Ceux qui cherchent en gémissant
Crepuscolo e nascondimento di Dionella scrittura letteraria
Da Atene a Gerusalemme: per una nuova ermeneutica dell'applicazione
Da Atene a Gerusalemme: un viaggio impossibile?
Quando si dice Atena bisogna intendere anche Roma, e se si parla di Gerusalemme ci si riferisce in realtà ad un impasto in cui vengono a mescolarsi la componente ebraica e quella cristiana della nostra cultura, ma soprattutto la separazione delle radici, intrecciatesi lungo i millenni, appare un’operazione complicata. Si tratta della storia di un conflitto e di un incrocio che hanno fatto l’Occidente. Dal nostro punto di osservazione –quello di chi si propone di guardare alla questione nell’ottica della letteratura, e soprattutto della critica dei testi letterari –non è comunque inutile ricordare come le ‘lettere’ abbiano giocato un ruolo importante nel confronto fra le due ‘città’, tenuto conto dell’identificazione fra “storia della cultura greca” e “letteratura” già propugnata da Jaeger, e della spregiudicatezza con cui –secondo Norden –i cristiani si appropriarono appunto della forma tipica della grecità letteraria per riempirla di un diverso contenuto.
Diversamente nella vicenda delle due Urbes e del nostro ipotetico viaggio dall’una all’altra, preferiamo puntare lo sguardo sul momento storico e sul contesto culturale in cui, su una base letteraria, si teorizzò in occidente la necessità di una rottura decisiva con il milieu giudaico-cristiano in favore di una netta scelta di campo per la grecità. Parliamo della rivoluzione romantica, vero incipit del moderno, capace di segnare a fondo il corso della storia culturale europea fino ai nostri giorni. Per capirne la portata è essenziale coglierla nel suo momento sorgivo, che corrisponde alla nascita di una grande rivista: <<Athenaeum>>. È la rivista di August Wilhelm e (soprattutto) di Friedrich Schlegel, editata semestralmente a Berlino tra il maggio del 1798 e l’agosto 1800, frutto del lavoro comune di alcuni giovani e raffinatissimi intellettuali tedeschi, attivi a Jana e a Berlino, fra cui spicca, oltre a quello di Friedrich, il nome di Novalis.
È nello spazio simbolico di <<Athenaeum>> che si consuma il tentativo moderno di separare ciò che per millenni era stato unito e di scommettere su una nuova fondazione ‘greca’ della cultura. A Berlino, dopo lunghi secoli, Atene si stacca da Gerusalemme.
L'Atene di «Athenaeum»: la poetisierung del mondo
Può sembrare a prima vista poco credibile collocare all’altezza nel travaglio di <<Athenaeum>> il punto di svolta dei rapporti fra la ‘via greca’ e quella la ‘via ebraica’ della cultura occidentale. Si potrebbe infatti obiettare che al cristianesimo, in modi diversi, si avvicinarono sia Friedrich Schlegel sia lo stesso Novalis. Il saggio Die Christenheit oder Europa (La Cristianità ovvero l’Europa), scritto nell’autunno del 1799, esaltazione romantica del Medioevo cristiano.
Eppure le linee di tendenza della cultura e le inclinazioni epocali dovute alla Fruhromantik non coincidono e non possono esaurirsi all’interno delle storie personali dei suoi protagonisti, ancora immersi in un’atmosfera ignara dei grandi mutamenti avvenire. Proprio il saggio di Novalis rappresentò un punto di dibattito e di crisi dentro la redazione di <<Athenaeum>>, decise alla fine di non pubblicarlo, senza capire che si trattava della riedizione, sotto spoglie diverse, del medesimo progetto romantico di sintesi fra la razionalità dell’ Aufklarung e l’universalismo cattolico, sintetizzabili nella prefigurazione di una nuova era, di una rinascita dal caos –e cioè dalla distruzione di una temperie spirituale completamente diversa, una sorta di nuova Gerusalemme pronta a nascere dalle ceneri di una Roma che prima aveva distrutto la città di Dio e poi si era ad essa assimilata.
Ma <<Athenaeum>> si rifiutò di pubblicare lo scritto di Novalis proprio perché il richiamo troppo esposto alla cristianità sembrava oscurare il presupposto di fondo di tutta l’operazione dei fratelli Schlegel. Si trattava di mettere in chiaro come la Grecia fosse l’alfa e l’omega del loro progetto culturale. In questo senso, Gesprach uber die Poesie schlegeliano non lascia adito a dubbi. Per noi moderni, per l’Europa questa fonte è nell’Ellade. Queste, le fonti della poesia ellenica, fondamento e inizio.
È chiaro dunque che per il minore degli Schlegel, l’inizio greco di tutto, il principio greco dell’Europa e del moderno, non può essere messo in questione. La Grecia è infatti al contempo orizzonte, luogo ideale. Dinanzi a lei, alla sua conciliazione spontanea fra natura e cultura, si scopre lo squilibrio dei moderni, la negatività di una condizione che non può più riposare nella compiutezza della poièsis antica. Ma di fronte alla Grecia, le donne e gli uomini di <<Athenaeum>> prendono coscienza, delle inedite possibilità insite nel moderno, della potenzialità impensabile del caos, e intanto ne sancisce la distanza.
“Il mito dello ‘stato originario’ segna ovunque il movimento del pensiero romantico, ponendo nella stessa presa di coscienza della propria ‘modernità’ imperfetta, la condizione di un futuro superamento delle dicotomie”. È stato forse Walter Benjamin a riconoscere per primo nel <<messianismo>> il <<punto di vista centrale>>, ovvero l’essenza del Romanticismo.
La specificità di questo tempo del Mashiach in versione romantica (di cui, secondo Novalis, Friedrich Schlegel sarebbe <<un membro invisibile di una sacra rivoluzione apparsa sulla terra con un Messia al plurale>>) è un previsto, desiderato, intrinseco ritardo della parousia, del mondo ad-veniente che resta tale, proprio per l’intima natura <<progressiva>> del movimento.
<<Il desiderio rivoluzionario di realizzare il regno di Dio è il punto elastico della formazione progressiva>>. Elastico e non rigido, perché questo nuovo cosmo che sopraggiunge è una creazione inesausta dell’Io. <<Nell’Io tutto si forma in modo organico e tutto ha il suo luogo>>. Verso il concreto dell’empiria, bisogna guardare per cogliere i segni del nuovo che avanza, bensì dentro, nell’interno, nella coscienza del soggetto, <<il sommo compito della cultura consiste nell’appropriarsi del proprio sé trascendentale e nell’essere al contempo l’io del proprio io>>.
Il gruppo di Jena coglie l’assoluto nella consapevolezza creativa del pensiero –ciò che Benjamin chiama <<il medium della riflessione>> -, ovvero nella potenza di un’apertura infinita, in cui il mondo si (ri)produce indefinitamente come in una teoria innumerevole di specchi: solo la poesia può <<al pari dell’epica, diventare uno specchio dell’intero mondo circostante, un’immagine dell’epoca>>.
Ecco il punto, già messo a fuoco da Benjamin: se la forma della riflessione è essenzialmente estetica, allora questo Io è un Io poetante, e l’assoluto assume i contorni inequivocabili dell’arte, della letteratura. Si attende una rifondazione poetica dell’universo, un dispiegarsi della poiesis in quant...
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