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in modo schematico, il profeta viene rappresentato mentre porge la polpetta avvelenata al

serpente che è attorcigliato ad un albero o eretto, sullo sfondo un tempio o un altare.

Lazzarra – La scena di Daniele tra i leoni nelle lastre romane

Questa è una delle scene più rappresentate, il tema nasce da uno schema iconografico già

maturo: il profeta è orante, giovane e imberbe, tra due fiere. Vi sono variazioni minime nel vestiario

o nella postura dei leoni. All’inizio del III secolo Daniele era vestito di tunica esomide succinta, ora

ventrale ora a perizoma semplice, mentre nel IV secolo viene rappresentato nudo secondo una

tipologia eroica.

Sulla documentazione epigrafica la scena è incisa sulle lastre che chiudono i loculi, vi sono solo

sei esemplari alle due condanne ad bestias.

La prima lastra viene dal cimitero di s Alessandro, ora nei Musei Vaticani, la scena biblica si

colloca a sx del testo, Daniele orante tra due leoni seduti simmetricamente con fauci spalancate, il

profeta ha una capigliatura curiosa simile a un nimbo e una tunica esomide succinta che lascia

intravedere il perizoma sottostante.

La seconda lastra da Priscilla presenta il profeta vestito solo nella parte inferiore, il graffito è

piuttosto rozzo opera di un artifex scarso, la fisionomia del profeta è sgraziata, arti sproporzionati,

mentre le due fiere sono rese in modo più accurato, con il corpo snello e flessuoso, criniera

fluente, code erette ma con comportamento mansueto (es parte posteriore del pluteo di s

Apollinare Nuovo,fine IV sec, dove c’è anche l’immagine di una colomba con una corona nel becco

e piccoli pani, emblemi di una reductio dell’intervento di Abacuc -> la colomba ricorre anche nella

scena della lastra marmorea anepigrafe di Pretestato, dove Daniele è rappresentato in maniera

tozza, nudo tra le fiere e in alto una colomba con ramoscello, vi è anche un albero con i frutti

fortemente stilizzato -> l’elemento vegetativo ricorre anche nella scena su vetro proveniente da

Concordia Sagittaria, piatto del IV-V secolo contiene l’effigie del profeta, giovane e orante, con

capo nimbato, coperto da un pallio, contabulatum, immerso in un lacus dalle sembianze di una

vaschetta i due leoni sono seduti con il dorso rivolto verso il centro della scena e si girano a

guardare il profeta, particolare realizzazione delle criniere).

La rappresentazione della fossa è assente in ambito pittorico-plastico tra III-IV sec, mentre lo

troviamo in molteplici produzioni: come lacus rettangolare, oppure sempre rettangolare ma in

mattoni (pisside da Dumbarton Oaks Collection, realizzata da officina siro-palestinese tra V-VI

sec).

La lastra di Ponziana del IV sec, riporta un profeta orante completamente nudo, vengono risaltati i

pettorali, ombelico, capigliatura. I due leoni sono disposti simmetricamente di profilo ai lati del

profeta, con atteggiamento mansueto ma con fauci spalancate.

La lastra marmorea di s Alessandro è testimonianza di un ripensamento dell’artifex che ha inciso

Daniele orante nudo tra i leoni, forse il progetto iniziale era quello di rappresentare un’orante (data

la capigliatura femminile e il seno appena accennato, e in più la colomba presente sull’altro

frammento della lastra).

Ben diverse sono le immagini orientali del V-VI sec che rappresentano Daniele vestito (es stucco

del battistero degli ortodossi a Ravenna).

Il numero dei leoni rimane però costante per tutto il III-IV sec, forse per dare simmetria (eccezione

è es rilievo funerario da Cagliari di inizio IV sec, dove vi sono ben quattro leoni, anche se ne è

rimasto solo).

Le varianti di Daniele erano influenzate dai contesti sociali e geografici, o dai singoli committenti o

dall’artista.

4. SIMBOLI, SEGNI E RITI

Spera – Architetture vuote e “lessemi” architettonici su alcune lastre incise dalle

catacombe romane

Esiste una serie di epitaffi o lastre marmoree prive di testo scritto caratterizzanti da

rappresentazioni architettoniche, anche nella forma di elementi isolati.

Una chiusura di forma dal pavimento della basilica apostolorum dalla via Appia riporta l’immagine

di una colonna spiraliforme con capitello corinzio a foglie lisce e base modanata su basso plinto.

Altra colonna, ma questa volta a fusto liscio, base e capitello corinzio con abaco, è incisa sulla

transenna con traforo a pelte da ss Marcellino e Pietro, forse oggetto votivo, forse come richiamo

martiriale.

Un insieme composito di segni -colonna, tralci vitinei, grappoli e volatile-accompagna l’epitaffio di

Melisso su un sarcofago strigilato da ad duas lauros e quello di Felicissima su una lastra di loculo

da Callisto.

Nell’epitaffio di Marcus sulla lastra proveniente dal cimitero di via Ostiense compaiono tre segni, la

colonna, avvolta da racemi di alloro o di edera, un uccello e un grappolo d’uva con l’immagine del

defunto in cattedra con un ramoscello di ulivo nella mano dx.

Emerge un’attenzione al dettaglio, anche in casi di stilizzazione del disegno, vi è un riferimento al

sepolcro (es chiusura di un loculo della regione dei Flavii Aurelii in Domitilla).

In sarcofagi non cristiani la presenza della colonna con l’urna soprastante si può riferire al contesto

funerario e con tale significato è introdotto anche in scene di banchetto (es affresco con scena di

banchetto da ss Marcellino e Pietro).

Altre volte vengono applicate vere e proprie colonne ai sepolcri, come potenziamento decorativo,

oppure con connessione al luogo santo.

Calcani – Dalla pratica augurale alla simbologia della nuova fede: contributo alla storia

iconografica del Chrismon (MANCA)

Nuzzo – Vite e uva nell’arte funeraria paleocristiana: la documentazione delle lastre incise

di produzione romana

Le raffigurazioni della vite e dell’uva in ambito funerario sono diffuse in un arco di tempo assai

ampio. Vanno dal semplice tralcio al singolo grappolo, alla vigna fino a scene di vendemmia.

All’interno delle tematiche dionisiache vi sono intenzioni bucoliche e stagionali.

Si è documentata con una certa frequenza la sola immagine del grappolo d’uva (unico o duplicato)

che si ritrova in un ampio spazio cronologico con lastre molto antiche come es da Domitilla.

La più diffusa è l’immagine della colomba, o altri volatili, con il grappolo d’uva nel becco, alternativa

o in combinazione con altre colombe recanti palme o ramoscelli (es lastra da Domitilla). La

combinazione non è nuova nei contesti cristiani, ma risulta già sperimentata nei monumenti

sepolcrali già dal II secolo.

Il grappolo d’uva è affiancato anche dal monogramma cristologico. In qualche caso la colomba

poggia sul grappolo d’uva, spesso accompagnate da altre raffigurazioni incise (es epitaffio di

Brezeinos della via Salaria in cui si combinano il tema del volatile e del cantaro).

Questo tema è interpretato come riferimento all’ambiente paradisiaco (es epigrafe sepolcrale di

Vittoria).

