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Estetica del cinema e dei media

Cinema e cultura visuale: Béla Balázs

Il brano qui analizzato è tratto dal libro di Balázs “L’uomo visibile, o la cultura del film” (1924) e tratta principalmente l’impatto del cinema muto sulla cultura moderna. Il cinema muto per l’autore deve essere inteso come una nuova forma d’arte e di spettacolo che va ad aggiungersi a quelle già esistenti, bensì come una “nuova tecnica del vedere e del mostrare” capace di riorganizzare il panorama percettivo, conoscitivo ed esperienziale dell’individuo moderno.

Il cinema, nato in una cultura caratterizzata dal primato della parola sull’immagine, propone una nuova “direzione del visivo”. Grazie allo sguardo della cinepresa e alla forza espressiva del primo piano, propone allo spettatore un nuovo sguardo ravvicinato sulle cose, un nuovo contatto con la dimensione concreta, sensibile di un mondo che tendeva altrimenti a diventare sempre più anonimo e astratto.

Concentrandosi sul corpo e ai gesti dell’attore, lo spettatore viene riportato al “linguaggio della mimica e dei gesti” che è la vera “madrelingua dell’umanità”. L’uomo che torna ad essere “visibile” attraverso la gestualità su cui si concentra il cinema non è più un uomo “sepolto sotto cumuli di concetti e parole”: i gesti ci permettono di esprimere ciò che non si può dire a parole; l’anima dell’uomo si riesce ad esprimere direttamente sul loro volto, tramite i gesti, senza l’uso della parola.

L’invenzione della stampa ha reso illeggibile il volto degli uomini: il loro apprendere molto li ha lasciati trascurare le altre forme della comunicazione. Lo spirito visibile si è trasformato in spirito leggibile e la cultura visiva in cultura concettuale. Uno strumento per riportare la cultura verso il visivo è il cinematografo. Il cinema non esprime con i gesti ciò che si è pensato a parole, ma esprimono col volto e i movimenti ciò che proviene da uno strato dell’anima che le parole non potranno mai portare alla luce. Lo spirito diviene visibile.

Ora l’anima si è cristallizzata nella parola e il corpo, coperto dagli indumenti, è vuoto. Solo il volto è ancora superficie espressiva e talvolta ancora un minimo le mani. Ora il cinema sta per imprimere nuovamente alla cultura una svolta radicale: ogni sera milioni di persone stanno per rivivere attraverso lo sguardo vicende, caratteri, sentimenti, stati d’animo… Oggi giorno, il corpo sta perdendo l’importanza culturale che il cinema muto gli aveva attribuito: ora la parola è di nuovo presente, anche nel cinema, e induce il copro ad atrofizzarsi, dato che non è più usato come un tempo.

L’immagine dell’uomo è racchiusa nelle sue parole, che esprimono il suo pensiero e viceversa; bisogna ritrovare la cultura nell’espressione quotidiana, la cultura visiva nei gesti giornalieri delle persone (camminare, muoversi…). La danza è ristretta nel suo piccolo mondo di teatri e spettacoli, il cinema no, sullo schermo lo spirito astratto si sviluppa in direzione del corpo visibile, attingendo all’eredità degli avi: il cinema si presenta come sviluppo della cultura e trasformazione dello spirito in corpo.

Uso produttivo e uso riproduttivo dei media: Laszlo Moholy-Nagy

In questa antologia si parlerà del lavoro di Laszlo Moholy-Nagy che nel libro “Pittura, fotografia, film” (1885-1946) tratta queste tre arti in relazione tra loro, cercando di contrastare la crescente tendenza alla specializzazione dei saperi. Secondo lui, queste tre arti devono contribuire all’elaborazione di nuove forme di “composizione della luce”, che per l’autore rappresenta il materiale artistico fondamentale e che nelle opere viene di volta in volta captata, modulata, proiettata in forma diverse, facendo ricorso a tutte le risorse messe a disposizione dalla tecnologia.

La fotografia: Quando si parla di fotografia si intende una forma d’arte meramente riproduttiva della natura basata su leggi prospettiche, inizialmente non si dava molto conto ad uno dei suoi elementi fondamentali: la sensibilità della luce su una superficie preparata chimicamente. La presa di coscienza di questo rende possibili vari implicazioni, soprattutto ampliano lo strumento ottico (il nostro occhio): grazie alla fotografia siamo in grado di perfezionare e integrare il nostro occhio (la macchina fotografia riproduce fedelmente la natura e il nostro occhio integra l’immagine ottica con il nostro intelletto, in una rappresentazione mentale).

