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Riassunto esame Epigrafia latina e antichità romane, prof. Gregori, libro consigliato Manuale di epigrafia latina, Buonopane

Riassunto per l'esame di Epigrafia latina e antichità romane del prof. Gregori, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Manuale di epigrafia latina, A. Buonopane. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) L'epigrafia latina: definizione, ambiti, limiti; 2) Storia dell'epigrafia latina: dal Codex Einsiedelnensis al Corpus inscriptionum... Vedi di più

Esame di Epigrafia latina docente Prof. G. Gregori

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lastre verticali di adeguato spessore. Può essere priva di decorazioni oppure presentare un apparato

figurativo anche molto complesso, che si dispiega sulla fronte o sulla fronte e sui lati. L’iscrizione compare di

norma sulla fronte. Rari sono i casi di casse destinate ad accogliere i corpi di due individui (sarcofago bisomo).

Il coperchio presenta foggia e dimensioni molto varie, dalla lastra incastrata o appoggiata e fissata con grappe

metalliche a quella a doppio spiovente, a forma di tetto, su cui sono riprodotti le tegole e i coppi con acroteri

agli angoli; talora sul coperchio compare la raffigurazione del defunto adagiato sul letto funebre; ritratti dei

defunti possono essere scolpiti anche negli acroteri.

Stele Con questo termine si indica uno dei più diffusi monumenti funerari, costituito da una lastra di

spessore non elevato e a sviluppo verticale, destinato a essere infisso nel terreno o direttamente oppure

inserendo un dente d’incasso, in una base di pietra, di laterizi o di conglomerato cementizio. In alcuni casi

essa è incastrata in un recinto funerario, oppure addossata a una parete. La tipologia è estremamente varia

e articolata, ma si possono individuare due gruppi principali. Il primo è costituito dalle stele architettoniche,

dette “a pseudoedicola”. Queste sono spesso di dimensioni notevoli e possono recare in apposite nicchie i

ritratti dei defunti e, nella parte inferiore, scene ispirate alla vita quotidiana o all’attività che il defunto

esercitava in vita. Il secondo gruppo è costituito dalle semplici stele rettangolari, talora terminanti con una

centina o una cuspide, non decorate o con apparato figurativo ridotto e spesso schematico. In alcune aree,

la stele può assumere aspetto antropomorfo. L’iscrizione, che compare di solito sulla fronte della stele, può

essere incisa all’interno di uno specchio delimitato da cornice, che può essere molto semplice, oppure

piuttosto ricercata. In letteratura queste stele sono definite “corniciate”. In alcuni casi la stele presenta uno

specchio epigrafico “aperto”, ovvero ha la cornice priva del lato inferiore; questo fenomeno può essere legato

alla necessità di riservarsi la possibilità di aggiungere altri elementi del testo in momenti successivi.

Termine Ha la funzione di segnalare la presenza di un confine tra proprietà pubblica e proprietà privata,

fra due o più proprietà private, fra aree appartenenti a comunità limitrofe. La forma è varia. Talora in

bibliografia vengono confusi i cippi che segnalano l’estensione di un’area funeraria o con i cippi che indicano

servitù di passaggio o, ancora, con i cippi gromatici.

Le iscrizioni sul metallo La genesi delle iscrizioni su metallo, bronzo soprattutto, di carattere ufficiale o

sacro, è in parte diversa, soprattutto nella fase di incisione. Normalmente si impiegavano lastre di bronzo,

ricavate mediante fusione e prodotte in grande serie, su cui si tracciavano a “sgraffio” sottili linee guida, che

servivano per appoggiare le lettere. Queste venivano realizzate con un bulino, attendendosi a una minuta

con il testo già impaginato, ma procedendo a mano libera. In monumenti di carattere non ufficiale, le lettere

potevano essere incise con la tecnica a punti, di più facile esecuzione. Cicerone,

Fino alla metà del I secolo a.C. l’alfabeto latino era costituito da 21 lettere, come ricorda anche con

la seriazione ABCDEFGHIKLMNOPQRSTVX, che rimase quella tradizionale per un lungo periodo. Nell’uso

epigrafico, però, fin dagli inizi del I secolo a.C., con la sempre più massiccia introduzione di vocaboli e di nomi

Claudio,

greci, si inserirono due nuove lettere, la Y e la Z. Nel 47-48 d.C. l’imperatore in qualità di censore,

introdusse tre lettere del tutto nuove, delle “lettere claudiane”; l’uso di queste lettere, tuttavia, non andò

oltre la morte di Claudio (54 d.C.). Nelle iscrizioni si possono trovare due tipi di scrittura, la capitale e la

corsiva. La prima, che è tipica dell’epigrafia monumentale, trae il suo nome dal fatto che in seguito venne

impiegata per designare nei manoscritti le lettere iniziali (capita) di una pagina o di un capitolo; è una scrittura

“posata”, ovvero frutto di un’azione dello scrivente lenta e accurata, con l’uso di appositi strumenti, che si

sviluppa gradualmente dal IV secolo a.C. fino all’età augustea. Ne risultano lettere armoniche, con tendenza

alla geometrizzazione delle forme, con angoli retti e con regolare proporzione fra altezza e larghezza, con

eleganti apicature e ricerca di gradevoli effetti chiaroscurali. Nel corso dei primi secoli dell’impero, questo

tipo di scrittura subì leggeri cambiamenti, manifestando solo la tendenza a realizzare le lettere allungate. Su

influenza della scrittura impiegata per redigere gli acta quotidiani, a partire dal I secolo d.C., prima su

documenti pubblici di bronzo e poi su monumenti lapidei, compare l’uso di una scrittura capitale detta

actuaria. Definita talora “capitale rustica”, è caratterizzata da lettere allungate e sottili, angoli arrotondati,

linee curve morbide; ha goduto di particolare diffusione soprattutto dal III secolo d.C. La scrittura corsiva trae

il suo nome dal verbo curro, indicante un’azione scrittoria veloce e non curata, e porta a realizzare lettere

irregolari e spesso tante deformate da rendere difficile la lettura. La sua esecuzione può essere influenzata

dal supporto su cui si scrive, dal contesto in cui si trova sia chi scrive, sia la superficie da incidere, dallo

strumento impiegato, dal grado di cultura e di alfabetizzazione di chi scrive e dal suo stato d’animo, dal tempo

a sua disposizione, dalle consuetudini scrittorie della località in cui si trova. Nelle iscrizioni su pietra sono

rarissimi i casi in cui un testo sia interamente inciso con questa scrittura.

Le tecniche impiegate nell’eseguire l’incisione di un testo dipendono da vari fattori, come il tipo di

monumento e la sua destinazione, la disponibilità economica o i desideri del committente, il materiale da

incidere, le capacità professionali del personale dell’officina epigrafica.

Solco a sezione triangolare (“a V”) È la tecnica più comune, perché è relativamente facile da realizzare,

non necessita di strumenti particolari, consente ottimi risultati sul piano della leggibilità e della resa estetica.

Si realizza partendo prima dal contorno esterno delle lettere con un angolo di almeno 45° rispetto alla

superficie fino a raggiungere la profondità voluta, poi da quello interno ripassando più volte i tratti delle

lettere.

Solco a cordone (“a U)” È una tecnica meno diffusa e si riscontra soprattutto in iscrizioni di età

repubblicana o realizzate da personale non specializzato; si impiega lo scalpello o la subbia o la sgorbia,

seguendo il disegno della lettera e realizzando un solco abbastanza largo e poco profondo.

A punti È una tecnica caratteristica delle iscrizioni su metallo; le lettere vengono eseguite incidendo una

serie di punti ravvicinati con lo scalpello o con il trapano.

