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Riassunto esame Epigrafia latina e antichità romane, prof. Gregori, lbro consigliato Roma imperiale. Una metropoli antica, a cura di E. Lo Cascio

Riassunto per l'esame di Epigrafia latina e antichità romane del prof. Gregori, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Roma imperiale. Una metropoli antica, a cura di E. Lo Cascio. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) La popolazione; 2) I grandi servizi pubblici a Roma; 3) L'approvvigionamento di Roma imperiale: una sfida quotidiana;... Vedi di più

Esame di Epigrafia latina docente Prof. G. Gregori

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tonnellate, per 800 mila abitanti, e le 15 mila tonnellate, per 1 milione e 200 mila abitanti. Il mercato romano

offriva anche carne di agnello o di manzo, di cui furono organizzate, talvolta, almeno nel V secolo,

distribuzioni, sulle quali non abbiamo ulteriori informazioni. Non bisogna sottovalutare, d’altra parte,

l’importanza dei legumi nell’alimentazione dei romani. Era il suburbio di Roma che contribuiva a rifornire la

città di tali prodotti. Una parte non indifferente dell’approvvigionamento dell’Urbs si sottrae di fatto, almeno

fino al basso impero e per alcune derrate su tutto il periodo, a qualsiasi intervento dello stato. Su tutto il

periodo, è il caso dei legumi. Ma in buona parte è anche il caso della carne e del vino, almeno fino all’inizio

del III secolo d.C. Insomma, nell’alto impero, la politica dello stato riguardo all’approvvigionamento, la cura

annonae, si è limitata ai cereali e in misura minore all’olio. È soltanto nel caso in cui è lo stato ad occuparsi

dell’approvvigionamento che le nostre fonti sono più abbondanti. La crescita demografica senza precedenti

che Roma conobbe negli ultimi due secoli della repubblica la obbligò a dover contare, per il proprio

approvvigionamento, su territori sempre più lontani, sottomessi alla sua autorità. Anzitutto la Campania, poi

la Sicilia, la Sardegna e l’Africa del Nord, divennero i granai della Roma della fine della repubblica. L’imposta

pagata da alcune province, ad esempio la Sicilia, era una decima in natura. In linea di principio tale pratica

garantiva la presenza sui mercati di cereali ad un prezzo ragionevole. Ma solo in linea di principio. Bastava

che sopraggiungessero uno o più anni di cattivi raccolti in questi territori, perché la capitale fosse in preda a

gravi carestie. D’altronde, il problema maggiore risiedeva nel trasporto di queste derrate su distanze notevoli.

Il trasporto dei materiali pesanti si effettuava essenzialmente per via d’acqua, mare, fiumi e canali. Ma i

metodi restavano più che artigianali: la capienza delle navi d’altro mare non superava le 300 tonnellate.

Queste imbarcazioni non erano in grado di affrontare le temibili tempeste mediterranee, frequenti nella

cattiva stagione. C’era dunque un periodo dell’anno, da ottobre a marzo, durante il quale il mare era “chiuso

alla circolazione marittima”. Le circa 250 mila tonnellate di cereali necessarie al consumo annuo di Roma

dovevano dunque essere trasportate da un numero impressionante di navi. Ciò presupponeva che, nel punto

di sbarco, vi fossero notevoli capacità di immagazzinamento, per riporre nei depositi il grano che sarebbe

stato venduto durante tutto l’anno. Nonostante tutto, è evidente la debolezza di un tale sistema. Questa

debolezza era peggiorata dal fatto che Roma non possedeva un vero e proprio porto d’alto mare nelle sue

vicinanze. Il porto di Ostia, infatti, non disponeva di alcun bacino in acque profonde, in grado di accogliere

navi d’alto mare. Il porto che accoglieva le navi d’alto mare era in effetti a 235 km più a sud: si tratta di

Pozzuoli.