Grazie all’apparecchio fotografico possiamo dare inizio a una visione più obiettiva. Produzione riproduzione: Si può affermare che la costruzione dell’individuo risulta dalla sintesi di tutti i suoi apparati funzionali (ovvero quando tutti i suoi organi vengono usati fino al limite delle loro capacità biologiche); la stessa cosa avviene nell’arte che è sempre alla ricerca di stabilire relazioni sempre nuove e più ampie tra fenomeni ottici, acustici… alla ricerca di un miglioramento continuo. La riproduzione allora viene considerata solo un virtuosismo poiché la produzione è quella che porta sempre delle relazioni nuove, fino ad allora sconosciute.

Se vogliamo intraprendere una rivalutazione della fotografia, dobbiamo sfruttare la sensibilità luminosa al fine di fissare degli effetti luminosi da noi configurati. In questo modo bisognava cercare non solo di riprodurre la natura così come appariva, ma cercare di inserire anche un processo creativo, di giocare con i chiaro-scuri, con il ritmo, con la luce per creare qualcosa di nuovo: un risveglio dello strumento ottico. Con il tempo si venne a sviluppare la tipografia, ovvero la comunicazione visiva rappresentata più esattamente: le loro forti tangibilità ottiche erano in grado di rendere il contenuto della comunicazione con immediatezza visiva e non solo in modo intellettualmente mediato.

La fotografia impiegata come materiale tipografico poteva accompagnare o illustrare parole, o, in quanto fototesto, poteva addirittura sostituirle, come forma di rappresentazione precisa. Dalle connessioni ottiche e associative si sviluppa la composizione, la rappresentazione. Questo tipo di moderna comunicazione sinottica troverà ampio sviluppo ad un altro livello mediante il procedimento cinetico, il film.

Sapere e teorie del cinema: il periodo del muto (Hugo Munstenberg)

La psicologia del film

Profondità: Il nostro interesse estetico si accentra sui mezzi attraverso i quali il film influenza la mente dello spettatore. Il film è formato da una serie di immagini piatte, in antitesi con la plasticità degli oggetti del mondo reale. Il cinema ci rappresenta la realtà nella concretezza delle sue dimensioni eppure mantiene le caratteristiche di una suggestione fuggevole, superficiale, senza vera profondità e pienezza, diverso sia dalla semplice immagine, che dalla semplice rappresentazione teatrale.

Infatti non potremmo dire che l’immagine che vediamo è plastica e non piatta, ma è solo perché le immagini percepite dall’occhio destro e quello sinistro, si uniscono tra loro fornendoci immagini plastiche come se le stessimo vedendo dal vivo; abbiamo anche la stessa percezione della profondità che però viene decisa nel momento di girare la scena, in base alla posizione dello sfondo… Noi sappiamo che i personaggi non sono reali, che non si muovono in uno spazio reale, contrariamente al teatro, ma c’è una parte di noi che non lo accetta.

Movimento: Il problema della profondità è facilmente ignorato, ma il tratto essenziale del cinema, ovvero il movimento, è la parte essenziale che lo psicologo deve spiegare. Ciò che vediamo è il susseguirsi di un’immagine dopo l’altra: parliamo di persistenza positiva dell’immagine e si oppone alla cosiddetta persistenza negativa dell’immagine (es. bastoncino di incenso incandescente se viene mosso veloce vediamo una linea luminosa continua). La persistenza luminosa è abbastanza duratura per eliminare l’intervallo scuro tra un’immagine e l’altra: il nostro occhio imprime le immagini il tempo necessario fino ad arrivare l’immagine successiva in modo tale da avere un movimento fluido.

Dobbiamo anche dire che l’esperienza del movimento è evidentemente prodotta dalla mente dello spettatore e non stimolata dall’esterno; la continuità del movimento risulta da una complessa elaborazione psicologica, che collega le varie immagini in un atto mentale superiore. Quindi nel cinema vediamo la profondità, ma siamo consapevoli della sua falsità, i personaggi non sono veramente plastici; il movimento invece è percepito, ma che è solo prodotto della nostra reazione visiva.