Lettere mobili Questa tecnica consiste nell’incidere sulla superficie lapidea un solco largo e profondo per

ogni lettera, all’interno del quale si fissano con cemento o mediante piombatura o stagnatura lettere mobili

realizzate in metallo; per facilitarne l’allettamento, spesso all’interno del solco di praticano dei fori ciechi, in

cui inserire i tenoni incorporati nelle lettere. È una tecnica impiegata per iscrizioni da collocare in edifici

pubblici di particolare prestigio o da inserire nelle pavimentazioni di vie e piazze pubbliche. Una variante poco

frequente, definita “a caratteri applicati”, consiste nell’applicare i caratteri metallici muniti di tenoni

direttamente sulla superficie, servendosi solo dei fori ciechi, senza tracciare il solco per alloggiare le lettere.

Ogni lettera è composta da tratti, che durante la fase di incisione il lapicida eseguiva separatamente e

ripassava più volte con lo scalpello, fino a ottenere la lettera completa; sono definiti con vocaboli appositi e

1)

vengono impiegati per descrivere le lettere o quanto resta di esse: arco (o curva): tratto curvilineo di C, D,

2) 3)

G, Q, S; asta: tratto rettilineo, che può essere verticale, montante, discendente; braccio: tratto rettilineo

4) 5)

orizzontale o discendente; coda: tratto curvo o rettilineo di K, R, Q; occhiello: spazio delimitato da un

6)

arco nelle lettere B, P, R, può essere chiuso o aperto; traversa: tratto orizzontale di A e H.

Apicature e ombreggiatura Si definiscono apicature le punte con cui terminano i tratti delle lettere nella

scrittura capitale. L’ombreggiatura è caratteristica delle più accurate realizzazioni della scrittura capitale; si

ottiene allargando al centro e restringendo verso il basso e verso l’alto i tratti curvi delle lettere, in modo che

la luce possa creare, con il chiaroscuro, un gradevole effetto ottico.

Lettere montanti e nane Nelle iscrizioni, normalmente, le lettere mantengono tutte, riga per riga, lo stesso

rapporto altezza/larghezza. In alcuni casi, tuttavia, il lapicida, per ovviare a un errore o a una omissione, per

risparmiare spazio o per ottenere un effetto gradevole, ricorre all’uso di lettere di modulo superiore, dette

sormontanti, che di solito sono le I, le T e le Y, e di lettere di modulo inferiore, dette nane. Queste ultime

possono anche essere inserite all’interno di un’altra lettera, ed esempio una I dentro una C, o nello spazio tra

una lettera e un’altra. Si tratta quasi sempre di lettere aggiunte in un secondo momento per correggere un

errore.

Lettere speciali Oltre alle tre “lettere claudiane”, esistono altre lettere che per forma o per orientamento

 1) Ɔ

acquistano nel linguaggio epigrafico il valore di sigle. Le principali sono: = mulier, impiegata per indicare

che un individuo è liberto di una donna oppure, nelle iscrizioni di soldati, come abbreviazione di centurio e di

2) ꟽ 3) Θ

centuria; = mulier, di uso poco frequente; = theta nigrum; così i latini chiamavano questa lettera

greca. Derivata probabilmente dai ruolini militari, dove in tale maniera si contrassegnavano i soldati caduti

in battaglia o deceduti durante il servizio, compare nelle iscrizioni funerarie, contrapposta alla sigla V (vivus),

ma soprattutto negli albi di collegi, professionali o religiosi, negli elenchi di militari, nei graffiti di gladiatori,

nei fasti.

Vocali geminate In alcune iscrizioni di epoca repubblicana, per contrassegnare la quantità prosodicamente

lunga delle A, delle E e delle V si ricorre alla loro geminazione.

Nessi e legature Il nesso è costituito dall’unione di due o più lettere aventi in comune almeno un tratto e,

di solito, si usa per incidere un numero inferiore di lettere, per risparmiare spazio, per ovviare a errori od

omissioni. Una particolare forma di nesso è il monogramma, che può riunire tutte le lettere di una parola o

le iniziali di gruppi di parole. La legatura, invece, consiste nell’aggiungere dei tratti per unire una lettera

all’altra, rendendole così solidali: è tipica della scrittura corsiva, mentre nella capitale compare di rado.

La “rubricatura” Con questo termine s’intende la pratica di colorare in rosso i solchi delle lettere per

renderli più evidenti. Talora, quando il materiale lapideo su cui era praticata l’incisione era di colore scuro, si

coloravano le lettere con il bianco o si riempivano con una pasta bianca. Non è nemmeno escluso l’uso

dell’oro. Col termine “rubricatura” s’intende anche l’uso, frequente in età moderna, di colorare con vernice

rossa i solchi delle iscrizioni.

Segni di interpunzione Collocati a mezza altezza i segni di interpunzione separano le parole di un testo; la

forma più comune è quella triangolare, ma non mancano i segni a forma di virgola, di parentesi acuta, di

spina, di foglia d’edera, di palmetta. In alcuni casi, il segno d’interpunzione separa le sillabe all’interno delle

singole parole. L’apex è un segno simile a un accento acuto che secondo i grammatici latina serviva per

distinguere le vocali lunghe. Nelle iscrizioni, però, l’apex, pur essendo molto diffuso, dal I secolo a.C. al III d.C.

non sembra rispettare questa regola: viene infatti apposto anche su vocali brevi, su dittonghi e su consonanti.

Non è quindi improbabile che il suo uso fosse regolato da qualche norma che non conosciamo. Il sicilicus, che

deve il suo nome al fatto di essere simile a una piccola C retroversa, così da richiamare nella forma un falcetto,

serviva a indicare che una consonante singola andava letta come doppia. Talora singole lettere o gruppi di

lettere sono sormontati da una linea orizzontale, che serve per indicarne al lettore il carattere di

abbreviazione, o per distinguere alcune sigle rispetto ad altre. Uguale funzione dovrebbe aver avuto l’uso

della barra mediana orizzontale che taglia alcune lettere o gruppi di lettere.

I segni numerali Per indicare i numeri i latini usano i segni derivati da segni numerici dell’alfabeto greco

ed etrusco. La formazione dei numeri avveniva in base al metodo additivo, ovvero ogni numero corrisponde

alla somma dei singoli segni numerici usati; più raramente si impiegava il metodo sottrattivo, ovvero si

sottraeva a sinistra il numero scritto di un altro a lui superiore; ovviamente i due metodi si potevano

combinare. Dalla metà del I secolo a.C., la moltiplicazione per mille si poteva indicare con una linea sopra il

numerale, mentre quella per centomila con una soprallineatura accompagnata da due aste verticali del

numero. Per indicare le frazioni i Romani si servivano dell’asse e dei suoi sottomultipli. Nelle parole composte

da numerali e da lettere, il numerale può essere attraversato da una barra mediana, oppure soprallineato;

sempre una barra mediana caratterizza il simbolo del denario o del sesterzio.

Gli errori e la loro correzione Le iscrizioni presentano spesso casi di scritture “anomale”, definite “errori

 1)

grafematici”. Le più frequenti sono: l’incomprensione della minuta, così che alcune lettere non vengono

2)

comprese o sono fraintese, soprattutto nei casi di minuta in corsivo; l’incomprensione o il fraintendimento

3)

delle lettere tracciate sulla lapide in fase di impaginazione; la diversità linguistica di chi incide il testo, con

4)

conseguenti episodi di interferenza, o il suo grado di alfabetizzazione; l’ipercorrettismo, con l’introduzione

5) 6)

di forme ritenute, a torto, più corrette di quelle correnti e usuali; l’influsso della lingua parlata; fattori

momentanei, come la stanchezza, la distrazione, la noia. Gli errori più comuni sono dunque l’omissione di

una o più lettere, la duplicazione di lettere, l’incisione di una o più lettere, se non addirittura di una parola,

al posto di altre, oppure l’incisione di lettere capovolte, l’inserzione di lettere estranee, lo scambio di lettere

adiacenti e non adiacenti, ripensamenti ed erasioni a scalpello, forme anomale sotto il profilo ortografico,

grammaticale e sintattico. Quando l’operatore o il committente si accorgevano di un errore cercavano di

correggerlo. Il sistema usato più di frequente è quello della scalpellatura, con la quale si cancella la lettera o

le lettere errate, abbassando la superficie dello specchio e, dopo averla levigata, incidendo il testo corretto;

un altro sistema impiegato era quello di coprire con gesso o stucco l’errore, levigare la superficie e poi

procedere alla correzione. Sono poi abbastanza frequenti i casi in cui gli errori commessi o in fase

d’impaginazione o in fase d’incisione siano tanti e tali da portare il lapicida ad approntare una nuova

redazione del testo, spesso servendosi della medesima lapida, opportunamente rovesciata.

