FILOLOGIA ITALIANA III A – PROF. ACCAME, A.A. 2016/2017 (I° semestre)
Michele Ferno nacque intorno al 1465. L’Argelato scrive della precocità della sua
erudizione, che si sarebbe espressa nella pubblicazione di alcune opere prima dell’età di vent’anni.
Mancano notizie sulla sua adolescenza: le prime indicazioni lo identificano come canonico a
Milano prima di giungere a Roma e accostarsi alla cerchia di Pomponio Leto. Nel 1486 s’incontra il
suo nome nel registro della matricola dei notai di Milano. Si può però ipotizzare una sua venuta a
Roma già prima di quella data, basandosi su un suo manoscritto autografo che si trova nelle
Biblioteca universitaria di Genova. A Roma esercitò per parecchi anni la professione di avvocato;
accanto ad essa però cercava di coltivare un ardente interesse per le lettere. Il Mercati ricorda una
sua lettera a Merula del 1493 a proposito della scoperta da parte di quest’ultimo dei resti dell’antica
biblioteca di Bobbio; in tale lettera Ferno descrive l’effetto che ebbe la notizia a Roma presso la
cerchia di Pomponio Leto, alla quale già si era accostato. Nel 1494 Ferno era a Roma, dove
l’attendeva Pomponio Leto. Si suppone che fosse membro dell’Accademia del Leto. L’attività
letteraria di Ferno si esplicava anche nella ricerca di manoscritti interessanti. Nel 1495, Ferno curò
la prima edizione delle opere di Giannantonio Campano. L’incunabolo, di oltre 300 carte, è
l’espressione di un grande sforzo editoriale da parte del Ferno, che raccolse con gran fatica e
spesa tutto ciò che era possibile reperire delle opere del Campano, ivi incluse 355 sue lettere.
Chiude il testo la narrazione delle gesta di Braccio da Montone, al termine delle quali si trova
inserita una lettera del Ferno al Leto, nella quale definisce quest’ultimo imperatore e dittatore
perpetuo della Repubblica delle lettere. L’edizione delle opere di Campano ebbe una ristampa per i
tipi di Aldo Manuzio, Venezia 1502. In una lettera del 3 maggio 1499 a Raffaele Maffei si sofferma
sulla “Meta Romuli”: era questo un monumento, ormai non più esistente, che si trovava in Roma
alla confluenza tra l’antica via Cornelia e la via Trionfale, nell’attuale quartiere di Borgo. Era
credenza popolare che tale monumento, una piramide che si presentava già assai rovinata ai
tempi del Ferno, fosse il monumento sepolcrale di Romolo. Il Ferno scrisse la lettera nel periodo
stesso nel quale Alessandro VI ne aveva comandato la demolizione. Il Ferno narra che la solidità
del monumento aveva creato non pochi problemi all’esecuzione dei voleri del papa e si duole della
sua distruzione. Altro motivo d’interesse della lettera è nella dichiarazione del Ferno di aver visto
monumenti simili alla “Meta” in Campania. Ferno lasciò Roma probabilmente dopo la morte di
Pomponio Leto. Compose, in quell’occasione, la vita o elogio di Pomponio Leto. Si tratta di una
lettera scritta a Iacopo Antiquari pochi giorno dopo l’avvenimento, dalla quale emerge la grande
impressione che aveva prodotto a Roma la morte dell’erudito. Nel 1500, Ferno era semplice prete
di una chiesa di Monza. Più avanti ebbe un canonicato della cattedrale di Scala, nel Regno di
Napoli. Del 1501 è la stampa di una sua lettera a Nicola Lippomano a proposito di un’orazione
scritta da Antonio Ticinese, cui segue l’orazione medesima. Si perdono poi le sue tracce e l’ultima
notizia che lo riguarda viene dell’Argelati, che afferma che il Ferno morì, forse in maniera violenta,
nel 1513.
La lettera, datata 11 giugno 1498, e rivolta a Iacopo Antiquario (umanista perugino) è un notevole
profilo biografico di Pomponio ed anche un documento dell’ambiente umanistico romano, e in
particolare dell’Accademia romana. L’unico codice che ci aveva tramandato la lettera, il cod. 555
della Bibl. Capitolare di Lucca, è ora privo dei fogli che la contenevano insieme con altri documenti
riguardanti Pomponio. Dobbiamo quindi fare riferimento all’edizione della lettera curata da Mansi, il
quale pubblicava la lettera dal codice di Lucca.
