Incisioni figurate della tarda antichità
Prolegomeni
Bisconti – Simboli, stralci, scene complesse. Gli iconografi hanno da sempre considerato le incisioni figurate come elementi secondari. Possono essere rintracciate nella produzione catacombale romana e in ambito alto adriatico. La lastra di Anagni ha l’incisione della traditio legis, tenuta in grande considerazione dal Testini, legata al manifesto del santuario petrino.
La lastra di Ponziana è compromessa da allegorie agro-pastorali, simili alle scene oltremondane dei sarcofagi del III secolo. L’iscrizione di Faustiano in Callisto è accompagnata da incisioni che rappresentano un’ancora, un ovino e una colomba, queste tre figure rimandano sempre alle immagini dei sarcofagi, costituiscono non un espediente per nascondere la fede cristiana bensì un sunto di un’idea complesso beatifica e di contesti edenici.
L’incisione di Augurina potrebbe essere stata fatta dagli stessi fossori, oppure da mani esperte. La fronte del sarcofago di S. Sebastiano riporta una rappresentazione di un orante che da l’idea di non finito poiché ricorda la fase iniziale di incisione dei sarcofagi. Le mani dell’uomo sono grandi, il corpo statuario avvolto da vesti metalliche, volto imbronciato, figura pensate con accanto un cristogramma e un fascio di volumi (la Bibbia?) vicino al piede, il lasciapassare per l’aldilà.
L’iscrizione di Bessula di Ciriaca rappresenta una giovane orante attorniata da simboli quali due ceri (simbolo della sua origine africana o dell’ingresso battesimale/cresimale), un busto di uomo (forse un santo apostolo), uno staurogramma apocalittico (sigillo apotropaico, che rammenta l’anastasis e la seconda venuta, ma rappresenta anche un lasciapassare per l’aldilà).
Carletti – Littera et Figura
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Si prendono in esame quelle incisioni su lastre o steli funerarie del periodo tardoantico. La tecnica ad incisione è più o meno raffinata a seconda dei tempi e dei luoghi e dell’abilità artigianali. Ad esempio, data la larga richiesta, alcune immagini venivano realizzate in modo meccanico.
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Nei primi tre secoli dell’età imperiali immagini e testi erano distinti, agendo in forme autonome e separate (perfino nella produzione libraria). L’apparato figurativo si restringe a pochi temi, molte volte semplificati (a volte si voleva solo decorare il testo).
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Durante il periodo tardoantico (i primi quattro secoli d.C.) viene coinvolta in pieno la produzione epigrafica cristiana: all’inizio con il Principato si ha l’inizio, poi con i Severi si ha il picco massimo (vi sono statuti, norme, tecniche testuali e formali consolidati -> dovuto alla forte identità), mentre in seguito si avvia a un decadimento. Le lastre funerarie romane avevano per decorazioni simboli di morte e aldilà, tuttavia queste immagini non invadevano lo specchio epigrafico, cioè lo spazio destinato alla scrittura (come si può vedere dalla Tabellina di cinerario del I secolo nel quale due scheletri, posti a sx e dx, del testo rimandano a un’immagine di morte e di decorazione). Nelle stele invece lo spazio testo-immagine non è definito data la superficie delimitata. L’apparato figurativo accoglie momenti di vita trascorsa (arti, mestieri), oppure scene ultraterrene (immagine della medusa), oppure elementi puramente decorativi (della flora e fauna). Questi criteri di fondo che determinano la sequenza littera-figura di età proto e media imperiale permangono integri nella committenza cristiana di età precostantiniana (es. le lastre di Urbica e di Faustinianum, dove nella prima vi sono elementi figurativi -ancora, ramo di ulivo e colomba- che vengono divisi nettamente dall’iscrizione posta all’interno di una pelta, mentre nella seconda le immagini -colomba su ramo, agnello, ancora- si dispongono al di sotto del testo in maniera non distaccata da esso).
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Nel corso del IV-V sec vi è una rapida diffusione del segno cristologico realizzato in varie forme e dimensioni perché “immagine-simbolo”, a volte inserito in una corona teniata e affiancato da lettere apocalittiche o da due colombe affrontate, a volte risulta all’interno del testo come elemento di divisione (es Epitaffio di Siddlhic del 431 in Commodilla). A volte il cristogramma si pone al centro o in coda del nome del defunto, secondo il Ferrua con significato di christianus. I segni cristologici si diffusero sotto la spinta della committenza. Nella lastra di Tigris vi è una voluta divisione della lastra in due parti, una per l’immagine (due colombe affrontate ad un cristogramma) e una per il testo (evidenziato da linee guida) il tutto all’interno di un tracciato di una tabula ansata. A parte questo caso non vi sono in tutto il repertorio cristiano molti casi di schemi guida per immagine e testo (es la lastra di Titus Eupor il testo è costretto negli spazi di risulta; stessa cosa per la lastra di Bisilius, nonché quella di Agapis nella quale un cristogramma affiancato da un tau e dalle lettere apocalittiche si dispone al centro con poco spazio per il nome del defunto).
