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Riassunti esame Filologia italiana III A, Prof. Accame, libro consigliato dispense del corso di Filologia italiana III A, A.A. 2016/17, A.A. V.V.

Riassunto per l'esame di Filologia italiana III A (facoltà Filologia moderna) della professoressa Maria Accame, basato su appunti personali e studio autonomo della raccolta dei saggi consigliata dal docente, A.A. V.V. I saggi trattati sono i seguenti: 1) I corsi di Pomponio Leto sul De lingua Latina di Varrone, M. Accame; 2) L'insegnamento del latino nella scuola, S. Rizzo; 3) Epistola di Guarino... Vedi di più

Esame di Filologia italiana docente Prof. M. Accame

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preponderante all’istruzione classica. Ma un alito d’umanità piena lo vivificava. L’opera di

arricchimento degli spiriti egli adempiva anche nei convegni che si raccoglievano nelle stanze di

Leonello. Dall’insegnamento e dalle molte centinaia d’epistole viene a Guarino la fama tra i posteri;

ma i contemporanei esaltavano in lui anche l’oratore elegante e facondo, il traduttore di numerose

opere greche, il poteva che torniva versi metricamente irreprensibili, utili a rammentare nozioni

grammaticali o storiche o mitologiche, talvolta spiritosi o non privi d’una fresca ispirazione

sentimentale.

L’opera si divide in due parti: la prima comprende il testo dell’Epistolario, la seconda il

commento con le introduzioni e gli indici. Nel testo dell’Epistolario pubblico le lettere di Guarino, le

lettere da lui scritte per altri, le dediche che egli premise ai propri lavori, qualcuna di quelle orazioni

e dissertazioni, che hanno forma o carattere epistolare, e le lettere a lui indirizzate dagli altri. Ogni

lettera è preceduta dall’elenco delle fonti. Sui margini laterali Sabbadini nota i richiami agli autori

antichi, e cita rigorosamente solo gli autori che erano o potevano essere alla portata di Guarino.

Sui margini inferiori l’editore segna le varianti dei codici, sfrondando il superfluo. Le varietà

ortografiche sono state quasi sempre trascurate, essendo stato possibile accertare l’ortografia

guariniana attraverso i suoi autografi o i suoi trattati grammaticali. Sabbadini ha poi segnato col

massimo scrupolo le differenze dei codici, anche minime, ogniqualvolta ha introdotto un

emendamento congetturale oppure quando rimaneva incerto nella scelta tra due o più lezioni. Le

lezioni preferite dall’editore sono sempre quelle che compaiono nei codici più autorevoli o che

meglio corrispondono all’uso guariniano. Spesso i codici sono stati interpolati da mani dotte. La

distribuzione dell’Epistolario in cinque sezioni, per quanto ineguali, veniva suggerita dalle cinque

residenze di Guarino: 1) Costantinopoli, dal 1403 al 1408; 2) Firenze, dal 1410 al 1414; 3) Venezia,

dal 1414 al 1419; 4) Verona, dal 1419 al 1429; 5) Ferrara, dal 1429 al 1460, l’anno della morte.

Quando Guarino andò a Costantinopoli, aveva 29 anni; di quel suo periodo non ci è giunta

nessuna lettera. Sabbadini ha adottato l’ordine cronologico e alla fine di ogni sezione ha rimandato

quelle lettere, delle quali non poté determinare nemmeno approssimativamente la data.

Il pensiero di raccogliere e pubblicare le lettere di Guarino sorse nel secolo XVIII. Il primo

che pubblicò una scelta di lettere guariniane, quelle dirette a Leonello d’Este, fu il Pez nel suo

Thesaurus. Ma chi pose mano a una vera raccolta fu il Mehus, il quale nella prefazione

dell’Epistolario di Leonardo Bruni promette di pubblicare le lettere di Guarino a Biagio Guasconi.

La raccolta però non uscì mai. Contemporaneamente al Mehus si occupava delle lettere il

cardinale Quirini, ma solo in quanto gli servivano all’illustrazione dell’epistolario di Francesco

Barbaro. Dal canonico veronese Muselli ebbe in prestito un codice di lettere guariniane, che si

trova nella biblioteca Capitolare di Verona; e di quello e di altri si valse nella sua Diatriba

praeliminaris. L’anno stesso in cui usciva la Diatriba, il Giorgi pubblicava nella Raccolta di opuscoli

del Calogerà quattro lettere guariniane cavate dalle Chrysolorina. Diligente raccoglitore di lettere

guariniane fu negli ultimi decenni del secolo XVIII il Tioli, bibliotecario della Vaticana, coadiuvato

dal padre Verani, che nel Giornale dei letterati d’Italia dava copiosi estratti di lettere di Guarino. I

numerosi volumi manoscritti della Miscellanea Tioli conservati nella biblioteca Universitaria di

Bologna sono una ricchissima miniera di lettere umanistiche di Guarino. Anche il Mittarelli nella

sua Bibliotheca cod. ms. s. Michaelis reca alquante lettere di Guarino e dà estratti e notizie di

codici guariniani. L’Affò si fece trarre per mezzo di Giovanni Montanari copia intera del codice

Estense di Modena 57, non per pubblicarla bensì per cavarne notizie utili alla sua storia dei

letterati parmigiani. I dotti ferraresi e modenesi si dovettero di preferenza occupare dell’epistolario

di Guarino, poiché erano in possesso di numerosi codici e documenti guariniani. Ferrante Borsetti

ferrarese raccolse una copiosissima bibliografia guariniana. Girolamo Montanari modenese

aveva promesso di pubblicare l’epistolario guariniano. Nel secolo XIX si occupò di bibliografia

guariniana l’Antonelli, che nel 1837 compilò il catalogo dei codici guariniani di Ferrara. Ma la

bibliografia guariniana fu soprattutto illustrata dal canonico veronese Giovanni Battista Giuliari.

Per due vie può essere tramandato un epistolario: o a cura del mittente stesso o a cura dei

corrispondenti. Gli epistolari umanistici più famosi ci arrivarono, a cominciare da quelli del XIV

secolo del Petrarca, del Boccaccio e del Salutati, per opera degli stessi autori; e così nel secolo

successivo raccolsero le proprie lettere gli autori stessi contemporanei di Guarino. Gli autori, che

da sé raccolsero il proprio epistolario, ritoccarono chi più chi meno il testo, dove levando dove

aggiungendo, sempre abbellendo, per quell’infatuazione formale, che fu una delle caratteristiche

predominanti dell’umanesimo, e per la smania di comparire al pubblico e tra i posteri nel migliore

aspetto possibile. Fra i tanti epistolari umanistici, editi e inediti, del secolo XIV e XV, solo quello

guariniano ci pervenne per cura dei corrispondenti. Lasciando stare che numerosissime lettere si

sono perdute e che di parecchie non si sono salvati che miseri brandelli, il testo di molte altre fu

interpolato dai copisti o dai raccoglitori, massimamente per raddrizzare la dicitura. Ecco le due

principali rovine patite dall’epistolario guariniano e dagli epistolari in genere: la perdita dei nomi

delle persone e la perdita delle date. E la ragione risiede in ciò: che i raccoglitori di epistole non

cercavano in esse documenti storici, ma modelli di stile; e di conseguenza persone e date erano a

loro indifferenti. Tali alterazioni e mutilazioni, introdotte da lettori e copisti per preconcetti di stile,

comunque siano gravi, sono sempre meno gravi di quelle introdotte dagli autori stessi. Gli

abbellimenti di forma poco nocumento recano alla storia. Taluni abbellimenti sono peraltro meno

innocui. Una mutilazione di nomi personali operata da un lettore o da un copista toglie nomi alla

storia, ma senza l’intenzione di falsarla; invece un nome tolto dall’autore falsa la storia

deliberatamente. Peggio poi quando l’autore a un nome ne sostituisce un altro. Delle mutilazioni

nell’epistolario guariniano non è colpevole l’autore e tanto meno colpevole di alcune sostituzioni di

nomi: le quali fortunatamente si sono potute rettificare con l’aiuto di diversi altri codici. Guarino

dunque non raccolse il proprio epistolario. Eccezionalmente qualche lettere la divulgò egli stesso.

Qualche manipoletto di sue lettere mandava egli stesso agli amici o di suo o dietro richiesta. Ma

all’infuori di questo, l’epistolario fu raccolto dai corrispondenti, non da lui.

Guarino all’Illustrissimo Signore Lionello d’Este salute  Guarino ricevette da Niccolò da Leonello

nella qualità di marchesi molte elargizioni di grano; ma da Leonello, quand’era ancora privato, ne

ebbe due nel 1434: la prima il 23 giugno, la seconda il 23 ottobre. Perciò la lettera è dell’anno

1434, il quale in ogni caso non potrebbe essere oltrepassato di molto, perché Leonello è ancora

scolare di Guarino. Alcuni passi guariniani: “Dal momento che sia i tuoi impegni che i tuoi ozi e i

tuoi soggiorni in campagna mi portano via la tua vista, mi rimane di rifugiarmi nelle arti; infatti ciò

che sottrae la distanza dei luoghi la lettera, che funge da sostituta, ce lo restituirà, e ciò che non

può il vivo discorso, sarà supplito dal compito dello scrivere. […] E cosa più meravigliosa è che

tanti morti nei secoli parlino e ammaestrino la posterità. […] Visto che sollevi con un sussidio di

grano le nostre ristrettezze famigliari, anzi le arricchisci! Dono davvero illustre e magnifico e

degnissimo dello stesso donatore Alessandro, dono che proviene dal padre e dalla fonte di bontà.

[…] Temo di esser chiamato villano, se oltre alle parole, del resto molto tenui, non ho nulla da

poter contraccambiare: è ingiusta la ricompensa di parole per le cose che si sono dovute

accumulare o almeno restituire alla pari. Tanto più tempo che la taccia di uomo ingrato, perché è

necessario che sia un uomo ingrato e imprudente colui che ha disprezzato la cura dei genitori,

della patria, degli dei. […] Invero tuttavia se sembro rivolgere un ringraziamento poco idoneo,

conto che lo attribuisca in virtù della tua saggezza non tanto al mio ingegno, quanto al dono, che è

magnifico e regale, specialmente perché lo stesso ricordo dei tuoi benefici divenga per te un

ringraziamento, un premio, una ricchissima ricompensa. […] Ti proporrò, in breve, Principe

Lionello, alcune regole che appresi da Manuele Crisolora, mio maestro di virtù e di dottrina. Prima

di tutto bisogna leggere, non sottovoce e biascicando le parole, ma pronunciando con grande

chiarezza; una regola, questa, che, mentre secondo i medici giova alla digestione, riesce di non

piccolo aiuto per intendere e percepire meglio, dato che le orecchie muovono la mente e la

sollecitano ad apprendere. Inoltre quando il periodo verbale sia compiuto ripercorrilo con

particolare attenzione dell’occhio e della mente, raccogliendoti e riassumendo, sintetizzalo in un

solo pensiero; se invece il senso ti sfugge, batti per così dire alle porte, finché si apra uno spiraglio

al tuo intendere, perché ciò che non viene fuori al primo assalto sia snidato dal successivo

incalzare. […] Chiama a raccolta le tue capacità. Se poi, nel corso della lettura, ti accada di

scoprire un bel detto, a parer mio faresti bene a imparare il passo a memoria. […] Si migliora di

giorno in giorno con l’esercizio. […] Quando devi leggere, tieni pronto un taccuino, in cui tu possa

prendere appunto di tutti i luoghi che avrai annotato facendo una specie di indice dei passi

raccolti.”

BATTISTA GUARINI, DE ORDINE DOCENTI AC STUDENDI

R. Bianchi, Battista Guarini lettore di autori antichi

Il 18 settembre 1496 un piccolo tipografo modenese, Domenico Rococicolo, finiva di

stampare un incunabolo contenente molti dei componimenti poetici di Battista Guarini e,

verosimilmente, solo quelli che l’Autore stesso ritenne che fossero degni di essere riprodotti a

stampa. Altri carmi restarono inediti nel ms. autografo Marc. lat. XII, 135. L’opera più nota del

Guarini, il De ordine docendi ac studendi, vide le stampe, vivo ancora il suo autore, più di una

volta; l’orazione funebre per Eleonora d’Aragona fu pubblicata, proprio nello stesso anno 1493 in

cui fu tenuta, presso André Belfort, il medesimo stampatore ferrarese che aveva già pubblicato ben

due edizioni del De ordine. Battista prima annuncia e poi invia a Isabella Gonzaga la prima copia di

questa sua “oratiuncella”, lamentandosi dei ritardi dovuti allo stampatore. Tutto il resto della

produzione letteraria del Guarini, in poesia e in prosa, tranne qualche sporadica eccezione, rimase

inedito e anche per questo dovette in parte subire le ingiurie del tempo e disperdersi

definitivamente. La diversa fortuna editoriale tra le opere in prosa e quelle poetiche di Battista

Guarini conferma la netta preferenza che l’autore stesso nutriva per la sua attività di poeta rispetto

a quella in prosa. La grafia degli autografi di Battista è molto oscillante ed è stata in genere

uniformata agli usi classici. Nella sistemazione della punteggiatura si è cercato di evitare cumuli di

segni che avrebbero spezzato troppo il periodo, ma si è badato a porre le giuste pause in un

periodare che in Battista si presenta sempre molto articolato. L’apparato è essenziale e registra,

insieme con le fonti dirette utilizzate da Battista, le principali varianti dei mss. rispetto al testo

costituito, per il quale talvolta si sono resi necessari emendamenti volti a ripristinare la presumibile

lezione originaria. In genere, le citazioni classiche sono registrate in apparato solo quando

esplicitamente richiamate dal Guarini; sono invece tralasciate allorché Battista si limita soltanto ad

un riecheggiamento allusivo.

