Manuale di epigrafia latina
Alfredo Buonopane
L'epigrafia latina: definizione, ambiti, limiti
Le iscrizioni, che i Romani chiamavano tituli o inscriptiones, e che i moderni, dall’età umanistica in poi, hanno chiamato sia iscrizioni sia epigrafi, erano un potente mezzo di comunicazione di massa e, diffuse ed esposte capillarmente su tutto il territorio dell’impero romano, costituivano un’impressionante mole di documenti. Di questi ci è giunta solo una minima parte (dal 2% al 3%, ovvero tra i 300/400 mila esemplari circa), sia attraverso le copie che fin dall’alto medioevo ne vennero fatte da eruditi e studiosi, sia direttamente, soprattutto grazie a rinvenimenti fortuiti o a scavi archeologici.
Studiare questi documenti è compito dell’epigrafia latina, una scienza che non implica solo le conoscenze necessarie per decifrare i testi, ma anche tutte le competenze necessarie per interpretare quanto vi è scritto e saperne estrarre tutte le informazioni possibili. Compito dell’epigrafista, quindi, è anche quello di inserire il testo e il monumento che funge da suo supporto nel contesto cronologico e sociale che l’ha prodotto, raccogliendo tutti i dati topografici, archeologici e tipologici disponibili.
Proprio perché l’epigrafia studia i documenti incisi, graffiti, impressi e dipinti su pietra, metallo, ceramica o altri materiali, entra in contatto con altre discipline: con la papirologia; con la numismatica; con la filologia. Bisogna anche tenere presente che i contatti con i popoli della penisola italica prima e d’Europa, d’Africa e d’Oriente poi hanno influenzato la produzione epigrafica in lingua latina, introducendo formulari, prestiti lessicali, ibridismi.
Vi sono poi numerosi casi di iscrizioni con parole straniere, nomi soprattutto, traslitterate in latino o, viceversa, con parole latine scritte in caratteri greci, o riportate nella lingua originale all’interno di un testo in latino; sono frequenti inoltre le iscrizioni bilingui che affiancano il testo greco al testo latino, com’è il caso delle Res gestae divi Augusti o dell’Editto dei prezzi di Diocleziano, ma anche altre lingue, e non mancano gli esempi di testi in tre lingue, come quello della dedica a Esculapio proveniente dalla Sardegna, con testo in latino, greco e punico.
Alcune iscrizioni ci sono giunte anche attraverso le pagine degli autori antichi. Purtroppo, sono rari i casi in cui il testo sia stato riportato alla lettera e nella sua completezza. Di solito abbiamo rapide citazioni, come in Tito Livio o in Plinio, parafrasi, come fa sempre Tito Livio, o trascrizioni solo parziali, fenomeni forse da imputarsi alla scarsa considerazione che gli storici antichi ebbero dei documenti epigrafici. Invece sono interessanti i casi in cui un autore confuta l’uso delle iscrizioni per avallare le proprie tesi o per respingere le ipotesi altrui.
Storia dell'epigrafia latina: dal Codex Einsiedelnensis al Corpus inscriptionum Latinarum
La più antica raccolta di iscrizioni tramandataci è una silloge, contenuta nel Codex Einsiedelnensis Mabillon326, scoperto da nel 1683 nella biblioteca del monastero di Einsiedeln in Svizzera. Attribuita al IX secolo d.C., essa contiene iscrizioni di Roma e alcune di Pavia, sia pagane, soprattutto di monumenti pubblici, sia cristiane. I testi sono trascritti in minuscolo, anche se il riscontro con epigrafi ancora rintracciabili mostra una discreta fedeltà agli originali.
Nei secoli seguenti, la generalizzata diffusione della scrittura gotica e le conseguenti difficoltà di lettura dei caratteri latini resero le iscrizioni sempre più incomprensibili agli occhi di pellegrini e viaggiatori; spesso, mal interpretate, divennero fonte di aneddoti o di fantasiose leggende, oppure, ritenute di scarso interesse, furono a mala pena prese in considerazione dai compilatori dei vari Mirabilia urbis Romae, che preferirono concentrarsi sulla descrizione dei monumenti.
Solo a partire dalla seconda metà del XIV secolo cominciò a manifestarsi un’inversione di tendenza: non solo realizzò una raccolta di iscrizioni, ma nel 1347, nel corso di una pubblica cerimonia, lesse al popolo il testo della lex de imperio Vespasiani, utilizzandolo per dimostrare la continuità esistente fra senato romano e Sacro Romano Impero.
Sempre in quegli anni Petrarca inserì nelle sue opere iscrizioni latine, riportandole con precisione. Nel XV secolo, cominciano ad apparire le prime sillogi in cui le iscrizioni vengono raccolte per il loro intrinseco interesse.