La damnatio memoriae Un caso particolare di intervento operato in una fase successiva su un testo già

ultimato, anzi già esposto, è rappresentato alla damnatio memoriae, ovvero la cancellazione, spesso

postuma, accompagnata anche dall’abbattimento delle statue o dall’eliminazione del ritratto, mediante

scalpellatura dalla superficie della lapide del nome di un individuo, non solo e non tanto per annullarne la

memoria, quanto per conservarne nel tempo una valutazione negativa. Non mancano i casi in cui, dopo alcuni

anni, mutata la temperie politica, si attui una riabilitazione del personaggio condannato, facendo incidere

Commodo,

un’altra volta i testi erasi in precedenza: l’esempio più noto è quello di che venne riabilitato da

Settimio Severo e il cui nome fu fatto iscrivere nuovamente sui monumenti.

Iscrizioni false e copie L’uso di creare iscrizioni false su pietra per manipolare i fatti era praticato già in età

repubblicana. È tuttavia in età moderna che tale pratica ha trovato particolare favore, dando vita a un’intensa

produzione di falsi su carta, pietra, metallo e argilla. Con l’espressione “falsi cartacei” s’intendono le

falsificazioni presenti in opere manoscritte o a stampa; create da spregiudicati eruditi, soprattutto fra

Seicento e Settecento, per fornire appoggio alle proprie tesi o per confutare quelle degli avversari, oppure

per conferire una patente di antichità a una famiglia, a una località, a un culto, sono redatte copiando

elementi tratti da altre iscrizioni oppure da opere letterarie oppure ancora affidandosi alla pure invenzione.

Se il falsario ha una buona cultura e un’ottima conoscenza dell’epigrafia latina, l’iscrizione è difficilmente

smascherabile e può, quindi, essere entrata come genuina nelle varie raccolte. I falsi su pietra, metallo e

argilla sono confezionati incidendo su un supporto lapideo o metallico, più raramente di argilla, solitamente

antico e anepigrafe, un testo copiato da un’iscrizione genuina, oppure tratto da più epigrafi genuine

mescolate fra di loro, oppure completamente inventato. Lo scopo della produzione di falsi di questo genere

è sempre stato essenzialmente commerciale. Questo fenomeno sembra concentrarsi in particolari periodo,

come la fine del Seicento e la prima metà del Settecento o in seguito a periodi di crisi politica, militare ed

economica manifestatisi in alcune aree. Le copie sono iscrizioni ricopiate su un supporto antico o moderno,

eseguite per preservare gli originali dal deperimento o dai furti, per collezionismo o per motivi didattici e, a

volte, anche per scopi politici. I calchi, invece, sono copie realizzate con colatura, in uno stampo ricavato

direttamente dall’originale, di gesso liquido o, più recentemente, di resine epossidiche, lattice di gomma o

gomma siliconica, per disporre di duplicati utili a fini didattici o di studio o, ancora per la tutela degli originali

o per finalità espositive all’interno di musei e collezioni. Si rivelano preziosi per lo studio quando gli originali

sono andati perduti o sono danneggiati. Il reimpiego di monumenti iscritti, così come di quelli anepigrafi, si

diffonde fin dal III secolo d.C. I tipi di reimpiego sono fondamentalmente tre: funzionale, ornamentale e

ideologico. Nel primo caso, il monumento iscritto viene reimpiegato in quanto offre la disponibilità di

materiale lapideo già tagliato e lavorato, a costi nulli o bassi, semplicemente spogliando edifici in rovina o

necropoli abbandonate. È questo il caso dei materiali riutilizzati spesso disordinatamente in opere di difesa.

Il reimpiego ornamentale si verifica quando il monumento iscritto è in materiale lapideo di pregio oppure

presenta elementi decorativi tali da suggerirne una collocazione di notevole impatto visivo. Il reimpiego

ideologico, invece, può essere motivato sia dalla consapevolezza dell’antichità del reperto e dal desiderio di

segnare una continuità con il passato, quasi riappropriandosene, oppure, nel caso di edifici di culto cristiano,

da un sentimento di vittoria nei confronti del paganesimo.

I palinsesti epigrafici Talora un testo viene completamente eraso mediante abbassamento a scalpellatura

della superficie del supporto, per incidere un’altra iscrizione: si parla allora di palinsesto epigrafico, cioè

“raschiato di nuovo”. Di solito il titulus prior viene scalpellato con estrema cura ed è difficile recuperarne la

lettura; in alcuni casi, invece che cancellare il titulus prior si preferisce sfruttare lo spazio interlineare per

incidere il nuovo testo e occultare il vecchio con materiale coprente. Questa pratica trova soluzioni

alternative nell’incisione sulla faccia opposta, realizzando così un opistografo, oppure, come accade per i

miliari, rovesciando il monumento e incidendo in varie posizioni la nuova epigrafe.

5. L’ISCRIZIONE COME DOCUMENTO. RILIEVO, SCHEDATURA, EDIZIONE

rilievo schedatura

Il e la di un’iscrizione, basati entrambi sull’esame diretto e personale (autopsia),

costituiscono un procedimento complesso, che mira alla raccolta più completa e accurata possibile dei dati,

tenendo conto contemporaneamente delle caratteristiche del monumento, della scrittura e del testo. Per

tali motivi deve essere articolato in almeno tre fasi.

Prima fase: la raccolta della documentazione Fondamentale è l’escussione di tutta la bibliografia reperibile

sull’iscrizione da schedare, cominciando dalla consultazione delle opere a stampa. Si procede poi all’esame

della documentazione manoscritta. Infine, non bisogna trascurare le ricerche negli archivi e negli schedari

delle Soprintendenze per i Beni archeologici e per i Beni monumentali e storici competenti per territorio e

dei musei locali.

Seconda fase: la documentazione grafica L’avvento della fotografia digitale ha reso molto più semplice

questo procedimento e i risultati sono di solito più che soddisfacenti. Per ottenere un buon risultato è utile

1) 2)

procedere come segue: eliminare erbe, muschi e altre incrostazioni da tutta la superficie; pulire il

3)

monumento con una spazzola morbida, evitando il lavaggio con acqua; collocare una scala metrica di

lunghezza appropriata alle dimensioni del monumento, prestando attenzione a non coprire parte del testo;

4) illuminare l’iscrizione con luce radente, collocando un riflettore portatile posto su un sostegno a una

5)

distanza di almeno tre metri e orientato a 45° rispetto al soggetto; impostare la fotocamera in modo da

6) 7)

ottenere la massima definizione possibile dell’immagine; neutralizzare l’automatismo del flash; porsi di

8) 9)

fronte all’iscrizione e inquadrarla perfettamente al centro; impiegare un cavalletto; avvicinarsi o

allontanarsi dall’immagine, servendosi dello zoom ottimo e non di quello elettronico, che tende a deformare

10) 11)

le immagini; inserire il dispositivo di messa a fuoco automatica; eseguire diversi scatti, modificando

12)

leggermente distanza e angolazione della sorgente luminosa; controllare immediatamente il risultato;

13) 14)

trasferire subito le immagini su un computer, in una cartella apposita; trasferire per sicurezza le foto

anche su un supporto mobile. L’elaborazione digitale delle immagini è un’operazione che si può eseguire

immediatamente oppure alla fine di una serie di riprese. Scaricate le immagini sul computer, bisogna

procedere alla loro elaborazione elettronica, al fine di correggere eventuali difetti e ottenere una resa

1)

migliore. Si attua in pochi semplici passi: effettuare una copia di sicurezza di tutte le immagini in una

2) 3)

cartella a parte; aprire la cartella servendosi di un programma di visione delle immagini; aprire il file

4)

della foto con un programma di elaborazione delle immagini; ritagliare la fotografia, eliminando gli

5) 6)

elementi non necessari; passare dalla modalità colori alla modalità bianco e nero; migliorare la foto

7) 8)

agendo sulla luminosità e sul contrasto; ridimensionare la foto, portandola ad un formato di cm 10x15; 9)

se il testo fosse di difficile lettura, buoni risultati si ottengono applicando l’inversione dei colori;

10)

memorizzare la foto sia in formato TIFF, sia in formato JPEG; darle un nome che la renda facilmente

identificabile. La fotografia va comunque integrata con altri sistemi di riproduzione, fra i quali i più utili sono

il disegno, il calco, il ricalco.