Il 4 dicembre 1460 fu giorno di lutto pubblico per la città di Ferrara: vi moriva, infatti, all’età

di 86 anni, il grande Guarino. Ma appena due giorni dopo questo luttuoso evento, il 6 dicembre, il

Consiglio dei dodici Savi, che in quell’epoca governava il comune di Ferrara e finanziava il

mantenimento dell’Università, affidò a Battista Guarini, ultimo figlio dello scomparso, l’incarico

ufficiale di succedere al padre sulla cattedra di retorica dello “Studio” ferrarese, cattedra che poi

egli mantenne, per ben quarantatré anni, fino alla morte. Battista, che nacque nel 1435, fu l’ultimo

dei tredici figli di Guarino e l’unico che seguì da vicino l’attività paterna, diventandone, nonostante

la sua giovane età, il successore ufficiale. Battista subiva molto il fascino di questa tradizione di

studi inaugurata da Guarino e sviluppatasi negli anni della sua adolescenza in quell’Università

dove egli arrivava ora giovanissimo. Grazie a tre importanti esperienze precedenti (prolusioni

all’insegnamento di retorica e poesia presso l’Università), il Battista dei primi anni si presenta nel

complesso come uno studioso già maturo, anche se indubbiamente ancora sotto l’influsso della

personalità paterna. È probabile che il lavoro del de ordine non dovette durare più di qualche

settimana, se si considera che nei mesi precedenti Battista era stato occupato nella impegnativa

traduzione dell’Agesilao di Senofonte. Si aggiunga che lo stile del de ordine non ha la caratteristica

dell’ampia e fluida articolazione del periodo tipica delle opere di Battista; risulta invece

scarsamente “ciceroniano”, ricco com’è di frasi brevi e spezzate, con un linguaggio spesso faticoso

e qualche volta oscuro, molto più vicino insomma ai moduli espressivi di Guarino padre che non a

quelli del figlio Battista. Gli studi classici costituiscono una parte cospicua della sua attività

letteraria. La frequenza di Battista presso la scuola di greco di suo padre non dovette durare a

lungo, e ciò non poté non ripercuotersi sulla traduzione dell’Agesilao, che presenta infatti

accentuate caratteristiche “scolastiche” e non è esente da frequenti lungaggini retoriche, tortuosità

di stile e forzature linguistiche. Tuttavia la sua conoscenza della lingua greca, considerata anche la

sua giovane età, si rivela senz’altro di notevole rilievo e in fase di continuo affinamento. Infatti,

circa sei anni più tardi (nell’estate del ’63), con la traduzione (tratta da Cassio Dione) del discorso

di Marco Antonio ai funerali di Cesare, Battista rivela una più sicura padronanza del greco e una

più matura sensibilità linguistica, lessicale e stilistica: ciò coincide con il periodo più fecondo della

sua formazione culturale. L’interesse primario della versione guariniana in latino da Dione sta nel

fatto che i due manoscritti che la tramandano presentano due redazioni tra loro differenti, con un

gran numero di varianti d’autore di notevole interesse. Due redazioni, comunque, sulla cui genesi

non sappiamo nulla. Comunque la maggior parte delle modifiche nella seconda stesura paiono

suggerite da una più raffinata sensibilità linguistica nel frattempo raggiunta dall’autore, che

costituirebbe un indizio secondo il quale tra le due redazioni dovette intercorrere un congruo lasso

di tempo. Un capitolo a parte è costituito dall’attività di Battista come traduttore in volgare di due

commedie di Plauto, l’Aulularia e il Curculio, commissionate dal duca Ercole I in occasione delle

rappresentazioni classiche a Ferrara nel 1479. Ercole, in verità, trovò poco fedeli all’originale

questi tentativi, tanto che, probabilmente per il suo scarso entusiasmo, non risulta che furono

rappresentati. Su siffatta presunta scarsa aderenza al testo si sviluppò in quella occasione una

garbata polemica tra Battista e il suo “mecenate”. Le versioni plautine di Battista, comunque, non

pare andassero oltre il Curculio, perché forse un programma più ampio fu interrotto dal mancato

appoggio della Corte. Ma il caso volle che Battista Guarini percorresse anche il processo inverso,

cioè la traduzione dal volgare in latino: quando uno dei più grandi economisti del XV secolo,

Diomede Carafa, scrisse un’opera sui doveri del re e del buon principe, la sua allieva Eleonora

d’Aragona pregò il Guarini di tradurla in latino, temendo che in volgare non riuscisse a raggiungere

un pubblico sufficientemente vasto: la preghiera fu ovviamente esaudita da Battista, come ci

conferma una lettera con la quale la medesima Eleonora rinviava al Carafa la sua opera tradotta in

latino. Per quanto riguarda invece l’attività di Battista commentatore di classici latini, le

testimonianze, oltre che scarse, non sono sempre concordi perché spesso nei manoscritti il nome

Guarinus è usato indifferentemente per il padre e per il figlio. Oltre al commento a Catullo, l’unico

lavoro a carattere filologico pubblicato a stampa fu il commento di Servio a Virgilio, uscito a

Venezia nel 1471. In occasione della pubblicazione di quest’opera, Battista dovette subire un

raffinato inganno da Ludovico Carbone, il quale attraverso questo raggiro riuscì addirittura a

sottrarre a Battista la paternità dell’opera. Avvenne infatti che il Carbone, durante il lavoro di

stampa, convinse il tipografo veneziano Valdarfer a realizzare con una sola tiratura due distinte

edizioni, la prima conforme al contratto stipulato col Guarini, ma in un numero molto limitato di

copie, la seconda, invece, in un numero più alto di copie e con la falsa attribuzione dell’opera a se

stesso. Lo stesso Carbone, alla morte di Guarino, si autocandidò come successore del Maestro,

proclamando un’orazione in cui egli arrivava addirittura a delineare il ritratto “teorico” di colui che

più di ogni altro poteva essere degno di parlare da quella cattedra prestigiosa. Con stile e garbo

Battista passa sotto silenzio qualsiasi cenno alla contrastata successione, evitando così di

rinfocolare la polemica. Del carteggio di Battista Guarini non ci resta che un gruppo di una dozzina

di lettere in latino e alcune altre in volgare; siamo cioè ben lontani dalla ricchezza dell’epistolario di

Guarino padre. Inoltre queste lettere appartengono alla seconda parte della vita di Battista, sono

cioè relative ad un periodo per il quale non abbiamo molte testimonianze neanche della sua attività

letteraria, che invece pare concentrata nella sua giovinezza e negli anni della prima maturità. Gli

affetti familiari occupano gran parte delle lettere a noi note di Battista Guarini. Le frequenti allusioni

a ristrettezze economiche contenute in alcune sue lettere della stessa epoca, ci fanno intravedere

un uomo oppresso da problemi contingenti, da risolvere giorno per giorno, una persona stanca e

sfiduciata, addirittura pressoché priva di stimoli di impegno culturale. Infatti una situazione

economica così precaria non poteva non ripercuotersi anche sui suoi studi, diminuendone

l’incisività e l’efficacia e, comunque, ritardandoli, come egli stesso dichiara in una lettera in volgare

del 1490. Tutto ciò trova una puntuale conferma nella totale assenza di attività letteraria “ufficiale”

a partire dal 1471. Non sarà forse una coincidenza casuale che proprio nel ’71 morì il duca Borso,

principale protettore del Guarini, il quale evidentemente ne subì un contraccolpo tale che, oltre che

gli studi, ne fu compromessa anche la sua serenità di vita quotidiana. Dunque la figura di Battista

Guarini è stata sempre considerata dagli studiosi all’ombra di quella di suo padre Guarino, non

solo per la profonda venerazione filiale da lui dimostrata in ogni occasione, ma anche perché si era

formato alla sua stessa scuola e perché la fama del padre gli aveva indubbiamente dischiuso

molte porte. La sua statura culturale non è dissimile da quella di molti altri dotti del suo tempo

anche se, nel campo dell’umanesimo retorico, non riuscì ad eguagliare la fama dei suoi più noti

contemporanei. In ogni caso, fu tra i più riveriti Maestri della sua epoca, grazie anche al generoso

sostegno che gli offrì la corte di Ferrara elargendogli onori e cariche pubbliche.

De ordine docendi ac studendi  Il De ordine docendi ac studendi, che Battista finì di comporre a

Verona il 15 febbraio 1459 è un sommario di didattica che l’Autore stesso definisce perfectum et

discendi et docendi commentariolum. Esso non ha certo le caratteristiche di un trattato pedagogico

organicamente strutturato, e neppure quelle più modeste di una semplice raccolta di precetti

educativi, ma si sviluppa seguendo i tratti di un discorso normativo, ora orientativo ora

precettistico. Non sappiamo quanto sia durata la stesura dell’opera, però è certo che nei mesi

precedenti la data del 15 febbraio Battista era stato impegnato nella traduzione dell’Agesilao di

Senofonte; il de ordine, dunque, non richiese presumibilmente più di qualche settimana di lavoro.

Tale rapidità di composizione verrebbe anche confermata dal fatto che molto probabilmente egli

lavorava su materiali materni (magari appunti presi alle sue lezioni). Guarino era a quel tempo già

avanti negli anni e probabilmente anche per questo Battista si affretta a raccogliere e sistemare in

maniera organica, pronta per la pubblicazione, una materia che suo padre non aveva avuto modo

di organizzare e che comunque era frutto della sua lunga esperienza di studio e di insegnamento.

Quest’opera di Battista ci permette di conoscere i sistemi di insegnamento e le norme di studio

adottati dalla scuola in cui suo padre era il precettore di tanti allievi provenienti da tutta l’Europa. E

infatti, qualche tempo dopo, Guarino scrive al figlio, che gli aveva inviato il de ordine per ricevere

l’approvazione dell’illustre genitore, e gli dimostra tutta la sua ammirazione auspicando che l’opera

possa diventare una guida per gli studenti e un manuale destinato ad una rapida ed efficace

consultazione. Per quanto riguarda il contenuto dell’opuscolo, nei due capitoli iniziali il Guarini

ribadisce l’esigenza di un precettore colto e virtuoso, ma anche paterno, nel quale l’allievo possa

ritrovare l’immagine ideale in cui riflettersi. La seconda parte tratta il tema dell’ordo docendi pueros

e insiste sulla cura particolare da dedicare alla grammatica. L’ultima parte è dedicata alla lettura

degli autori, da affrontare con la necessaria gradualità, comunque non disgiunta dallo studio delle

strutture essenziali delle lingue greca a latina. L’insieme dell’opera rivela strette affinità con

Quintiliano, tra gli antichi, e con Pier Paolo Vergerio tra i moderni.

La tradizione testuale del De ordine docendi ac studendi presenta la coesistenza tra codici

manoscritti e edizioni a stampa, che contribuiscono entrambi alla costituzione del testo. Tuttavia la

differenza tra i due sistemi di scrittura si limita soltanto a un fatto puramente tecnico, in quanto è

noto come gli umanisti vedessero nei primi incunaboli solo un diverso sistema grafico,

considerandoli per il resto alla stessa stregua di un codice manoscritto. Parimenti non è facile

attribuire priorità cronologica a questo o a quel testimone in quanto, in mancanza di ogni altra

precisa indicazione, essi si devono sistemare nell’arco di pochi anni e cioè, all’incirca, tra l’ultimo

quarantennio del XV secolo e il 1514/15, data delle edizioni del Lambert, dello Schurer e del

Philovallis.

J  Da un esame comparativo dei manoscritti finora noti risulta con molta probabilità che il più

antico di essi è il ms. Bose oct. 1 della Biblioteca Universitaria di Jena, che comprende 36 fogli

pergamenacei, misura mm. 210 x 130 ed è scritto in minuscola rotonda. La pagina del titolo

presenta sul lato sinistro un ornamento floreale; ha inoltre la prima lettera miniata in oro e porta in

basso lo stemma coronato del re Mattia Corvino. Non vi è traccia di correzioni, ma al margine dei

fogli un lettore della stessa epoca (Giano Pannonio, forse il re Mattia) ha indicato con segni diversi

i punti degni di nota. Secondo una notizia vergata da una mano del XVIII secolo al margine

inferiore destro del foglio 1r, il codice fu inviato dallo stesso Battista a Mattia Corvino, re

d’Ungheria. Un’altra nota marginale al foglio 14r menziona Giano Pannonio, a quell’epoca vescovo

di Pécs, il quale morì nel 1472, anno che quindi costituirebbe il terminus ante quem per la

confezione del codice. Secondo Jànos Csontosi non si può pensare che il codice sia stato

espressamente scritto per il re d’Ungheria e a lui inviato dallo stesso Battista Guarini, in quanto la

sua veste esteriore non può competere né per la qualità della scrittura né per la finezza della

pergamena con gli altri codici della Biblioteca Corviniana. Pertanto egli avanza l’ipotesi che il re

Mattia lo abbia fatto acquistare tra quanto era disponibile sul mercato italiano.

B  Il ms. di Berlino lat. qu. 566 è un codice cartaceo di 261 fogli (mm. 210 x 155) vergato in una

scrittura umanistica italiana con rubricazioni in rosso ed è protetto da una legatura del XVII secolo.

I caratteri stilistici generali di questo manoscritto fanno ritenere sicura la sua provenienza italiana.