Infatti, già una delle tre redazioni della silloge attribuita al segretario del senato Nicolò Signorili contiene solo iscrizioni, mentre al grande umanista Poggio Bracciolini si deve una raccolta sistematica di epigrafi classiche da lui trascritte a Roma e riportate in caratteri maiuscoli sotto forma di facsimile.
In quegli anni, le iscrizioni di Roma furono copiate dagli artisti che si recavano nell’Urbe per disegnare gli antichi monumenti, come l’architetto Antonio da Sangallo, o i pittori Jacopo Bellini e Andrea Mantegna.
Del tutto diversa e innovativa è l’attività di Ciriaco de’ Pizzicolli d’Ancona: egli copiò direttamente dai monumenti centinaia di epigrafi. Le sue trascrizioni, così come i suoi disegni, sono quasi sempre fedeli, senza interventi o interpretazioni personali. Tutto il materiale venne raccolto in alcuni volumi di Commentaria, che andarono perduti nell’incendio della biblioteca Sforza di Pesaro.
Intorno al 1460 Giovanni Marcanova portò a termine una silloge, le Antiquitates et inscriptiones Romanae, in cui trascrisse sia numerose iscrizioni viste personalmente, soprattutto nel Veneto, sia iscrizioni trädite da altri. La redazione della stesura conservata a Modena è stata attribuita al veronese Felice Feliciano, noto soprattutto per gli importanti studi dedicati alla ricostruzione grafica delle lettere romane confluiti nel codice Alphabetum Romanum.
Sua è un’importante raccolta di iscrizioni, in cui la trascrizione fedele dei testi visti personalmente si mescola alla fantastica ricostruzione dei monumenti o alla creazione di raffinati centoni. Unica nel suo genere è la Iubilatio, ovvero la narrazione di una gita compiuta da Giovanni Marcanova e Andrea Mantegna lungo le sponde del lago di Garda alla ricerca di iscrizioni latine da trascrivere.
A Lorenzo il Magnifico dedica fra’ Giovanni Giocondo, la sua raccolta di iscrizioni veronese anch’egli. Fra’ Giocondo spaziò dalla teologia alla filologia, dalla letteratura all’antiquaria, dall’architettura all’ingegneria, trascrivendo iscrizioni nel tentativo di salvare dalla rovina e dalla dispersione quanto restava dell’antichità di Roma. Egli rinuncia a riprodurre i monumenti su cui si trovano le epigrafi e riporta queste ultime di seguito, senza tener conto dell’originaria impaginazione, considerata superflua alla retta comprensione del testo.
Tra la fine del XV secolo e gli inizi del XVI apparvero le prime sillogi pubblicate a stampa: la più antica è una piccola raccolta di Desiderio Spreti, mentre esclusivamente dedicate alle epigrafi sono alcune sillogi pubblicate in Germania, fra cui si distinguono per eleganza grafica quelle dedicate alle iscrizioni di Augusta Vindelicorum curate da Konrad Peutinger nel 1505 e nel 1520.
La prima silloge pubblicata in Italia sono gli Epigrammata antiquae Urbis, edita nel 1521 a cura di Giacomo Mazzocchi; qui le epigrafi sono raggruppate sia secondo la tipologia dei monumenti, sia topograficamente. Iscrizioni di Roma e d’Italia, ma anche di Spagna, di Francia, di Germania, d’Austria, di Dalmazia, di Grecia e d’Asia Minore sono pubblicate in ordine topografico da Pietro Apiano e Bartolomeo Amando nelle Inscriptiones sacrosanctae vetustatis.
Numerosi falsi sono contenuti nella grande opera di Pirro Ligorio, il celebre architetto napoletano. I suoi Quaranta libri delle antichità godettero di larga fama e a essi attinsero generazioni di eruditi. Ciò portò a un’enorme diffusione di testi falsi o interpolati, che, presi per veri, passarono di raccolta in raccolta.
Nella seconda metà del XVI secolo cominciò ad affermarsi che le epigrafi fossero utili per approfondire la conoscenza di tutti gli aspetti del mondo romano; ciò diede vita a sillogi concepite come strumenti di consultazione. Si optò, allora, per due tipi di ordinamento, quello basato sulla tipologia del monumento e quello basato sul contenuto o sui personaggi menzionati.
Primi esempi di sillogi così concepite sono quelle curate da Martino Smezio, con ampie integrazioni a cura di Giusto Lipsio, con il titolo di Inscriptionum antiquarum. Agli inizi del XVII secolo compare il primo corpus absolutissimum di iscrizioni greche e latine. Si tratta delle Inscriptiones antiquae totius orbis Romanis in corpus absolutissimum redactae, ideato da Giuseppe Scaligero e portato a compimento da Jan Gruter.
