Attraverso le immagini. Tre saggi sull’emozione cinematografica. (Enrico Carocci)
Introduzione: Né analitiche né continentali: le emozioni cinematografiche
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1. Lo scopo principale del cinema, secondo lo psicologo Hugo Munsterberg, era il saper
rappresentare le emozioni attraverso le immagini. Egli racchiude in questo suo pensiero una
visione molto più ampia della semplice manifestazioni di gioia, rabbia, paura etc. Egli sa anche che
le emozioni dei personaggi in scena sono scaturite anche dal contesto, dal ritmo della narrazione,
dal raccordo dei vari stili, quindi egli conosce bene la differenza tra immagine e suo contenuto.
Egli, inoltre, si occupa nel suo studio dell’emozione dello spettatore. Riconosce due fondamentali
forme di reazione: quella in cui i personaggi reagiscono in un rapporto di identità con il
personaggio e quella in cui reagiscono in maniera diversa o, a volte, totalmente opposta. Il primo
caso è il più comune, dove lo spettatore vive di riflesso le emozioni portate sullo schermo; il
secondo, invece, si ha quando lo spettatore risponde alla stimolazione del film partendo dalla sua
esperienza personale. Ma il cinema racchiude anche un’infinità di sensazioni legate principalmente
alla forma: l’emozione filmica può anche essere scaturita da un tremolio dell’inquadratura, dalla
sfumatura di una fotografia etc. Si tratta ovviamente di sensazioni ma, con la psicologia moderna
di quei tempi e con lo sviluppo della teoria periferica di William James del 1884 che affermava che
le stesse emozioni che sorgono dagli organi corporei provochino poi le emozioni, per Munsterberg
fu fondamentale quindi sottolineare centralità dell’esperienza dello spettatore e l’importanza delle
sensazioni generate dalla cinepresa.
2. Munsterberg inserì nelle sue teorie moltissime sfaccettature che poi si vennero a sviluppare in
vari modi, per esempio da un punto di vista empirico, psicoanalitico, cognitivo etc. Diciamo che non
si può collocare precisamente in una corrente di pensiero ben precisa ma possiamo considerarlo
dal suo modo di impostare le questioni ad un cognitivista ante litteram. Egli, infatti, non si limitava
soltanto all’esame delle emozioni discrete perché sa che nell’esperienza cinematografica queste
sono sempre accompagnate da emozioni insolite e diverse perché derivate da sensazioni visive
del tutto nuove, indipendenti dalla narrazione. I cognitivisti tuttavia sono sempre stati molto legati
allo studio degli aspetti più strutturati dei fenomeni emotivi, senza il vortice dei sentimenti che
caratterizza la vita emotiva di ognuno. Ecco perché Munsterberg non si può considerare un
cognitivista a tutti gli effetti perché concentrano la loro attenzione sugli spettatori disincarnati che
sono ridotti al solo canale percettivo dello sguardo, scollegandolo dalle percezioni di tutto il resto
del corpo.
3. Nel 1971 la televisione olandese registrò una conversazione tra Noam Chomsky e Michel
Foucault sul tema dell’idea di natura umana e sulle sue implicazioni politiche. Secondo Foucault
che era poco incline a qualsiasi forma di naturalizzazione, la definizione dell’umano non risiede
nell’essere naturale ma bensì nei processi culturali. Secondo Chomsky, invece, esiste una natura
umana biologica che ci fornisce di schemi innati linguistici e conoscitivi. (ripresa della dottrina
cartesiana). Ovviamente il relativismo di Foucault contro il naturalismo di Chomsky sono un ottimo
esempio di confronto problematico tra due stili di pensiero.
4. Le teorie sull’attività dello spettatore si avvicinano molto al dibattito esposto in precedenza. Le
teorie psicoanalitiche del dispositivo (Foucault) sono teorie del soggetto umano costruito dal
cinema inteso come sistema di rappresentazione; mentre le teorie della comprensione narrativa
(Chomsky) si riferiscono a un soggetto empirico che costruisce attivamente nella sua mente il
senso di un film. Le prime hanno descritto uno spettatore estremamente malleabile condizionato
dai processi culturali; le seconde trascurano spesso le implicazioni culturali cercando di portare il
tutto ad una sfera biologica. Ad ogni modo sono due modi di vedere l’uomo dal punto di vista
spettatoriale e soprattutto della sua esperienza estetica.
5. Questo volume è composto da tre saggi molto diversi tra loro, ma lo scopo non è mettere l’uno
contro l’altro o screditare la veridicità di uno dell’altro. Lo scopo di questa unione e studio è quello
di arricchire di varie sfaccettature un argomento già molto ampio come appunto è quello
dell’emozione. Dato che le emozioni sono fenomeni multidimensionali hanno bisogno di un
approccio integrato per poterle concettualizzare nel migliore dei modi. Il primo e il terzo saggio
sono di natura analitica e interpretativa: offrono diverse teorie dell’emozione spettatoriale per
l’analisi di due film (La battaglia di Algeri e The elephant man). Non ci sono punti di vista
prettamente legati alla psicoanalisi o alle teorie cognitiviste, viene trattato il tema dell’emozione in
maniera diversa. Nel primo si focalizza delle emozioni in generale e del loro funzionamento nella
partecipazione dello spettatore in base alle vicende dei personaggi; nel terzo vengono analizzate
emozioni precise come vergogna e disgusto. Il secondo saggio è di natura poetica, indaga le
condizioni del dialogo tra prospettive diverse, concentrandosi sull’intreccio tra emozioni e affetti e
sul tema della natura corporea dell’esperienza filmica.