La colomba che becca il grappolo è associata alla figura del Buon Pastore (es epitaffio di Satilius

Ursus alla moglie Satilia Sabina dal cimitero dei Gordiani).

Rara è l’immagine della lepre che mangia l’uva (es epitaffio di Ciriaca), ma che trova strettissime

relazioni in immagini dei sarcofagi in cui è associata a tematiche dionisiache, oppure in scene di

caccia, oppure a rappresentare l’autunno.

Il carattere stagionale dell’uva è ripresa anche dalla lastra incisa di Felicita nella catacomba di s.

Ippolito, posta a chiusura di un loculo infantile risalente al IV sec, vi sono due colombe recanti una

il grappolo d’uva e l’altra una spiga di grano (valenza eucaristica? Oppure valore stagionale

bucolico.

Le scene di vendemmia sono connesse con tematiche dionisiache, che nel corso del III sec

arrivano ai coperchi dei sarcofagi (es lastra frammentaria da Domitilla, dove un putto intento a

salire su di una scala per raccogliere l’uva da pigiare).

In una lastra della via Salaria il grappolo d’uva è semplice segno di interpunzione.

De Santis – Memoria e commemorazione funeraria nelle lastre incise di committenza

cristiana

La volontà di perpetuare la memoria del defunto da parte della collettività è una testimonianza

importante della produzione dell’immaginario sociale. L’elaborazione del distacco del defunto dalla

collettività costruisce uno spazio mentale formando l’identità collettiva.

Le lastre funerarie con incisioni figurate sono databili al IV – V secolo, sono personali perché

connesse all’individualità della tomba, assimilabili ai sarcofagi ma riconducibili a una committenza

più povera e meno integrata con i codici da rispettare e gli standard.

Vi sono alcune scene che rimandano al rituale funerario.

1. Un primo gruppo è costituito da scene di refrigegrium e di libagione in cui il defunto è

rappresentato nell’atto di abbeverarsi o con i mano i recipienti preposti a tale scopo. Si possono

differenziare in base alla postura del defunto e in base al fatto se ci siano o meno oggetti nella

scena.

Due lastre romane: una da Domitilla, ma si conserva ad Anagni, presenta sotto il testo costituito da

un onomastico femminile la figura di un uomo semidisteso con una colomba sotto il braccio sx e un

bicchiere nella mano dx; l’altra oggi scomparsa da Ciriaca, conserva l’epitaffio di Vincentia

semidistesa con un bicchiere nella mano alzata. Tale schema è connesso con il modello del

defunto eroe sulla kline solo o affiancato dalla moglie in ambito greco-romano scultore, è raro nella

committenza cristiana (es pittura di Binkentia in ss Marcellino e Pietro, dove accanto alla defunta

semisdraiata compaiono due oranti).

Quattro lastre invece riportano il defunto con in mano un bicchiere nell’atto di abbeverarsi, risalenti

al IV sec: da Aquileia l’iscrizione di un militare del 352, vi sono tre episodi distinti che riportano la

vita militare, il defunto rappresentato in uniforme a sx mentre a dx si può intravedere il personaggio

con abiti tipici della Dardania, mentre al centro il defunto seduto beve da un lungo bicchiere con

piede ad anello; simile intento narrativo vale per la lastra con l’epitaffio di Eutropos scultore di

sarcofagi e per questo ripreso intento nel suo lavoro aiutato da un inserviente, a sx compare in

dimensioni maggiore con in mano un bicchiere mentre a dx una colomba col ramoscello nel becco;

l’unico protagonista resta sempre il defunto per la lastra di Augurina dalla via Latina, la defunta è

rappresentata con in mano un bicchiere molto simile a quello di Eutropos; diversa è la lastra di

Criste da Domitilla, la defunta orante sulla sx con accanto una colomba col ramoscello e ai piedi un

recipiente troncoconico, forse un bicchiere sovradimensionato, a dx un uomo tiene in mano una

brocca monoansata e un bicchiere dal quale beve ai suoi piedi un canea cui porge un boccone di

cibo(scena di ambito familiare), a dx compare un’altra colomba di dimensioni maggiori con

ramoscello di ulivo, in questo caso è il padre della defunta a compiere il rito del refrigerium in onore

della figlia, è la volontà dei superstiti di partecipare nel rituale di commemorazione.

L’atto del dissetarsi rappresenterebbe la traduzione figurata di un rito reale, come soluzione del

problema della morte fisica fondato sulla fiducia nella prospettiva salvifica della resurrezione finale,

come si può vedere nell’expansis manibus, la colomba.

2. Rimanendo nell’ambito del refrigerium una serie di lastre presentano raffigurazioni simboliche

contratte connesse con intenti evocativi delle pratiche rituali, cioè si tratta di recipienti, bicchieri a

calice o troncoconici, brocche monoansate, anfore, cioè tutti oggetti che isolati o con altri simboli

corredano l’epitaffio in cui sono posti (es recipienti incisi nella malta di chiusura dei loculi nelle

catacombe).

Nell’iscrizione di Ianuaria da Callisto ci sono tre oggetti tra loro equidistanti: brocca monoansata,

forse con rivestimento in vimini, una lucerna e un bicchiere vitreo con piede ad anello, il testo

scritto e il codice figurato sono in stretta relazione dato che l’augurio di refrigerium consolida il

simbolismo degli oggetti.

Più difficile è relazionare al refrigerium una serie di oggetti da cucina come utensìli, botti, le quali

possono alludere all’uso del vino nei pasti funebri es lastra da Commodilla.

Il cantaro invece non si riferisce agli individui bensì all’ambito rituale.

La cattedra si riferisce allo “spazio rituale” connesso con la consumazione dei pasti funebri (es

incisione da Pretestato, oppure cubicolo con cattedra dal cimitero Maius).

3. Altro ambito tematico documentato è la “luce”, vista come candelabri o ceri ai lati del defunto-

orante (es epitaffio di Bessula , o in altre iscrizioni da Aquileia), si può pensare ai cosiddetti “riti di

separazione”, cioè quelli che riguardavano il trattamento del corpo, la veglia e il corteo funebre in

cui torce e candelabri erano usati fin dall’età romana. Il motivo dei ceri accesi al lato del defunto è

forse di ispirazione africana.

La singola lucerna rimanda alle lucerne presso le sepolture in omaggio ai defunti, oppure come

simbolo cristiano di lux aeterna (es iscrizione di Ianuaria da Pretestato, iscrizione di Panfilo dove la

lucerna accesa e una candela si relazionano col nome del defunto Lucernius, oppure una lastra di

Priscilla in cui tre coppe su piede contengono una serie di ceri o candele accese).

4.Infine vengono rappresentati oggetti percepibili come il corredo personale del defunto, cioè

connessi alla suppellettile di uso quotidiano, con funzione “retrospettiva”. Emerge un gruppo di

lastre su cui compaiono immagini come specchi, pettini isolati e quindi riferimenti espliciti all’attività

svolta in vita dal defunto.

Possono esserci anche immagini connesse all’attività tessile, come fuso, conocchia e telaio

(simboli legati alle Parche, ma possono essere anche corredo personale del defunto, donna

ovviamente!).

In conclusioni le immagini servono a rielaborare concettualmente il ricordo del defunto, connesse

al testo epigrafico.