Per quanto riguarda le sue vicende, esso passò dalla biblioteca del capitano reale prussiano Hans

Albrecht di Derschau alla raccolta Phillipps di Cheltenham in Inghilterra e poi alla Konigl. Bibliothek

di Berlino, divenuta in seguito Deutsche Staatsbibliothek. Il suo contenuto, quanto mai vario,

comprende esclusivamente opere di umanisti.

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F  L’editio princeps del de ordine fu stampata forse a Ferrara, presumibilmente tra il 1472 e il

1474, presso la tipografia di André Belfort: essa quindi si inquadra in un ambiente, quello ferrarese,

cui la famiglia Guarini era particolarmente legata. L’incunabolo ferrarese è uno dei più antichi

stampati in Italia, con tutte le caratteristiche peculiari di questi primi tentativi tipografici: non vi è un

frontespizio che contenta il titolo, come anche non compaiono né la data né il nome del tipografo,

né alcun altro tipo di colophon; non esiste neppure la numerazione per fogli (con lo stesso numero

per il recto e per il verso), che invece ritroviamo solitamente negli incunaboli; esso consta di 21

fogli, compresa la lettera finale di Guarino. Il testo è deturpato da numerosi errori meccanici e

presenta una punteggiatura che spesso non segue il senso del passo. E non è improbabile

ritenere che questa edizione abbia avuto come suo esemplare qualche copia manoscritta del de

ordine che doveva circolare nella città di Ferrara a titolo di dispensa accademica o di manuale di

rapida consultazione.

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F  Una seconda edizione ferrarese, uscita verso il 1490 presso lo stesso stampatore della prima,

molto significativamente vede la luca nella stessa città e a distanza di soli quindici anni dall’altra; il

testo del de ordine continuava evidentemente a costituire una lettura di base per i giovani che si

avviavano agli studi, soprattutto da quando, morto nel 1460 il padre, Battista gli successe

nell’insegnamento all’Università di Ferrara. La stampa, nella sua realizzazione esteriore, ha

caratteristiche simili a quelle della prima edizione, ma si presenta alquanto più curata e il tutto

sembra obbedire ai canoni di una maggior ricercatezza ed eleganza. Per quanto riguarda, invece,

il testo, questo incunabolo dimostra una forte dipendenza dalla prima edizione belfortiana, della

quale riprende molti errori, correggendone però altri: dall’apparato critico si potranno desumere i

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luoghi in cui F si discosta da F . Sembrerebbe naturale supporre, a questo punto, che lo stesso

Battista sia intervenuto ad emendare la sua opera prima di ristamparla; ma che ciò sia

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effettivamente avvenuto è messo in dubbio dalla scarsa entità delle nuove lezioni di F a fronte

della innata propensione degli umanisti a modificare continuamente e profondamente le loro opere,

creando in esse un gran numero di varianti d’autore.

I testimoni del testo di quest’opera si configurano in due distinte famiglie, l’una

rappresentata dalla tradizione manoscritta, l’altra dalla tradizione a stampa costituita dagli

incunaboli e dalle cinquecentine. Nell’ambito di ciascuna di esse non è facile arrivare alla

determinazione del valore dei singoli testimoni, ma è forse possibile almeno identificare quelli che

per la loro autorevolezza assumono un ruolo guida nella propria famiglia. Per il settore dei

manoscritti il codice poziore può essere considerato J, che dovette essere ritenuto già a

quell’epoca degno della Biblioteca Corviniana cui appartenne per l’affidabilità del testo riportato.

Tra le edizioni a stampa, invece, le due ferraresi (F) propongono un testo del de ordine affidabile

quasi come quello di J. Si noti, in proposito, che nel 1472/74, periodo al quale si fa risalire la prima

edizione ferrarese, sono passati al massimo quindici anni dalla composizione dell’opera (1459) e,

per di più, l’incunabolo fu stampato nella città di Ferrara, dove Battista svolgeva ancora la sua

piena attività. Per cui, se non è documentata una diretta supervisione dell’autore sulla stampa

dell’opera, essa non può essere tuttavia del tutto esclusa. Tra le due famiglie, quella manoscritta

pare offrire un testo complessivamente più attendibile di quello di incunaboli e cinquecentine. Per

ciò che concerne un archetipo comune per i nostri testimoni, esso potrebbe essere stato costituito

da un testo direttamente riveduto dall’autore o, addirittura, dalla sua copia autografa personale.

Alcuni passi del De ordine docendi ac studendi  “3. Nell’insegnamento sarà opportuno osservare

il criterio di abituare i discepoli a pronunziare le lettere e le parole in modo, sì, chiaro e veloce ma

tuttavia non troppo marcato. […] Poi si deve insegnare in modo completo la grammatica in ogni

sua parte. […] Perciò i fanciulli imparino per prima cosa la morfologia dei nomi e dei verbi, senza i

quali in nessun modo possono arrivare a capire quello che segue. Né il maestro si accontenti di

avere spiegato una sola volta, ma ripetendo spesso le stesse regole, eserciti con ciò la memoria

dei fanciulli. […] 4. Le parti della grammatica sono due, chiamate l’una Metodica, che studia

brevemente tutte le parti del discorso; l’altra Storica, che tratta la storia e i suoi avvenimenti. […]

Ma io vorrei che il maestro tenesse ben presente che l’enunciazione di quelle regole che propone

ai fanciulli avvenisse sia per iscritto sia oralmente. […] 6. Sarà cosa quanto mai utile che i giovani

si abituino all’espressione elegante, a chiudere, per esempio, il più delle volte il periodo con un

verbo. Ed è superfluo ricordare come sia necessario che i giovani abbiano libri corretti. […] Non è

sufficiente esporre queste regole una volta sola, ma gli allievi le ripetano due o tre volte, ed anche

di più, se sarà necessario, perché le conoscano davvero come sulla punta delle dita. […] 7. Ma,

dopo averle assimilate, dovranno unirvi la conoscenza delle sillabe e dei versi, la quale è tanto

utile che nessuno potrebbe a ragione essere chiamato dotto qualora ne sia privo. Perciò non potrei

non ammirare e nello stesso tempo lodare la diligenza degli antichi i quali non volevano tuttavia

trascurare queste conoscenze di minore importanza. […] Senza di essa nessuno è in grado di

avere una pronuncia corretta, anzi di capire correttamente. […] Alcuni termini di significato del tutto

diverso sono riconoscibili soltanto attraverso la lunghezza o la brevità di una sillaba. Infine, anche

se queste nozioni non apportassero alcuna utilità, almeno dovrebbero essere studiate per puro

godimento. […] Nella lettura dei poeti coloro che conoscono la metrica provano un piacere

maggiore di quelli che l’ignorano. […] 8. Non sarà inutile quel libro in versi che abbiamo sotto il

nome di Alessandro. Perché ciò che è scritto in versi si manda a memoria in maniera più facile e

duratura. […] A questo scopo manderanno a memoria versi di Virgilio per basarsi, per ciò che

riguarda la quantità delle sillabe, sull’autorevole esempio di questo illustre poeta.

Successivamente impareranno altre specie di versi da coloro che hanno scritto trattati

sull’argomento. […] Nessuno senza la conoscenza del greco può capire le basi fondamentali della

metrica. […] Nessuno, invece, finché vivo, potrà togliermi questa convinzione erronea di credere

che il greco sia non solo utile, ma indispensabile alla nostra cultura.”

BATTISTA GUARINI LETTORE DI AUTORI ANTICHI

Rossella Bianchi

È ovvio immaginare che nell’attività intellettuale di Battista Guarini, lo studio degli autori

antichi abbia costituito una parte molto cospicua. Il reperimento e lo studio dei classici furono la

ragione prima dell’attività umanistica di Guarino, il fine principale del suo metodo educativo;

sempre alla ricerca di testi nuovi, egli, oltre a eseguire numerose traduzioni latine di opere greche,

dedicò intense cure filologiche ed esegetiche ad autori centrali nella elaborazione della cultura

umanistica, quali Cicerone, Valerio Massimo, Plauto, Gellio, Cesare, Plinio il Vecchio. Battista,

formatosi alla scuola del padre, gli fu poi sempre molto vicino e ne seguì con venerazione le orme

nella sua attività di studioso, spesso continuando e rivedendo il lavoro di lui. Alla morte di Guarino

nel 1460, gli succedette nella medesima prestigiosa cattedra dello Studio di Ferrara nonostante la

sua giovane età. In quella città continuò il suo insegnamento per quarantatré anni fino alla morte,

avvenuta nel 1503. Che il lavoro esegetico-filologico di Battista sui testi antichi sia stato intenso è

suggerito anche dalle numerose attestazioni del suo costante interesse per i buoni manoscritti. Un

interesse che si manifestò in età assai giovane. Del resto, che la sua biblioteca, in cui erano

confluiti tutti i manoscritti greci del padre insieme a parte dei latini e che egli incrementò con

grande energia, fosse tra le più ricche dell’epoca per qualità e rarità dei testi, era noto tra i suoi

contemporanei. Eppure, in una produzione piuttosto varia, costituita da traduzioni latine di autori

greci, orazioni d’occasione, una raccolta di carmi, epistole e nella quale spicca il fortunato trattato

pedagogico De ordine docendi ac studendi, a tutt’oggi, si possono indicare poche testimonianze

sicure di una applicazione diretta di Battista sui testi antichi, se si eccettuano le traduzioni latine di

opere greche. Una delle testimonianze del lavoro esegetico di Battista che si può datare è stata

indicata nel codice miscellaneo 2719 della Bibl. Universitaria di Bologna: cartaceo è scritto da

un’unica mano in umanistica corsiva con ductus variabile e con inchiostro di tonalità diverse. La

segnalazione che lo collega a Battista poggia sulla tavola del contenuto apposta al f. Ir da una

mano del sec. XVIII, che ha registrato: “interpretatio libri Ciceronis De senectute… Alia eiusdem

libri interpretatio ex Baptista Guarino…”. Per quanto riguarda la seconda interpretatio ciceroniana,

le informazioni dell’indice trovano un’agevole conferma all’interno del codice. Con alcune succinte

considerazioni sul titolo dell’opera, Cato maior, sul dedicatario Pomponio Attico e su Tito Quinto

Flaminino prende l’avvio un commento in forma continua, con i lemmi ciceroniani posti in evidenza

da una sottolineatura, il quale abbraccia l’intero De senectute. Bartolomeo, allievo milanese di

Battista, il 12 luglio 1467, mentre si trovava a Ferrara, terminò di trascrivere nel codice bolognese

gli appunti delle lezioni svolte dal maestro sul De senectute, ai quali premise un compendioso

accessus forse scritto prima dell’inizio del corso. Il collegamento con Battista è garantito dalla

lettura del testo, che contiene rinvii espliciti a lui. Né Bartolomeo manca di inserire un’ammirata

citazione di Guarino, prendendo occasione da ciò che scrive Cicerone a proposito dell’operosa

vecchiaia del longevo Gorgia di Lentini. Il medesimo Bartolomeo ha copiato ai ff. 1r-39r un altro

commento al De senectute. Privo di titolo, sempre in forma di testo continuo, esso presenta i lemmi

sottolineati con inchiostro rosso, lo stesso colore in cui sono scritte le iniziali maggiori, i notabilia

marginali e la sottoscrizione. Non coglie invece nel giusto l’ipotesi del redattore della tavola iniziale

che Bartolomeo sia anche l’autore di questa prima interpretatio dell’opera ciceroniana. Si offre

dunque l’opportunità di confrontare il commento di Guarino al De senectute nella forma degli

appunti presi dai suoi allievi (G) con quello che per la stessa opera fornì batista, così come

riportato negli appunti di Bartolomeo (B). In questo senso, è facile constatare che le somiglianze

tra i due testi sono davvero rilevanti. Oltre alle numerose spiegazioni di contenuto simile, se ne

possono registrare varie altre che coincidono in gran parte pressoché alla lettera. Dunque, il lavoro

di Bartolomeo costituisce un utile e sicuro esempio del metodo esegetico di Battista. Nondimeno, il

suo raffronto con le recollectae delle lezioni di Guarino consente di verificare che Battista, come

faceva di solito, si era basato sul materiale utilizzato dal padre Guarino per un corso sul medesimo

testo. I ff. 85r-134r trasmettono un commento anepigrafo al De arte amandi di Ovidio. Si tratta di

un commento copiato a piena pagina con i lemmi sottolineati in rosso e notabilia pure in rosso: di

carattere essenzialmente esegetico, in genere fornisce una spiegazione del testo antico piuttosto

semplice, tanto da sembrare rivolta a studenti. Che sia un commento universitario suggeriscono

anche frequenti casi in cui il testo ovidiano viene chiarito con l’ausilio di termini in volgare. E’

probabile quindi che si tratti di recollectae di un corso sull’Ars amandi, ma non sembra affiorare

nessun elemento che consenta di collegarle a Battista o a suo padre. La raccolta si conclude con

alcuni brevi testi eterogenei: si susseguono una citazione di Seneca, un epitaffio di Antonio

Beccaria per il duca di Milano, quindi si leggono i versi 16-17 del carme Pasiphaes fabula; infine

Bartolomeo ha copiato cinque tetrastici di Lorenzo Strozzi per Borso d’Este. Fra il 3 settembre

1466 e il 14 agosto 1467, lavorando nei periodi estivi di vacanza in località del territorio di Ferrara,

il milanese Bartolomeo, studente presso l’Università di quella città, copiò in tempi diversi singoli

quaderni di studio, in seguito rilegato insieme in un unico codice, l’attuale 2719 della Bibl.