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La situazione che si registra a Roma nel IV-VI sec era diverso rispetto ad Aquileia e Treviri (dove invece si rispettava un layout di base, degli schemi guida. Lo schema prevalente ad Aquileia era: al centro della lastra una immagine di orante accompagnata da un cristogramma posto sul capo o alato, il testo invece veniva scomposto in due o più parti a sx e dx della figura (es epitaffio di Maximus). A Treviri invece le iscrizioni risalgono al V sec: due colombe affrontate ad un cristogramma/croce monogrammatica alla base della lastra staccato dal testo (es epitaffio di Pascasius). Il layout reimpostato è dipeso dalla poca committenza che c’era in quei luoghi.
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Con il passare del tempo nelle città subentra l’analfabetismo, così le lastre sono anepigrafi, anonime (es la lastra proveniente da s. Agnese nella quale vi sono due foglie affrontate ad una colomba con cucurbita). All’insediamento funerario di via Ostiense rimane viva una produzione che privilegia il testo come veicolo memoriale, questo perché vi erano committenze laiche ed ecclesiastiche ricche. In Commodilla la situazione è capovolta, quindi si trovano molte immagini.
Cipollone e Fiocchi Nicolai – Le lapidi con figurazioni incise nei cimiteri paleocristiani del Lazio
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I cimiteri paleocristiani del Lazio sono simili a quelli romani. Una piccola lapide “mista” inserita nella muratura di un loculo (della prima fase di un ipogeo famigliare del III-IV sec) sul IV miglio della via Latina reca incisa un’iscrizione pagana (dedica dei genitori alla figlia Aelia Publia), ma con in basso due immagini un’ancora e una colomba con ramoscello di ulivo nel becco. NB L’ancora è attestata in una decina di epitaffi pagani e in 500 cristiani, mentre la colomba con il ramoscello è sconosciuta nell’epigrafia pagana e diffusa in ambito cristiano in età severiana e rappresenta o l’anima del defunto o la salvezza (dato l’episodio noetico). Tuttavia la combinazione di queste due immagini non è attestata se non in questa lastra!
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L’epigrafe di Aurelius Damas in s. Sebastiano risale alla fine del II secolo venne reimpiegata in un altro loculo ed è cristiana per il formulario utilizzato anche se mantiene l’epigrafia tradizionale. La stele di Amarante in Pretestato risale a un periodo tardo della catacomba, venne reimpiegata in un altro loculo e riporta immagini sacre cristiane –pesce(delfino), ancora, colomba con ramoscello d’ulivo.
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A Fidene, Roma nord, la stele di Giulia Stratonice (dedicata dal marito Giulio Pancarpo) venne ritrovata in una villa privata, sappiamo che il De Rossi nel 1892 la pubblicò con un disegno del Wilpert: la lastra ha un timpano nella parte superiore sormontato da tre acroteri collegati da due curve, il testo è incompleto e “neutro”, la defunta orante con capite velato è vestita da una tunica alto cinta (la lastra però è molto antica dati i caratteri grafici, lo stile della figura, rimandano all’inizio del III secolo). NB L’immagine dell’orante si trova anche in sarcofagi pagani (es cippo di Gaius Poppaeus Ianuarius e di Poppaea Ianuaria della fine del I sec).
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La lapide di Agapito a Tivoli risale tra fine III inizi IV sec ha un formulario “neutro” con un’invocazione agli Dei Mani che però è stata cancellata e sostituita da immagini di una colomba con forse un ramoscello di ulivo nel becco a sx e una pecora accovacciata a dx.