I corsi di Pomponio Leto sul De lingua Latina di Varrone
Maria Accame
Molte affinità possono scorgersi tra Varrone e Pomponio, anche se il primo fu definito homo
polygraphòtatos e il secondo scrisse invece poco, anzi il suo pensiero ci fu tramandato soprattutto
dagli appunti scolastici degli allievi. L’opera di entrambi è caratterizzata dall’interesse per la storia
del linguaggio e per l’antiquaria, dalla passione per le ricerche erudite d’ogni tipo, le antichità
letterarie, sacre e profane, la geografia, l’archeologia, l’agricoltura, i costumi dei popoli e degli
animali. Il carattere enciclopedico proprio di alcune parti del De lingua Latina lo riscontriamo anche
nei corsi pomponiani che riflettono il momento culminante dell’insegnamento dell’umanista.
Pomponio tenne più corsi sul De l. L. in anni diversi. Nel 1471 curò l’editio princeps dell’opera e in
età tarda attese a copiare i libri VIII-X, corredandoli di un commento linguistico grammaticale
nell’attuale codice Vat. lat. 3311. I commenti varroniani di Pomponio sorti nell’aula dello Studium
Urbis, ci sono conservati nei dictata degli allievi di cui conosciamo finora nove testimoni
accuratamente descritti da Virginia Brown. Tra questi sono particolarmente interessanti il Vat. lat.
3311, autografo di Pomponio sia per il testo del De l. L. che per le note, i codici Vat. lat. 3415 ed
Escurialense g. III. 27, testimoni di dictata originali di un corso tenuto nell’anno accademico 1484-
1485, e l’edizione del 1474 che presenta annotazioni in margine di carattere essenzialmente
filologico. L’aspetto complessivo degli appunti presenti in questi manoscritti ci fa piuttosto pensare
a copie, forse indirette, di originali confusi. Che le questioni grammaticali fossero tra gli argomenti
che suscitavano in modo particolare l’interesse di Pomponio è dimostrato dai vari manuali di
grammatica latina da lui composti. I testimoni più importanti dell’esegesi varroniana, accanto
naturalmente al codice autografo Vat. lat. 3311 per i libri VIII-X, sono i codici Vat. lat. 3415 (= V) ed
Esc. g. III. 27 (= E) che ci tramandano un commento, nella forma di un testo continuo, ai libri V-VII.
Sono gli unici manoscritti che recano dictata originali, cioè appunti presi indipendentemente da
allievi diversi mentre ascoltavano la viva voce del maestro. Il corso risale all’anno accademico
1484-1485. Il corso varroniano occupa i primi 119 vogli di V ed è stato vergato da due mani: la
prima, a cui si deve la maggior parte del testo, ha scritto i ff. 1v-7v, 8v-50v, 57r-95v, 96v fino alla
fine; la seconda, sopravvenuta probabilmente dopo quella del compagno quando questi non
poteva assistere alla lezione, ha scritto i ff. 7v-8v, 50v-57r, 95v-96r (Zabughin riteneva che nel
codice fossero intervenute tre mani. In base ad alcune osservazioni fatte da Augusto Campana è
certo che siano soltanto due i redattori di V, mentre per i notabilia nei margini, aggiunti
probabilmente in un momento successivo, è intervenuta una terza mano e forse in alcuni casi
anche una quarta). La prima scrittura, che ha un aspetto abbastanza elegante e ordinato anche se
lascia a volte interlinea ampi e a volte più serrati, è stata di recente attribuita alla mano di Paolo
Pompilio. La seconda appare più frettolosa e si direbbe quasi trascurata. Si riscontrano, soprattutto
nella prima mano, alcune caratteristiche della scrittura pomponiana, imitata dagli allievi, come per
es. la g caudata e talvolta aperta, occhielli alle aste delle lettere, un nesso particolare per et. I
margini del codice sono affollati da numerosi notabilia a cui si accompagnano qualche volta
disegnini. Quanto ad E, i dictata varroniani occupano i primi 44 fogli e sono dovuti a una stessa
mano che scrive in una corsiva di lettura non sempre immediata. L’estensore degli appunti sembra
una persona più colta di quelle che hanno vergato V, scrive talvolta in greco (in tutti gli altri codici il
greco è quasi sempre traslitterato). Costituiscono una prova dell’originalità dei dictata le frequenti
correzioni e cancellature concentrate talvolta in poche righe, la stessa parola ripetuta due volte,
frasi iniziate e non compiute che denotano la difficoltà dell’allievo a registrare per scritto le parole
del maestro. Anche la sostituzione di alcune parole con altre che danno senso alla frase. Altri
fenomeno caratteristici di questo genere di testi trasmessi nell’oralità sono le aggiunte eseguite
nell’interlinea o in margine, che in alcuni casi possono attribuirsi a interventi del maestro e in altri
lasciano nel dubbio in quanto potrebbero dipendere dalla personale iniziativa dell’allievo. In alcuni
casi sembra evidente il tentativo di rendere chiari alcuni termini oscuri o spiegare alcune
espressioni da parte del maestro. Interventi simili sono frequenti in E, nel quale sono spesso
riportate alcune frasi del testo nei margini inferiore o superiore. È interessante la vita di Varrone
che precede i dictata di V a f. 1v: Pomponio attinge molto a Quintiliano, a Plinio, a Cicerone,
citando il noto passo degli Academica. Naturalmente i passi tratti dalle fonti sono in parte
rielaborati e, quando non si tratta di citazioni esplicite, si inseriscono l’uno nell’altro. Pomponio
inizia con un passo di inst. 10, 1, 95 senza citare esplicitamente Quintiliano (Il codice Vat. lat. 3378
ci tramanda l’Institutio oratoria di Quintiliano con postille marginali e glosse esplicative inserite
anche nel testo che debbono ricondursi alla mano di Pomponio). Come nelle vite presenti nella
maggior parte dei codici, Pomponio dice che Varrone ha superato i cento anni: da Valerio
Massimo, probabile fonte di Pomponio, apprendiamo che avrebbe raggiunto l’età di un secolo.
