì un’opera di carattere storico, i Caesares, che illustrava le vite di alcuni imperatori. Sia

Ferno che Sabellico descriveranno il suo modo originale di vestire, talvolta trascurato, che voleva

evocare l’abbigliamento degli antichi. Troviamo una dettagliata descrizione fisica di Pomponio nella

lettera di Sabellico che non rende certe l’immagine di una persona bella nell’aspetto. Michele

Ferno farà riferimento ad altri aspetti del suo carattere, come per esempio all’avversione per i

cortigiani, gli adulatori, i curiosi inopportuni, all’amore per le antichità di Roma e per

l’insegnamento. Riguardo alla sua passione per l’insegnamento è noto il passo in cui descrive il

maestro che si precipita, anche nei giorni più freddi e piovosi, dalla sua casa sul Quirinale nell’aula

del Ginnasio: le sue lezioni si svolgevano all’alba e la folla degli ascoltatori era tale da poter a

stento entrare all’interno dell’edificio e finiva col creare una lunga coda fuori dalla porta. L’amore

per l’antichità è ben sottolineato nel passo della lettera di Sabellico, il quale mette in evidenza

come Pomponio disdegnasse i propri tempi e come trovasse rifugio in un passato migliore.

Nell’idea di antichità rientravano naturalmente i luoghi, i monumenti, le rovine di Roma. Tra le

opere di Pomponio ce ne sono alcune che esaminano la topografia della città, come ad esempio

gli Excerpta, ossia la rielaborazione del catalogo delle quattordici regioni di Roma. È noto il passo

dell’Elogium di Ferno che ci mostra Pomponio vagare solitario tra le rovine, tutto preso dalla

passione di indagare il passato da sembrare quasi lo spirito di un defunto. Il 9 giugno del 1498,

secondo il racconto di Michele Ferno, Pomponio muore consumato da una malattia.

Parte II – L’insegnamento universitario e gli studi

Zabughin distingue nell’insegnamento di Pomponio tre periodi. Il primo va dagli anni 1469-70,

quando a Pomponio fu di nuovo attribuito ufficialmente l’insegnamento presso lo Studium dopo

l’imprigionamento, fino al 1480, quando intraprese il viaggio nell’Europa orientale. Questo primo

periodo è caratterizzato dai commenti ai poeti antichi, soprattutto epici (Lucano, Stazio, Silio Italico,

Ovidio, Virgilio, Marziale, Properzio), anche se nello stesso periodo Pomponio cura edizioni di testi

linguistico-grammaticali, come il De compendiosa doctrina di Nonio Marcello e il De lingua Latina

di Varrone (1471), e appronta una rielaborazione della sua grammatica Romulus. Il secondo

periodo abbraccia gli anni che vanno dal 1480 al 1484: gli studi di Pomponio riguardano questioni

di carattere filologico-grammaticale, come per es. il De lingua Latina di Varrone, che fu oggetto di

vari corsi tenuti allo Studium. Secondo Zabughin dovrebbe risalire a questi anni la composizione

dei manuali di grammatica: i manuali tramandati nei codici Vat. lat. 1497 (Romulus) e Vat. lat. 2793

vanno anticipati agli anni 1466-67, cioè a prima dell’imprigionamento in Castel Sant’Angelo, per cui

dei manuali noti a Zabughin (quattro in tutto: Vat. lat. 2727; Vat. lat. 1497; Vat. lat. 2793 e

l’incunabolo stampato nel 1484 a Venezia presso de Tortis) soltanto quello tramandato nella

stampa del 1484 può ascriversi al secondo periodo. Tra il 1457 e il 1458 circa sono stati composti

due opuscoli grammaticali, tramandati anonimi nel codice Marciano lat. XIV 109. La retrodatazione

di alcuni dei manuali confermerebbe un interesse più antico per le questioni grammaticali. Paola

Piacentini ha dimostrato che cinque manoscritti, tra i quali il codice di Quintiliano Vat. lat. 3378, in

base alla tipologia della scrittura e ad un esame della tradizione manoscritta risultano composti in

un periodo anteriore al 1470 e probabilmente al processo (1468). Questi codici dovevano essere

serviti allo studio personale di Pomponio che li avrebbe poi utilizzati successivamente nel corso del

suo insegnamento. Il terzo periodo, secondo la divisione di Zabughin, abbraccia gli ultimi anni, dal