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NB Col IV sec l’iconografia cristiana si arricchisce di immagini allusive al mondo ultraterreno, alla beatitudine dei defunti nell’aldilà, con scene tratte dagli scritti biblici. La corona d’alloro con all’interno il monogramma cristologico o croce monogrammatica –secondo Eusebio si ispirava al labaro costantiniano- è un’allusione sia alla vittoria di Cristo sulla morte sia all’identità cristiana, è un’immagine resa in modo semplice (es stele del cimitero di Sant’Eleuterio a Rieti). La lapide di Marciano della catacomba Ad Decium sulla via Latina dei primi del IV sec riporta un’immagine soterica del Buon Pastore tra due agnelli e due alberi (=salvezza eterna per la fede in Cristo), una di un vaso da cui fuoriescono due racemi di vite (rimando dionisiaco) sopra uno di essi un volatile becca un grappolo d’uva (=beatitudine). La qualità di questo disegno è tale da avere come ispirazione i sarcofagi.
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Per quanto riguarda scene con episodi biblici sulle lastre di questo periodo abbiamo tre casi: il primo rappresentava Giona (una lastra perduta proveniente tra vi Appia e via Latina); il secondo è un’immagine semplice di Daniele tra i leoni con capelli curiosamente fluenti sulle spalle e con una colomba con un ramoscello tra le zampe (lastra di Sabucius Magnus vicino la catacomba di sant’Alessandro); il terzo caso riguarda una serie di immagini (lapide di Timinia Soteris dedicata dai genitori Posidonio e Ursa proveniente da Grottaferrata) accanto al testo dove compare l’augurio te in pace (De Rossi = ripresa della scritta vicino l’arca noetica quod tibi dixi), le immagini sono: una colomba in volo con ramoscello (secondo il De Rossi l’anima della defunta), l’arca con la frase quod tibi dixi (De Rossi = immagine di pace ultraterrena, cioè “quella pace ultraterrena di cui ti ho spesso parlato in quella tu ti trovi [quella ti auguro]”), le altre figure sono un cane, un volatile (il corvo inviato da Noè prima della colomba), una gallina/gallo (qutti animali salvati da Noè e presenti nell’arca?). NB L’arca rappresentava l’allegoria della salvezza del defunto (es lastra di Iunia Iulia Iuliane dove all’interno dell’arca è rappresentata la defunta) a volte accompagnata dalla frase quod tibi dixi (es mosaico pavimentale di Mopsuestia riporta la scritta “la cassa che salva Noè” all’interno dell’arca).
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Altre rappresentazioni riguardano i mestieri esercitati in vita dai defunti (es lapide trovata Ad Decimum della via Latina riporta inciso un carretto agricolo) oppure scene allusive al refrigerium del defunto nell’aldilà (es lapide trovata sempre Ad Decimum della via Latina con inciso un topolino che si avvicina a un pezzo di formaggio).
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Questi temi del Lazio non si discostano dai temi presenti nella città di Roma, si capisce così che le due produzioni ebbero una stretta relazione. Le lastre laziali ritrovate erano poste a chiusura dei loculi delle catacombe ma non mancano casi in cui erano collegate a tombe del sopraterra (es stele di Fidene).
Braconi – Il pastore e le belve
Circa nel 1840 il marchese Campana scoprì un ipogeo tra via Appia e via Latina, presso il sepolcro degli Scipioni, in cui vennero ritrovate tre iscrizioni greche spiegate da De Rossi. La prima (lastra dedicata da Beratio Nicatore) ha una scritta in lingua latina ma con caratteri greci, al centro della lastra vi è un Buon Pastore crioforo e ai suoi lati il pistrice che rigetta Giona stranamente vestito (sx) e un leone accovacciato e col muso rivolto al villico (dx), sopra le belve due staurogrammi, in basso un’ancora e al centro della lastra (attorno al buon pastore) vi sono quattro fori che invadono anche lo specchio epigrafico. I fori tuttavia sono anteriori al testo, come testimonia la collocazione delle parole dell’ultima riga, ma anche anteriori alle immagini, poiché esse si discostano molto dai fori.
Secondo Partyka sarebbe la resa grafica della preghiera della Missa pro defunctis contenuta nel Messale di Bobbio (in cui il pastore significherebbe l’anima del defunto libero dai demoni, il pistrice il draco devorans e il leone il leo rugiens, elementi presenti nella preghiera stessa). La teoria non è attendibile perché il pistrice sta rigettando Giona (es statua di Cleveland) e poi perché il Messale è dell’VIII secolo. Bisogna considerare la lastra nel contesto di provenienza, il quale aveva affreschi del buon pastore, moltiplicazione dei pani, miracolo della rupe, resurrezione di Lazzaro, protomi stagionali, all’ingresso la guarigione del paralitico e la pazienza di Giobbe, mentre nelle tre lunette una orante, Noè nell’arca e Daniele tra i leoni.
