Cap 1 - Tra Peirce e Bachtin
Alla luce della concezione bachtiniana e peirciana di segno, sia possibile costruire un modello semiotico senz'altro più complesso e conseguentemente più in grado di spiegare la complessità del segno e della semiosi. Il riferimento è ovviamente alla semiologia di matrice saussuriana che non solo concepisce il segno in termini di scambio uguale fra significante e significato, ma che prende in considerazione solo due poli della vita linguistica fra cui pretende di collocare tutti i fenomeni linguistici, e, assumendo la linguistica come modello, tutti i fenomeni semiologici. Questi due poli sono il sistema unitario (langue) e l'impiego individuale di questo sistema da parte del singolo utente (parole).
La staticità è piuttosto dovuta all'idea dello scambio eguale fra la forma significante e il contenuto significato, scambio eguale, patteggiamento fra dare e avere, proprio come è previsto nella nostra forma sociale. Nella comunicazione il trasmittente cambia un significante con un significato, il significato che il ricevente deve far corrispondere al significante perché il messaggio sia compreso con lo stesso rapporto di uguaglianza con cui una moneta può essere scambiata da due da cinquemila o un certo numero di ore di lavoro si scambia con un certo salario. In questa concezione del segno il senso sia concepito come qualcosa di univoco e di definito che passa immodificato da un emittente a un ricevente. Il ricevente non è in alcun modo coinvolto nel processo semiosico. Il suo ruolo è quello della decifrazione di un messaggio in riferimento ad un codice comune, inequivocabilmente fissato una volta per tutte. Il segno contiene unicamente ciò che il soggetto vi pone consapevolmente e non ci si può leggere in esso nulla di più rispetto al suo significato intenzionale.
Peirce e Bachtin: una visione alternativa
Peirce e Bachtin si distanziato da questa concezione del segno. In Peirce infatti il rapporto fra il segno e il suo oggetto è necessariamente mediato dal rapporto fra segno e interpretante. Senza interpretante non c'è segno. Il segno funge da costitutivo del segno interpretato. Il significato sta nel rapporto fra i segni: si tratta dei segni quali si incontrano nel processo interpretativo, processo che è tanto più profondo e rispondente, quanto più l'interpretazione è rielaborazione e riformulazione esplicativa rischiose e non garantite da nessuna possibilità di appello a un codice unico e prestabilito, che sia sottratto al processo interpretativo. Per Peirce il significato è l’interpretante. Il soggetto è esso stesso segno, è continuamente spostato, reso altro, in un processo di rinvii da un interpretante all'altro. Il soggetto presuppone il segno, facendosi segno interpretante di un segno precedente.
In Bachtin ritroviamo una analoga posizione. Sia in Bachtin sia in Peirce, la struttura dialogico e anche dialettica del segno risulta dal fatto stesso che esso, per essere tale, deve contemporaneamente essere identico a se stesso e diverso. Interpretare un segno non vuol dire semplicemente identificarlo come quel segno previsto in un determinato sistema. L'identità del segno si determina in un gioco di rimandi da esso ad altri segni, in una catena di interpretanti che resta aperta. L'identità è ottenuta grazie alla determinazione del segno, alla sua instabilità, dovendo esso risultare altro per essere questo segno qui. L'identificazione del segno non può essere mostrata se non esibendo un altro segno.
Per Peirce un segno, o representamen, è tale il suo oggetto, sotto un qualche aspetto, in quanto crea nell’interprete “un segno equivalente, o forse un segno più sviluppato”, cioè un interpretante. Un segno è la classe (aperta) comprendente esso stesso e tutti i suoi possibili interpretanti. Un segno, dice Peirce, sussiste secondo la categoria della “terzità”, presuppone cioè una relazione triadica fra se stesso, il suo oggetto e il pensiero interpretante esso stesso segno. Un segno gioca sempre il ruolo di terzo proprio perché media fra il segno interpretante e il suo oggetto. Il segno contiene anche il fattore della segnità e il suo correlato, il fattore dell’autoidentità. Il segno è caratterizzato dalla duttilità semantica e ideologica, che lo rende disponibile e adattabile a contesti sempre nuovi e diversi.