Comprende oltre 12 mila iscrizioni, trascritte dalle sillogi precedenti. Solo raramente, però, esse sono state controllate mediante autopsia, fatto che portò all’inclusione di un notevole numero di falsi, con gravissime conseguenze sul progresso degli studi. Le iscrizioni sono raggruppate per genere e per la prima volta viene introdotto un capitolo dedicato alle iscrizioni false o sospette.
Per oltre un secolo, l’opera di Gruter rimase l’unico testo di riferimento e apparvero numerose raccolte che miravano a integrarlo e a completarlo. Assai sottovalutata è l’opera di Francesco Bianchini: nelle migliaia di pagine dei suoi appunti vi sono accurati disegni di iscrizioni e numerosi calchi. Agli inizi del XVIII secolo si avvertì sempre più viva l’esigenza di pubblicare una nuova raccolta di iscrizioni: si trattò di un progetto che vide coinvolti due dei più importanti intellettuali del tempo: Ludovico Antonio Muratori e Scipione Maffei.
Il primo si era proposto di raccogliere e riunire organicamente tutte le iscrizioni sparse nelle sillogi precedenti. Il progetto fallì e Muratori si limitò a pubblicare il Novus thesaurus veterum inscriptionum, che in realtà era solo un corposo supplemento al Gruter. La sua opera venne poi integrata da Sebastiano Donati, con il Ad novum thesaurum.
Proprio a Scipione Maffei si deve un radicale cambiamento negli studi di epigrafia. Da un lato, infatti, convinto che tutte le sillogi precedenti pullulassero di falsi, egli sostenne sempre come imprescindibile la necessità del controllo autoptico, tanto da affrontare un lungo viaggio in Europa per controllare e trascrivere di persona le iscrizioni; dall’altro lato, enfatizzò il carattere di fonte diretta delle iscrizioni e propugnò l’idea della corretta valutazione dell’iscrizione come documento storico, capace di fornire dati su argomenti spesso sottovalutati dalle fonti letterarie.
Nel 1732, Maffei concepì l’ardito piano di un nuovo corpus, cui furono invitati a partecipare numerosi studiosi italiani e stranieri. L’opera doveva essere in più volumi. Alcuni dei punti esposti sono di una sorprendente modernità e anticipano alcuni dei criteri poi impiegati nei grandi corpora ottocenteschi. L’ambizioso piano tuttavia non ebbe successo, soprattutto perché i tempi non erano ancora maturi per progetti di respiro internazionale e di tale portata.
A Scipione Maffei si deve anche l’istituzione del primo museo epigrafico aperto al pubblico, il Museo lapidario maffeiano, costituito dalla collezione epigrafica dell’Accademia filarmonica di Verona e da tutte le epigrafi da lui raccolte nel corso di molti anni. Venne inaugurato nel 1745 e rapidamente divenne una delle mete preferite dagli stranieri che effettuavano il Gran Tour.
Sul finire del Settecento venne pubblicata un’opera fondamentale per gli studi epigrafici, Gli atti e monumenti de’ Fratelli Arvali; l’autore, Gaetano Marini, non si limita a un esame di tipo antiquario, ma propone un commento molto approfondito, sulla base del confronto con centinaia di iscrizioni, molte delle quali inedite.
Nei primi decenni del XIX secolo, Johann Caspar Orelli diede alle stampe una silloge, la Iscriptionum Latinarum, che si proponeva di fornire agli studiosi un’ampia selezione di testi. La prima metà dell’Ottocento è contrassegnata dall’attività di Bartolomeo Borghesi, lo studioso che seppe portare definitivamente l’epigrafia dall’antiquaria e dall’erudizione alla scienza. Egli non solo interpretava e integrava testi di difficile lettura, ma sapeva ricavare dalle iscrizioni ogni informazione utile.
Anche nell’Ottocento la creazione di un corpus rimase sempre l’obiettivo primario degli studiosi di epigrafia: nel 1815, Barthold Georg Niebuhr preparò il progetto di un Corpus inscriptionum; egli proponeva la raccolta in un unico corpus non solo delle iscrizioni greche e romane, ma anche di quelle delle altre lingue, sia dell’Italia preromana, sia degli altri popoli dell’Impero romano. Le difficoltà incontrate a causa della complessità dell’opera spinsero Niebuhr a concentrarsi su pubblicazioni settoriali, in particolare su un Corpus inscriptionum Graecarum.