Attenzione: L’attenzione tutto intorno a noi diventa importante o meno, questa dà significato a ciò che ci circonda e seleziona a nostro piacimento ciò che è significante. Abbiamo l’attenzione volontaria quella per cui ci disponiamo alle impressioni con un’idea già formata, sapendo su cosa vogliamo focalizzare la nostra attenzione; quella involontaria invece è attratta da tutto ciò che è potente, che abbaglia ed è insolito. L’attenzione involontaria ovviamente trae la sua forza matrice dalle nostre emozioni, ma comunque è dovuta ad uno stimolo esterno, fuori dal nostro controllo.

L’intersecarsi tra volontaria e involontaria è sempre presente e costante nella vita di tutti i giorni: nel teatro lo ritroviamo nei movimenti degli attori, fatti in modo da attirare l’attenzione dello spettatore, volontariamente e involontariamente; lo stesso lo ritroviamo nel cinema, che essendo muto, attira ancora di più l’attenzione sui movimenti enfatizzati degli attori: ritroviamo le didascalie scritte che attirano sicuramente l’attenzione volontaria, ma anche gli ampi gesti e le espressioni dei volti possono spostare lo sguardo dello spettatore in varie direzioni.

Ma cos’è l’attenzione, soprattutto applicata al cinema? In primo luogo è qualunque cosa attragga la nostra attenzione nella sfera del sensibile, diventando così più vivido e chiaro nella nostra coscienza; in secondo luogo l’impressione presente diventa più vivida, tanto che tutte le altre lo sono meno, fino a scomparire; in terzo luogo il nostro corpo si dispone alla percezione, entriamo in sincronia col suono, col particolare, il nostro corpo si tende verso l’impressione più completa; in quarto luogo entra in gioco l’integrazione, ovvero le idee e i sentimenti si uniscono intorno all’oggetto focalizzato, esso diventa il punto di partenza delle nostre azioni.

Tutti questi fattori sono poi strettamente legati ad un altro: il primo piano. Il cinema con il primo piano focalizza tutta l’attenzione su un punto focale e fondamentale dell’azione, tutto intorno sparisce e per noi esiste solo quel movimento, tutte le nostre emozioni e la nostra attenzione sono rivolte lì. Il primo piano ha dato forma materiale all’azione mentale, nel mondo della percezione e con questo ha dato all’arte dei mezzi che vanno ben al di là della forza espressiva di qualunque rappresentazione teatrale.

La memoria e l’immaginazione: La memoria è un fattore importante che permette allo spettatore di godere di un significato più profondo e di una più ampia ambientazione ad ogni scena: infatti in uno spettacolo bisogna banalmente ricordare ciò che è avvenuto nel primo atto per capire e collegare gli avvenimenti del secondo. Il cinema rende questo processo del ricordo più facile grazie all’espediente del flashback.

Il flashback è molto vicino alla funzione del primo piano: il primo piano è l’atto mentale dell’attenzione, il flashback è quello del ricordo. In entrambi i casi quell’atto che nel teatro esisterebbe solo nella nostra mente, il cinema lo proietta attraverso le immagini. La stessa cosa avviene col il flashforward, ovvero quando vengono inserite delle anticipazioni del futuro nel corso degli eventi. Qui si parla della funzione mentale dell’aspettativa che anche qui è tradotta in immagini, quando a teatro sarebbero sempre delle proiezioni immaginative che avvengono nella nostra mente.

In altre parole il cinema può funzionare come funziona la nostra immaginazione, esso possiede la stessa mobilità delle idee, che non sono controllate dalla necessità fisica di eventi esterni, ma delle leggi psicologiche della loro associazione. Il mondo oggettivo è plasmato dagli interessi della mente, avvenimenti distanti fra loro a cui sarebbe impossibile essere contemporaneamente presenti, si fondono tra loro nel nostro campo visivo, allo stesso modo come sono contemporaneamente presenti nella nostra coscienza.

Le emozioni: Quando si parla di emozioni dobbiamo fare una distinzione: da un lato abbiamo le emozioni che ci vengono trasmesse le sensazioni dei personaggi; dall’altro abbiamo le sensazioni con cui rispondiamo alle scene dei film, sensazioni che possono essere completamente differenti. Il primo caso è il più comune, condividiamo le emozioni di chi soffre e di chi è felice come se stessimo soffrendo o gioendo noi stessi; la rappresentazione delle varie emozioni si unisce nella nostra mente alla presa di coscienza dell’emozione espressa.