Acampora – Libagioni e riti funerari: a proposito di un’inedita lastra della catacomba di

Pretestato

Nel cimitero di Pretestato vi sono diverse iscrizioni greche, una lastra venne analizzata da Ferrua.

Si tratta di una lastra dall’ambulacro B15 di marmo bianco, con una modanatura a gola dritta

semplice lungo uno dei lati mentre sull’altro e quelli brevi risultano tagliati, forse per reimpiego. La

superficie ha scheggiature ma il testo è comprensibile: dedica alla piccola defunta Neikòs con il

verbo “morire” in greco (che non è frequente nelle iscrizioni romane) e l’indicazione dell’età vissuta.

In alto a dx si trova un foro circolare (non riportato nell’ICUR) con accanto in maniera stilizzata è

disegnato un oggetto simile a un cantaro con anse a voluta ed elementi decorativi su di esso, la

base su cui poggia è triangolare solcato da linee oblique (Ferrua invece non considera la relazione

tra foro e cantaro).

Non è riconoscibile la cronologia della lastra, data anche la non pertinenza al luogo di

collocazione.

Nell’ambulacro E si trova una lastra dedicata ad una persona con lo stesso nome con due

iscrizioni: nella prima accanto all’età vissuta e al nome della ragazza (sempre Neikos) si trova un

elemento decorativo che sembrerebbe il viso della ragazza; dall’altro lato venne incisa una

acclamazione posta dai genitori dedicanti.

Forse le due lastre fanno riferimento alla stessa defunta, forse relative a due momenti diversi

dell’elaborazione del testo definitivo, oppure due sepolture diverse, prima il loculo poi la tomba più

grande.

Nella prima lastra il foro vicino al cantaro serviva forse per inserire all’interno della tomba delle

libagioni, così facendo era evidente il rituale delle libagioni funerarie, i refrigeria, prassi diffusa e

radicata nel mondo romano che continua durante il cristianesimo anche con l’opposizione della

gerarchia ecclesiastica (per questo rito sono ricollegabili impianti e strutture, quali bancali, mensae,

cattedre, legandosi alla convinzione che il defunto dovesse condividere il momento del banchetto

funebre, creando così fori nelle lastre dei loculi, ma anche colatoi e condotti con tubuli metallici o

fittili nei sarcofagi monumentali ).

Il collegamento tra foro-cantaro è testimoniato dai segni di scolatura di sostanze liquide visibili

attorno al foro, direzionate dall’alto verso il basso (forse latte, miele, vino o olio). Il cantaro quindi

dava l’idea di un refrigerium perenne.

La regione B dove è stata ritrovata la lastra presenta molti casi di reimpiego e di utilizzo dato che è

una zona retrosanctos, quindi probabilmente la lastra venne spostata.

Cumbo – La stella, le stelle, la profezia, il paradiso

Il simbolismo cristiano dei primi tempi era estremamente semplice, all’inizio la Chiesa non tollerava

le rappresentazioni che potevano condurre al culto degli idoli, così Clemente di Alessandria

suggerisce di adottare simboli neutri ma carichi di significati soterici.

Gli astri assumono valenze profetiche, paradisiache, dell’illuminazione: in una tavola marmorea

vicino a una dedica semplice nei confronti di Iustia è rappresentata una stella a sei punte o

davidica che testimonierebbe una defunta di origine ebraica (ma secondo il de Rossi era un

pentalfa quindi una cristiana, quindi la stella è simbolo di illuminazione, per augura la resurrezione

alla defunta), tuttavia il contesto non si conosce ma secondo il Lupi è Santa Maria in Trastevere.

La lastra 2230 mostra alla sx dell’iscrizione un pentalfa con il vertice rivolto in basso, contestuale al

significato dell’iscrizione: la defunta vittoriosa sulla morte ora si trova in una dimensione edenica.

La lastra di Gaudenzio ha una gemella (secondo il de Rossi) dove non si indica quanto tempo

visse, presenta un volatile stilizzato, simile a una quaglia, con un grappolo d’uva nel becco, vicino

forse una foglia con all’interno tre stelle a cinque punte che rimandano a un habitat edenico (il

Marini riporta un pentalfa fuori dal frammento della lastra?).

La lastra di Ercolano per Afroditedi, vista per la prima volta dal Buonarroti e schedata dal de Rossi,

reca cinque pentalfa (secondo il de Rossi una stella a otto raggi, allude alla vita eterna e al

concetto dell’Ogdoade, e un cristogramma abbreviato, cioè la vita eterna in Cristo) attorno al

titulus, all’ancora, alla colomba salvifica con racemo d’ulivo (secondo il de Rossi è un grappolo

d’uva).

L’ancora è un segno marino di approdo e le stelle sono connesse a lei perché proprio loro hanno

condotto fin lì il navigante, il defunto “perso” nel mondo terrestre.

Nella lastra di Firmia Severa sotto il titulus con il nome della defunta e l’indicazione di vita vissuta,

vi è una rappresentazione di una nave con la prua ricurva ad akrostolion e poppa a voluta, con

vele spiegate, che si dirige verso un faro, cioè la torre di quattro corpi rettangolari e sormontato da

una fiaccola mossa leggermente dal vento, sul ponte della nave dei puntini sono il carico.

Nella lastra da Priscilla è rappresentata un’ancora, la pax marina (segno allegorico del Cristo

appiglio del defunto), affiancata da due stelle a otto raggi, simbolo del firmamento, databile a metà

del IV sec (secondo il Wilpert l’ancora era simbolo della croce che appare solo dal V sec in poi).

Nella lastra da Callisto è rappresentata una falce di luna (simbolo del tramonto della vita terrena)al

di sotto del quale, come in un silenzioso abbraccio del cosmo, si trova una stella a otto raggi (la

luce divampa e illumina questa realtà) simbolo di una nuova vita nella luce. La contrapposizione

notte-giorno, oscurità-luce, è sospesa tra mondo e altro mondo.

Stessa luna crescente appare in un affresco da ss Marcellino e Pietro, si trova allo zenit di un

arcone tra stelle a otto raggi, gialle e azzurre, fiori sparsi (= il firmamento che sormonta il mondo).

L’affresco dell’orante in s Ermete riporta la donna tra stelle a otto raggi con orbicula alla fine di ogni

segmento, databile alla fine del IV sec, le stelle indicano la dimensione oltremondana in cui la

donna è già salva.

La tematica dell’associazione dell’illuminazione e dell’oscurità in ambito funerario non è nuova,

mentre la stella a otto raggi indica sicuramente il Cristo (sole spirituale e di giustizia), a volte

illuminazione e oscurità sono ricollegabili con l’acqua (il Battistero infatti è il luogo in cui muore

l’uomo vecchio e nasce il cristiano).

La stella a otto punte inscritta in una circonferenza e affiancata da due rami di palma è presente in

una lastra 7336, dove la costruzione particolare dell’astro fa sì che il cerchio venga identificato con

la figura perfetta, senza principio né fine, e il suo centro è il principio creatore, mentre il quadrato,

raffigurazione del numero quattro, è perfettamente inscrivibile in un cerchio; i rami di palma sono

simbolo di vittoria.