Sulla scorta probabilmente di Dionigi di Alicarnasso, afferma che questi sarebbe stato liberto di
Varrone e che avrebbe scritto le storie seguendo le sue indicazioni. Segue l’elenco delle opere
superstiti di Varrone; c’è il riferimento alla grande mole delle opere varroniane e a quanto poco si è
conservato. Prima di concludere la vita, Pomponio fa una dichiarazione di modestia. Invece la vita
che precede il commento nel codice autografo Vat. lat. 3311 è molto concisa. Vladimiro Zabughin a
proposito dei corsi varroniani osservava: “Nelle sue lezioni Pomponio parla di tutto, dalla
cosmogonia e dall’origine degli dei giù fino alle più modeste ricette culinarie. È un’opera che non si
lascia analizzare; per renderla famigliare agli studiosi occorre pubblicarla per intero”. Sono
numerose le osservazioni linguistico-grammaticali: si sofferma in quasi tutti i testimoni a spiegare il
significato dell’ethimologia citando Quintiliano, nel commentare ling. VII 2 elenca alcuni autori latini
che, oltre a Varrone, hanno scritto sull’etimologia. Numerosi sono poi i casi di parole per le quali
Pomponio tenta di ricostruire l’origine integrando le notizie date da Varrone con quelle che trovava
in altre fonti. Uno degli autori a cui Pomponio ricorre spesso è Festo: egli poteva accedere alla
lettura del Festo integro già all’età del Valla. Tra i casi di spiegazioni etimologiche attinte a Festo,
interessante è per esempio quella riguardante i Sabini. Capita spesso che Pomponio riferisca
notizie di alcuni autori attribuendole direttamente a questi e tralasciando di dire che le trovava in
Festo oppure che faccia errori nel citare i libri. Non è sempre preciso nel riferire le notizie e capita
anche che ritenga fonte di una notizia un autore mentre questa è riferita da un altro. Mescolati alle
osservazioni linguistico-grammaticali fioriscono gli antichi miti, ai quali Pomponio dedica talvolta
molto spazio, come per esempio nel caso del mito di Saturno. Accenna a tutto ciò che è connesso
col dio: oltre ai Saturnali, all’erario romano costruito nel suo tempio, ritorna sulla scorta di Macrobio
a parlare dell’orrendo rito di sacrificare uomini a Plutone e a Saturno, abolito poi, secondo il mito,
da Ercole, il quale avrebbe fatto sostituire alle vittime fantocci e ceri ardenti. Numerosissimi sono i
miti e i culti illustrati ampiamente da Pomponio per i quali la lettura del De l. L. offriva continui
spunti. I corsi varroniani sono particolarmente importanti anche per l’interesse che Pomponio
mostra di avere per la città di Roma e i suoi monumenti antichi e cristiani. Anche qui è dominante
l’interesse per le etimologie dei toponimi, come nel caso dei colli Aventino e Celio, che danno lo
spunto alla rievocazione della leggenda del re Numa o alla storia delle imprese di Celio Vibenno.
L’INSEGNAMENTO DEL LATINO NELLA SCUOLA
S. Rizzo
L’organizzazione scolastica
Il rinnovamento umanistico del latino si inserisce in una realtà linguistica nella quale la
scuola ha un ruolo fondamentale; infatti il latino era ormai da secoli una lingua non più parlata, il
cui primo apprendimento era affidato appunti all’insegnamento scolastico. Per secoli
l’insegnamento elementare si era addirittura identificato con l’insegnamento del latino e ancora in
pieno Rinascimento anche chi avrebbe poi seguito un curriculum di studi in volgare di regola
imparava a leggere e scrivere su testi latini. Solo il latino in quanto lingua artificiale, ars, poteva
essere insegnato, mentre sarebbe stato inconcepibile un insegnamento scolastico dei volgari,
lingue naturali, non artificiali, che il bambino apprendeva spontaneamente da genitori e nutrici. E’
lo stato di cose sintetizzato da Dante nel De vulgari eloquentia.