Il carattere dialettico del modello di Bachtin e Peirce
Ciò che caratterizza il modello di Bacthin e Peirce è il suo carattere dialettico se per dialettica intendiamo una visione multilaterale, che non perde di vista l'intero, che non scambia i particolari di una totalità per entità isolate e autosufficienti, e che, soprattutto, non parte dagli "elementi" per spiegare come loro somma il contesto di cui essi fanno parte. Il segno è un'enunciazione intera. Si tratta dell'enunciazione come battuta di un dialogo. Il testo vive soltanto nel contatto con un altro testo (contesto). Dietro a questo contatto c'è un contatto di persone, e non di cose (interno). Questa dialettica fra "io" e "altro" non interviene però soltanto al livello della interpretazione: essa è già presente nell'espressione stessa, è elemento determinante dei suoi contenuti e della sua forma.
In un'opera letteraria il contesto extratestuale in cui viene compresa e valutata apporta nuovi sensi. Ciò perché ogni nuovo distanziamento temporale e assiologico permette l'evidenziazione di sensi in essa contenuti proprio per il rapporto di alterità e di esternità che con essa instaura. Una grande opera letteraria non vive nei confini della sua contemporaneità. Essa affonda le proprie radici nel passato, attraverso la storia del proprio genere, attraverso i valori e le ideologie di cui si fa portatrice riorganizzandoli artisticamente.
La nozione di testo e la dialettica intertestuale
La nozione di testo, intesa come complesso coerente di elementi, risulta superata nella dialettica fra testo e con-testi, visto che ogni senso del testo porta fuori dai suoi limiti, sussiste nella correlazione con altri testi e si arricchisce continuamente in seguito ai nuovi rapporti intertestuali in cui viene a trovarsi. Il testo è una relazione dialogica, una relazione fra testi, che sono a loro volta altrettante relazioni dialogiche; i suoi confini sono evanescenti, e in ogni nuovo rapporto intertestuale esso risulta sempre, più o meno, "altro" rispetto a una sua "identità" già data. Solo una riproduzione meccanica del testo lo lascia uguale a se stesso. Ma una riproduzione del testo in quanto tale, una sua rilettura, una nuova esecuzione, una semplice citazione, una nuova fruizione, ne fa un evento individuale, unico, non ripetitivo e non ripetibile. La logica specifica del testo è una dia-logica, una dialettica intertestuale. Il senso del testo è sempre lungo i confini di un altro testo.
In Peirce la dialettica del segno è data dall'interazione dei suoi tre caratteri: quello simbolico, quello iconico e quello indicale. Tutti i segni partecipano della simbolicità, della iconocità e della indicalità. Per il suo carattere di simbolo un segno si riferisce ad un certo oggetto secondo un certo punto di vista grazie alla mediazione dell'interpretante. È l'intervento dell'interpretante che lo rende segno. Il simbolo è insomma, dice Peirce, "esso stesso un tipo generale di legge, cioè è un Legisegno". La legge del simbolo non ha dunque altro fondamento che la fuga senza fine, un rinvio processuale senza fondo. Ma un segno non è mai puramente, genuinamente simbolo; esso è sempre più o meno "degenerato" presentando al tempo stesso, in maniera più o meno forte, i caratteri della indicalità e della iconcità.
- Nella deduzione il rapporto con l'interpretante è di tipo indicale. Nella deduzione le premesse costringono ad ammettere i fatti stabiliti nell'interpretante-conclusione, e perciò non vi è fra loro che un grado assai basso di alterità e dialogicità.
- Nella induzione, è di tipo simbolico e la conclusione non è imposta rigidamente dalle premesse: tutto dipende da un'interpretazione, da una convenzione, per cui il rapporto fra premesse e conclusione è di tipo simbolico.
- Nella abduzione, è di tipo iconico ed è caratterizzata proprio dal procedere a ritroso, dal conseguentemente all'antecedente.
Così come rifiuta il principio della supremazia di un codice rispetto al rapporto segno-int.
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