1484 al 1498 (anno della morte): l’attività di Pomponio è dominata da interessi di carattere storico-

archeologico. In questi anni Pomponio progetta molto probabilmente la composizione di un’opera

storica e inizia a raccogliere il materiale che servirà alla stesura dei Caesares, cioè del Romanae

historiae compendium. Rivolto allo studio delle antiche magistrature romane è il trattatello De

magistratibus, sacerdotiis, iurispeitis, et legibus. Gli interessi topografici di Pomponio, già presenti

negli anni precedenti la congiura, si realizzano negli Excerpta, resoconto di una passeggiata

archeologica che Pomponio fece in compagnia di un allievo proveniente dal nord per le vie di

Roma, la cui composizione va posta dopo la morte di papa Sisto IV (quindi dopo il 1484). L’altra

opera di carattere archeologico-topografico è la rielaborazione del Catalogo delle quattordici

regioni di Roma, che è stata ritoccata da Pomponio nel corso degli anni con aggiunte e variazioni.

Dopo il 1486 Pomponio apportò ritocchi al testo delle Stationes Romanae Quadragesimali ieiunio,

componimento in versi in cui sono elencate le chiede che il pellegrino deve visitare durante la

Quaresima: la redazione più antica dovrebbe risalire ai primi anni del pontificato di Paolo II. Le

principali edizioni dei classici curate da Pomponio sono: Donato, Ars minor; Frontino, De aquis

urbis Romae; Nonio; Plinio, Epistolarum libri; Sallustio con una vita composta da lui; Terenzio;

Varrone, De lingua Latina; correzioni a Vitruvio. I commenti ai classici sono: Cicerone, Claudiano,

Columella, Floro, Orazio, Lucano, Marziale, Quintiliano, Stazio, Valerio Flacco, Varrone, Virgilio, un

probabile commento a Giovenale. I documenti dell’insegnamento di Pomponio sono da Zabughin

distinti in chirografi e in dictata. Il chirografo è il testo classico di cui Pomponio si serve per la

lezione, sui margini del quale lo stesso professore o gli allievi hanno apposto glosse esplicative e

correzioni al testo, aggiunge anche tra le righe. Sono invece chiamati dictata gli appunti che gli

allievi prendevano durante la lezione ascoltando la viva voce del maestro; questi venivano poi

messi insieme e finivano col costituire un documento dell’intero corso. I dictata possono essere

appunti originali o copie di originali. I primi sono caratterizzati da frequenti correzioni, parole

ripetute, omissioni che possono lasciare la frase sospesa, aggiunte in margine e in interlinea; i

secondi presentano invece un testo dall’aspetto più ordinato che rivela una stesura più tranquilla.

Quasi sempre Pomponio annotava l’argomento delle sue lezioni, a causa forse di una certa

mancanza di memoria, oltre che per una certa difficoltà nella pronuncia, per cui gli tornava utile

poter avere un punto di riferimento durante la lezione nel testo scritto: per questo ci sono rimasti

molti codici corredati dalle sue annotazioni e dai suoi emendamenti.

I codici Mazzatosta  Tra i documenti del primo decennio di insegnamento ufficiale (1469-70 fino

al 1480) troviamo gli eleganti codici della serie Mazzatosta, tutti autografi di Pomponio: Lucano

(Vat. lat. 3285, databile al 1469-70), Stazio (Vat. lat. 3279 Tebaide, databile al 1470-71), Silio

Italico (Vat. lat. 3302), Ovidio (Vat. lat. 3264, Fasti). Oltre questi quattro manoscritti, fanno parte

della serie Mazzatosta il manoscritto Vat. lat. 3875 (Stazio, Selve e Achilleide) e probabilmente i

manoscritti Roma, Biblioteca Casanatense 15 (Tibullo, Properzio, Catullo) e Londra, British Libr.,