Universitaria di Bologna. Il discepolato del giovane studente presso Battista Guarini vi è

testimoniato in modo esplicito dai suoi appunti relativi al corso del maestro sul De senectute, ma

ne mostrano il segno anche le recollectae del corso di Guarino sulla stessa opera antica e i brevi

testi finali in qualche modo collegabili a Battista e a suo padre Guarino. In conclusione, è evidente

che il codice di Bologna ha tutto l’aspetto di un libro di studio allestito da Bartolomeo per uso

personale e a delineare ciò contribuiscono anche il commento all’Ars amatoria, riconducibile a un

corso universitario tenuto precedentemente al 1467. La Rhetorica ad Herennium è uno dei testi su

cui insisteva di più l’insegnamento e l’attività filologica di Guarino ed è facile immaginare che

anche in questo campo Battista abbia alimentato la continuità familiare facendo tesoro dell’eredità

paterna. Una conferma in proposito è offerta dal manoscritto Naz. II. I. 67 della Bibl. Nazionale di

Firenze. Nei fogli preliminari il bibliotecario Vincenzo Follini specifica che il collector è Battista

Guarini. Il commento, in forma continua con i lemmi del testo antico sottolineati, è stato copiato da

due mani in umanistica corsiva. Il testo si presenta in prima stesura alquanto scorretto e

disordinato. A ciò contribuisce senz’altro l’imperizia e la disattenzione dei due copisti, soprattutto

del secondo, che incorre in svariati errori di trascrizione e commette frequenti omissioni di parole o

di frasi, ed errori meccanici. La frequenza di tale tipo di sviste suggerisce di imputare gli errori

commessi dai due copisti anche a un’oggettiva difficoltà di trascrizione del modello, oltre che alla

loro scarsa capacità. Sembra plausibile ritenere che la redazione del commento trasmesso dal

codice fiorentino costituisca una copia di lavoro tratta da un esemplare con una stesura di base

molto disordinata, a cui si è cercato di dare una prima più adeguata sistemazione, anche con il

ristabilire la giusta successione dei lemmi e con la corretta ridistribuzione del loro contenuto. Si

può rilevare il lavoro di una terza mano, che, oltre ad aggiungere note marginali, quasi tutti

notabilia, compie una revisione del testo assai minuziosa e puntuale, che ripara alle numerose

sviste e omissioni lasciate dai copisti e che tocca tutta l’opera. Intanto si può notare che le fonti più

spesso utilizzate dall’esegeta sono le stesse che figurano in maniera preponderante negli appunti

presi da Bartolomeo alle lezioni di Battista sul De senectute. Inoltre, si possono segnalare diverse

note che sono molto simili a quelle già citate contenute nel lavoro medesimo di Bartolomeo e nelle

recollectae guariniane. E non manca almeno un lemma la cui spiegazione contiene un rinvio

collegato alla sfera della religione cristiana, alla quale non di rado si fa riferimento nei lavori di

Guarino e di Battista. Ma l’elemento significativo che rende possibile ricondurre a Battista

l’esposizione del testo retorico pseudo ciceroniano è una nota su cui si è già soffermata a suo

tempo l’attenzione del Sabbadini e nella quale il commentatore menziona due volte Guarino,

definendolo nel secondo caso suo amantissimus genitor. La discussione sull’autenticità dei testi

era uno degli argomenti tipici su cui vertevano le questioni critiche affrontate nel circolo che fiorì a

Ferrara intorno a Guarino all’epoca di Leonello d’Este. In particolare, risulta che Guarino si applicò

con grande impegno allo studio della Rhetorica ad Herennium. Dunque, se il codice fiorentino

contiene materiale riconducibile a Battista, si potrebbe pensare che egli l’abbia utilizzato per un

corso sulla Rhetorica di Cicerone tenuto a Bologna e del quale ci è pervenuta l’orazione

inaugurale; in ogni modo, è anche verosimile che su un’opera così importante come la Rhetorica

ad Herennium egli possa aver incentrato più corsi. Nel 1913 Giuseppe Procacci segnalava e

attribuiva a Battista un commento anepigrafo alle Satire di Giovenale contenuto nel codice

composito II 103 della Bibl. Comunale Ariostea di Ferrara; suggeriva inoltre che anche il commento

giovenaliano trasmesso dal manoscritto Est. lat. 331 della Bibl. Estense di Modena, attribuito a

Battista Guarini e datato 6 novembre 1497, potesse derivare dal testo del codice di Ferrara.

L’ampio e dettagliato commento, in forma continua di 173 fogli cartacei, comprende tutte e sedici le

satire di Giovenale ed è scritto in corsiva umanistica da due diverse mani. Risulta infatti decisivo

per riconoscere a Battista la paternità dell’opera il fatto che, dopo una Vita di Giovenale,

l’illustrazione di quasi tutte le satire è introdotta dai versi memoriali di Guarino, che nelle prime tre il

commentatore in prima persona attribuisce a lui definendolo suo padre. La sostanziale identità

delle caratteristiche di composizione e rinvii interni a parti precedenti del testo riscontrabili in

entrambe le sezioni del commento hanno quindi orientato Procacci a riconoscervi un lavoro

unitario approntato da Battista per essere utilizzato come base per le sue lezioni. Al Procacci è

sfuggito però che anche la prima parte del codice reca qualche traccia dell’esegesi a Giovenale di

Battista. L’aspetto di questa prima unità è molto diversa da quella della seconda appena descritta.

Si tratta di un manoscritto elegante, membranaceo, con frontespizio miniato corredato da uno

stemma nel margine inferiore e con iniziali maggiori pure miniate, contenente le Satire di

Giovenale trascritte da un’unica mano in umanistica libraria. Quale che fosse la sua destinazione

iniziale, il libro si è comunque trasformato in una copia di lavoro. Infatti il testo antico è stato

sottoposto a una sistematica e puntuale revisione. Inoltre, oltre alla presenza per alcune satire

degli argumenta di Guarino, si possono rilevare delle note in cui compare il nome di Battista

Guarini. Le brevi note con rinvio a Battista fanno pensare a spiegazioni apprese dalla sua viva

voce durante un corso di lezioni su Giovenale, forse consegnate ad appunti volanti e poi riportate

nei margini del codice. Effettivamente, in due annotazioni colui che scrive si dichiara allievo di

Battista. Dunque, con ogni probabilità egli ascoltò le lezioni di Battista allo Studio ferrarese e

trascelse alcune interpretazioni del maestro con le quali arricchì nel suo libro l’esegesi di due

commentatori pur autorevoli come il Calderini e il Merula. Per quanto riguarda l’esegesi svetoniana

di Battista, il Fera ha individuato tre incunaboli con annotazioni riconducibili all’ambiente e alla

scuola di Battista. Due sono esemplari dell’edizione svetoniana del 1493: il primo è appartenuto a

Gaspare Sardi, che lo ha corredato di un fittissimo apparato di note marginali in cui è possibile

riconoscere materiale tratto dalle lezioni svolte da Battista nell’anno accademico 1496-97; il

secondo contiene annotazioni di uno dei più illustri allievi di Battista e compagno di scuola di

Gaspare Sardi, Celio Calcagnini, che ha corretto e annotato il testo svetoniano e il commento del

Beroaldo. Il terzo incunabolo che esibisce prelievi dall’expositio Svetoni di Battista è un esemplare

dell’edizione di Svetonio con commento di Marco Antonio Sabellico, i cui margini contengono

annotazioni di un anonimo studente. Ancora, nel codice B. 3470 della Bibl. Comunale

dell’Archiginnasio di Bologna sono state riconosciute delle reportationes tratte da un corso di

lezioni sul Thyestes e sull’Hercules Oetaeus di Seneca che sarebbe stato tenuto allora da Battista.

Se si passa ai lavori filologici di Battista che ebbero l’onore della stampa, si rileva che il loro

numero è molto esiguo. Nel 1471 a Venezia, per i tipi di Valdarfer, fu pubblicato il commento di

Servio a Virgilio che, curato a suo tempo da Guarino, probabilmente fu rivisto da Battista. Una

collaborazione a distanza fra padre e figlio si profila per l’edizione di Catullo con commento

pubblicata a Venezia nel 1521 e dedicata ad Alfonso, duca di Ferrara, dal figlio di Battista,

Alessandro, che allestì il commento, mentre adottò come base per la costituzione del testo un

manoscritto emendato dal padre. Sappiamo poco del lavoro di Battista sul testo di Catullo. La

prima attestazione dei suoi studi su Catullo sembra risalire al 26 luglio 1456, data di una lettera,

non firmata ma a lui attribuibile, con cui Battista rispedì a Ottaviano Ubaldini, a Urbino, una copia

del testo di Catullo dopo averla emendata. Il commento di Alessandro è in generale poco

significativo e le correzioni che propone poco efficaci. Si può provare a distinguere i materiali

erroneamente ascritti a Battista, a iniziare da quelli contenuti in tre codici della Bibl. Universitaria di

Bologna, tutti appartenuti a Giovanni Garzoni. Uno di questi codici, in cui è presente un’indicazione

relativa a Battista e che ospita undici orazioni ciceroniane, in realtà documenta l’intenso lavoro di

studio del suo possessore, Giovanni Garzoni. Il dotto medico bolognese ha effettuato molte

aggiunte e correzioni al testo delle orazioni ciceroniane, le ha annotate in margine e nelle interlinee

in più fasi ha compilato indici tematici, ha trascritto estratti dalla Pro Sestio, dalla Pro Cluentio, dal

De provinciis consularibus e dalla In Q. Caecilium divinatio, ha copiato negli ultimi fogli la Pro

Cluentio e due orazioni per il conferimento del dottorato. Oltre al Garzoni, un’altra mano ha

annotato saltuariamente i margini, spesso con inchiostro rosso e ha scritto anche alcuni titoli. In

ogni modo, non mi sembra che ci sia traccia della mano di Battista. Alla stessa conclusione si può

giungere a proposito dei codici 467 e 748 della medesima Biblioteca bolognese. Il manoscritto 467

contiene le Epistulae ad familiares di Cicerone, che Giovanni Antonio di ser Antonio da Monticolo

terminò di copiare il 1 settembre 1436. Il testo antico è stato poi corredato da postille marginali

giudicate di Battista Guarini. Anche in questo caso però le annotazioni sono essenzialmente del

Garzoni. Quanto al codice 748, esso trasmette le Philippicae di Cicerone, sottoscritte dal magister

Nicolaus de Balen, che ultimò la sua copia a Bologna l’11 luglio 1475. In esso si trova nota di

appartenenza alla biblioteca di Giovanni Garzoni e l’indicazione del contenuto, in cui è riconosciuta

la presenza di note marginali autografe di Battista Guarini. Ancora una volta si tratta di un codice

che reca soltanto consistenti segni dell’attività di studio di Garzoni. A quanto sembra, l’unico

elemento riferibile a Battista è la sua lettera al Garzoni, nella quale è riportata la documentazione

su un personaggio romano di età cesariana e che attesta soltanto un normale scambio di

informazioni erudite tra i due umanisti. Sabbadini, segnalando alcuni commenti falsamento attribuiti

a Guarino, inserì nell’elenco quello a Marziale e ipotizzò che potesse essere invece di Battista.

Poiché tale commento non è mai stato ritrovato fra i libri noti, Hausmann ha ritenuto che in realtà

non sia mai esistita una interpretazione di Marziale dovuta a Guarino. Una conclusione che allo

stato attuale delle conoscenze sembra la più probabile. Le testimonianze superstiti finora note del

lavoro esegetico-filologico di Battista, spesso indirette, si riepilogano dunque in breve: si occupò

della Rhetorica ad Herennium, del De senectute ciceroniano, del commento di Servio a Virgilio, di

Seneca tragico, di Giovenale, di Catullo e di Svetonio. Forse le difficoltà economiche che lo

afflissero nel periodo tardo della sua vita e che egli lamenta di frequente in testimonianze epistolari

si ripercossero negativamente sui suoi studi e rallentarono il suo impegno, che si diradò già dopo

la morte di Borso d’Este, principale protettore di Battista. Infine, Battista dedicò cure filologiche al

De raptu Proserpinae di Claudiano, un lavoro a cui si applicò forse nell’ultimo periodo della sua

attività.

LA LETTURA DEI CLASSICI NELLO STUDIUM URBIS TRA UMANESIMO E

RINASCIMENTO

Maurizio Campanelli, Maria Agata Pincelli

Dal quaderno di un ignoto studente romano è riemersa una “foto di gruppo” dei professori di

retorica dello Studium Urbis risalente all’inizio degli anni ’80, forse all’anno accademico 1480-81; si

tratta di una breve lettera, traccia per un esercizio di traduzione in latino; i professori citati sono i

seguenti: Pomponio, Filetico, Volsco, Marco, Tito Manlio e Sulpitio. La foto di gruppo è in realtà

una caricatura, che associa i nomi dei più affermati professori dello Studio ai testi sui quali nella

scuola medievale si imparavano i primi rudimenti del latino: il Doctrinale di Alessandro de Villadei, il

Dittochaeon di Prudenzio, il Liber Aesopi, il Salterio, la Ianua, la Chartula, gli epigrammi di

Prospero d’Aquitania. Nella goliardica ironia che lo caratterizza, il breve testo lascia trasparire

alcuni motivi che interessano tutta la storia degli studia humanitatis a Roma nel Quattrocento, quali

il rapporto tra l’insegnamento scolastico e quello universitario, la definizione dei programmi, i tempi

e i modi della lezione, la circolazione dei libri necessari all’insegnamento. Quando lo studente

scriveva la sua letterina, all’inizio degli anni ’80, la cultura umanistica aveva ormai vinto, almeno

sul piano teorico, la lunga battaglia contro metodi e strumenti della scuola medievale. Ma quei testi

continuavano ancora ad essere usati, sia pure sempre più marginalmente. Gaspare da Verona è il

primo professore di retorica dell’Università di Roma del cui insegnamento ci siano giunti dei

materiali significativi; la sua carriera romana era iniziata nel 1445 e terminò soltanto nel 1474, anno

della morte.