1. Il curriculum A partire dal 1300 si assiste a un lento declino delle scuole vescovili e cenobiali,
mentre si sviluppa la scuola libera, dovuta all’iniziativa privata di un singolo o di una corporazione,
e la scuola comunale, quella cioè con maestri stipendiati dal comune. Accanto a queste forme di
organizzazione troviamo naturalmente anche maestri assunti privatamente dalle famiglie.
L’istruzione cominciava in genere a sei-sette anni e il corso degli studi si articolava in vari livelli, su
cui abbiamo una ricca documentazione, quasi tutta di natura giuridica, che rispecchia la
preoccupazione di fissare una retribuzione differenziata per il maestro a seconda del livello di
insegnamento e al tempo stesso di garantire la completezza del curriculum per gli scolari. Non si
tratta certamente di “classi” nel senso moderno della parola: siamo di fronte a forme di
organizzazione scolastica abbastanza fluide e variabili di città in città e nel tempo. Una prima
grande distinzione si aveva tra le due categorie dei non latinantes e dei latinantes (cioè quelli che
imparavano a comporre in latino o “facevano i latini”), affidati alle cure di distinti maestri nei centri
maggiori, mentre in quelli minori era spesso una sola persona a doversi occupare dei più grandi
come dei più piccoli.
2. I non latinantes Col termine non latinantes si indicavano gli scolari che frequentavano la
scuola di base e che potevano poi passare ai livelli superiori completando il corso di grammatica e
imparando a scrivere in latino, ma potevano anche non proseguire o dedicarsi a studi di carattere
più tecnico frequentando la scuola d’abaco. Tuttavia già nella scuola di base i fanciulli ricevevano
un insegnamento elementare di latino. All’interno delle due grandi categorie c’erano ulteriori
suddivisioni. Fra i non latinantes, i pueri de tabula imparavano a leggere con l’aiuto della tabula o
carta, cioè un foglio pergamenaceo o cartaceo incollato su una tavola di legno, che recava
l’alfabeto seguito da una serie di sillabe e da un paio delle più comuni preghiere preceduto dal
segno della croce. Fanciulli appena più grandi, detti de psalterio, imparavano a scrivere e
leggevano e studiavano a memoria i sette salmi penitenziali o l’ufficio del vespro usando il Salterio
o quaderno, cioè un libretto contenente per lo più alfabeto, sillabe, preghiere, qualche salmo o
passi della liturgia (in latino). Si incontrano anche denominazioni comprendenti entrambi i gruppi
come scholares inferiores, parvi scholares, etc. Un livello superiore era quello dei donatisti. Questi
cominciavano a studiare la morfologia latina mandando a memoria le regole del Donatus, cioè di
una delle grammatiche elementari comunemente in uso e avevano come libro di lettura di Disticha
Catonis, cioè una raccolta di sentenze morali in esametri a coppie originatasi probabilmente nel III
sec. d. C. C’erano due successivi gradi di lettura del Donatus corrispondenti a differenti livelli nel
curriculum scolastico elementare: lettura testualiter o cum textu o “per lo testo” e lettura sensualiter
o cum sensu o “per lo senno”, cioè il Donato veniva dapprima usato per esercizi di lettura fatti
compitando e prescindendo dal senso, mentre in un secondo tempo si imparava a leggerlo cum
sensu, ossia comprendendone il significato ed eventualmente traducendolo e impadronendosi dei
contenuti.
3. I latinantes Chi proseguiva gli studi letterari entrava in una successiva fase del curriculum
scolastico, quella dei latinantes, che continuavano lo studio della grammatica, imparavano a
comporre in latino e leggevano gli auctores. La definizione di latinantes viene dalla principale
caratteristica di questa scuola secondaria, che doveva insegnare agli studenti a latinare, cioè a
tradurre dal volgare in latino e a comporre autonomamente in quella lingua. Latinante nel valore
scolastico di “studente di latino” rimane vivo a lungo nella lingua italiana. La scuola secondaria di
grammatica si articolava anch’essa in vari livelli. Si trova nei documenti una distinzione fra minores
e maiores latinantes, ma forse più spesso la distinzione è fra tre categorie: minores, mediocres,
maiores. Per lo studio della grammatica i latinantes si servivano di manuali di tipo intermedio
chiamati di solito Regulae.
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