King’s 32 (Marziale) I codici di Lucano, Stazio (Tebaide), Silio Italico, Marziale sono stati rubricati

da Bartolomeo Sanvito e decorati da Gioacchino de’ Gigantibus. Questi codici sono stati eseguiti

da Pomponio per l’insegnamento privato da lui impartito al giovane Fabio Mazzatosta ed erano

destinati a formare una specie di biblioteca scolastica. Sono anche documenti significativi non solo

dell’insegnamento privato di Pomponio ma anche di quello pubblico, perché egli tornò

successivamente su questi manoscritti utilizzandoli come chirografi e apportando correzioni e

glosse esplicative. La scrittura è una elegante corsiva che si fa più minuta nelle glosse che a volte

sono in inchiostro colorato (nero, rosso, verde). I frontespizi sono decorati da una cornice con

bianchi girari su uno sfondo di colori vivaci che vanno dal rosso al verde, all’azzurro. Lo stemma è

posto nel margine inferiore del frontespizio. Nell’ornamentazione della cornice si affacciano

animaletti (un coniglio marrone e un pavone nel Lucano, un gufo, un centauro, un Cupido con

l’arco teso nel Silio) e, sparse nei codici, ci sono bellissime iniziali miniate. Secondo Zabughin

questi codici di lusso furono vergati da Pomponio subito dopo la scarcerazione, in un periodo di

forte indigenza quando l’umanista aveva la necessità immediata di denaro.

Il commento a Lucano  Il codice di Lucano è un manoscritto interamente autografo di Pomponio

che presenta il suo ampio commento ai primi otto libri del Bellum civile, disposto in forma di catene

intorno al testo. È un commento essenzialmente storico che si distacca dalla tradizione di esegesi

medievale, nel quale, Pomponio riversa la sua vasta erudizione che va dalla geografia alla storia

della lingua, allo studio delle etimologie, alla mitologia, all’antiquaria in genere. Non sempre

Pomponio cita esplicitamente la fonte delle sue notizie che spesso rimangono anonime e, nel caso

in cui si riesce a identificare la fonte, si può notare che Pomponio non la riproduce sempre

fedelmente, ma la parafrasa riassumendo o ampliando, integrando con notizie tratte a volte dalla

propria esperienza personale o da altri autori. In base all’esame di due citazioni contenute nel

codice Vat. lat. 3285, Rossella Bianchi ha potuto proporre una retrodatazione per l’utilizzo di Festo

da parte di Pomponio agli anni 1469-70. Ma citazioni del Festo integro sono poi state rintracciate

dalla stessa Bianchi e da Silvia Rizzo in opuscoli grammaticali di Pomponio scritti tra il 1° agosto

1457 e il 1° agosto 1458 e infine Lucia Martinelli ha ancora retrodatato la conoscenza del Festo

integro all’età del Valla e precisamente agli anni compresi tra il 1444 e il 1457, periodo in cui fu

eseguito il suo lavoro di postillatura. Nel commento a Lucano si incontrano due citazioni attribuite a

Festo, introdotto con il nome di Pompeius accompagnato dall’indicazione del libro, che riguardano

rispettivamente il commento a 1, 597-598 e 1, 444-446. La prima citazione, in cui è descritta la

punizione inflitta alle vestali che avevano lasciato spegnere il fuoco sacro, potrebbe derivare dalla

voce ignis presente nell’epitome di Paolo Diacono. Più complesso si presenta il caso della

seconda citazione in cui Pomponio commenta 1, 444-446: Lucano accennava brevemente e in

modo generico alle divinità galliche Teutates, Esus e Taranis e ai sacrifici umani fatti in loro onore.

Nessuna delle notizie presenti nell’annotazione di Pomponio si trova in Paolo Diacono o in Festo.

Si è costretti a concludere che la citazione di Pomponio così come è formulata non trova riscontri

nella tradizione delle fonti. La Bianchi dunque propende per l’ipotesi che alla base delle notizie

tramandate da Pomponio su Teutates, Esus e Taranis si debba vedere una fonte di identificazione

per ora incerta e che forse è stata in parte fraintesa, ma fa presente del resto che non ci si deve

dimenticare di trovarci di fronte a una citazione testuale.