Il disegno Il disegno, diretto o indiretto, ha in campo epigrafico un’antichissima tradizione; bisogna tener

presente, tuttavia, che è sempre una rappresentazione soggettiva. Il disegno “diretto”, ovvero realizzato

come copia dal vero, è inoltre notevolmente influenzato dalle condizioni ambientali in cui avviene,

soprattutto dalla luminosità e dalla collocazione del monumento. Il disegno “indiretto”, invece, realizzato

sulla base di una foto, dipende ovviamente dalla qualità della ripresa. In entrambi i casi, il disegno va eseguito

con molta cura e possibilmente dall’epigrafista stesso.

Il calco Si può effettuare con vari materiali e varie tecniche, anche molto sofisticate. Per quanto riguarda

 1)

il calco cartaceo, per ottenere buoni risultati bisogna procedere in questo modo: procurarsi dei fogli di

carta, una spazzola con setole rigide, una bacinella abbastanza grande, una bottiglia di plastica con

2)

spruzzatore, corde elastiche, plastilina, spilli; riempire la bacinella d’acqua e stendere il foglio, irrorandolo

3) 4)

abbondantemente; pulire accuratamente la superficie iscritta e bagnarla con lo spruzzatore; adagiare il

5)

foglio ben inumidito e fissarlo con le corde elastiche o con palline di plastilina; battere la carta con la

6)

spazzola, iniziando dal centro verso l’esterno; attendere che il foglio si asciughi, evitando di esporlo alla

7)

luce del sole o a fonti di calore; una volta asciutto riporre il foglio orizzontalmente in una scatola rigida

oppure arrotolarlo e inserirlo in un contenitore rigido per disegni. Questo tipo di calco consente di ottenere

una buona documentazione molto fedele, dato che si tratta di un vero facsimile dell’iscrizione e permette di

studiare il monumento anche lontano dal luogo in cui esso si trova. Non è però consigliabile nel caso di

iscrizioni su materiali lapidei in pessimo stato di conservazione, oppure per loro natura molto delicati o

porosi. Un particolare tipo di calco cartaceo è il frottage, ovvero il calco ottenuto con lo strofinamento di

grafite o di altre sostanze coloranti, su sottile foglio cartaceo disposto sulla superficie da rilevare. È un metodo

da evitare perché le possibilità che il foglio si laceri e che la sostanza colorante si trasferisca sulla superficie

del monumento sono altissime. Il calco con materiali plastici per modellazione era una pratica molto usata in

passato. Dapprima si cosparge la superficie dell’iscrizione con talco, poi si pressa sopra il materiale plastico

e, infine, si procede al distacco. Si ottiene così l’iscrizione al negativo e si può riempire lo stampo ricavato con

gesso liquido, gomme siliconiche o resine epossidiche, per ottenere una copia molto fedele. È anche questo

un metodo poco consigliabile, perché i risultati sono buoni solo in caso di lettere ben rilevate, mentre la

possibilità di danneggiare il reperto è altissima. Il ricalco su acetato è una tecnica non invasiva che offre buoni

risultati nel rilievo di iscrizioni su superfici curve, o molto danneggiate, o nel caso di lettere evanide. Si fissa

sulla superficie del monumento con nastro adesivo un foglio acetato e con un pennarello nero si ricalca il

solco delle singole lettere. Si stacca poi il foglio e lo si arrotola su un supporto cilindrico rigido. Si tratta in

ogni caso di una riproduzione soggettiva. Il rilievo di un’epigrafe con il laser scanner consente di restituire

una rappresentazione tridimensionale oggettiva e completa; inoltre, i risultati possono essere visualizzati su

qualsiasi piattaforma hardware ed essere memorizzati su ogni supporto digitale, mantenendo l’informazione

inalterata nel tempo. A tutto questo si aggiungono poi i vantaggi della modellazione tridimensionale. L’unico

aspetto veramente negativo è rappresentato dal costo delle apparecchiature. Se l’iscrizione che si deve

schedare risulta dispersa o non reperibile, è necessario esaminare tutta la documentazione disponibile. Oltre

a sondare gli archivi dei musei e delle Soprintendenze, può essere utile un attento esame della

documentazione bibliografica, a stampa e manoscritta.

Terza fase: la compilazione della scheda Lo scopo della schedatura è quello di raccogliere e ordinare tutte

le informazioni reperibili riguardo l’iscrizione presa in esame. Ci si può servire di una scheda cartacea o di una

elettronica. Esistono vari tipi di scheda che possono servire da modello, da quelle chiamate RA (Reperto

Archeologico) elaborate dall’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione e in uso presso le

Soprintendenze archeologiche, a quelle elaborate autonomamente da enti regionali, comunali o museali. In

1)

ogni caso, una scheda per il rilievo epigrafico deve contenere almeno i seguenti campi: parole chiave o di

2)

identificazione del reperto; tipo di monumento e sua descrizione, indicando se sia intero, mutile, oppure

se si tratti di un frammento isolato o di più frammenti aventi punti in comune (“frammenti contigui”), oppure

3) 4)

appartenenti al medesimo monumento ma privi di punti di contatto (“frammenti solidali”); materiale;

stato di conservazione; nel caso di lacune o di stato frammentario, si deve procedere a un’esatta descrizione

5) 6)

e definizione; apparato iconografico; misure (altezza x larghezza x spessore; espresse in cm); si

7)

forniranno solo le misure massime; posizione, forma, tipo di eventuali modanature e misure massime dello

8)

specchio epigrafico, se presente; altezza delle lettere (espressa in cm); si forniranno solo le misure massime

9)

e si segnalerà l’altezza di eventuali lettere nane o sormontanti; data, luogo e circostanze del rinvenimento,

10)

prestando attenzione a non confondere il luogo di ritrovamento con la provenienza; spostamenti e

11)

passaggi di proprietà del monumento; luogo di collocazione e modalità di esposizione; in caso di

appartenenza a un ente statale o museale, indicare il numero d’inventario del pezzo e di eventuali negativi

12)

fotografici; bibliografia di riferimento relativa al monumento in esame; si definiscono “inediti” i

13)

monumenti non pubblicati; data dell’autopsia, riportando se si è eseguito il rilievo e con quali modalità;

14) trascrizione in lettere maiuscole senza scioglimenti e integrazioni, lettera per lettera e riga per riga,

15)

indicando posizione e forma dei segni d’interpunzione; trascrizione interpretativa, con scioglimenti e

16)

integrazioni, usando i segni diacritici; apparato critico, giustificando eventuali proposte di lettura e

17)

segnalando le varianti rispetto alle fonti bibliografiche; analisi paleografica, segnalando il tipo di scrittura,

la forma del solco, eventuali tracce di rubricatura, le lettere retroverse o particolari, quelle sormontanti e