Osservare l’emozione ci fa provare di conseguenza in noi la stessa emozione, si crea una relazione di identità tra i sentimenti dei personaggi e quelli del pubblico. Nel secondo caso si tratta di quelle emozioni che il pubblico prova in risposta a quelle sullo schermo partendo dalla sua vita effettiva indipendente. Il film, a differenza del teatro, ha possibilità infinite di esprimere questi nostri atteggiamenti interiori.

L’estetica del film

Lo scopo dell’arte: Un’opera d’arte può e deve nascere da qualcosa che risvegli in noi gli interessi per la realtà, ma deve andare oltre essa, lasciandosi alle spalle l’imitazione. È artistico ciò che non imita la realtà, ma cambia il mondo, ne sceglie degli aspetti speciali e li rimodella con creatività. Ovviamente quando parliamo di arte non parliamo esclusivamente di soggetti e opere belle, il valore estetico non dipende dal materiale scelto, ma è una selezione di elementi del mondo esterno, belli o non. Il compito dell’artista è nettamente opposto a quello dello scienziato: invece di stabilire dei nessi attraverso le quali le cose si intersecano tra loro negli ingranaggi universali, l’artista taglia tutti i possibili collegamenti, l’opera d’arte ci mostra le cose e gli avvenimenti perfettamente completi in se stessi, liberi da tutte le connessioni che portino al di là dei loro limiti, cioè in perfetto isolamento.

Le cose del mondo esterno hanno migliaia di legami con la natura e la storia. Un oggetto diventa bello quando lo liberiamo da questi legami, togliendolo dal contesto della realtà e riprodurlo in una forma tale da scostarsi alla realtà.

I mezzi delle varie arti: La prima esigenza nella caratterizzazione dell’arte è che la proposta dell’artista risvegli dei desideri in noi, poiché solo una continua stimolazione e il continuo appagamento mantengono vivo il godimento estetico: il lavoro dell’arte mira a mantenere sia la richiesta che l’appagamento sempre attivi.

L’esigenza primaria della creazione artistica è l’eliminazione dell’indifferente, ovvero la selezione di aspetti complessi del reale sia nella natura che nella vita sociale, anche se comunque dobbiamo essere coscienti dell’illusorietà della produzione artistica, questa deve essere separata dalla realtà, isolata e mantenuta nel suo ambito. Lo stesso avviene nel cinema. Il film ci mostra un conflitto significante di azioni umane in immagini animate che, liberate dalle forme fisiche di spazio, tempo, e causalità, si adattano al libero gioco delle nostre esperienze mentali e raggiungono un completo isolamento dal mondo materiale, attraverso la perfetta unità dell’intreccio e dell’aspetto visivo.

Film, corpo, cervello: prospettive naturalistiche per la teoria del film

Ritorno alla natura

Un “ritorno alla natura” è piuttosto avvertibile in diversi campi della riflessione estetica, ovvero un ritorno a una filosofia della materia delle immagini, alla ricerca di una primigenia razionalità che si struttura all’interno della composizione delle immagini, nella loro trasformazione mediale ed infine nel loro proiettarsi verso uno spettatore.

In campo cinematografico infatti ci sono molti studi non solo sulla componente vitale del film, ma anche sull’integrazione di modelli di analisi testuale ed embodied, incrociando il corpo dello spettatore. L’antropologo Csordas è da tempo convinto che per comprendere le manifestazioni culturali bisogna partire dal punto fermo di un corpo e del suo essere-nel-mondo. Propone di ripensare metodologicamente la relazione corpo/embodiment sulla base della relazione opera/testo.

Questi studi “umanistici” prendono a cuore un ritorno verso l’origine, di un’operazione di scavo nelle forme e nei modi della presenza dell’uomo rispetto al mondo e rispetto ai vari mondi possibili che è in grado di figurarsi e creare. Capire la relazione del film con il mondo significa cogliere la dialettica che al suo interno si sviluppa tra l’ossessione per il “ritmo” della vita moderna e la vibrazione del naturale, si incomincia a studiare sperimentalmente il comportamento dell’uomo rispetto alle sue esperienze estetiche e mediali.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecconimarta96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica del cinema e dei media e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Carocci Enrico.
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