3.2 L’attuazione di una politica di approvvigionamento (I sec. a.C. – II sec. d.C.)

I PRIMI TENTATIVI REPUBBLICANI Nel 123 a.C., quando la notizia di una carestia in Africa provoca disordini

in seno alla popolazione di Roma, che teme una penuria di viveri, la legge frumentaria del tribuno della plebe

Gaio Gracco rappresenta un tentativo di rispondere in modo complessivo al problema

dell’approvvigionamento del grano. Ma conosciamo molto male la legislazione graccana, trasmessa spesso

da fonti frammentarie. Non se ne percepisce che l’aspetto più spettacolare, cioè la norma che introduceva

distribuzioni di grano a prezzo ridotto per i cittadini maschi adulti che abitavano nell’Urbs. Questi ultimi

avevano il diritto di comprare ogni mese fino a cinque modii (circa 35 kg) di grano. Dal punto di vista

economico, tale misura rappresentava anche un tentativo di avviare un inizio di controllo regolare da parte

dello stato nell’approvvigionamento della città, che diveniva più problematico a mano a mano che questa

cresceva. Tuttavia, nel corso del tempo, la legge di Gaio Gracco perse il suo significato primario. Anzitutto

perché tale legge frumentaria era stata concepita per una popolazione urbana destinata a restare stabile.

Ora, gli avversari politici, che portarono Gaio Gracco a morte, svuotarono anche la legge agraria del suo

contenuto. Cosicché, l’afflusso di popolazione verso Roma continuò, accentuato anche dalla speranza di

queste persone di alimentarsi a bassi costi. E nelle agitazioni che caratterizzarono l’ultimo secolo della

repubblica romana, le frumentationes furono il terreno di una competizione all’interno dell’oligarchia per

guadagnarsi i favori del popolo. Nel 58 a.C., le distribuzioni divennero gratuite; esse erano concesse ad un

numero sempre più cospicuo di beneficiari, poiché l’amministrazione non controllava più chi fossero gli

Cesare Pompeo,

aventi diritto. All’indomani della prima guerra civile tra e le persone ammesse al privilegio

delle frumentazioni erano circa 320 mila. Così, le distribuzioni regolari non potevano più contribuire a

risolvere le difficoltà per l’approvvigionamento dell’Urbs, visto che queste, nel disordine del momento,

continuavano ad aggravarsi. Gli ultimi decenni della repubblica rappresentano uno dei periodi di maggiore

agitazione popolare in relazione a questo problema. Le nostre fonti a questo proposito sono chiare, anche se

Clodio

non forniscono dettagli: la legge di non introduceva soltanto la gratuità delle razioni di grano pubblico

distribuite mensilmente agli aventi diritto; essa creava nello stesso tempo, a vantaggio del tribuno, una sorta

di curatela dell’annona, cioè di tutela generale dell’approvvigionamento. Invece, altre personalità politiche,

che si collocavano nella linea degli avversari del tribuno del 123, tentarono di limitare o di opporsi alle

frumentationes, per occuparsi in modo migliore dell’approvvigionamento di grano, dell’annona in generale.

Silla. Pompeo,

Tale è certamente il senso della politica di Quanto a nominato dal senato curatore dell’annona

per cinque anni con poteri eccezionali, alla fine del 57, in piena crisi per l’aumento del prezzo del grano, le

sue competenze di certo superarono ampiamente l’ambito delle distribuzioni gratuite, riguardo alle quali, al

contrario, egli cercò probabilmente di rimettere ordine, limitandole. Così, progressivamente la cura

Augusto

dell’annona si separava dalle frumentationes. Sarà a istituzionalizzare realmente questa

separazione, creando un ufficio per le distribuzioni frumentarie distinto da quello dell’annona.

L’OPERA DI AUGUSTO Il giovane Ottavio non aveva tardato a comprendere, durante il periodo del secondo

triumvirato, l’assoluta necessità per il potere politico di assicurare all’Urbs un approvvigionamento regolare

di cereali a prezzi contenuti. Durante il blocco dei mari instaurato da Sesto Pompeo, la popolazione romana

in preda alla carestia, si diede al saccheggio delle case più ricche e se la prese anche con i propri dirigenti.