La stella non è solo elemento battesimale o salvifico, ma anche profetico, infatti nella lastra di

Severa del III sec da Priscilla si riporta l’adorazione dei Magi (vestiti all’orientale, tunica manicata

esigua, mantello svolazzante, berretto frigio e bracae, volti non definiti) con un uomo (= Balaam o

Isaia, più plausibile il primo dato che l’episodio che lo riguarda si dice proprio stella)che indica la

stella situato dietro la cattedra (trono di vimini, date le cannucce intrecciate) di Maria (con

acconciatura simile alla defunta, riconducibile all’età tardoseveriana e gallienica) col Bambino

(sulle ginocchia della madre, con le braccia alzate), vicino la dedica alla defunta Severa

(rappresentata ieratica sul margine sx, con tunica e palla, capo scoperto e boccoli allineati,

orecchini ad anello e con il volumen tra le mani, gli occhi fissi rivolti verso l’osservatore, volto ovale

ben delineato, tratti del naso poco maggiorati = realismo). La stella a sei punte con circoletto

centrale. Vi è l’unione dei due Testamenti: suggerendo la profezia messianica e l’attuazione di

quest’ultima.

Probabilmente esisteva un ciclo di Balaam che prima indica la stella (es ipogeo di Via Dino

Compagni)e il momento in cui viene fermato dall’Arcangelo Michele con la spada sguainata. La

figura venne condannata dai Padri della Chiesa mentre solo Origene la riabilita.

La stella in conclusione rimanda a contesti simbolici diversi, un credo religioso di salvezza, un

habitat edenico e infine la stella di Cristo, Sol Iustitiae o Sol Salutis.

Mazzoleni – Il repertorio figurativo delle lapidi iscritte delle catacombe ebraiche romane

Roma registra la più alta concentrazione di iscrizioni ebraiche nelle sei catacombe ebraiche

(Monteverde, Vigna Randanini, le due di Villa Torlonia, Vigna Cimarra e via Labicana) sono circa

seicento di III e IV secolo.

Le iscrizioni giudaiche romane furono raccolte nel Corpus Inscriptionum Iudaicarum da Jean

Baptiste Frey.

Gli oggetti presenti nelle iscrizioni ebraiche romane sono solo oggetti di culto, di carattere

omogeneo, più emblemi che veri simboli, come ad esempio il candelabro eptalicno-menorah,

l’àron, l’ethrog, lo shofar, il loulab, il vaso dell’olio, lo smoccolatoio, il coltello della circoncisione,

ecc.

La menorah è quella che più di tutti compare più di frequente, con molte varianti, relative al numero

dei bracci (sette, undici, cinque) in qualche caso simili a rami di palma con basamento (quadrato,

triangolare o con tre piedi), con le fiammelle talvolta accese. Secondo il testo biblico fu eretto

durante l’esodo a imitazione di quello che era il tempio di Gerusalemme, dato che serviva a

illuminare i manoscritti.

Altre attestazioni sono i rami intrecciati di palma, mirto e salice, o solo di palma (lulav) e per l’etrog

(il frutto di cedro, di forma circolare o ovale); entrambi richiamano la festa di Sukkot, o dei

Tabernacoli, a ricordo dell’esilio in Egitto.

Sulle lapidi ricorrono l’anfora per l’olio che alimentava la menorah, il corno d’ariete/shofar dritto o

ricurvo suonato in occasione di riti solenni, l’arca/aron conclusa superiormente da un timpano

triangolare e con gli sportelli aperti, contenenti i rotoli della Torah (in numero invariabile di 14).

A volte viene raffigurato un solo rotolo a osservanza della Legge (Sefer Torà), o un foglio spiegato

e arrotolato all’estremità.

Rare sono le immagini del coltello sacrificale, il pane azzimo (rotondo con centri concentrici), le

tenaglie connesse con l’uso del candelabro.

A volte ricorrono dei volatili, simili alle colombe, protomi di montoni, mucche, alberi, cesti colmi di

frutta o fiori a volte resi in modo dettagliato a volte stilizzato.

Al confronto con le catacombe cristiane quelle ebraiche romane mostrano un repertorio figurativo

molto più limitato, con la totale assenza di scene bibliche e di figurazioni legate all’attività svolta dai

defunti, che invece decorano un buon numero di lapidi cristiane a partire dal pieno IV sec.

Aree e Collezioni

5.

Cuscito – L’apparato decorativo nei Titoli paleocristiani di Aquileia

Aquileia, insieme a Milano, è con le sue 500 lapidi il deposito più cospicuo di titoli paleocristiani

d’Italia settentrionale tra IV-V secolo.

Tra i 148 titoli presenti nel deposito epigrafico di Aquileia, nel Museo Paleocristiano di Monastero,

ben 106 sono caratterizzati da un apparato decorativo che affianca raffigurazioni complesse,

spesso in posizione di rilievo rispetto al testo, talora in posti secondari come margini o spazi

angusti.

A parte i segni di appartenenza (signa Christi) espressi con il monogramma, vi sono altri spunti di

interesse.

I monogrammi cristologici non sono usati ad Aquileia come compendia scripturae, ma solo come

simboli, arricchendosi ulteriormente con le lettere apocalittiche, cerchi e corone teniate, nei

sarcofagi “di passione” o dell’anastasis, riferimenti alla vittoria sulla morte promessa da Cristo ai

suoi fedeli, diventano elementi focali verso cui convergono due colombe o due pecore in modo

simmetrico, altre volte si inseriscono al centro dell’iscrizione e dividendola così in due pagine (es

lapide di Proclina, dove il cristogramma incorniciato in una corona laureata occupa gran parte della

lastra, mentre la defunta orante con ai fianchi due colombe ha un posto riservato nella parte bassa

->secondo il Wilpert significa vivas in Deo).

Sui 106 titoli ben 64 hanno la figura dell’orante, tratta dal repertorio pagano (la personificazione

della pietas verso gli dei), da soli o in rappresentazione multipla, raffigurati per ritrarre il defunto

nell’aldilà, il gesto dell’expansis manibus esprime la preghiera di canto e lode verso il Signore e per

comunicare lo status di beatitudine nella vita eterna. La lastra di Cerbonia orante col capo velato e

vestita con dalmatica, con contorni simili al bassorilievo, sembra attestare una bottega di alta

capacità. Stessa cosa per il titolo posto dai genitori per il dodicenne Tertio raffigurato col

cristogramma sopra il capo, per rafforzare l’appellativo fidelis di cui è insignito l’epitafio, vestito di

tunica e ampia clamide.

Su diverse lapidi l’intento ritrattistico è per lo più disatteso, con discordanze tra testo scritto e

immagine (es titolo del piccolo Agorinus

, morto ad appena un anno ma ritratto con fattezze

adolescenziali, col capo coperto da una folta chioma con in mano una colomba). Altre volte invece

si riscontra una notevole attenzione nel delineare la figura, come sulla lapide dedicata dai genitori

al ventiseienne Maximus (ritratto in atteggiamento di orante, con calzari, tunica manicata, clamide

ornata e fissata sulla spalla dx con una fibula, lineamenti del volto incisi in modo accurato, si può

vedere la barba e l’acconciatura dei capelli lisci e pettinati simili a Costantino -> il Wilpert lo data

proprio in quel periodo).