Leggere i classici a Roma fu una meta alla quale mirò un gran numero di umanisti. Roma

era la patria del latino e di tutta la cultura che in quella lingua si era espressa durante l’antichità;

Roma era la sede del pontefice e della Curia, che avevano assicurato al latino la sopravvivenza

durante i secoli bui del Medioevo e continuavano ad assicurargli un posto centrale nella vita

culturale dell’intera Europa. Lorenzo Valla insegnò nello Studio romano a partire dal 1450; del suo

magistero romano resta l’orazione inaugurale dell’anno accademico che egli recitò il 18 ottobre del

1455. In quest’orazione Valla si diffonde in un articolato elogio del latino, lingua madre di tutte le

discipline liberali. Le discipline nell’antichità hanno potuto svilupparsi e raggiungere la perfezione

grazie all’impero universale di Roma, che ha assicurato l’unità linguistica, presupposto

indispensabile di ogni progresso umano; la fine dell’impero ha quindi segnato l’inevitabile declino

delle discipline, andate in rovina con l’abbandono del latino nelle vecchie province romane d’Asia e

d’Africa; in Europa la cultura è invece stata salvata dalla sede apostolica, che ha preservato il

latino in quanto lingua sacra della religione cristiana. La Curia romana è dunque il centro non solo

spirituale, ma anche fisico dell’intera Europa, la comune patria elettiva di tutti gli uomini di cultura.

In quegli anni a Roma era ancora molto forte la contrapposizione tra il pontefice e l’antico

notabilato municipale, che aveva gestito il potere nella città durante i lunghi decenni dell’assenza

della Curia da Roma, ed ora se ne vedeva progressivamente esautorato; lo Studio, tradizionale

appannaggio della municipalità, era uno dei terreni di più forte tensione tra le due parti in conflitto.

Valla era giunto alla cattedra universitaria come uomo della Curia ed era inviso ai Riformatori dello

Studio, esponenti del ceto municipale. Il suo elogio della Curia, proiettato su un piano universale,

serviva anche alla lotta politica cittadina. Negli ultimi anni del pontificato di Sisto IV, Andrea Brenta,

altro professore di retorica che aveva nella Curia i propri referenti culturali e politici, fu chiamato a

tenere un’analoga prolusione; era l’autunno del 1482. Brenta fu meno audace del Valla e lodò una

per una le varie discipline, ma premise al tutto un elogio della lingua latina. L’esito era un appello

all’orgoglio della romanità. Le parole di Brenta mostrano che il tema stava diventando topico, ma

nel caso specifico esso serviva anche ad esorcizzare una realtà tutt’altro che serena, in cui lo

scontro politico si era trasformato in scontro militare e rischiava perciò di portare ad un’interruzione

dell’attività stessa dello Studio. Più oltre, Brenta fa anche un breve elogio di Roma, celebratissima

per gli esempi e gli insegnamenti degli antichi e dei moderni e fiorentissima negli studi di tutte le

arti liberali. Nel 1518, in pieno pontificato di Leone X, il fiorentino Zanobi Acciaiuoli, altro professore

di retorica dello Studio, scrisse e recitò un’Oratio in laudem Urbis Romae. Ogni velleità politica

della vecchia aristocrazia romana si era ormai spenta; i più si erano integrati in Curia. Nell’orazione

dell’Acciaiuoli ritorna il tema del latino come lingua comune dei dotti di ogni parte del mondo e

soprattutto come lingua materna delle arti e delle discipline liberali. L’idea di una Roma centro della

cultura europea è anche per loro un motivo di vanto. L’armonia prospettata dall’Acciaiuoli è tanto

irreale quanto significativa di una situazione politica profondamente mutata rispetto a quella che

aveva caratterizzato quasi tutto il Quattrocento. Nel 1512, verso la fine del pontificato di Giulio II,

era stato chiamato ad insegnare nello Studio romano Giovan Battista Pio, uno degli umanisti più

prestigiosi che si trovavano in quegli anni sul mercato accademico italiano. Succedeva a Pietro

Marso, un professore che si era formato alla scuola di Pomponio Leto, la più lontana dagli ambienti

pontifici, e che a Roma aveva svolto tutta la sua carriera accademica. Lo Studio era ormai

completamente nelle mani del pontefice. Le parole di esordio dell’orazione con cui inaugurò il suo

insegnamento romano ripetono i motivi della città domicilium sapientiae e del sincretismo tra la

Roma dei Cesari e quella dei Papi, confermando il cristallizzarsi di questi temi in topoi. Nella già

citata orazione inaugurale di Brenta, quello dei professori universitari è un quadro senza ombre.

Ma in altra sede lo stesso Brenta si era espresso in maniera esattamente opposta. La lettere al

cardinale napoletano Oliviero Carafa, suo patrono, dipinge lo Studio come un luogo dove regnano

insolenza, arroganza, ignoranza. In realtà la testimonianza della lettera al Carafa non è meno

letterariamente costruita di quella della prolusione. Non è neppure possibile considerarla

espressione di un sentimento privato poiché la lettera al Carafa andò in stampa in un incunabolo

senza note tipografiche intorno al 1482, lo stesso anno in cui Brenta tenne la sua orazione

inaugurale. Brenta non è l’unico a fornire un ritratto dello Studio dal volto duplice. Più

immediatamente legato a risentimenti personali è il giudizio di Martino Filetico, professore di greco

e di retorica nello Studium Urbis tra il 1468 e il 1483. Attaccato da alcuni suoi colleghi, identificabili

in alcuni membri dell’Accademia pomponiana, il Filetico, che pure aveva precedentemente

rappresentato lo Studio come una nuova scuola d’Atene, denuncia la presenza di uomini “per nulla

letterati, capaci di ogni cosa turpe e vizio”. Una lettera al Tortelli del giugno 1449 ci presenta un

Valla assai lontano dalle speculazioni sul ruolo dell’Impero e della Curia nella storia della cultura. In

quell’epoca Valla non era ancora professore nello Studio, ma teneva lezioni private in casa sua.

Dopo aver vissuto nella stessa abitazione con la madre, la sorella e il cognato, Valla si era

trasferito nel complesso edilizio dell’Università. Nella lettera al Tortelli descrive minutamente le

peripezie che la sua nuova sistemazione aveva comportato e ancora comportava. Le speranze del

Valla sono tutte riposte in Niccolò V, previa intercessione del Tortelli. L’anno successivo era

passato ad insegnare retorica nell’Università, in concorrenza col Trapezunzio e in difesa di

Quintiliano, idolo polemico del maestro greco, che fu presto indotto a cambiare aria, essendo

divenuta per lui insostenibile la convivenza col Valla.

L’istruzione universitaria nella Roma umanistica e rinascimentale era completamente

gratuita per gli studenti, né risulta che vi fossero numeri chiusi o altre forme di sbarramento

nell’accesso ai corsi. E gratuita era anche l’istruzione di base, affidata a dei maestri di grammatica

che dipendevano dallo Studio ed erano anch’essi, come i professori universitari, pagati con i

proventi della gabella vini forensis, che fu presto detta gabella Studii; ogni rione di Roma (in tutto

tredici) aveva il suo maestro di grammatica. Alla struttura pubblica si affiancavano gli insegnamenti

impartiti da maestri privati. In una realtà molto più piccola di quella odierna, il passo dalla

dimensione privata a quella pubblica e viceversa poteva essere breve. Nel 1449 Gaspare da

Verona dichiarava di aver insegnato per quattro anni nello Studio e di trovarsi momentaneamente

a riposo. In realtà Gaspare non era del tutto a riposo, ma impartiva lezioni private su classici di

base. I professori dello Studio venivano confermati di anno in anno tramite l’iscrizione nel rotulo,

una sorta di ordine degli studi pubblicato all’inizio dell’anno accademico. Ma a Roma c’erano

anche professori che tenevano corsi privati parallelamente all’insegnamento pubblico. Domizio

Calderini, ad esempio, professore nello Studio dal 1470 al 1478, teneva lezioni pubbliche e private

sullo stesso autore, forse perfino nello stesso anno accademico. Il suo non doveva essere un caso

isolato, dal momento che è possibile accostargli un’analoga notizia riguardante Pomponio Leto, il

quale teneva lezioni private nella sua celebre casa sul Quirinale. La compresenza di pubblico e

privato doveva verificarsi anche a livello dell’insegnamento inferiore, quello dei maestri rionali, che

presentava un quadro certamente ancor più fluido di quello universitario. Il fatto che i professori

universitari e maestri rionali dipendessero dalla medesima istruzione favoriva la mobilità fra i due

livelli. Nel 1481 Paolo Pompilio risulta essere maestro di grammatica nel rione Campo marzio,

l’anno successivo figura tra i professori di retorica dello Studio. Ma poteva verificarsi anche il caso

inverso. Tra le molte polemiche che caratterizzarono la vita dello Studio nel Quattrocento, una

delle più eclatanti fu quella che oppose Domizio Calderini ad Angelo Sabino. I due colleghi

pubblicarono quasi contemporaneamente di commenti a Giovenale, frutto delle loro lezioni,

scambiandosi reciproche accuse di plagio. Nei suoi Commentarii in Iuvenalem, Calderini termine

l’esposizione della terza satira con un poscritto, nel quale accenna ad una rumorosa cacciata del

Sabino dallo Studio per opera degli studenti. Non ci sono elementi per valutare la veridicità di

quanto Calderini scrive, ma è probabile che nell’estate del 1474 il Sabino si fosse realmente

allontanato dall’insegnamento universitario. Non era del resto la prima volta che Calderini parlava

della cacciata di un professore dallo Studio. A Roma, quindi, si passava dalla scuola all’Università,

ma poteva anche capitare di compiere il percorso inverso. Alla mobilità tra i livelli inferiori e quelli

superiori dell’insegnamento se ne affiancava un’altra, tra centro e periferia. Il caso più interessante

al riguardo è quello di Antonio Mancinelli, instancabile produttore di manuali ad uso delle scuole,

che insegnò nello Studio dal 1486 al 1491 e poi dalla fine del 1500 al 1505, quando morì. Negli

anni compresi fra questi due periodi, tenne lezione nelle scuole pubbliche di diverse città: Velletri,

Foligno ed Orvieto. Sappiamo poi che Mancinelli teneva lezioni nella casa in cui abitava. Egli pone

ai Folignati delle precise condizioni: oltre ad uno stipendio maggiore di quello percepito ad Orvieto,

chiede di avere un mese di ferie per poter ricollazionare con gli antichi manoscritti delle biblioteche

romane i testi degli autori sui quali avrebbe tenuto i corsi, già preparati, dell’anno successivo. A

questi patti, farà lezione ai Folignati e agli studenti forestieri senza ulteriori compensi. Già alla fine

del 1500 Mancinelli era tornato a Roma, dovrebbe avrebbe terminato la sua trentennale carriera di

docente. Meritevole di essere segnalato è anche il caso di Martino Filetico, che nel 1474, mentre

insegnava nello Studio, ricevette l’incarico di maestro di grammatica a Pistoia. Questa mobilità dei

professori richiedeva pronte sostituzioni, che talora hanno l’aspetto di semplici supplenze.