Quando Ottavio divenne Augusto, il popolo di Roma considerò la cura dell’approvvigionamento uno dei suoi

principali compiti. Augusto non si sottrasse ai suoi doveri relativi all’approvvigionamento. In quest’occasione,

e poi successivamente nel 6-8 d.C., all’epoca di un’altra carestia ancora più grave, egli cerò in modo molto

pragmatico di migliorare le strutture esistenti. Per fare ciò, aveva a disposizione delle buone carte: la

conquista di Alessandria, il 1° agosto del 30 a.C., aveva permesso a Roma di entrare in possesso di quel

favoloso granaio che era allora l’Egitto. Esso divenne da allora, assieme all’Africa, uno dei principali fornitori

di Roma. Ma l’Egitto resta una fonte d’approvvigionamento aleatoria. Il raccolto del grano e il suo traporto

sono precari, soggetti alle irregolarità della piena del Nilo, ai moti di malcontento e di dissenso in seno alla

popolazione locale, ai pericoli di un lungo viaggio per mare. È per questo che l’Africa del Nord, più vicina,

romanizzata da più tempo, dai raccolti più regolari, non perse mai, durante l’alto impero, il ruolo essenziale

che giocava nell’approvvigionamento di Roma. Infine, accanto all’Egitto e all’Africa, è probabile che la Spagna

e la Sardegna, forse la Sicilia, fornissero durante l’impero, contribuzioni in grano. Augusto ampliò

considerevolmente gli effettivi del servizio annonario. Durante la repubblica il compito

dell’approvvigionamento spettava agli edili che costituivano un collegio di quattro magistrati, rinnovato

Cesare

annualmente. aveva aggiunto due magistrati regolari ai quattro già esistenti, gli edili ceriales che

dovevano consacrarsi anzitutto alle questioni annonarie. Ma è il regno di Augusto che vide la creazione di

un’amministrazione permanente, incaricata del rifornimento di cereali dell’Urbs. Verosimilmente è solo

nell’ultima parte del suo regno, nell’8 d.C., che Augusto affidò la cura regolare dell’approvvigionamento a un

funzionario di rango equestre, il prefetto dell’annona. Nominato dall’imperatore senza limiti di tempo, questo

prefetto era dunque un cavaliere scelto per le sue competenze. È solo progressivamente, nel corso dei primi

due secoli dell’impero, che questi si circondò di un personale subalterno di assistenti e procuratori, cavalieri

e liberti. Il compito principale del prefetto dell’annona riguardava il trasporto e lo stoccaggio del grano

consumato a Roma. La competenza delle distribuzioni gratuite non ricadeva sul prefetto dell’annona, ma era

Traiano,

affidata ad un praefectus frumenti dandi di rango senatorio, assistito, a partire da da un procuratore

equestre, il procurator ad Minuciam, dal nome del portico nel quale veniva effettuata la consegna delle

razioni. Il praefectus frumenti dandi non era assolutamente soggetto al prefetto dell’annona, dal momento

che le due cariche erano del tutto indipendenti. D’altronde Augusto riprese, dopo Cesare, una politica di

riduzione del numero dei beneficiari. Questi ultimi, infatti, avevano raggiunto la cifra di 320 mila. Egli agì allo

stesso modo di suo zio e padre adottivo, riportandoli ad una cifra compresa tra 150 mila e 200 mila e fissando

delle regole strette perché questa cifra non venisse più superata. D’ora innanzi i partecipanti sarebbero stati

estratti a sorte tra i cittadini forniti dei requisiti richiesti, soltanto in sostituzione di beneficiari morti o che

avevano lasciato Roma.

DA TIBERIO A TRAIANO: I MIGLIORAMENTI PROGRESSIVI DEL SISTEMA Le misure prese da Augusto

non fecero sparire d’un sol colpo tutti i problemi. Molti degli imperatori del I secolo fecero le spese di questa

precarietà, che persisteva, in relazione all’approvvigionamento del grano. Così, nel 51, la folla, spinta

Claudio

all’estremo della grave carestia, se la prese con in pieno foro, prima ingiuriandolo verbalmente, poi

fisicamente ricoprendolo di croste di pane. Nelle nostre fonti, la preoccupazione dell’approvvigionamento

rientra in prima linea nel ritratto convenzionale del buon imperatore. Si comprende allora la preoccupazione

quasi costante manifestata dai principi del I secolo d.C. di migliorare una situazione delicata. I loro sforzi si

volsero in due direzioni, mirando, da un lato, a stringere relazioni tra lo stato e i “professionisti”

dell’approvvigionamento, dall’altro lato a migliorare le infrastrutture, porti e granai anzitutto. Favorendo i

consumatori in modo da garantire prezzi contenuti sul mercato del grano, nello stesso tempo le autorità si

preoccuparono dei commercianti, indispensabili al buon funzionamento dei circuiti di approvvigionamento.