18)

nane, l’ombreggiatura, i nessi e le legature, la presenza di soprallineature, barre mediane, apices e sicilici;

proposta di datazione. Per fornire un testo epigrafico leggibile anche da persone non esperte di epigrafia, si

ricorre alla trascrizione interpretativa, nella quale bisogna procedere allo scioglimento delle sigle e delle

abbreviazioni, all’introduzione della punteggiatura, alla segnalazione e all’integrazione delle parti mancanti,

servendosi di segni convenzionali. L’iscrizione può essere trascritta riga per riga, rispettando l’originale

scansione, oppure di seguito, segnando la fine della riga con il segno /, che deve essere collocato fra due

spaziature se la fine della riga corrisponde alla fine di una parola, o fra lettere, senza spaziatura, se la fine

della riga tronca la parola. Le iscrizioni possono esser datate o databili in base a elementi interni, ovvero

1)

presenti nel testo, o in base a elementi esterni. Elementi interni sono: datazione consolare: si basa di solito

sulla menzione dei primi due consoli dell’anno, detti eponimi, e compare soprattutto negli atti ufficiali, opere

pubbliche, nelle iscrizioni sacre; per scopi pratici è molto usata nei bolli laterizi di Roma, mentre è rara nelle

2)

iscrizioni funerarie; titolatura imperiale: alcuni elementi della titolatura imperiale consentono di fissare

con buona precisione la data; sono l’indicazione del numero della tribunicia potestas rivestita, o dei consolati

3)

o delle acclamazioni imperatorie ricevute; menzione di magistrati locali eponimi: in alcune città vi è l’uso

4)

di indicare l’anno con i nomi dei magistrati in carica; era provinciale e locale: talora, in ambito locale, la

datazione si basa sul computo degli anni dall’istituzione della provincia, dalla deduzione della colonia, dalla

5)

fondazione della città; indizione: più frequente nell’epigrafia dei cristiani, si basa su un ciclo di 15 anni a

6)

partire dal 313 d.C.; riferimenti di avvenimenti, a personaggi, a istituzioni civili e militari, a cariche

7)

pubbliche, a culti databili in base ad altre iscrizioni o ad altre fonti; elementi dell’onomastica: le tappe

dell’evoluzione del sistema onomastico romano sono note con relativa sicurezza, anche se le datazioni che

se ne possono ricavare si dispiegano solitamente su un ampio spettro. Un utile terminus post quem può

8) 9)

essere costituito dalla presenza di gentilizi appartenenti a imperatori; formule e abbreviazioni; lingua e

1) 2) 3)

stile. Elementi esterni sono: tipo di monumento; iconografia; aspetti paleografici (in realtà le uniche

lettere sicuramente databili sono quelle introdotte dall’imperatore Claudio e da Furio Dioniso FIlocalo, che

4)

nel IV secolo, realizzò numerose iscrizioni cristiane con lettere particolarmente eleganti e riconoscibili);

5) 6)

materiale; contesto architettonico; contesto archeologico.

6. IL NOME DELLE PERSONE

A partire dal 45 a.C. ufficialmente l’onomastica completa di un cittadino romano maschio libero di

tria nomina

nascita si articolava nei (praenomen, nomen, cognomen), integrati dall’indicazione del nome del

padre e dall’indicazione della tribù, cui si era stati ascritti.

Il prenome In origine era il nome personale del cittadino romano; questi, col tempo, non furono più

adoperati come prenomi, ma si trasformarono in gentilizi o in cognomi. Dal III secolo a.C. si affermò l’uso di

impiegare un ristretto numero di prenomi in forma abbreviata. Quelli che godettero di maggiore diffusione

sono Caius, Lucius, Marcus, Publius, Quintus, Sextus, Titus e nel I secolo d.C. Tiberius. Il nuovo nato riceveva

il prenome nove giorni dopo la nascita, ma lo assumeva ufficialmente solo quando prendeva la toga virilis,

anche se, nell’uso pratico, si impiegava prima di quel momento. Talora, per i bambini, al posto del prenome

si poteva usare la parola pupus, abbreviata PVP. Le bambine ricevevano il prenome dopo otto giorni, ma le

donne lo usavano solo in ambito famigliare o in contesti non ufficiali, poiché non vi era alcuna necessità di

distinguere ufficialmente una donna dall’altra, dal momento che erano tenute lontane dalla vita pubblica. Se

vi era qualche necessità di identificarle, la distinzione era fatta in base all’indicazione del nome del padre e/o

del marito; oppure, nel caso di sorelle, con maior, minor o con altri aggettivi indicanti l’ordine di nascita.

Il nome o gentilizio Indica la famiglia di appartenenza dell’individuo e designa tutti i membri di una

medesima gens; si trasmette dal padre ai figli, sia ai maschi sia alle femmine, che, sposandosi, lo conservano.

Nel caso in cui marito e moglie abbiano lo stesso gentilizio, si deve pensare a un matrimonio fra due liberti

dello stesso padrone, oppure che uno dei due coniugi fosse un liberto dell’altro, oppure che fra i due

intercorresse un grado di parentela tale da consentire il matrimonio secondo le leggi romane. In origine era

un aggettivo formato dal nome del padre con l’aggiunta del suffisso -ius (Quintius = figlio di Quintus), talora

abbreviato in -i, soprattutto in età repubblicana. I gentilizi più frequenti sono quelli tipici delle grandi famiglie

e degli imperatori: la loro diffusione fu favorita dal grande numero dei loro liberti e dal fatto che i soldati e

gli stranieri che ottenevano la cittadinanza romana prendevano il gentilizio del magistrato o dell’imperatore

che aveva loro concesso tale beneficio.

La filiazione o patronimico I cittadini romani nati da genitori liberi, indicavano la loro condizione giuridica

inserendo dopo il gentilizio il prenome del padre in caso genitivo, seguito dal sostantivo filius/a, abbreviato

FIL. Gli appartenenti a famiglie illustri, spesso dopo il prenome del padre ponevano anche quello del nonno,

seguito dalla sigla N (nepos) e persino del bisnonno, con la sigla ABN (abnepos). Per i figli nati da una donna

libera, ma al di fuori di nozze legittime e quindi giuridicamente senza padre, si formava il patronimico con il

prenome del nonno materno, oppure si ricorreva alla formula Spuri filius.

La tribù Ogni individuo che godeva della cittadinanza romano era iscritto, ai fini politici e censitari, a auna

delle tribù che corrispondeva originariamente a una circoscrizione dl territorio romano, costituendo l’unità

di voto nei comizi tributi. Di fatto, però, essa andrò perdendo il suo valore territoriale. Dalla fine della

Repubblica, poi, divenne individuale e talvolta ereditaria nell’ambito famigliare, mentre in età imperiale

acquisì quasi esclusivamente il valore di segno distintivo fra chi era in possesso della cittadinanza e chi ne era

privo. Attestata anche per i liberti, la menzione della tribù, che di norma veniva inserita fra il patronimico e il

cognome, è particolarmente documentata fra la seconda metà del II secolo a.C. e il II d.C., mentre tende a

sparire dal III secolo d.C. Il nome della tribù può comparire per esteso in caso ablativo, seguito o meno dalla

parola tribu, ma più spesso, è presente in forma abbreviata, con la parola tribu sottintesa.

Il cognome Era in origine un soprannome non ufficiale, che serviva a individuare con maggior precisione

le persone; poteva richiamare caratteristiche fisiche, psicologiche o caratteriali, avere carattere

beneaugurante, derivare da nomi di città o di popolo, di mestiere, di animali o di piante, essere legato

all’ordine di nascita, rievocare personaggi storici, mitologici o letterari. Nelle grandi famiglie di notabili, un

cognome, unito al gentilizio, serviva a distinguere i diversi rami di una stessa famiglia e talora, all’interno di

un ramo, segnava un’ulteriore suddivisione: si trasmetteva anch’esso, come il gentilizio, per via ereditaria.