Gli statuti di Roma stabilivano che i professori fossero scelti dai Conservatori, da quattro

consiliarii, dai rappresentanti dei tredici rioni e da quattro studenti di diritto. Tutti costoro dovevano

nominare tre doctores di legge, uno di medicina e uno di grammatica, sempre e soltanto scelti tra i

forenses (cioè non romani), impegnandosi con un giuramento a scegliere i migliori e i più idonei,

mettendo da parte sentimenti e interessi personali; prima della nomina, dovevano dar pubblica

notizia a tutti coloro che avevano chiesto di essere nominati. Siamo nel 1363: una data molto alta,

quasi preistorica per gli studia humanitatis; il papa è ancora stanziato ad Avignone e a Roma e

nello Studio il potere è pressoché interamente nelle mani delle autorità municipali. Tornato il

pontefice, le cose cambiano presto. Le sorti dei primi professori di retorica di cui è possibile

documentare l’attività, Gaspare da Verona e Pietro Odo, sembrano dipendere unicamente dal

papa. All’inizio dell’anno accademico 1458-59 Pietro Odo presenta una petizione a Pio II per avere

un aumento di stipendio. Il papa lo stima, come poeta e come filologo, gli è anche umanamente

vicino; perciò con una bolla datata 24 ottobre ’59 gli concede uno stipendio di cento ducati d’oro

annui per il futuro triennio, per il quale era stato nominato. In materia di petizioni, Paolo Marsi

consegnò al papa un’autentica querimonia in versi, con un dettagliato elenco delle proprie miserie,

presentandosi come un poeta pronto a rinfoltire la schiera dei panegiristi di Sisto IV. L’affidamento

della cattedra di retorica al Valla nella seconda metà dell’anno accademico 1449-50 fu

un’operazione di profilo culturale. Valla, infatti, afferma di essere stato invitato ad insegnare, in

concorrenza con Trapezunzio, da “moltissimi uomini esperti nell’arte oratoria”, i quali si erano rivolti

ad alcuni cardinali affinché gli venisse assegnata la cattedra di retorica con uno stipendio pari a

quello del Trapezunzio; tutto ciò perché vi fosse qualcuno nello Studio in grado di contrastare la

dottrina antiquintilianea del maestro greco. La cosa avvenne all’insaputa del pontefice. La manovra

ebbe successo perché l’anno seguente il Trapezunzio preferì andare via dallo Studio, ma Valla si

trovò presto a dover affrontare una situazione difficile. Verso l’ottobre del 1451, Niccolò V era

intervenuto pesantemente sull’organico dei professori, licenziando i non romani; a tal fine si era

fatto portare un rotulo con l’elenco dei cives. Nel rotulo non c’era il nome del Valla, il quale dovette

scrivere un’accorata lettera al Tortelli per rivendicare la propria romanità. L’iniziativa di escludere i

professori forestieri era partita dai Riformatori dello Studio che non avevano mai nutrito sentimenti

positivi nei confronti del Valla. Alla cattedra di retorica presso lo Studium Urbis approdava nel 1475

un altro celebre umanista, Francesco Filelfo. La nomina giunse da Sisto IV con la promessa del

favoloso stipendio di seicento fiorini e Filelfo, che aveva ormai settantasette anni, si catapultò a

Roma, dove iniziò un corso sulle Tusculanae disputationes, l’unico documentato del suo breve

soggiorno romano. Dopo il papa, molto potevano nella nomina e nelle successive fortune di un

professore dello Studio anche i circoli che si raccoglievano intorno a personaggi eminenti della

Curia, ai cardinali di maggior peso politico o culturale. Domizio Calderini ebbe la cattedra nel 1470,

dopo essere divenuto segretario del Bessarione, dando man forte al cardinale nella polemica

contro il Trapezunzio. Quando anche il Riario morì, Calderini strinse rapporti con il potente Giuliano

della Rovere, il futuro Giulio II, che nel 1476 seguì in una memorabile legazione ad Avignone.

Dall’entourage di un cardinale veniva anche Andrea Brenta, segretario di Oliviero Carafa, il

cardinale napoletano che pure raccolse intorno a sé un cenacolo umanistico; Brenta seguì le

vicende del suo patrono, entrando presto nelle grazie di Sisto IV e assicurandosi così una carriera

in costante ascesa. Molto più raramente capita di poter ricondurre la nomina o le fortune di un

professore di retorica dello Studio agli ambienti municipali. Un caso in tal senso è quello di Martino

Filetico, il quale cominciò ad insegnare nello Studium Urbis nel 1468-69 soprattutto grazie

all’intervento di Antonio Colonna, prefetto di Roma e membro della più potente e riottosa nobiltà

cittadina; la sua nomina era stata comunque decretata da Paolo II. Quasi tutti gli umanisti

professori nello Studio fanno capo al pontefice o a personaggi in vista della Curia, e questo in

un’epoca in cui la presenza dell’elemento municipale nel corpo docente dell’Università è ancora

fortissima. In realtà la classe dirigente cittadina aveva i propri capisaldi in altri ambiti disciplinari,

soprattutto nell’insegnamento del diritto; la retorica era necessariamente appannaggio di umanisti,

tutti non romani, che trovavano nel mecenatismo pontificio e curiale le fonti prime, e spesso

uniche, del loro sostentamento. Se ci spostiamo in avanti di qualche decennio, durante il

pontificato di Leone X, troviamo dinamiche non diverse da quelle viste in atto finora. Nei primi due

anni di pontificato Leone X emise due bolle riguardanti lo Studio, con le quali confermò o assegnò

all’elemento romano varie prerogative nell’amministrazione dell’università. Nel 1514 Aulo Giano

Parrasio era, nell’ambito degli studi classici, uno dei professori di maggior prestigio tra quelli

circolanti sulla scena italiana. La nomina fu annunciata al Parrasio dal cognato Basilio Calcondila,

professore di greco nello Studium Urbis, con una lettera del 31 agosto 1514. Parrasio accettò e si

trasferì a Roma. Ma le sue condizioni di salute, già molto precarie, andarono peggiorando, al punto

che nel 1517 chiese al papa di essere esonerato dall’insegnamento. Il papa gli chiese di

continuare ancora un anno. Parrasio dice di aver acconsentito alla richiesta del papa perché un

eventuale diniego non sembrasse un’avventata smentita delle decisioni papali. L’anno seguente

Leone X concesse al Parrasio di ritirarsi dall’insegnamento e gli assegnò una pensione di 20 ducati

d’oro al mese. È questa l’unica notizia a nostra conoscenza di una pensione assegnata ad un

professore dello Studio non più in grado di lavorare. Nel Quattrocento, la più colorita testimonianza

sugli stipendi universitari viene da un professore di diritti civile, Stefano Infessura, indomito

esponente del ceto municipale, che riferisce un dialogo tra Sisto IV, al quale era ostilissimo, e

Giovanni Marcellini, Riformatore dello Studio. Quest’ultimo chiede al papa che venga pagata ai

dottori la pecunia debita. Le testimonianze dei diretti interessati delineano in verità un panorama

decisamente monotono: chi parla degli stipendi, o meglio del proprio stipendio, lo fa in genere per

lamentare l’esiguità e l’episodicità, e per noi è tutt’altro che agevole capire quale sia l’esatta

percentuale di verità che in queste lamentele si cela. La cosa certa è che gli stipendi, sia che

fossero reali sia che restassero soltanto sulla carta, non erano uguali per tutti; al contrario

variavano molto, e questa variazione era dovuta al prestigio e al numero di studenti che un

professore poteva vantare.

Per preparare un corso occorrevano i libri, in primo luogo i manoscritti, antichi, autorevoli o

almeno affidabili, con i quali collazionare il testo dell’autore scelto come oggetto del corso, affinché

l’esegesi potesse fondarsi su basi certe. Poi servivano i libri degli altri autori, latini e greci, per

poter costruire l’edificio esegetico che si esibiva nella lezione universitaria. Chi aveva fatto della

filologia e dell’insegnamento la propria professione non possedeva di norma grandi biblioteche e

tanto meno raccolte di manoscritti antichi, sia per la scarsezza di mezzi finanziari sia per la vita

itinerante che spesso era costretto a condurre. L’apertura al pubblico della biblioteca Vaticana,

voluta già da Niccolò V e realizzata finalmente da Sisto IV nel 1475, mise uno straordinario tesoro

di manoscritti a disposizione dei professori e degli studiosi tutti. I manoscritti si potevano pure

ottenere in prestito. Anche in questo caso la biblioteca Vaticana offre un prezioso materiale al

riguardo, essendosi conservati registri in cui venivano annotate le ricevute di prestito e le relative

restituzioni. In questi registri ricorrono i nomi di molti dei professori dello Studio: Brenta, Calderini,

Mancinelli, Pomponio Leto, Sulpizio da Veroli, Inghirami. I libri occorrevano ovviamente anche agli

studenti, almeno una copia del testo che il professore spiegava a lezione. Procurarsi i libri per uno

studente poteva essere un’impresa assai onerosa; certo era uno dei problemi principali a cui far

fronte. Esisteva ovviamente un mercato del libro universitario, in cui si operavano vere e proprie

speculazioni, quali il rincaro dei prezzi in concomitanza con l’inizio dei corsi, fenomeno sul quale

possediamo una chiara testimonianza di Lorenzo Valla. I costi, negli anni di Valla e anche in

seguito, dovevano essere in media piuttosto elevati, e sicuramente il modo più economico che uno

studente aveva per procurarsi un libro era quello di trascriverselo di proprio pugno, sebbene anche

per questa operazione fosse necessario trovare un manoscritto atto a fungere da antigrafo. Questo

stato di cose mutò, in maniera tanto improvvisa quanto radicale, con l’avvento della stampa. Tra la

fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, quando il nuovo mezzo cominciò a diffondersi in Italia,

Roma ebbe un ruolo d’avanguardia nella rivoluzione allora in atto. A Roma apparvero le editiones

principes dei più importanti classici latini. Ora anche i libri maggiormente richiesti non costano più

della carta o della pergamena vergini. I professori più giovani seppero subito approfittare di queste

opportunità, e la stampa entrò con prepotenza nella vita universitaria. Alcune edizioni di testi

classici furono preparate appositamente per i corsi. Al di là dei testi che erano oggetto dei corsi, la

stampa consentiva più o meno a tutti, inclusi gli studenti, di formarsi una biblioteca comprendente

anche opere enciclopediche. La stampa d’altra parte agì in profondità, mutò le prospettive culturali

di tale lavoro. Le edizioni a stampa comportavano anche la responsabilità scientifica del testo,

costituito appositamente per essere proposto al pubblico vasto e sconosciuto dei potenziali

acquirenti del prodotto, secondo una logica di gran lunga da quella che regolava la produzione e la

diffusione del libro manoscritto. Non di rado questa responsabilità scientifica era assunta da figure

di primo piano della cultura umanistica e dello stesso panorama universitario. Adottare, come testo

base di un corso, edizioni curate da nomi di qualche rilievo poteva essere una scelta di comodo,

dovuta alla facile reperibilità e al basso costo, ma era pure una scelta che obbligava il professore a

dialogare, di fronte ad un pubblico uditorio, non solo con l’autore antico ma anche con il curatore

dell’edizione, discutendone, quasi sempre in chiave polemica, le scelte testuali. Le stampe

spingevano ad una rinnovata indagine della stessa, al recupero delle scaturigini di quella

tradizione, i manoscritti più antichi, portatori di un testo genuino da contrapporre a quello rivisitato

dai moderni.

L’anno accademico cominciava il 18 ottobre, festa di s. Luca, e terminava il 29 giugno, festa

dei ss. Pietro e Paolo. Durante questi mesi, se l’attività didattica non veniva sospesa per motivi

esterni allo Studio, si faceva lezione quasi ininterrottamente. Le lezioni si svolgevano infatti sia al

mattino che al pomeriggio, e non erano limitate ai giorni feriali. La prima lezione della giornata si

svolgeva quand’era ancora notte fonda. Le testimonianze non lasciano adito a dubbi. In un’epistola

al Tortelli, databile tra il 1450 e il 1451, Gaspare da Verona pregustava un periodo di vacanza

durante il quale dormire per tutto il giorno, per poter recuperare il sonno perduto nel far lezione

prima che suonasse la campana della Minerva. Sembra che Pomponio Leto non facesse lezione

se non in ore antelucane. Marco Antonio Sabellico lo descrive armato di lanterna, quando le notti

erano senza luna. Michele Ferno ricorda che le sue lezioni si tenevano sempre al canto del gallo,

con qualsiasi tempo, e che l’ora non spaventava gli studenti, anzi si formava talora una

lunghissima fila di auditores costretti a rimanere all’aperto, non riuscendo ad entrare in aula. Forse

la fama di Pomponio fece sì che le lezioni antelucane divenissero istituzionali nello Studio romano;

certamente esse continuarono a lungo anche dopo la morte del vecchio maestro. La durata delle

singole lezioni doveva aggirarsi sulla classica ora; era comunque cura del professore interrompersi

prima che l’attenzione degli studenti cominciasse a declinare. Le lezioni si svolgevano in latino,

come dimostrano le recollectae, ovvero gli appunti presi a lezione dagli studenti. Le lezioni in

volgare erano una rara eccezione, attribuita in genere all’incapacità del docente di esprimersi

correntemente in latino e perciò guardata con sospetto. Naturalmente il latino usato dai professori

a lezione era piuttosto elementare, disadorno, ripetitivo: si trattava di una lingua di servizio. L’uso di

parole volgari era un espediente al quale la maggior parte dei docenti ricorreva in abbondanza per

imprimere nella mente degli allievi il significato di vocaboli tecnici o designanti particolari oggetti. Il

contesto latino in cui sono inserite funge inoltre da glossa e da commento per il lettore moderno, la

cui prospettiva è ribaltata rispetto a quella degli studenti quattrocenteschi. Bisogna comunque

tener presente che il dialetto del professore spesso non era quello degli studenti; capita quindi che

in questo genere di glosse venga sottolineata la provenienza dei termini, con riferimento anche a

costumi e tradizioni locali. Le Prealectiones in Catullum di Pierio Valeriano offrono alcuni esempi in

tal senso.