L’intento ritrattistico è confermato quando i defunti ritratti sono gli stessi di quelli presenti

nell’epitafio, anche se non mancano eccezioni come il titolo di Abra, Maxentia e Maximina dove la

discordanza tra testo e immagine crea un imbarazzo interpretativo (sono incise ben quattro figure

e non tre come prevede il testo, da sx: un orante con colomba sopra il capo, una donna con un

bimbo al seno, una donna velata orante, un maschio orante sotto un archetto -> forse la bimba

Maximina, le due figure al centro invece la raffigurazione del cursus vitae della quarantenne

Maxentia, infine il settantacinquenne Abra, nonno?).

Stesso cursus vitae è presente nella lastra Già RICORDATA del soldato.

Lo stesso può dirsi per il titolo posto dai figli ai genitori Sura e Vitalio , dove c’è solo un orante.

Altre volte ci si aiuta col testo epigrafico per comprendere la figura (es titolo dedicato dai genitori

alla piccola Ortata , dove è incisa una donna orante mentre invece la defunta è bambina,

nell’incisione si spiega che la tomba avrebbe accolto anche la nonna quando sarebbe morta anche

lei).

Per raffigurare il defunto in gloria di Cristo, si rappresenta un ambiente oltremondano, in modo

schematico. Il paradiso è riconducibile a segni bucolici: es lastrina di Grado con un giovane

pastore-musico appoggiato a un’aretta tra due pecore accovacciate; oppure un titolo frammentario

inedito dei depositi di Aquileia con busto di donna con grappolo d’uva; oppure ghirlande e festoni o

elaborati padiglioni es titolo gradese di Mastalio ; oppure data da uccelli sulle fronde o col

ramoscello nel becco.

Altra peculiarità di queste lastre è il gran numero di pesci, colombe, palme, ovini, corone, tutti

carichi di riferimenti cristologici e salvifici, simboli di pace cosmica (il Wilpert rilevò che ancora e

pesce non erano molto frequenti come a Roma). L’unico pesce noto è quello inciso con la testa

verso l’alto come se fosse preso all’amo oppure vicino a una colomba col ramoscello (secondo il

Brusin l’anima del fedele che gode in cielo della beatitudine eterna data dalla colomba). Relativo

sempre all’ambiente oltremondano è l’apparato figurativo a corredo della lapide della piccola

Marciana e della madre , dove al fianco di una delle due defunte c’è una casetta in prospettiva, con

la facciata a forma di mausoleo timpanato e con muri in opera quadrata, tipo città celeste. In altri

casi il paradiso è inteso come cosmo, cielo stellato, riferimento al soggiorno dei fedeli dopo la

morte (le quattro stelle incise sopra le figure di Martina e Maurius ) (oppure i candelabri sulla lastra

di Iohannes ).

Altri apparati figurativi rappresentano l’attività svolta dal defunto (es lastra di Flavius Saturninus

dove il defunto è nell’atto della forgiatura, oppure nella lastra del pescivendolo seduto a un tavolo

su cui ci sono due pesci).

Riconducibile all’iconografia del reale è la lastra di Vincentius : un figulo che porta un vaso o lo

decora, oppure una scena di liberazione dell’anima dal corpo (dato che dall’anfora esce una

colomba).

Tra realtà terrena ed escatologica è la lastra dedicata innocenti spirito , dove il sacramento del

battesimo ricevuto dalla defunta si colloca in un ameno aldilà, collegando un episodio terreno

all’eterno.

Il tema del personaggio nimbato ha dato una molteplicità di letture: Cristo, il battezzante, il padrino

(es il vegliardo nimbato sul titolo di Costantius , dove il personaggio nimbato tiene in mano un rotolo

ed è proteso verso il defunto sul cui capo è inciso un cristogramma al centro di una corona

laureata).

Sannazaro – Incisioni figurate d’area lombarda

L’area occidentale della Lombardia restituisce la quasi totalità delle testimonianze utili per le

incisioni figurate, quasi una quarantina di casi su 500.

Le immagini svolgono una funzione accessoria, elementi decorativi, o qualche essenziale valenza

simbolica a corollario del testo. Lo schema più frequente è l’inserimento dell’immagine tra le lettere

B e M (cioè bonae memoriae), altrimenti in calce al testo o nello spazio residuo della lastra.

Nella metà dei casi si tratta di un elemento tripartito, definito da un cantaro o cristogramma ai cui

lati vi sono due colombe, a volte con rametti di ulivo. In alcuni casi vicino alla colomba vi è un

agnello.

A volte qualche immagine rimanda all’attività svolta dal defunto, a volte qualche orante con sopra il

cristogramma. Interessante invece è la scena di confirmatio all’interno di s Eustorgio.

In alcuni casi l’immagine è studiata a tavolino come ad es la lastra di Galliano in cui sono ben

visibili le linee tirate con la squadra per fissare il disegno geometrico, cioè un cristogramma ed

elementi cuoriformi.

La rappresentazione incisa di soggetti simbolici, zoomorfi e vegetali, oltre che su transenne è stata

ritrovata su altri manufatti come i reliquiari, realizzati a forma di sarcofago, con vasca

parallelepipeda e coperchio a due spioventi con acroteri angolari.

Uno di questi (capsella per reliquie) riporta un agnello stante di profilo, cui si sovrappone una croce

latina al cui centro è posto un bottone, sull’altro lato è riportata una croce monogrammatica a sei

braccia con tondo al centro dalla quale pendono l’alpha e l’omega, i lati lunghi invece presentano

la stessa decorazione geometrica, un reticolo di incisioni orizzontali e verticali simile all’opus

sectile con tracce di rubricatura.

Tra VI-VII secolo le incisioni figurate si presentano a corredo del testo con valenza più pregnante,

monumentalizzando la lastra: epitaffio di Odelbertus del VII sec, nel testo si fa riferimento alla

deposizione di Odelberto ed è inserito dentro una decorazione architettonica che riproduce un arco

a tutto sesto su due colonne tortili, con capitelli e basi trapezoidali, nell’archivolto si colloca una

croce tra le lettere B e M (il fatto di inserire l’arco è un rimando a delle incisioni della Lusitania del

VI sec, oppure ad una influenza libraria dato che nella miniatura tardoantica e altomedievale è ben

documentato l’uso di archi colonnati per inquadrare i testi di vario genere).

Un’altra lastra incorniciata è quella di Guntelda, Basilio e Gunzione del VII sec, dove il testo è

inquadrato da una cornice modanata e in cui c’è la spartizione tra testo e immagini (due agnelli

affrontati al cantaro).

Utro – Quasi geroglifici cristiani. Lastre con incisioni figurate del lapidario cristiano dei

Musei Vaticani

L’allestimento del museo del Lapidario Cristiano venne realizzato in poche settimane e voluto da

Papa Benedetto XIV, nel 1851, sotto la guida del De Rossi.

Il padre Marchi nella sua cronaca riferisce che la posizione dei sarcofagi era in base ai temi

raffigurati, stesso modo le lastre figurate, le quali ne vennero collocate inizialmente solo 13: due

lastre con delfini, una con Giona e il pistrice, gli epitaffi di Magna e di Tito Eupore oranti, l’iscrizione

di Datus con la risurrezione di Lazzaro, l’iscrizione col cristogramma laureato di un Severo forse

mercante di vini data una botte venne affiancata al cristrogramma del Laterano, , una scena

filosofica da Pretestato, infine una lastra solo figurata.