L’uso del cognomen, in origine appannaggio degli aristocratici, si affermò lentamente e divenne frequente a

partire dall’età di Silla, prima fra i liberti e poi fra la gente comune; nei testi epigrafici il suo uso diviene

regolare tra la fine della Repubblica e la prima metà del I secolo d.C. Chi veniva adottato, assumeva

l’onomastica dell’adottante e trasformava in cognome il proprio gentilizio, aggiungendo il suffisso -anus.

Questo soprattutto in età repubblicana, mentre in età imperiale prevalse l’uso di aggiungere all’onomastica

dell’adottante anche il nome del padre naturale, e a volte anche quello della madre, senza alcuna modifica.

In altri casi, si aggiungeva a l proprio nome non solo il cognome o i cognomi del padre, ma anche quelli degli

avi, unendovi pure elementi onomastici della madre e dei suoi antenati, giungendo così a creare formazioni

onomastiche estremamente complesse. 1)

La trasmissione di prenome, nome e cognome Prenome: non sembra che esistessero regole fisse;

nell’uso comune, il primogenito prendeva quello del padre o, talvolta, quello del nonno; in alcune famiglie

2)

illustri esistevano dei prenomi che si trasmettevano meccanicamente per via ereditaria. Nome: i bambini

legittimi ricevevano il gentilizio del padre, mentre gli illegittimi, nati da una donna giuridicamente libera,

prendevano generalmente il gentilizio della madre. Il figlio di una donna vedova, che si risposasse, conservava

3)

il gentilizio del padre defunto, a meno che non venisse adottato dal nuovo coniuge. Cognome: non

esistevano regole fisse, ma solo consuetudini non sempre rispettate; spesso il primogenito prendeva lo stesso

cognome del padre, mentre il secondogenito quello della madre e il terzogenito assumeva un cognome

derivato da quello del padre.

L’onomastica degli schiavi e dei liberti In origine lo schiavo non aveva nome proprio, ma veniva indicato

semplicemente con il termine generico puer, preceduto dal prenome del padrone in caso genitivo.

L’espansione romana nel Mediterraneo portò a Roma un grande afflusso di schiavi: sorse così la necessità di

distinguerli, dando loro un nome, di solito scelto dal padrone. Si prediligevano nomi beneauguranti o collegati

a divinità particolarmente venerate, oppure quelli di personaggi del mito o delle opere letterarie più famose;

secondo una moda piuttosto diffusa, si preferivano nomi di origine greca. Nelle iscrizioni, l’indicazione dello

stato servile è data dalla parola servus/a scritta per intero, abbreviata con l’iniziale S o sottintesa, e preceduta

dalla denominazione del padrone. A volte, invece del termine servus si può trovare verna, che indica

normalmente lo schiavo nato nella casa del suo padrone. Se lo schiavo apparteneva all’imperatore, la sua

condizione veniva indicata premettendo o il nome del sovrano o, più spesso, la sigla AVG. Nel caso di schiavi

pubblici, ovvero appartenenti allo stato o a una città, il nome è preceduto dal nome della città o da quello

dei suoi abitanti in genitivo. Un caso particolare nell’onomastica servile è rappresentato dalla presenza di un

secondo elemento, caratterizzato dal suffisso -anus: si tratta di schiavi che sono passati da un padrone a un

altro per vendita, testamento, dono o confisca.

I liberti Se uno schiavo veniva liberato dal suo padrone o si emancipava, entrava di fatto nella famiglia del

suo ex padrone. Assumeva perciò prenome e nome dell’ex padrone e trasformava in cognome il suo

originario nome personale. Per indicare la propria condizione di affrancato, per legge doveva inserire tra

nome e cognome il prenome dell’ex padrone seguito dalla parola libertus/a. Se lo schiavo veniva liberato da

una donna, non potendosi mettere il prenome, si ricorreva alla lettera C retroversa (Ɔ) o più raramente alla

M rovesciata (ꟽ), mentre in alcuni casi si poteva mettere il prenome del marito o del padre della donna. Nei

casi di servi pubblici si adottava un prenome generico e come gentilizio si usava Publicus o un gentilizio

ricavato dal nome della città cui lo schiavo era appartenuto o si usava il nome della citta o dei cittadini al

genitivo seguito da libetus/a. Se lo schiavo apparteneva all’imperatore, con la liberazione assumeva prenome

e nome dell’imperatore, cui faceva seguire l’indicazione del suo stato giuridico con la parola libertus,

preceduta dalla denominazione dell’imperatore al genitivo. Di solito i liberti, fatta eccezione per quelli

imperiali, tendevano per ovvi motivi a omettere l’indicazione della propria condizione.

Gli stranieri gli stranieri (peregrini) di condizione libera portavano solo il nome personale, spesso seguito

dal patronimico. Nel caso ottenessero la cittadinanza romana, assumevano i tria nomina, prendendo

prenome e nome del magistrato o dell’uomo politico o dell’imperatore che l’aveva loro concessa,

conservando il patronimico e trasformando il nome personale in cognome. In molti casi si assiste a un

fenomeno di assunzione dei tria nomina come assimilazione, spesso illegale.

Nel corso dei secoli, il sistema onomastico dei cittadini romani subì radicali cambiamenti, che riflettevano il

mutarsi delle condizioni storiche, economiche e sociali. Dall’unico nome personale in età arcaica, si passò a

una formazione bimembre per arrivare, nel I secolo a.C., all’uso generalizzato dei tria nomina. Dal I secolo

d.C. la struttura a tre elementi cominciò a semplificarsi: il prenome venne impiegato con sempre minore

frequenza, e dal II secolo d.C., non venne più inserito nelle iscrizioni. Stessa sorte toccò pure al nomen, a

causa soprattutto della larga diffusione dei gentilizi imperiali. Il cognome rimase così l’unico elemento

veramente identificativo di un individuo, e dal IV secolo d.C., l’unico a essere usato regolarmente nelle

iscrizioni della gente comune: si tornò così al sistema del nome singolo.

La titolatura imperiale Nelle iscrizioni, l’imperatore viene denominato con un insieme di elementi

onomastici, magistrature, sacerdozi e titoli, convenzionalmente definiti “titolatura imperiale”, che mutano a

seconda del periodo, del luogo, della destinazione e della natura dell’epigrafe.

Imperator (IMP) Il termine, che designa il comandante dell’esercito, diviene il prenome ufficiale

dell’imperatore; a partire da Augusto, che lo sostituisce al suo prenome Caius, apre la titolatura imperiale,

sottolineando il carattere militare del principato.

Caesar (CAES) Cognome caratteristico della gens Iulia, occupa il posto del gentilizio con lo scopo evidente

di segnalare la continuità dinastica da imperatore a imperatore. Dalla metà del II secolo d.C. può essere

impiegato come cognome.

Divi filius Il patronimico dell’imperatore è quasi sempre formato col nome del padre adottivo preceduto,

se quest’ultimo ha avuto la consacratio, dall’appellativo divus.

Nome personale Può essere l’originario nome personale, oppure quello adottivo, oppure può essere,

sempre per scopi di continuità dinastica, quello di alcuni degli imperatori precedenti.

Augustus (AVG) Titolo onorifico, pregno di valenza sacrale, decretato a Ottaviano nel 27 a.C., che viene

assunto da tutti gli imperatori come cognome.

Cognomina ex virtute Ricordano le campagne militari felicemente condotte dall’imperatore o dai suoi

generali e sono derivati dall’etnico del popolo vinto: da Marco Aurelio in poi può essere seguito dall’aggettivo

Maximus.

Tribunicia potestas (TRIB POT) Compare in caso ablativo e, a partire dalla seconda tribunicia potestas

rivestita, è seguita da un numerale ordinale. Conferiva i poteri del tribuno della plebe, come la facoltà di

annullare la decisione presa da un magistrato e l’inviolabilità, e consentiva un grande potere politico.