Alcuni professori facevano lezione tenendo di fronte a sé un proprio testo scritto, un

canovaccio, di provvisorietà variabile, al quale attingere i materiali che via via esponevano agli

studenti. Il Sabellico, nella sua biografia di Pomponio Leto, rivela che il maestro rifuggiva da ogni

discorso improvvisato e che a lezione non diceva nulla che non leggesse in un codice scritto di suo

pugno. Forse avere davanti un testo scritto aiutava Pomponio a superare il suo difetto di

pronuncia, ma certamente egli aveva l’abitudine di trascrivere personalmente i testi degli autori che

erano oggetto del suo interesse, e di guarnirli di una fitta, minuziosa postillatura. Che Pomponio se

ne servisse a lezione è testimoniato da Michele Ferno. Trascrivere di proprio pugno i codici era

dunque per Pomponio anche una garanzia di correttezza testuale. Durante la lezione, che

consisteva nella lettura e nel commento del testo, gli studenti trascrivevano nei propri quaderni le

parole del professore. Erano questi gli appunti, detti recollectae o dictata, che al termine del corso

arrivavano a configurare già degli embrionali commentarii. Gli appunti divennero così un passaggio

cruciale nell’iter che portava alla pubblicazione di un commento. Gli studenti annotavano

implacabilmente ogni parola pronunciata dal professore a lezione; poi si portavano questi materiali

a casa e li disponevano in ordine. A questo punto il professore, se voleva pubblicare il suo lavoro,

non poteva che prendere come testo di riferimento questi appunti risistemati. La natura degli

appunti era istituzionalmente ambigua; si trattava infatti di testi provvisori e formalmente inediti,

destinati a non uscire dal chiuso dell’aula. Questo in teoria; la realtà era ben altra. Gli appunti degli

studenti avevano una rapida quanto incontrollabile circolazione all’interno dello Studio e della città,

arrivando talora a diffondersi anche in posti lontani, come fu il caso delle lezioni virgiliane di

Pomponio Leto, stampate clandestinamente a Brescia nel 1490 da Daniele Gaetani in un’edizione

talmente scorretta che Pomponio dovette intervenire in prima persona per sconfessarne la

paternità. Quegli appunti costituivano una prima edizione ufficiosa del lavoro, con la quale

bisognava fare i conti, e dalla quale anzi occorreva partire. I rischi derivanti dalla diffusione

clandestina erano di due ordini. Il primo rischio era quello dei plagi, la possibilità che altri,

sfruttando gli appunti, soffiassero al professore i propri inventa. Il secondo rischio, speculare, era

che gli onnipresenti nemici si servissero di materiali ancora in fase di elaborazione per screditare il

professore alle cui lezioni erano stati presi gli appunti. In una fase dell’estenuante polemica che lo

oppose a Niccolò Perotti, Calderini pregò l’avversario di non basarsi sugli appunti degli studenti per

giudicare il suo lavoro sui testi di Marziale. Alla laboriosa revisione cui i materiali delle lezioni

venivano sottoposti per essere trasformati in un commento in grado di reggere la prova della

stampa, Calderini accenna anche nella lettera a Sinibaldi, nella quale pure affiora un accenno al

rischio dei plagi cui gli appunti, anonimi, erano soggetti. Raggiunto il prodotto finito, lo si poteva

proporre come pietra di paragone di tutto ciò che fino a quel momento circolava e che avrebbe

circolato in futuro sotto il nome dell’autore. Tale funzione Calderini attribuiva alla stampa dei

Commentarii in Martialem. Calderini si dice praticamente sicuro che molto circolerà di suo, ma

scorretto e forse sotto il nome d’altri; il testo da lui redatto sarebbe stato l’exemplum sul quale

verificare l’attendibilità di questi materiali ufficiosi o senz’altra clandestini, per correggerli o per

bollarli, nei casi disperati, con un marchio d’apocrifia. Calderini ed Angelo Sabino si trovarono ad

insegnare presso lo Studio negli stessi anni, ed entrambi fecero corsi su Giovenale; la rivalità era

inevitabile, e degnerò presto in aperta polemica. Il 9 agosto del 1474 uscirono a Roma i Paradoxa

in Iuvenali del Sabino, un commento a Giovenale dedicato a Perotti. Il Sabino, prima di mandare in

tipografia i Paradoxa, si procurò le recollectae delle lezioni di Domizio, onde poter asserire che

gran parte dei materiali di quelle era stata tratta di peso dalla sua opera. La stampa dei Paradoxa,

nelle parole dei Sabino, era dunque nata con lo scopo di dimostrare i plagi e mostrare gli errori

dell’avversario. Calderini da parte sua lavorò a tappe forzate ai Commentarii in Iuvenalem, il cui

codice di dedica, presentato a Giuliano de’ Medici, egli poté sottoscrivere il 1° settembre del 1474,

in perfette simmetria con il codice di dedica del commento a Marziale, presentato a Lorenzo un

anno avanti. Calderini si procurò comunque una copia dei Paradoxa del Sabino quasi certamente

prima del 9 agosto, in tempo utile per inserire nel proprio commento oltre cento passi polemici

contro l’ex collega. Calderini rivolgeva all’avversario un’accusa speculare a quella che questi

aveva rivolto a lui, l’accusa di essersi abusivamente servito delle recollectae studentesche.

Calderini, poi, non si limita alle affermazioni generiche; quando gli è possibile, entra nei dettagli,

tentando di dimostrare gli avvenuti plagi. Ne vengono fuori passi che rivelano gli inevitabili

inconvenienti cui andava incontro chi si serviva di un materiale infido, quali erano gli appunti di uno

studente, senza sottoporlo al necessario esame critico. Il più significativo documento di un uso

delle recollectae studentesche per minare il prestigio di un collega sgradito sono le due invettive In

corruptores Latinitatis di Martino Filetico, tutte dedicate a respingere le accuse che un gruppo di

anonimi avversari, in cui non è difficile riconoscere i più agguerriti membri dell’Accademia

pomponiana, aveva rivolto all’anziano professore prendendo spunto dall’esegesi di alcuni passi

virgiliani che egli aveva proposto a lezione. La partita, molto evidentemente, si è giocata sugli

appunti di studenti poco accorti. Infatti, a proposito di Aen. 1, 68, il Filetico aveva parlato a lezione

della provenienza dei Penati troiani da Samotracia, ma i suoi avversari lo accusavano di aver detto

“Salamandram”. La non facile e inconsueta parola Samothracia, pronunciata dal Filetico a lezione,

non era stata compresa da uno studente, il quale l’aveva trasformata in una, certo più familiare, ma

completamente priva di senso in quel contesto, Sandra o Salamandra. I dotti pomponiani, che su

quegli appunti si erano basati per lavare il capo al Filetico, avevano pensato che quei due assurdi

nomi fossero una storpiatura, dovuta all’ignoranza del collega, del nome dell’antico grammatico

Santra, autore di un De antiquitate verborum, citato da Nonio e da Festo, scrittori che per

Pomponio e i suoi allievi erano di quotidiana lettura. I pomponiani insomma aveva corretto

congetturalmente l’errore dello studente. La storia dello Studium Urbis in età umanistico-

rinascimentale fu fatta anche da malintesi di questo genere. L’eventualità che lo studente, nella

fretta del prendere appunti, non capisse una o più parole del professore e trascrivesse fischi per

fiaschi, era tutt’altro che remota, e naturalmente aumentava quanto più cresceva la difficoltà delle

parole citate dal docente. Le punte massime di incomprensione si toccavano con il greco.

I professori e gli studenti, gli appunti e la stampa, apparentemente poli opposti,

costituiscono dunque un groviglio inestricabile, nel mondo comunque ristretto dello Studio romano

tra Quattro e Cinquecento. Ancora Calderini racconta di spedizioni in tipografia, accompagnato da

studenti, alla ricerca delle ultime novità editoriali; ci poteva anche scappare un improvvisato

seminario, come quando si misero a leggere un codex di Marziale emendato da Perotti, pronto a

servire come modello di un’imminente edizione. Calderini prega quindi Carafa, il dedicatario della

Defensio, di avvertire Perotti perché corregga l’esemplare di tipografia, evitando che l’errore si

propaghi in tutte le copie della futura edizione. La stampa ebbe la capacità di radicalizzare gli

errori, diffondendoli in centinaia di copie, che rischiavano di obliterare per sempre le lezioni

genuine conservate in isolati manoscritti, da nessuno più consultati. Calderini era anche riuscito ad

avere il codex della Naturalis historia di Plinio che Perotti aveva corretto e affidato ai tipografi come

exemplum per l’edizione da lui curata. Poiché questa stampa non recava nessun segno esteriore

che ne attestasse la paternità perottina, Calderini teneva presso di sé l’exemplum come una

specie di trofeo, cercando di dargli la massima pubblicità, onde poter meglio denigrare l’avversario.

Ancora una volta vediamo l’universo della parola stampata e quello della parola manoscritta

entrare in corto circuito nel quotidiano lavoro di un professore universitario. La tipografia era uno

degli ambienti di lavoro di un professore dello Studium Urbis negli anni ’70 del Quattrocento. Nei

decenni successivi l’editoria dei classici a Roma perse vistosamente terreno, a favore soprattutto

di Venezia. Se le tipografie diminuirono, non vennero certo meno le botteghe dei librai, e i

professori continuarono a frequentarle, magari in compagnia degli studenti, improvvisando

seminari su libri appena usciti dai torchi dei tipografi.

Porre un argine alla circolazione non autorizzata delle recollectae era per i professori

un’impresa quasi disperata anche in ragione dell’alto numero di studenti che frequentavano le loro

lezioni. Abbiamo visto Gaspare da Verona pronto a far lezione prima dell’alba a cento persone,

Calderini affermare che le sue lezioni su Giovenale erano state raccolte da almeno duecento

ascoltatori, Michele Ferno e Parolo Cortesi ricordare l’inverosimile folla che si accalcava fin fuori

dell’aula alle lezioni di Pomponio Leto, impedendo di entrare al professore stesso. Una situazione

analoga si verificava alle lezioni del Parrasio, stando ad alcuni versi di Nicola Salerno. Un uditorio

non solo nutrito dunque, ma anche di respiro europeo, che non doveva essere inusuale in una città

cosmopolita come Roma. Dell’alto afflusso di studenti alle lezioni di Martino Filetico testimonia

l’auditor Mariano da Preneste, frequentatore di un corso su Persio. Il numero di studenti poteva

variare di lezione in lezione, sia per motivi occasionali, sia in relazione al crescere o al decrescere

della fama del docente. Poteva anche capitare che gli studenti abbandonassero un professore per

passare ad un altro, capace di esercitare un maggior fascino sull’uditorio; la cosa non era priva di

risvolti pratici, dato che le fortune di un professore dipendevano molto anche dal numero di

studenti disposti a seguirlo. Persino Pomponio Leto negli anni ’70, quando aveva da poco riavuto

la cattedra nello Studio, persa in seguito alle vicende della presunta congiura contro Paolo II, dové

subire la concorrenza di Calderini, che gli sottraeva ascoltatori in massa. Alle lezioni universitarie

poteva assistere chiunque. Capitava anche che tra gli ascoltatori vi fossero altri docenti, e in questi

casi non ne scaturiva quasi mai nulla di buono. Le lezioni dei maggiori professori costituiva

comunque un piccolo evento, non privo di una componente spettacolare. La prima legge era quella

di non annoiare gli ascoltatori; a tal fine si cercava di stupirli con cose sempre nuove, evitando

accuratamente le ripetizioni. Molto importante era anche la dizione, il modo di impostare la voce,

che rispondeva anche alla contingente necessità di farsi seguire da un uditorio numeroso e

disparato: l’attenzione degli studenti il professore doveva conquistarsela non solo con i contenuti

che era in grado di esibire, ma anche con il suo stile espositivo. I biografi del Leto insistono sulle

capacità oratorie del celebre professore. Michele Ferno sottolinea invece che il noto difetto di

Pronuncia di Pomponio era in realtà affettato e non lasciava alcuna traccia di sé quando il maestro

saliva in cattedra. La testimonianza insiste quindi sulla piacevolezza che la voce di Pomponio

aveva a lezione. Sulla questione della balbuzie di Pomponio, si dovrà anche tener presente il

carme in faleci vergato nell’ultima pagina di un incunabolo di Sallustio, all’inizio del quale si

conserva manoscritta una prolusione ad un corso sullo storico antico con il titolo “Sub Pomponio in

Salustium”. Il carme è una preghiera che gli studenti rivolgono al maestro affinché la ripresa delle

lezioni, dopo lunghe vacanze, non sia traumatica. I riferimenti sono in particolare alla faticosa

operazione del prendere appunti, per cui occorreva un certo allenamento, che gli studenti avevano

perduto nel periodo di inattività: la voce sarà lo strumento della clemenza di Pomponio. Ai

professori migliori non mancavano certo le armi per meglio tener viva l’attenzione degli autitores; a

tal fine essi potevano inserire nel loro dettato riferimenti all’attualità, o meglio ancora alle proprie

esperienze personali, fornendo talora anche un supplemento d’informazione, più accattivante in

quanto di matrice non libresca. Pomponio Leto disseminò i suoi postillati, i suoi commenti e i suoi

dictata di note relative ai luoghi e agli usi e costumi delle popolazioni che gli era capitato di

osservare negli itinerari da lui seguiti in Oriente; sono le cosiddette note scitiche, il cui esotismo

non poteva non esercitare un forte fascino sugli studenti, proiettando la figura del maestro in un

alone quasi favoloso. Gli studenti potevano avere un ruolo attivo nella lezione, modificando con le

loro richieste i percorsi esegetici stabiliti dal professore.

Pierio Valeriano ci ha lasciato un codice deontologico del professore di retorica nell’età

umanistico-rinascimentale, di un respiro solenne, che non ha eguali fra le dichiarazioni

programmatiche e di metodo che capita di leggere negli scritti degli altri personaggi fin qui citati.

L’occasione gli fu offerta dal discorso che tenne prendendo possesso della cattedra a lui affidata

nello Studio. Richiamandosi all’esempio di Pericle, Valeriano finge di parlare con gli insignia della

sua professione, ovvero il liber (o codex), la cathedra e gli auditorium subsellia. Mettendo in

parallelo passi di autori diversi che parlavano degli stessi oggetti, si sviluppavano i germi di una

critica delle fonti, che molti seppero percorrere con buon acume critico e soddisfacenti risultati.