Il commento a Stazio  L’ornamentazione dello Stazio Mazzatosta (Vat. lat. 3279) presenta le

stesse caratteristiche del Lucano, vi sono gli stessi fregi dai colori rossi, azzurro e verde e vi si

scorgono le medesime figure: il coniglio, il pavone e il pappagallo. In fondo al primo foglio si trova,

come nel Lucano, lo stemma dei Mazzatosta cinto da una corona di alloro sorretta da due putti. Le

glosse, scritte in inchiostro rosso e nero, procedono quasi ininterrotte fino alla fine del libro XII. È

interessante notare come proprio all’inizio del commento vi siano dichiarazioni di Pomponio che

rivelano i suoi interessi per lo studio della lingua e della letteratura greca e come gli ultimi libri della

Tebaide siano corredati da catene di glosse che hanno per argomento la geografia e la mitologia

greca. Tra i commentatori precedenti Pomponio attinge molto a Lattanzio Placido e ricava

numerose notizie da Diodoro Siculo e da Probo. Nelle note si rivelano anche qui gli svariati

argomenti che attiravano l’attenzione di Pomponio: in primo luogo la mitologia, l’astronomia, la

geografia, per la quale attinge spesso a Strabone, e naturalmente la grammatica. Nel citare passi

da Diodoro, Pomponio rinvia a un libro sbagliato. Questa mancata corrispondenza nel numero dei

libri dipende molto probabilmente da una diversa divisione dei libri nella versione di Poggio

Bracciolini su cui si basava Pomponio. Riguardo alla conoscenza del greco notiamo che nella

maggior parte dei casi i termini greci sono tradotti in modo corretto. Tra le fonti citate nel commento

degli ultimi nove libri troviamo vari passi attinti ad Omero. Tra le opere che saranno importanti per

la stesura dei Caesares troviamo la Storia di Ammiano Marcellino e l’Historia Augusta. In base

all’esame delle varianti Zabughin ritiene lo Stazio Mattatosta un testimone umanistico che occupa

un posto di un certo rilievo nell’ambito degli studi sulla tradizione manoscritta della Tebaide.

I codici ciceroniani  Al decennio 1470-80 risalgono i chirografi ciceroniani, Vat. lat. 3233 e Vat.

lat. 3229, il primo completamente autografo e il secondo solo parzialmente autografo, che sono

stati utilizzati da Pomponio nel corso del suo insegnamento pubblico. Sono testimoni importanti per

ricostruire la conoscenza del greco da parte di Pomponio. Nel primo foglio del Vat. lat. 3233

(orazioni di Cicerone) si incontrano disposte in fila nove parole greche accompagnate dalla

corrispondente traduzione latina. Le prime sei provengono dalle Antiquitates di Dionigi di

Alicarnasso. Più avanti, Pomponio propone delle spiegazioni non prive di errori e fraintendimenti,

riguardo alle varie denominazioni dei Penati. La conoscenza del greco di Pomponio si limita alle

prime nozioni come si può ricavare da alcuni errori: accenti sbagliati, strane traslitterazioni in latino.

I commenti a Virgilio  A cavallo tra il primo (1470-80) e il secondo periodo (1480-84) Zabughin

pone la composizione di altri due codici: il Marziale Vespi (Vat. lat. 3295), che, pur non essendo

autografo di Pomponio, è molto simile ai codici della serie Mazzatosta e presenta un commento

superficiale che non sembra essere stato ritoccato dall’autore, e il famoso codice di Virgilio Vat. lat.

3255, rubricato, come i codici Mazzatosta di Lucano, Stazio, Silio Italico, Marziale, da Bartolomeo

Sanvito. Zabughin ritiene che il codice di Marziale sia stato scritto dalla figlia di Pomponio Nigella

laeta. Lo studioso è stato indotto a questa identificazione poco probabile dalla sigla Na che si

incontra anche in altri codici pomponiani. Il codice di Virgilio contiene annotazioni marginali e

interlineari alle Georgiche, all’inizio del Culex, a un luogo della Ciris, e all’Elegia in Maecenatem, è

stato copiato da Paolo Emilio Boccabella e decorato da Gaspare Romano. Il Vat. lat. 3255 è un

codice di lusso che non presenta alcun genere di stemma. Nello spazio in fondo al frontespizio vi

è, tra due strisce decorate in rosso, un quadretto in cui è raffigurato un contadino che guida l’aratro

tirato da due buoi, accanto al quadretto si trova una sfinge. La lettera iniziale (una Q) è sorretta

dalle manine di un putto biondo dalle ali rosse recante sulla spalla destra una sciarpa bianca

svolazzante. Questo codice è di grande utilità per ricostruire il carattere dei commenti virgiliani di