Attribuita ad Augusto dal senato nel 23 a.C., fu accordata anche a tutti i suoi successori di solito al momento

dell’ascesa al trono e riconfermata ogni anno, cosicché il suo numero dovrebbe corrispondere anche agli anni

di regno, rendendola l’elemento principale per la datazione dell’epigrafe in cui compare.

Consul (COS) L’imperatore poteva essere nominato console, magistratura che assumeva il I° gennaio

dell’anno seguente. A partire dal secondo consolato rivestito la sigla COS era seguita da una cifra, da

sciogliersi con un avverbio numerale. La designazione avveniva nel corso dell’anno precedente quello in cui

la magistratura sarebbe stata rivestita e quindi, fino al 31 dicembre, nella titolatura compativa l’espressione

consul deisgnatus. Il numero dei consolati rivestiti varia da imperatore a imperatore.

Pontifex maximus (PONT MAX) Seguendo l’esempio di Cesare prima e di Augusto poi, tutti gli imperatori

rivestivano questa dignità, che conferiva loro la presidenza del collegio dei pontefici e garantiva, di fatto, il

controllo della religione ufficiale.

Pater patriae (P P) Titolo onorifico di origine repubblicana, venne assunto da Augusto nel 2 a.C. e da allora

attribuito a tutti gli imperatori.

Imperator (IMP) Collocato una seconda volta all’interno dell’iscrizione, indica le salutazioni riconosciute a

un imperatore, quando egli stesso concludeva vittoriosamente una campagna militare. Nella titolatura

compare regolarmente fino a Caracalla, mentre in seguito l’uso diventa episodico.

Censor (CENS) Augusto aveva ricevuto la censoria potestas, senza essere mai stato censor, mentre solo

Claudio, Vespasiano e Tito si fregiarono del titolo di censor e Domiziano di quello di censor perpetuus dall’84

d.C. In seguito, la menzione di censor venne omessa.

Proconsul (PROCOS) Il proconsolato appare talora nelle iscrizioni di Traiano e dei suoi successori, ma solo

sui monumenti eretti nelle provincie; con Settimio Severo può comparire anche sulle epigrafi realizzate in

Italia.

La famiglia imperiale è chiamata domus Augusta, domus Augusti o domus imperatoris; nel caso si tratti della

famiglia di un imperatore divi filius, può essere detta anche domus divina. Gli appartenenti alla famiglia reale

1) Caesar

portano titolo che variano a seconda dei tempi e delle circostanze. I principali sono: (CAES): a

partire da Adriano entrò nell’uso comune, posto immediatamente dopo il nome, per indicare l’erede al trono

2) princeps iuventutis:

e per distinguerlo dal principe regnante, chiamato Augustus; accordavo la prima volta

da Augusto ai figli adottivi C. Caesar e L. Caesar, compare regolarmente nelle iscrizioni dal III secolo d.C. per

3) Augusta

designare l’erede al trono; (AVG): decretato dal Senato per la prima volta a Livia dopo la morte di

Augusto, venne poi conferito a numerose altre imperatrici e, talora, anche a una sorella, a una figlia, a una

4) mater kastrorum

nipote, alla madre; (MAT KASTR): attribuito per la prima volta nel 174 d.C. a Faustina

minore, moglie di Marco Aurelio, fu portato da diverse imperatrici.

La damnatio memoriae Comportava la soppressione fisica del ricordo del condannato, con mezzi che

andavano dalla distruzione delle immagini alla scalpellatura del nome sulle iscrizioni. Non riguarda solo alcuni

imperatori, ma anche i membri della loro famiglia, nonché magistrati e funzionari imperiali, reparti militari,

ma anche semplici cittadini. In alcuni casi, pochi anni dopo la damnatio, mutato il clima politico, poteva

avvenire la riabilitazione.

7. L’INDIVIDUO AL SERVIZIO DELLO STATO E DELLA CITTA’: LE CARRIERE

Le iscrizioni, quelle onorarie in particolare, offrono una notevole quantità di notizie riguardanti il

cursus honorum, ovvero l’insieme delle funzioni e delle magistrature rivestite al servizio dello Stato o delle

Città, da singoli individui.

Le carriere in età repubblicana In epoca repubblicana la lex Villia annalis (180 a.C.) prima e, un secolo

dopo, la lex Cornelia de magistratibus (82 a.C.) avevano fissato in modo gerarchico e vincolante la scansione

delle magistrature della carriera senatoria in questura, edilità o tribunato della plebe per gli individui di

origine plebea, pretura, consolato. Queste magistrature dovevano quindi essere ricoperte una di seguito

all’altra e in quest’ordine, dopo aver espletato le funzioni di carattere civile e militari. La carriera di chi era

giunto alla pretura o al consolato poteva poi proseguire con l’incarico di governatore di una provincia in

qualità di proconsule, titolo che spettava anche agli ex pretori, almeno fino al 52 a.C., quando Pompeo impose

per questi ultimi il titolo di propraetore. Chi era console poteva poi aspirare a essere eletto censor e poteva,

in casi eccezionali, essere nominato dictator.

Augusto Caligola

Le carriere in età imperiale prima e poi attuarono una netta separazione tra senatori e

cavalieri, portando alla creazione di due distinti ordines, destinati a formare il nerbo dell’amministrazione

politica, burocratica e militare dello Stato, il cui accesso era subordinato sia al possesso di un censo adeguato

(un milione di sesterzi per i senatori, 400 mila per i cavalieri), sia all’esistenza di particolari requisiti morali e

civici. All’appartenenza a uno di questi due ordini corrispondevano anche due distinte carriere, dette cursus

honorum, articolate in tappe ben determinate e separate fra loro. Anche in età imperiale, la carriera

senatoriale era costituita dalle antiche magistrature repubblicane. Articolate gerarchicamente, dovevano

essere rivestite solo al raggiungimento dell’età minima che la legge imponeva per ciascuna di loro e,

soprattutto, una di seguito all’altra. L’aver rivestito una delle quattro magistrature, consentiva di rivestire

alcune prestigiose funzioni nell’apparato statale, come le funzioni spettanti agli ex questori, agli ex pretori e

1)

agli ex consoli. Gli appartenenti all’ordine senatoriale nelle iscrizioni possono avere i seguenti titoli:

2) 3) 4)

clarissimus vir, vir clarissimus; clarissimae memoriae vir (dopo la morte); clarissima femina;

5)

clarissimus iuvenis; clarissimus puer/clarissima puella. L’accesso alla carriera senatoriale era subordinato,

come in età repubblicana, all’esercizio di una delle quattro cariche riunite nel collegio del vigintivirato e al

prestare per un anno servizio presso l’esercito col grado di tribunus militum laticlavius, che poteva essere

sostituito anche da un anno di servizio presso un’amministrazione pubblica. Espletate le funzioni

propedeutiche, era allora possibile accedere alla carriera senatoria vera e propria. In età imperiale l’edilità e

il tribunato della plebe erano considerati sullo stesso piano, anche se quest’ultimo poteva essere assunto

unicamente da individui di origine plebea. I consoli erano in numero variabile: due, chiamati consoli ordinari,

venivano designati verso la fine dell’anno e assumevano il potere il 1° gennaio, dando il proprio nome

all’anno, mentre gli altri, chiamati consules suffecti e designati il 9 gennaio, erano destinati a succedere ai

consoli ordinari ogni quattro o tre o due mesi, avendo diritto anch’essi a essere chiamati consules designati

fino al momento di entrare in funzione. In età imperiale la censura non rientra più fra le magistrature.