Combinando fonti diverse, si potevano recuperare lacerti della letteratura antica perduta. Se le

fonti parallele rimasero sempre la strada maestra dell’esegesi e della filologia esibita a lezione, gli

strumenti con cui aggredire il testo preso in esame potevano essere anche altri. Quelli di maggior

fascino erano certamente i manoscritti antichi e l’epigrafia. Il ricorso alle lezioni di manoscritti di

veneranda antichità per risolvere le corruttele dei testi ricevette un forte impulso dall’avvento della

stampa, e in particolare dalle polemiche che dalle edizioni e dai commenti pubblicati a stampa

traevano spunto. Nelle Praelectiones di Valeriano troviamo continui riferimenti a manoscritti antichi,

che il professore generalmente impugna come un’arma sicura per sconfessare gli emendamenti

gratuiti dei moderni o le corruttele disseminate nelle stampe. Egli, nel corso su Catullo come nelle

Castigationes virgiliane, va spesso oltre la lezione dei manoscritti, per prendere in esame la

maggiore o minore efficacia poetica delle possibili varianti del testo, ma non manca mai di

informare sullo stato della tradizione manoscritta. A quest’altezza, le celebri edizioni curate da

Manuzio e dai suoi eredi erano ormai testi normativi; discuterle esplicitamente a lezione voleva dire

calare gli studenti nel vivo del dibattito culturale del tempo. Vale la pena di notare che le prime

edizioni a stampa, contro le quali spessi si erano scagliati i professori della generazione di

Calderini, per Valeriano erano ormai delle pacifiche auctoritates, che potevano essere citate sullo

stesso piano dei manoscritti. Il bagaglio di conoscenze che lo studente acquisiva nel suo

curriculum di studi classici poteva prevedere anche nozioni di paleografia, intesa come sussidio

della filologia, come strumento utile, e talora risolutivo, nel lavoro di emendazione dei testi.

Sui programmi dei corsi, ovvero sulla scelta degli autori che sarebbero stati oggetti delle

lezioni, non mancano le dirette testimonianze dei professori. Quando Gaspare da Verona scriveva

a Niccolò V di esser pronto a commentare le altre satire di Giovenale o il De officiis ciceroniano o il

De vita Caesarum di Svetonio, certamente chiamava in causa autori sui quali si era esercitata la

sua attività didattica. Nel 1449, anno della redazione del commento, Gaspare, che aveva perso la

cattedra per esser tornato a Roma con due mesi di ritardo da un viaggio in Campania, tenne

lezioni private, che riguardarono Terenzio, Virgilio e Cicerone, autori canonici dei curricula

scolastici, ma abbondantemente frequentati anche nei corsi universitari. All’incirca nello stesso

periodo in cui Gaspare componeva il suo commento a Giovenale, Pietro Odo descriveva la sua

giornata di docente in un’epistola al Tortelli. Cominciando al mattino, appena alzato, Pietro svolge

dapprima una lezione di grammatica, quindi spiega le Georgiche di Virgilio, poi le Metamorfosi di

Ovidio, poi di nuovo grammatica. Una pausa per un breve pranzo, di sordida frugalità, e un ancor

più breve riposo, e Pietro è di nuovo sulla trita cathedra a spiegare le odi di Orazio. Viene poi il

momento degli esercizi: l’epistola recitata in coro da tutta la classe; il maestro che ascolta e verifica

gli esercizi degli studenti. Così si fa sera. E non c’è riposo neppure nei giorni di festa, dedicati

all’esposizione del Somnium Scipionis, lungo frammento del De republica di Cicerone tradito da

Macrobio, che ha goduto di un’ininterrotta fortuna nelle scuole dal tardo Medioevo ai giorni nostri.

I corsi universitari potevano anche seguire una programmazione pluriennale. In questi casi

il professore accompagnava gli studenti lungo un iter culturale articolato in più tappe, che

andavano dall’acquisizione di una conoscenza compiuta, ma passiva della letteratura e della

cultura classiche fino al momento in cui gli studenti avrebbero dovuto apprendere le tecniche

dell’arte oratoria, per poter mettere a frutto con lo scritto e con la parola il bagaglio di nozioni in

precedenza acquisite. Una perfetta padronanza dell’arte oratoria è la meta cui i giovani sono attesi

dalle autorità che presiedono allo Studio. Di Calderini si è conservata anche una prolusione ad un

corso sul De officiis di Cicerone, la quale si apre con l’affermazione che la ratio delle prolusioni

tenute negli anni precedenti non poteva più essere reiterata. Quegli studenti infatti avevano fatto

tali progressi da raggiungere pienamente gli obiettivi fissati all’inizio del loro corso di studi e quindi

non avevano più bisogno di simili esortazioni. È probabile che questi studenti che si apprestavano

a seguire il corso sul De officiis fossero gli stessi che avevano seguito il corso sul De oratore: si

delineerebbe così un compiuto iter di studi universitari, che partiva da un’educazione di natura

filologica e storico-antiquaria, passava per lo studio dell’oratoria e del bello scrivere, terminava con

delle istituzioni di etica, che avrebbero fornito agli studenti le coordinate ideali in cui disporre il

sapere fino ad allora acquisito. In realtà, nella prassi dell’insegnamento capitava quasi sempre che

questi piani finissero per sovrapporsi. Ma sui corsi tenuti da Calderini nello Studium Urbis

possediamo una testimonianza straordinariamente dettagliata, unica nel suo genere, dovuta

all’allora studente Angelo Callimaco, che nella lettera scritta al fratello da Velletri nel luglio del 1478

fornisce un catalogo dei corsi di Domizio che certamente abbraccia buona parte dei suoi circa otto

anni d’insegnamento. Callimaco non lo dice in maniera esplicita, ma è probabile che si tratti dei

corsi che egli aveva seguito di persona, durante i vari anni in cui fu tra gli auditores di Calderini. Gli

autori sono Marziale, Giovenale, Stazio, Silio Italico, Virgilio, Quintiliano, Cicerone, Ovidio,

Properzio, Svetonio. Una testimonianza che potremmo definire trasversale è quella di Pietro

Marso, il quale nella lettera di dedica del suo commento ai Punica ricordava che il primo a

commentare Silio Italico nello Studium Urbis era stato Pietro Odo. Lo avevano seguito Pomponio

Leto e Calderini, maestri del Marso, che sul loro lavoro si era basato nella redazione del suo

commento. I Fasti di Ovidio ebbero duratura fortuna in ambiente pomponiano. Nel ricostruire la

storia dell’esegesi dell’incompiuto poema, Paolo Marso ricordava il fondamentale contributo dato

da Pomponio, quindi il lavoro comune condotto da lui stesso e dal Volsco. Paolo Marso aveva

svolto corsi sulle Odi di Orazio e sui Tristia di Ovidio; l’anno successivo lo aveva dedicato ai Fasti.

Ogni professore aveva un suo repertorio, i suoi cavalli di battaglia, che tendeva a riproporre nel

corso della propria carriera. Sono noti almeno due corsi su Varrone tenuti da Pomponio Leto nel

1480 e nel 1485, ma è molto probabile che ce ne siano stati anche altri. Macinelli nel 1487 aveva

tenuto un corso sulle Bucoliche e le Georgiche. Una carta tendenza dei professori a ripetere corsi

sugli stessi autori era rilevata anche da Pierio Valeriano. Ma replicare i corsi a breve distanza di

tempo l’uno dall’altro, rimanere a lungo sugli stessi autori, era una prassi che metteva a

repentaglio l’autorevolezza del professore.

Che gli studenti potessero influire sulla scelta degli autori oggetto dei corsi sembrerebbe

confermato anche dal Valeriano, il quale sostiene che la prima ragione per cui ha scelto Catullo

sono state le quotidiane, pressanti richieste in tal senso che gli venivano dagli studenti. Sta di fatto

che anche l’anno seguente Valeriano tornerà a chiamare in causa gli studenti. Nella prealectio

XXII, con la quale riprendeva le lezioni dopo la pausa estiva, Valeriano ricorda che l’anno prima

aveva deciso in partenza di evitare i carmi osceni; non gli era dunque pesato, una volta giunto a

quelle poesie, di interrompere il corso, dato che doveva rientrare in patria. Ora che le sue lezioni

ricominciavano, avrebbe voluto leggere le Epistole di Orazio, testi di forte spessore etico. Ma gli

studenti non glielo consentivano, così come non gli concedevano di glissare sui carmi osceni.

Tornando alle variazioni dei programmi, occorre dire che, al di là delle esigenze degli studenti e

delle leggi non scritte che regolavano i rapporti tra i professori, autori e stesti potevano saltare a

favore di altri, anche per situazioni contingenti, che non potevano esser previste con lo stesso

anticipo con cui si dedicavano i programmi per il futuro. Ci sono autori e testi che risultano

stabilmente presenti nei programmi universitari, e talora anche in quelli scolastici: il De oratore e il

De officiis di Cicerone, l’Eneide e le Georgiche di Virgilio, Giovenale e Terenzio. Sono autori e testi

istituzionali, atti a coprire uno spettro disciplinare piuttosto ampio, dall’oratoria all’etica, dalla poesia

epica a quella didascalica, dalla satira alla commedia. La lettura di queste opere doveva fornire

agli studenti gli indispensabili ferri del mestiere. Vi è poi una seconda categoria di autori, che

ebbero una fortuna straordinaria, ma limitata entro una specifica fase. Gli esempi più significativi

sono quelli dei Punica di Silio Italico e dei Fasti di Ovidio, le due epopee in versi della storia e della

leggenda di Roma, autentiche miniere di notizie antiquarie, che come tali non potevano non

incontrare il massimo interesse di una stagione dell’umanesimo romano che ebbe nella storia e

nell’antiquaria, centrate su Roma, i propri punti di forza, una stagione iniziata con Pietro Odo,

maturata con Pomponio Leto e Domizio Calderini, proseguita, ed esauritasi, con alcuni degli allievi

di Pomponio.

Le notizie sull’insegnamento del greco, previso dalla bolla di rifondazione dello Studio

emanata il 1 settembre 1406 da Innocenzo VII, sono estremamente lacunose. Non sappiamo nulla

dei metodi e dei contenuti dell’insegnamento del greco a Roma e non sono ancora riemersi

quaderni di appunti degli studenti o codici di lavoro dei professori. Possiamo dunque soltanto

riunire episodiche testimonianze dei professori o dei loro contemporanei, che delineino un tenue

quadro di riferimento. Nella lezione inaugurale del corso sul De bello Gallico, il giovane Andrea

Brenta dichiarava con orgoglio che per la prima volta quell’anno, oltre l’insegnamento del greco, gli

era stato affidato anche quello di latino. Nei registri superstiti della Camera Urbis il nome del

Brenta compare nel 1481 come lettore di entrambe le materie, ma già da qualche anno egli teneva

corsi di greco. Proprio ad Andrea Brenta si deve una breve prolusione ad un corso sul Pluto di

Aristofane che costituisce un prezioso documento, e comunque la più cospicua testimonianza in

nostro possesso, sull’insegnamento del greco nello Studium Urbis. La scelta della commedia del

poeta ateniese rivela un Brenta in linea con la coeva didattica del greco; da numerose

testimonianze sappiamo infatti che anche altrove il Pluto veniva utilizzato come testo base per

l’apprendimento della lingua attiva, primo gradino verso la conoscenza della lingua greca.

All’estrema raffinatezza della cultura del professore faceva però riscontro un insegnamento di

livello elementare, in cui la scelta dell’autore oggetto del corso era motivata dalla facilità, dalla

comprensibilità del testo per studenti che non avevano ancora preso padronanza della morfologia

dei dialetti greci. I corsi di greco nello Studium Urbis erano dunque rivolti essenzialmente a dei

principianti e quindi di necessità incentrati sugli aspetti morfologici della lingua. Domizio Calderini

scelse le Filippiche di Demostene probabilmente per la purezza della lingua, oltre che per

l’indubbia eleganza dello stile. Poco resta da dire degli altri professori di greco attivi a Roma: solo il

nome di due di essi, Sofiano e Giorgio Alessandro, vescovo di Creta, ci tramanda Raffaele Maffei.

Sappiamo anche dell’insegnamento romano di Andronico Callisto e Giovanni Argiropulo in estrema

sintesi. Di Augusto Valdo sappiamo solo che insegnò a lungo nello Studio, dalla morte di Pomponio

Leto fino al Sacco del 1527. Si occupò di Sofocle, Teocrito, Esiodo, dell’Iliade e del Salterio. Il

nome del Valdo compare nel rotulo del 1514 come docente di greco “de mane”, insieme a quelli di


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Filologia italiana III A (facoltà Filologia moderna) della professoressa Maria Accame, basato su appunti personali e studio autonomo della raccolta dei saggi consigliata dal docente, A.A. V.V. I saggi trattati sono i seguenti: 1) I corsi di Pomponio Leto sul De lingua Latina di Varrone, M. Accame; 2) L'insegnamento del latino nella scuola, S. Rizzo; 3) Epistola di Guarino Veronese a Lionello d'Este (con Prefazione e Introduzione all'edizione dell'Epistolario curata da R. Sabbadini); 4) Battista Guarini, De ordine docendi ac studendi. 5) Battista Guarini lettore di autori antichi, R. Bianchi; 6) La lettura dei classici nello Studium Urbis tra Umanesimo e Rinascimento, M. Campanelli, M.A. Pincelli; 7) L'educazione in Europa 1400/1600, E. Garin; 8) Le scuole e la circolazione del sapere, R. Black.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in letteratura e lingua - studi italiani ed europei
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Accame Maria.

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