Pomponio: le annotazioni corrispondono quasi sempre a quelle del commento conservato nella

stampa bresciana del 1490 uscita nella tipografia di Bonino Bonini (editio princpes) e a quelle del

commento tramandato dal codice Oxford, Bodleian Library. Albinia de la Mare ha il merito di aver

riconosciuto nel codice Oxford il corpus delle annotazioni originali di Pomponio, autografe, poste in

margine a un testo dell’Eneide scritto in ambiente pomponiano e corretto in parte dallo stesso

Pomponio. Ci troviamo di fronte a un codice domesticus, annotato da Pomponio a più riprese nel

corso degli anni che si rivela capostipite delle redazioni giunte per copia presenti nel Canoniciano

e nella stampa bresciana. Un nuovo autografo di Pomponio nel testo e nelle annotazioni all’Eneide

è stato identificato da Aldo Lunelli nel codice Verona, Bibl. Capitolare CLXIV (151): in esso

risultano acquisite le correzioni pomponiane presenti nel Bodleiano. È questo un testimone

importante per la ricostruzione del testo di Virgilio che Pomponio andava gradualmente allestendo

servendosi di vari manoscritti, tra i quali il famoso codice Mediceo, le cui lezioni Pomponio

riportava con il nome di Apronianus. Altre glosse virgiliane riconducibili all’ambiente pomponiano

sono state individuate da Virginia Brown nei codici Chicago, Newberry Library 95. 5 (annotazioni

limitate all’Eneide) e Firenze, laurenziano Ashburnham 932 (Moretum). Sono inoltre importanti al

fine di ricostruire l’esegesi pomponiana di Virgilio i commenti di due contemporanei, quello

dell’Eneide di Cinzio Cenetense, allievo di Pomponio, e quello agli Opuscula di Domizio Calderini,

collega e rivale dell’umanista, che si basa spesso sulle annotazioni di Pomponio riportate talvolta

alla lettera. Il commento di Pomponio a Virgilio ha goduto di una consistente tradizione a stampa

affidata alle edizioni successive alla princpes, in particolar modo alle henricpetrine di Virgilio con

commento curate da Fabricius. Le henricpetrine dipendono sia per il testo del commento che per il

nome del suo autore (Pomponius Sabinus) dall’edizione stampata a Basilea senza data per le cure

di Ioannes Oporinus, il quale rivendicava il merito di aver curato la prima vera edizione dell’opera

correggendo i numerosi errori dell’editio principes, che risale al 1490. Nella stampa dell’Oporinus

compare per la prima volta il nome di Iulius Pomponius Sabinus oggi da tutti identificato con

Pomponio Leto. La tradizione a stampa del commento virgiliano di Pomponio ci riconduce dunque

all’editio princeps che può considerarsi un’edizione pirata, uscita a Brescia presso la tipografia di

Boninus de Boninis senza l’autorizzazione di Pomponio, il quale non tardò a protestare contro il

principale responsabile della stampa, il cremonese Daniele Gaetani. L’opera è composta da due

tomi. La data di questa edizione ha suscitato varie discussioni: Lunelli ritiene che entrambi i tomi

siano usciti nel 1490. La protesta di Pomponio contro questa edizione è espressa nella lettera

indirizzata ad Agostino Maffei che precede l’edizione di Sallustio stampata a Roma presso Silber il

3 aprile 1490. Sono numerosi gli autori a cui ricorre Pomponio: Plinio il Vecchio, Varrone, Silio

Italico, Dionigi di Alicarnasso e Omero, Quintiliano e molti altri. Tra i meriti di Pomponio c’è l’aver

riportato alla luce alcune interpretazioni di Servio non conosciute.

Note scite  Il commento alle Georgiche è particolarmente interessante per le notizie riguardanti il

viaggio in Scizia di cui purtroppo sono adnati perduti i Commentariola composti dallo stesso

Pomponio: tra gli autori maggiormente citati si incontrano gli scrittori di opere sulla natura e

l’agricoltura come Plinio, Catone, Varrone, Columella, oltre a Teofrasto e all’Historia animalium di

Aristotele. Le descrizioni di regioni, popoli (con i loro costumi), animali che risalgono all’esperienza

del viaggio nell’Europa orientale rivelano la capacità di osservazione propria di Pomponio e la

curiosità per tutto ciò che è diverso e peculiare di altri paesi. Molte notizie sono ricavate dai

racconti che gli venivano fatti sul posto, ma, frammiste a queste, c’erano naturalmente quasi

sempre le fonti scritte. Si sofferma a descrivere i confini della Scizia e la storia delle lotte condotte

contro i Germani dagli Sciti, che finirono col lasciare il loro nome alla regione. Pomponio poi si

sofferma sul nome dei Tartari e sulla loro usanza di bere il sangue dei cavalli mescolato con il latte

e a volte da solo. Prima Pomponio dice che i buoi delle regioni scitiche, al di là del Tanai, sono

particolarmente alti e neri, mentre i buoi della Scizia europea, della Germania, della Misia e della