All’uscita da una magistratura, il senatore poteva ricoprire alcune funzioni, strettamente collegate alla carica

già rivestita. I senatori, infine, potevano accedere ad alcuni sacerdozi loro riservati. Nella pratica epigrafica,

l’ordine all’interno del cursus non è sempre regolare. In età repubblicana i cavalieri erano dapprima facoltosi

cittadini in grado di prestare servizio nella cavalleria, poiché potevano provvedere personalmente

all’equipaggiamento necessario e, soprattutto, al mantenimento di un cavallo da guerra. In seguito, quando

il plebiscito claudiano inibì nel 238 a.C. ai senatori e ai loro figli l’esercizio dei traffici commerciali e la

partecipazione agli appalti pubblici, i cavalieri ebbero la strana spianata verso lucrosi affari e divennero

rapidamente un gruppo sociale dinamico e facoltoso. Si deve ad Augusto la creazione di un ordo equestris,

formalizzato dal punto di vista giuridico e con l’accesso limitato a individui facoltosi (il censo minimo richiesto

era di 400 mila sesterzi) e di comprovata moralità, inseriti in una lista che ogni anno veniva sottoposta a

revisione da parte dell’imperatore in persona. Insigniti dell’onore dell’equus publicus, che da cavallo da

guerra mantenuto dallo Stato, così come l’anello doro al dito e la veste ornata di una stretta striscia di

porpora, i cavalieri formavano la base per il reclutamento di capaci e fidati funzionari per l’amministrazione

Traiano Adriano,

imperiale. Perciò, a partire dall’età giulio-claudia fino ai regni di e di la carriera equestre si

sviluppò articolandosi sempre più in numerosi incarichi, disposti gerarchicamente e con retribuzioni diverse,

1)

anche se rimase la sostanziale divisione in tre gruppi: cariche militari propedeutiche e incarichi giudiziari;

2) 3)

funzioni civili di carattere amministrativo e finanziario; comandi militari di responsabilità, che erano

l’apice della carriera di un cavaliere. Inoltre, i cavalieri potevano rivestire alcuni sacerdozi loro riservati. Nelle

1) 2)

iscrizioni, gli appartenenti all’ordine equestre potevano fregiarsi dei seguenti titoli: vir egregius;

3) 4)

egregiae memoriae vir (dopo la morte); vir perfectissimus; vir eminentissimus. I cavalieri erano tenuti a

prestare servizio militare ricoprendo successivamente gli incarichi militari nelle legioni o, in alternativa, nelle

truppe di stanza a Roma. Le procuratele erano divise secondo una rigida gerarchia basata sullo stipendio

annuale del titolare, da 60 mila sesterzi a 300 mila. Lo svolgimento della carriera non avveniva sempre in

modo sistematico e la gerarchia degli incarichi poteva variare a seconda dei periodi. Le grandi prefetture

rappresentano, per i pochi che vi giungono, il coronamento della carriera equestre e sono rivestite da

individui che abbiano maturato significative esperienze nell’ambito delle procuratele di grado superiore.

Durante il regno di Costantino l’ordo equestris cominciò lentamente a sparire, assorbito all’interno

dell’ordine senatorio, anche a seguito del fenomeno dell’allectio e, di conseguenza, del cursus honorum

misto. Il cursus honorum divenne uno solo, a cui si perveniva per due differenti strade, una riservata ai

clarissimi, ovvero ai figli dei sentori, dopo che avessero esercitato la questura o la pretura, l’altra a coloro che

1)

fossero stati allecti inter consulares. Nacque così una nuova gerarchia, con una suddivisione in: viri

2) 3)

clarissimi; viri clarissimi et spectabiles; viri clarissimi et inlustres; cui corrispondeva una serie di mansioni

e di incarichi.

8. LA CLASSIFICAZIONE DELLE ISCRIZIONI 1)

In base al tipo di supporto e al testo, le iscrizioni possono essere suddivise in alcune classi: iscrizioni

2) 3) 4) 5)

sacre e magiche; iscrizioni onorarie; iscrizioni di opere pubbliche; iscrizioni funerarie; iscrizioni

6) 7)

parietali; atti pubblici e privati; iscrizioni su oggetti prodotti in serie e di uso quotidiano. Bisogna sempre

tener conto che un’iscrizione può appartenere a più classi contemporaneamente.

Iscrizioni sacre Sono incise su altari, statue, oggetti che vengono offerti a una o più divinità, oppure su

monumenti dedicati alla divinità; a volte ricordano l’erezione di un edificio sacro o la consacrazione di un

1)

luogo. Elementi caratteristici sono: il nome della divinità o delle divinità cui il monumento è consacrato,

2)

espresso al dativo e spesso seguito da uno o più epiteti; il nome o i nomi dei dedicanti, al nominativo,

raramente accompagnato da elementi della professione o del cursus; possono anche comparire altri

3)

personaggi, di solito membri della famiglia; motivi per cui la dedica viene posta: per ordine di una divinità,

4)

per lo più apparsa durante il sonno, oppure per uno scampato pericolo o per la guarigione ottenuta; la

menzione dell’oggetto o dell’edificio dedicato ed eventualmente della somma spesa od offerta e della

5)

provenienza del denaro; un verbo che indica il tipo di azione effettuata. Talora si precisa il luogo ove si

erige il monumento e la sua condizione giuridica, mentre raramente compare l’indicazione cronologica. In

età repubblicana, le iscrizioni sacre sono piuttosto semplici e sintetiche, anche se non mancano i casi di

iscrizioni più complesse e articolate. In età imperiale sono di particolare interesse i bassorilievi con scene

pertinenti al culto di Mitra, in particolare quelle raffiguranti il sacrificio del toro, che erano posti all’interno

dei mitrei.

Iscrizioni magiche Nel gruppo delle iscrizioni di carattere religioso si possono far rientrare anche i testi

che appartengono a forme di religiosità popolare o che documentano pratiche magiche. Le “sortes” sono

delle tavolette o dei bastoncini a sezione quadrangolare in legno o in metallo sulle quali sono incise frasi dal

significato ambiguo od oscuro, che venivano impiegate in varia maniera, quando un fedele consultava un

oracolo. Recano testi redatti in rozzi esametri. Le “defixiones” o “defixionum tabellae”, il cui nome deriva del

verbo defingere, col significato in inchiodare, immobilizzare, rendere impotente un nemico a causa di un

torto subito o per arrecargli danno, sono piccole lamine in piombo su cui uno stregone, su richiesta del

cliente, incideva, per lo più in corsivo, una serie di formule magiche Le laminette venivano poi ripiegate più

volte e trapassate da un chiodo, quindi dovevano essere affidate, come una sorta di messaggio, agli dèi Inferi:

venivano perciò introdotte furtivamente nelle sepolture o gettate in corsi d’acqua. Talora alle laminette si

aggiungevano figurine in argilla, in piombo, in cera, in lana e in altre fibre, contenenti elementi organici della

vittima, e a volte trapassate anch’esse da chiodi. Questa pratica, molto diffusa nel mondo romano, era

severamente vietata dalla legislazione. I motivi per cui si ricorreva a questa pratica sono fondamentalmente

quattro: contro avversari o testimoni in giudizio, contro i ladri e calunniatori, contro rivali in amore o

innamorati o coniugi che abbiano tradito o abbandonato, contro aurighi, cavalli da corsa e gladiatori. Le

devotiones erano pratiche magiche affini alle defixiones, con cui un offerente si rivolgeva a una divinità, non

necessariamente infera, per domandare giustizia per qualche torto o qualche danno subito o che supponeva


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Epigrafia latina e antichità romane del prof. Gregori, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Manuale di epigrafia latina, A. Buonopane. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) L'epigrafia latina: definizione, ambiti, limiti; 2) Storia dell'epigrafia latina: dal Codex Einsiedelnensis al Corpus inscriptionum Latinarum; 3) Gli strumenti di lavoro; 4) L'iscrizione come monumento; 5) L'iscrizione come documento. Rilievo, schedatura, edizione; 6) Il nome delle persone; 7) L'individuo al servizio dello Stato e della città: le carriere; 8) La classificazione delle iscrizioni; 9) L'instrumentum inscriptum.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in filologia e letterature dell'antichità
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Epigrafia latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gregori Gian Luca.

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