Il Lapidario Cristiano è posto sulle pareti della Loggia Lateranense, vi erano iscrizioni storiche

(pubbliche e sacre degli edifici di culto e damasiane), una serie di inscriptiones selectae (epigrafi

datate, quelle con contenuto di fede, quelle con riferimenti alla gerarchia ecclesiastica, alla società

e alla famiglia, infine quelle figurate), seguite da alcuni dei gruppi topografici.

Il padre Marchi e il suo allievo De Rossi ad un certo punto si scontrarono sulla precisa collocazione

delle incisioni figurate, mentre per il primo andavano poste in prossimità dei sarcofagi, per il

secondo dovevano avere un posto tutto loro, ne uscì vincitore proprio il De Rossi che le collocò

nella Loggia del Palazzo e non nella Galleria dei sarcofagi (dove poche erano state collocate da

Marchi). Nella Loggia le lastre figurate vennero divise in tre pareti : due pareti erano dedicate ad

imagines symbola notae christiana dogmata significantia, la terza parete era dedicata alle

imagines et symbola artium aliaque id genus civilia et domestica (per professioni varie).

Le lastre incise 32-36 riporta immagini di cristogramma.

Le lastre figurate 11, 20, 22 danno esempi di pesci Ictus.

Nell’epitaffio di Prectectus (forse Proiectus o Paeiectus) vi sono evocate espressioni di fede in Dio

e in Gesù Cristo (il suo monogramma e il suo nome ripetuto tre volte) insieme alla venerazione dei

santi martiri.

Sgarlata – Parole e immagini nelle catacombe di Siracusa

Siracusa riporta lastre figurate incise standardizzate e deludenti. Nel periodo tardo antico le

immagini si infiltrano nel testo interrompendolo, non trovano cioè uno spazio loro e si insinuano

negli spazi vuoti lasciati dalle parole, i margini o gli spazi di risulta.

A Siracusa i cimiteri che possono riportare lastre incise sono San Giovanni (il suo settore orientale,

che segna l’espansione del cimitero tra IV-V sec) e Vigna Cassia (da cui provengono molti più

apparati iconografici).

I signa Christi, sia cristogramma che croce monogrammatica, risultano usati come simboli e mai

come compendium scripturae all’interno di un testo (su modello aquileiano).

1. Hederae. Rappresentano uno dei fenomeni di più lunga durata, raccogliendo l’eredità classica

sia in funzione di punteggiatura sia in funzione ornamentale (es iscrizione di Nike ).

2. Palmae. Motivi ripetuti da soli o in compagnia (es iscrizione di Bonifatìa

).

3. Columbae et pavones. Rappresentati da soli o in posizione speculare, magari con ramoscello

nel becco o semplicemente accostato con valenza noetico-salvifica (es iscrizione di Afrodise ).

4. Alia. La barca nella lastra da Vigna Cassia. Pani, pesci assimilati a barche e un signum Christi

con lettere apocalittiche in un clipeo centrale alludono al viaggio ultraterreno oppure a testimoniare

un loculo di uno dei navicolari proveniente dall’Oriente (molti provenivano da oriente, date le

iscrizioni grecofone come ad es lastra di Ariston ) e attestati in più casi nei cimiteri collettivi

siracusani.

Le iscrizioni reimpiegate -> costituiscono la produzione extra officiale del periodo: es l’iscrizione di

Ariagne è incisa su un rilievo anteriore che propone una donna che tiene un kalathos (cesto per la

lana); l’iscrizione di Antonino è incisa sul retro di una lesena; la lapide di Dionisios, ricavata da un

cocchio di colonna; simile è quella di Nassiana ricavata da una patera ombelicata decorata da una

corona d’alloro puntellata di bacche.

Nell’iscrizione di Comatio Felix una croce monogrammatica è posta a mo’ di firma

Incisioni Altre

6.

Ebanista – Lastre con decorazione incisa dalla catacomba di S. Gennaro a Napoli

1. Vecchi scavi e nuove acquisizioni. Nel 2010 la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ha

avviato l’inventariazione dei materiali archeologici sotto s Gennaro a Napoli.

2.Lastra con tralcio vitineo e palma. Ritrovata nel livello superiore del complesso ianuariano, risale

al IV-V secolo (date alcune epigrafi coeve ritrovate vicino), si tratta di quattro frammenti.

Nonostante lievi differenze negli spessori è probabile che i quattro frammenti con venature grigie

appartengano alla stesa lastra, inquadrata da una cornice profilata da una solcatura, a ridosso

della quale correva un tralcio vitineo con foglie cuoriformi ottenute per incavo e grappoli d’uva resi

con sei fori di trapano in modo triangolare, gli alveoli delle foglie hanno il fondo scabro per facilitare

l’aderenza di un conglomerato di malta e tritume di marmi colorati (ben nota in Campania nel VI

sec). Nel tralcio che inquadra la lastra è rintracciabile la mancanza di naturalismo, molto simile a

diversi manufatti campani di VI secolo.

Sul retro di un sarcofago del III sec da Nocera in occasione di un reimpiego del VI sec (il tralcio

inquadra il campo, dove ai lati della croce compaiono due candelabri e il testo, sul braccio

superiore della croce è poggiato un volatile che becca uno dei grappoli a simboleggiare il

godimento celeste). L’ornato è meno regolare e i grappoli sono composti da nove acini, disposti in

modo asimmetrico.

Ancora più irregolare il tralcio vitineo che inquadra il pannello centrale del paliotto d’altare

conservato nella cattedrale di Nola, nei racemi si alternano foglie lanceolate e cuoriformi, mentre i

grappoli sono resi in modo variabile, tra due stelle altrettanti melograni e cinque colombe, con una

croce gemmata, sorgente dai quattro fiumi del paradiso e dai cui bracci pendono le lettere

apocalittiche.

I simboli giustapposti paratatticamente sono presenti anche nel paliotto d’altare di s Maria del

Granato, dove vi sono due palme dattilifere ai lati della croce.

Il tralcio della lastra campana trova riscontri in due pilastrini: nel primo pilastrino da Sorrento gli

acini dei grappoli sono disposti a triangolo, mentre i girali sono quasi circolari, con sottili viticci in

cui le foglie lanceolate sono alternate a quelle cuoriformi; nel pilastrino da Teano un tralcio molto

sinuoso decora due facce contigue, nel quale oltre ai viticci e alle foglie lanceolate sono presenti

grappoli d’uva resi con i consueti fori di trapano irregolari.

La lastra napoletana quindi è databile V-VI secolo, piuttosto che IV-V, forse doveva essere

collocata sopra l’arcosolio bisomo adiacente alla forma 45.

Il tralcio di vite è un rimando alla beatitudine oltremondana e simbolo di rinnovamento ciclico.

3.Lastra con decoro a nastro intrecciato e iscrizione. Ad una sepoltura privilegiata appartiene

questa lastra in marmo bianco con venature grigie ridotta in 12 frammenti, di cui solo il margine

superiore della lastra è ricostruibile: una cornice a listello che racchiude un nastro intrecciato a capi

binati con due file di bottoni lisci sfalsati, mentre nel campo vi era il testo epigrafico.