Sarmazia sono piccoli. Quando parla del Caucaso Pomponio dice che si trova nell’India e ricorda

che gli storici antichi, volendo lusingare Alessandro Magno facendo credere mendacemente che

fosse arrivato al Caucaso, attribuirono alla parte settentrionale del Tauro il nome di Caucaso. È

importante per le “note scite” lo studio condotto da Zabughin, che ha estratto i passi relativi nei

commenti pomponiani a Valerio Flacco, Varrone, Virgilio, Quintiliano, Claudiano, Ovidio, Floro. Tra i

commenti di Pomponio che ci tramandano varie notizie sull’esperienza scitica rivestono particolare

importanza le note alle Argonautiche di Valerio Flacco, per le quali Zabughin è ricorso a due

manoscritti della prima metà del secolo XVI: un fascicolo del codice Vat. lat. 5337 e il codice che si

conservava nella biblioteca Labronica di Livorno che purtroppo è andato perduto. Il passo

riguardante il Caucaso è citato da Zabughin secondo il testo del codice della Biblioteca Labronica.

È consuetudine di Pomponio tornare spesso a ripetere le stesse osservazioni, introducendo

qualche variante, quando si trova a commentare lo stesso argomento in corsi rivolti ad autori

diversi.

I commenti al De lingua Latina di Varrone  Tra il secondo periodo (1480-84) e il terzo (1484-98)

troviamo il famoso commento al De lingua Latina di Varrone che rappresenta secondo Zabughin il

“il momento culminante di tutta l’opera scientifica di Pomponio”. L’editio princeps del De l. L. fu

curata da Pomponio e uscì molto probabilmente a Roma presso il tipografo Georg Lauer nel 1471.

Un’opera come il De l. L., e in particolare il suo carattere enciclopedico, doveva attirare l’attenzione

di Pomponio: non solo questioni di storia della lingua (l’etimologia, l’analogia, l’anomalia), ma

anche riferimenti mitologici, geografici, storici, osservazioni sul mondo della natura. I corsi sul De

lingua Latina ci sono conservati nei dictata degli allievi e, per i libri VIII-X, nelle note autografe

presenti nel codice Vat. lat. 3311: in tutto nove testimoni segnalati e accuratamente descritti da

Virginia Brown. Sono due le mani che hanno annotato le lezioni nel codice Vaticano, mentre una

terza mano e in qualche caso una quarta sono intervenute in margine per i notabilia. I dictata del

codice Escurialense sono dovuti ad un unico estensore che sembra una persona più colta degli

allievi che hanno vergato il codice Vaticano e che scrive talvolta in greco. Nel codice Vaticano

precede i dictata una vita di Varrone, la cui lettura ci rivela il metodo seguito da Pomponio

nell’integrare le notizie tratte da più di una fonte, la sua facilità a cadere in errori di memoria, la

tendenza a tacere il nome dell’autore da cui trae le sue notizie e a trasformare anche in qualche

caso i dati rielaborando e interpretando liberamente. C’è stata comunque la volontà di capire e

spiegare. Fonti principali di Pomponio sono Quintiliano, Plinio, Cicerone, di cui cita il noto passo

degli Academica con cui Pietro Marso concluderà l’orazione funebre. La vita inizia con un passo

tratto da Quintiliano, prosegue tenendo presente Plinio e Cesare, ritorna quindi a Plinio, per il

monumento eretto in onore di Varrone, e a Quintiliano, per il ricordo dell’erudizione di Varrone nella

lingua latina oltre che per la conoscenza delle antichità greche. È un po’ strana la notizia

riguardante la durata della vita di Varrone che Pomponio pone oltre i cento anni: sappiamo da

Girolamo che sarebbe morto all’età di novant’anni, mente Valerio Massimo si avvicina di più ai


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in letteratura e lingua - studi italiani ed europei
SSD:
A.A.: 2017-2018

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