Secondo Braconi quindi le tre figure -Buon pastore, pistrice e Giona, leone- rappresentano la sintesi estrema delle rappresentazioni stesse, e il modo in cui vengono posizionate ricorda il clipeo del Cubicolo della Velata in Priscilla (dove campeggia il Buon pastore attorniato da due ovini), anche se talvolta il bonus pastor viene sostituito da Daniele tra i leoni (es clipeo di un cubicolo in Ss Pietro e Marcellino oppure es clipeo cripte di Lucina in Callisto). Questa sovrapposizione di immagini –buon pastore e daniele- è lineare con il repertorio presente nel cubicolo e allo stesso tempo è un espediente per un sunto decorativo (questa crasi è ben spiegata nel cubicolo B di via Dino Compagni in cui Caino e Abele che offrono le primizie sono collegati ad Adamo ed Eva attraverso il fascio di spighe e l’agnello) (altra crasi è quella presente nel cimitero Maggiore dove Pietro che fa scaturire con un bastone l’acqua dalla roccia è affiancato dalla scena della sua cattura da parte dei soldati) (altra crasi dovuta ad esigenze di spazio è quella presente su un sarcofago a Leiden in cui l’episodio del ter negabis –Pietro che rinnega tre volte Cristo- è affiancata dalla presenza dell’emorroissa).
Questi esempi testimoniano che la lastra dell’ipogeo Campana non è un caso isolato, tuttavia il fatto che Giona sia vestito testimonia che non era ancora soggetto alla standardizzazione e che quindi potrebbe risalire alla fine del III secolo, anche perché l’ipogeo è situato nella cinta muraria di Aureliano (quindi è stato fatto prima!) e che in quegli anni venne abbandonato, forse quando non vi era più spazio nei tre arcosoli, ma la presenza dei due staurogrammi è testimonianza del IV sec inoltrato (anche se secondo Schubert questo monogramma composto da T e P è invenzione pagana di II-III sec dC poi ripresa dai cristiani per rappresentare la passione di Cristo, la sua crocifissione).
Caillaud – Themes agro-bucoliques graves sur les epitaphes romaines (Manca)
La vita agreste costituì una sorta di ispirazione interessante per poeti e artisti romani, il mondo rustico era una realtà conosciuta ma vista in modo distorto dagli occhi del cittadino proprietario terriero. La vita rustica era associata a un’idea idilliaca. Durante il III secolo le scene bucoliche si ritagliano uno spazio nell’arte funeraria romana, in maniera parallela si ha un progressivo abbandono dell’uso del mito. L’uso del pastore nell’arte tardoantica era un tema molto conosciuto, molto studiato per gli affreschi e i sarcofagi, ma non si può dire lo stesso per le arti minori come l’epigrafia. Le rappresentazioni più semplici che evocano l’attività agricola sono i differenti utensili, e i simboli dei mestieri sulle tombe dei defunti. Si è potuto catalogare 23 esempi per la città di Roma, si possono collegare gli utensili scolpiti su queste lastre con altre rappresentazioni dell’arte greco-romana come ad esempio con gli oggetti in metallo rinvenuti negli scavi archeologici. Si trovano vanghe e zappe utilizzate per il lavoro della terra come sull’epigrafe di Vincentius conservata nei musei vaticani, frequente anche la falce messoria (falces funerariae), le falci utilizzate per il taglio e gli innesti, vengono rappresentati una falce e un uccello su un grappolo d’uva. Al Museo Nazionale romano alle Terme di Diocleziano un’incisione rappresenta un contadino nell’atto di seminare un campo. Nella catacomba di San Callisto Valerius Pardus è rappresentato con una falce in una mano e nell’altra un ortaggio che sta raccogliendo. Nella catacomba di Domitilla Victorianus è in procinto di tagliare un arbusto verso il quale accorrono una lepre ed una capra. Sulla lastra proveniente dal cimitero di Aproniano, sulla via Latina, un bracciante agricolo consegna una fascina di legna al procuratore della villa, che si affretta a pagargli il dovuto. Tra le epigrafi più rappresentative di funzioni agricolo-pastorali si trova quella di Leone conservata nel museo archeologico di Urbino, ma proveniente dalla catacomba di Callisto. Su questa il contadino porta un bastone munito di un uncino (per il taglio o la raccolta di frutti) mentre alla sua destra è scolpita una falce e una vanga dotata di un appoggio per pulire i piedi. Alla sua sx un mont...
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