Olaus Kellermann sottopose all’Accademia un progetto di corpus accompagnato da un computo delle iscrizioni note, che superavano, secondo lui, abbondantemente le 80 mila unità. Veniva ribadita l’importanza dei riscontri autoptici mentre come criterio di ordinamento delle iscrizioni si optava per quello di Gruter. Purtroppo, il progetto venne bruscamente interrotto dalla prematura scomparsa di Kellermann.
Qualche anno dopo, in Francia, Abel-François Villemain promosse un progetto francese di redazione di un corpus delle iscrizioni latine, pagane e cristiane fino al VI secolo d.C. Ma, quando tutto era pronto, le dimissioni del ministro Villemain portarono al fallimento del progetto. Così, pochi mesi dopo, nel gennaio 1847, fu la volta di Theodor Mommsen, il quale propose all’Accademia di Berlino un dettagliato piano per la creazione di una silloge di tutte le iscrizioni latine.
Il primo punto del progetto era la raccolta dei testi epigrafici. Il secondo punto riguardava l’ordinamento delle iscrizioni, che dovevano essere raggruppate dapprima su base topografica e poi ordinate secondo una serie di categorie estremamente dettagliate. Il terzo punto riguardava la critica delle iscrizioni, con particolare riguardo ai falsi e alla trascrizione dei testi. Il quarto punto, invece, era riservato agli indici e il quinto alle modalità di attuazione del progetto. L’opera doveva essere redatta interamente in latino. Nel 1863 uscì il primo volume, dedicato alle iscrizioni “repubblicane”, ovvero databili anteriormente alla morte di Cesare (44 a.C.) Theodor Mommsen lavorò tutta la sua vita a questa colossale impresa.
Gli strumenti di lavoro
Il Corpus inscriptionum Latinarum Mommsen
Noto sulla base di un dettagliato progetto presentato nel gennaio del 1847 da Theodor Mommsen e il cui sviluppo fu seguito per tutta la vita dello studioso tedesco, il Corpus inscriptionum Latinarum (CIL) costituisce ancora oggi il principale strumento di lavoro per quanti si occupano di epigrafia latina.
Il corpus ideato da Mommsen è impostato su base geografica: i vari volumi raccolgono le iscrizioni provenienti da una provincia o da un gruppo di province e, per l’Italia, quelle provenienti dalle regioni augustee, riunite per lo più in base alla contiguità; unica eccezione è la città di Roma, alla quale è dedicato un singolo volume. A questi si affiancano alcuni volumi di carattere monografico. Ai volumi del Corpus si affiancano anche due serie di Auctaria, destinate a integrare e completare alcuni punti dei volumi già editi.
Secondo il progetto di Mommsen, ogni volume doveva essere così strutturato:
- Indice generale dell’opera;
- Le fonti, ovvero quanti abbiano riportato le epigrafi prese in esame, disposte in ordine alfabetico;
- Le falsificazioni su pietra e quelle “cartacee”, cioè presenti in opere manoscritto o a stampa, e le iscrizioni alienae, cioè quelle autentiche ma provenienti da altre città e conservate nell’ambito considerato;
- Le iscrizioni; nei volumi impostati su base geografica sono raggruppate per province o per regioni e, a loro volta, per singole città. Il capitolo dedicato a ogni città si apre con un’introduzione spesso ampia. Seguono poi le iscrizioni, numerate progressivamente e ripartite secondo una classificazione gerarchica. In linea generale sono classificate in sacre, imperatorie, relative a magistrati, sacerdoti, funzionari, servi pubblici, soldati, collegi professionali, mestieri, funerarie, cristiane in lingua latina. All’interno di ogni gruppo, l’ordinamento può essere cronologico o alfabetico.
- Nei volumi monografici, i testi sono riuniti in ordine cronologico o per materiale e tipologia del supporto;
- I miliari, raggruppati in base alle viae publicae cui appartengono;
- L’instrumentum domesticum, con i testi raggruppati in base al materiale, alla tipologia del supporto e con il criterio alfabetico;
- Gli Additamenta auctarium, riservati a eventuali correzioni e integrazioni dei testi e alla pubblicazione delle iscrizioni rinvenute durante la stampa del volume; indici molto articolati, ripartiti in classi a loro volta suddivise in diverse sezioni.
Nei volumi del CIL, a ogni iscrizione corrisponde una scheda, contraddistinta da un numero arabo progressivo e compilata secondo uno schema che si articola in lemma, trascrizione, bibliografia, apparato critico, commento.
Sotto la voce “lemma” possono essere indicati tipo e forma del supporto, materiale e descrizione della forma delle lettere e loro età. Segue l’indicazione della località di rinvenimento e di quella di conservazione. Se il reperto ha subito degli spostamenti, questi sono riportati in successione cronologica con il cognome, abbreviato e in maiuscoletto, dell’autore che li ha descritti.
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