Un elemento datante è fornito dal confronto con il nastro intrecciato inciso sull’epigrafe di Probinus ,

vescovo di Capua morto nel 572, dove il motivo si dispiega lungo i margini dx e sx della lastra,

inquadrato in alto e in basso da un tondo con il signum crucis; al centro del campo un clipeo a

doppio nastro intrecciato con bottoni lisci con il testo, dove è presente la data del regno

dell’imperatore Giustino II.

4.Sepolture privilegiate e spazi cultuali. Se fossimo sicuri che le due lastre citate finora erano

collocate nella basilica ipogea sorta sul cubicolo con i resti di s. Gennaro avremmo la

testimonianza di un accaparramento dei loculi dopo la sepoltura del vescovo Giovanni I. Nel

cimitero napoletano l’uso si prolungò fino al VI secolo, mentre a Roma fino al V sec.

Mazzei – Incisioni e graffiti su intonaco nel cimitero dei Giordani: un progetto non finito

Nel 1873 De Rossi intraprese una campagna di scavo nelle gallerie arenarie tra Trasone e i

Giordani.

Si scoprì l’esistenza di alcuni singolari graffiti tracciati su intonaco. Le scene bibliche inquadrate in

ampie cornici verdi e gialle sono dislocate attorno ai due loculi superiori andando ad occupare gli

interloculi sovrastanti le due sepolture più elevate ed il margine occidentale delle stesse. Oltre le

scene bibliche vi è una parte lasciata quasi incompleta dove sono però visibili delle incisioni, tra cui

il ciclo di Giona: gettato dalla nave e ingoiato dal pistrice, oppure il profeta disteso sotto la pergola.

Al pistrice si contrappone un secondo esemplare della stessa specie, cui si sovrappongono linee

curve verticali, lo schema araldico richiamano la scena di Daniele condannato ad bestias, piuttosto

che il ciclo di Giona. Vi è poi un piccolo volatile e poi due uccelli dalla coda piumata, di certo due

pavoni, vicino a un cantaro. Il motivo è replicato nel loculo sottostante, in cui la pergola ha delle

zucche appese, ma priva del personaggio disteso.

Senza dubbio è una sorta di bozzetto, ovvero un modello non rifinito ed eseguito in salca minore

rispetto all’opera che si intendeva realizzare, cioè l’opera primigenia dell’artifex. Non si è in grado

di stabilire se la pratica del bozzetto era solita, infatti nella porzione decorata vicina le incisioni

erano linee guida su cui basarsi, ma non bozzetti.

La volta è decorata con un motivo a pelte. La decorazione interessa i due loculi superiori e si

dispone anche ai lati delle sepolture con una serie di riquadri figurati con scene testamentarie:

orante, proto parenti, miracolo della rupe, Daniele nella fossa dei leoni e la moltiplicazione dei pani.

Nella parte inferiore si dispiega il riferimento alla defunta Metilenia Rufina, inquadrato in una

tabella sorretta da putti. Tra i due registri si vedono due colombe tra boccioli floreali, e un

cambiamento: nell’intonaco di finitura è rimasto impresso un disegno preparatorio di un motivo

geometrico composto da un elemento floreale inscritto in un cerchio, le varianti di progetto invece

non finiscono infatti nel registro inferiore vi è una colomba incisa (forse quella che venne poi

realizzata) ma anche la figura del pastore (poi non realizzata).

Nieddu – Iconografie e aspetti funzionali dei vetri incisi tardo antichi: una messa a punto

I vetri lavorati a incisione sono caratteristici nel periodo tardoantico, realizzati da maestranze in

Egitto, nell’area renana (forse Colonia) e a Roma. Non si comprende bene il loro uso effettivo,

forse dei donativi elargiti (dato le loro immagini “ufficiali”) come ad esempio il piatto di vicennalia di

Roma (sul quale è raffigurata l’epifania di un imperatore insieme ai suoi dignitari, alle loro spalle un

edificio sul cui frontone il testo riporta la ricorrenza del XX anno di regno dell’imperatore, forse

Graziano), oppure ad esempio una coppa con l’immagine del console del 391 Q. A. Simmaco

(menzionato nell’iscrizione incisa), oppure un piatto oggi perduto che proponeva l’immagine

familiare e scena legata all’attività del capo famiglia funzionario imperiale.

Forse questi manufatti in vetro erano subentrati al posto di donativi in metallo prezioso (poiché nel

384 venne emanato un editto che vietava questo tipo di regali, per limitare gli sprechi), anche

perché il vetro è un materiale povero e con un editto di Giustiniano le maestranze non avevano

responsabilità se il vetro si rompeva durante l’incisione (questa norma testimonia la maestranza

necessaria alla lavorazione del vetro).

Alcuni vetri riportavano scene nuove, es coppa da Aosta con teoria di santi.

L’intervento della committenza nella modificazione delle immagini incise è ravvisabile ad es

nell’ampolla dell’auriga Synphoros

, in cui è rappresentato vittorioso tra quattro cavalli, è

testimonianza che un’immagine generica poteva essere personalizzata grazie al testo,

probabilmente era un dono.

Anche in mancanza di iscrizioni il carattere augurale del manufatto è dato dalle sole immagini,

come ad esempio la resurrezione di Lazzaro, il sacrificio di Isacco, poi Daniele, Susanna, i fanciulli

nella fornace, la guarigione del paralitico, il cieco nato e Giona.

Alcuni manufatti a soggetto cristiano i temi raffigurati danno l’idea di una particolare funzione, es

coppa del Museo del Bardo a Cartagine dalle Terme di Antonino sulla quale sono rappresentati

Pietro e Giovanni pescatori (l’ambientazione marina faceva pensare ad un uso battesimale, ma

poteva essere un semplice suppellettile).

Non si sa bene se gli oggetti in vetro erano utilizzati nelle funzioni liturgiche, di sicuro i metalli

preziosi lo erano. Un esempio di possibili oggetti liturgici sono due calici vitrei orientali databili al VI

sec, che per forma, dimensioni e soggetti raffigurati sono uguali ai calici liturgici in argento. Oppure

dalla basilica cristiana di Porto il De Rossi trovò un frammento vitreo di una coppa con Traditio

legis. Scene Complesse

7.

Pergola – Scena agiografica dalla catacomba di Commodilla

In occasione della preparazione del corpus dei mosaici paleocristiani, il Wilpert ricompose una

lastra marmorea proveniente da Commodilla.

La lastra dei martiri eponimi e la santa Merita, i cui pezzi non vennero documentati nel momento

del ritrovamento, forse proveniva dal primo piano del cimitero ipogeo. I frammenti sono dodici e da

quel poco che è rimasto si comprende che la lastra doveva essere di notevoli dimensioni, con

l’immagine megalografica incisa con solco sottile e attenzione alla resa dei dettagli. La

raffigurazione è tripartita da uno sfondo architettonico, del quale si distinguono tre colonne con

fusto liscio, con basamento con il plinto e base modanata. Tra le colonne prendono posto i tre

personaggi, due uomini e una donna.