- Lo spettacolo e il pathos. Intorno a La battaglia di Algeri.
1. Nel 1964 fu tradotto in italiano “Film Form”, un volume che raccoglieva i saggi scritti da
Ejzenstein tra il 1928 e il 1944. L’antologia comprendeva uno scritto “La struttura del film” in cui il
regista enunciava la sua teoria sui rapporti tra opera d’arte e pathos, quindi sui rapporti tra
rappresentazione e le emozioni filmiche. Secondo Ejzenstein la composizione non solo si può
unire alle emozioni del fenomeno rappresentato e sconvolge l’animo degli spettatori, ma può
anche essere collegato al valore che il regista da all’evento rappresentato creando così emozioni
ancora diverse nello spettatore. Quindi la composizione detta “patetica” è alimentata e modellata a
ogni livello della psicologia umana, allontanandosi da una condizione abituale, spostando la
composizione da un livello qualitativo all’altro in modo da arricchirla dal punto di vista emotivo e
intellettuale. In questo saggio, dunque, l’emozione era al centro accanto alla dimensione
intellettuale. (“Un massimo di passione come punto di partenza e una rottura della dimensione
abituale come metodo per rappresentarlo.” – Frase di Ejzenstein alla fine del saggio).
2. Nel 1964 il regista Pontecorvo e lo sceneggiatore Solinas, dopo il flop della loro idea di
realizzare un film che avrebbe dovuto raccontare la realtà del colonialismo vissuto da un
paracadutista francese, decisero di accettare la proposta di Saadi, comandante del Fronte di
Liberazione Nazionale durante la rivoluzione, di girare un film sulla guerra di indipendenza
nazionale dell’Algeria. Il film uscì con il nome di “La battagli di Algeri” e vinse il Leone D’oro nel
1966, ma il film non fu poco soggetto alle critiche. In Europa fu molto apprezzato ma fu ovviamente
criticato dai francesi e con qualche polemica politica in Algeria. Il film è riuscito senz’altro a
rappresentare in una maniera alquanto veritiera le vicende accadute, di come il popolo algerino è
riuscito con fierezza a conquistare la libertà e l’indipendenza e rese anche più “umana” la figura dei
francesi. Ma quello che ad alcuni critici dette fastidio fu la mancanza di una presa di posizione di
Pontecorvo: fu accusato di non essere stato in grado di restituire alcune dinamiche politico-
economiche al meglio. Solo una cosa riuscì a mettere tutti d’accordo: il trasporto emotivo,
caratterizzato da un coinvolgimento intenso che accresceva la sua “spettacolarità”. Molti critici
additavano Pontecorvo di aver creato un prodotto egregio, con un materiale documentaristico ben
fatto, ma che data la sua forte componente emotiva, patetica e drammatica lo fa quasi sembrare
un prodotto di mero intrattenimento. Per i critici il grande problema è la valutazione del cinema di
genere, il film era ben confezionato ma anonimo, non legato ad una precisa individualità di un
autore, di un “genere”. Molti critici quindi mettono in secondo piano la parte di forte emotività,
considerandola come intrattenimento puro, alcuni critici arrivarono a dire che questo film nacque
dalle perversioni della società dello spettacolo, dell’esibizione della morte e del godimento per la
sofferenza altrui.
3. Nel 2003 il Pentagono organizzò una proiezione speciale de La battaglia di Algeri durante dei
corsi di formazione per gli allievi destinati all’Iraq. Una delle motivazioni principali era quello di
vedere le varie tattiche di battaglia ma un’altra era anche quella di captare qualcosa dai metodi di
tortura che nel film sono messi in atto dai francesi. A differenza di alcuni critici che vedono il film
come una spettacolarizzazione della morte, del dolore e della tortura; altri invece vedono appunto
le scene delle torture come molto accurate e come grande esempio di documentazione, di
denuncia agli atti atroci e illegali che i francesi hanno compiuto. Possiamo dire che è un insieme di
entrambe le cose, una ricerca più spettacolare per avvicinare e muovere emotivamente il pubblico,
insieme a una ricerca autentica e documentaristica dei fatti realmente accaduti, cercando
comunque di inserire il punto di vista del regista che per molti critici è “assente” dalla pellicola. Nel
libro viene fatta un’analisi approfondita della prima scena del film, inquadratura per inquadratura,
dove c’è appunto una delle prime rappresentazione di forte pathos. Un algerino Sadek è stato
appena torturato dai francesi e lo troviamo emaciato e mezzo nudo circondato da soldati. Entra in
scena il colonnello Mathieu che gli porge una divisa mentre uno dei soldati gli dice
“nazionalizzato!”. Qui vediamo il povero Sadek che inizia a piangere e corre urlando verso la prima
finestra cercando di suicidarsi. Non ci riesce perché fermato da un soldato che lo schiaffeggia. La
scena delle lacrime di Sadek ci emoziona fortemente perché capiamo che lui non piange per la
sua condizione, per le sue ferite ma piange perché si è reso conto di aver tradito il suo paese che
tanto sta cercando di liberarsi dall’oppressione francese. Lo spettatore è mosso a compassione del
singolo personaggio, ma allo stesso tempo da tutto ciò che lui rap
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