A sx la figura di un uomo con barba folta curata, capigliatura a calotta, con tunica clavata e pallio,

in mano un rotolo chiuso, la gamba piegata da senso di movimento verso il centro.

Al centro una donna, forse orante, perché le mani non si vedono e la veste che indossa forma una

T, l’abito è una dalmatica clavata con bordature lungo l’apertura delle maniche, il vestito doveva

avere delle frange, il panneggio a V indica la pesantezza del vestito (=realismo).

A dx un altro uomo con postura identica al primo, la mano sx sostiene un rotolo chiuso, indossa un

pallio e tunica clavata, l’orlo frangiato, sulla parte inferiore del pallio è visibile la lettera Z, indossa

dei sandali con lacci sottili che si chiudono alla caviglia, il piede dx è appoggiato alla base della

colonna.

Lo sfondo ha un trattamento a gradina, che lo rende scabro, dando così rilievo alle figure.

La lastra doveva essere stata usata come chiusura di una sepoltura importante, secondo il Wilpert

quella attribuita alla santa Merita (ma va escluso perché non combaciano).

Il Wilpert era stato condizionato dalla raffigurazione tripartita delle immagini, già presente sulla

fronte timpanata della sepoltura a forno, considerando così i personaggi rappresentati come i due

santi eponimi e la santa Merita in versione ridotta rispetto ai due(il Boldetti supporta tale ipotesi

confrontandolo con l’affresco di Merita incoronata da Cristo al cospetto di Felice e Adautto, che

all’epoca del Wilpert era andato perduto) e datandolo tra fine IV-V secolo.

Tuttavia ricomponendo oggi la lastra si nota che il personaggio a sx è più piccolo, è sicuramente il

santo Felice (data la somiglianza con altre rappresentazioni che lo rendono anziano, con la

tonsura da monaco, capigliatura e barba bianca, corta e ben curata, vestito di tunica e pallio e il

rotolo nella mano sx, come ad es affresco di Turtura e la sua datazione oscilla tra VI-VII sec – una

precoce rappresentazione è quella del V sec sotto il pontificato di Damaso o Siricio ed è affresco di

Felice sull’arcone di ingresso del cubicolo di Leone).

Fin dalla fine dell’epoca costantiniana in Domitilla i santi eponimi erano raffigurati in modo

standard, codificata dalle informazioni sulla loro vita riportate da Damaso nel famoso carme

ritrovato nelle sillogi medievali (tuttavia di Felice non è specificata la sua appartenenza al clero,

quindi è una tradizione orale).

Questi elementi ci suggeriscono di dar fede alla teoria del Wilpert che i personaggi raffigurati siano

Felice ed Adautto, infatti il binomio dei due santi è inscindibile e ricorre costantemente.

Non si può dire la stessa cosa dell’immagine della donna che secondo il Wilpert è Merita, resa più

piccola perché incoronata da un presunto Cristo al di sopra di lei. Tuttavia le scene di coronatio

sono tipiche dell’arte suntuaria e non funeraria, un es di coronatio in ambiente funerario è dato

dall’arcosolio di Primenio e Severa nell’ex vigna Chiaraviglio (dove il Cristo è raffigurato in busto

tra cirri rossastri mentre incorona i due coniugi defunti anch’essi in busto, i quali però hanno la

stessa altezza). Altro punto di scontro è il fatto che i santi non vengono incoronati, al massimo

portano tra le mani una corona.

Probabilmente non vi era il Cristo sopra la donna bensì un monogramma cristologico, il quale alla

fine del IV sec rimpiazza l’idea del Salvatore, dando l’idea che il signum del martirio dato al defunto

è il premio per una vita passata con rettitudine.

Altra scena di “incoronazione” è riscontrabile nell’affresco dell’arcosolio di Theotecnus a s

Gennaro di Napoli, dove la bimba tra i due genitori è incoronata in modo regale.

Se effettivamente c’era un monogramma cristologico questo avrebbe come confronto più vicino

l’arcosolio degli apostoli piccoli in Domitilla, dove la lunetta prevede una tripartizione con Pietro,

Paolo e un chrismon al centro, in tal caso si assiste a una scena di introductio del defunto al

paradiso accompagnato dai due apostoli.

I defunti vogliono essere ritratti tra i santi (ricordiamo la lastra di Bessula

).

Pertanto la donna al centro è identificabile con una matrona, e viene incorniciata insieme ai due

santi da colonne forse perché erano inseriti in una struttura più grande, timpanata. Forse si vuole

proiettare la scena in una dimensione ultraterrena, dove un ideale edificio o portico accoglie la

defunta e i santi (molto esempi sono visibili nella plastica funeraria di IV sec avanzato). Non

sappiamo se il triforo fosse arcuato, architravato o timpanato o all’architettura palaziale

Teodosiana-

Se consideriamo la lastra di IV secolo il nesso con Merita cessa totalmente perché le immagini

pittoriche della santa sono di VI sec. Quindi la lastra fa parte di quell’arte agiografica che prese

avvio con la promozione damasiana del culto martiriale.

Tuttavia l’ipotetica presenza del monogramma cristologico sopra la testa della donna è

preferibilmente rimpiazzata dall’idea di coronatio promossa dal Wilpert.

Ferri – La lastra con Cristo sul Globo a San Paolo fuori le mura

Questa lastra è conservata nella sezione X della raccolta lapidaria di basilica San Paolo, presso il

Monastero.

Diviso in due campi da una linea incisa e mutilo a sx, percorso obliquamente da una frattura che lo

divide in due. A dx una croce con braccia patenti d cui pendono con cordini le lettere apocalittiche

alfa (maiuscola) e omega (minuscola), in rilievo dato che intorno lo sfondo è ribassato. Al di sotto

delle lettere entro due quadrati le diagonali si congiungono con due cerchi.

A sx una figura maschile imberbe siede su un globo stellato e indossa una tunica dalle maniche

lunghe e strette fino alle caviglie, drappeggiata con linee diagonali, due tratti paralleli indicano un

pallio, ai piedi indossa delle soleae. Il braccio sx atrofico è piegato, il dx è disteso e con in mano un

oggetto non identificabile. Volto con forma allungata, naso e sopracciglia definiti con una sola linea.

Occhi fissi, costituiti da due mandorle concentriche con un piccolo incavo che ne indica la pupilla.

Labbra corrucciate e rivolte verso il basso. I capelli sono una massa unica che gira attorno al capo

e che termina all’altezza delle guance con un ricciolo. Lo sfondo ribassato. Il Cristo è seduto su un

globo in cui compaiono 17 stelle a sei o otto punte.

La parte dx della lastra trova molti nessi nel VI sec: il motivo della croce da cui pendono le lettere

si può rintracciare nella pittura e scultura (es sarcofagi di Ravenna), forse oggetti votivi. Mentre la

decorazione sottostante non è riscontrabile nell’Urbe.

La parte sx ha una matrice romana fin dal IV sec: l’immagine della sfera visualizzata come globo

terrestre o come universo (secondo il modello greco di cosmo) è basato sulla geometria e


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Shrewa

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Corso di laurea: Corso di laurea in storia e conservazione del patrimonio artistico e archeologico
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Shrewa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Epigrafia cristiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Bisconti Fabrizio.

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