I primi imperatori cercarono anche di sviluppare le capacità di accogliere e di immagazzinare le derrate

alimentari destinate all’Urbs. Durante la repubblica la preoccupazione maggiore era stata quella di

aumentare le capacità di immagazzinamento. In questo ambito, l’impero non dovette far altro che prolungare

questo impulso inaugurando nuovi granai e soprattutto migliorando le capacità di stoccaggio dei complessi

già esistenti. D’altro canto, la difficoltà risiedeva nell’assenza di un porto d’alto mare in prossimità di Roma.

Progettata da Cesare, la sistemazione di Ostia cominciò sotto Claudio e i lavori si protrassero fin sotto Nerone.

Sicuramente si trattava di un’impresa ardua. Il bacino fu infatti minacciato di insabbiamento sin dal momento

della sua creazione. In realtà si sarebbe dovuto attendere l’inizio del II secolo d.C. perché le difficoltà dell’Urbs

trovassero una soluzione più soddisfacente. In quegli anni, Traiano fece apprestare, sulla costa a nord di

Ostia, un porto d’alto mare. Portus, questo era il nome di tale complesso portuale, fu alla fine in grado di

assumere il ruolo che soltanto Pozzuoli aveva potuto giocare fino ad allora. In realtà, si ha l’impressione che

i due porti continuassero a funzionare parallelamente. All’inizio del II secolo fino al basso impero, le nostre

fonti testimoniano più raramente difficoltà di rifornimenti per la città di Roma.

3.3 Dal II al V secolo d.C.: trasformazioni e ampliamento del sistema di approvvigionamento

Con le invasioni barbariche del V secolo la città entra, in effetti, in una fase di calo demografico. Nel

500 essa è divenuta una semplice capitale di regione, con una popolazione dieci volte inferiore a quella del

400. Tre nuove derrate alimentari entrano a far parte, in questo periodo, delle competenze delle autorità

romane. Si tratta dell’olio, della carne e del vino. L’approvvigionamento di olio dell’Urbs entrò a far parte

Adriano

delle competenze del prefetto dell’annona a partire dalla fine del regno di o all’inizio di quello di

Antonino. La prefettura doveva badare alla buona riuscita del trasporto fino a Roma dell’olio che proveniva

dalla Betica e dall’Africa, come imposta o come canone sulle proprietà imperiali, e, in generale,

all’approvvigionamento regolare della città di questo prodotto di prima necessità. Le distribuzioni gratuite di

Settimio Severo,

olio furono attuate in maniera regolare soltanto col regno di mentre gli imperatori

precedenti avevano talvolta effettuato distribuzioni eccezionali, per esempio nel periodo di aumenti dei

prezzi. Fin dall’inizio del III secolo d.C., è attestata la presenza di un controllo da parte delle autorità pubbliche

sul mercato della carne di maiale. Non è il prefetto dell’annona, ma il prefetto urbano ad esserne incaricato.

Aureliano,

A partire dal regno di la carne di maiale comincia ad essere distribuita gratuitamente in maniera

regolare, durante una parte dell’anno. A partire dal III secolo d.C., le autorità politiche si preoccupavano di

controllare i prezzi sul mercato del vino, ed è ancora il prefetto urbano che ne ha l’incarico. Tuttavia, le

distribuzioni di vino a prezzo ridotto introdotte forse a partire dal regno di Aureliano sono state effettuate

soprattutto con vini provenienti dall’Italia. Nel momento in cui, sotto Aureliano, vengono introdotte

distribuzioni regolari, gratuite o a prezzo ridotto, di vino e di carne di maiale, lo stato, per organizzarle, deve

forse contare sui proventi del dazio e su quelli del canone sulle proprietà imperiali nella penisola, e ricorrere,

inoltre, ad acquisti. Questo periodo è caratterizzato dall’estensione del beneficio del grano pubblico ad altre

categorie di beneficiari, essenzialmente fanciulli e soldati. Questa estensione non comportò una crescita

considerevole del numero dei beneficiari. Sappiamo, infatti, che durante il regno di Settimio Severo il numero

degli aventi diritto era ancora inferiore a 200 mila. Sotto il regno di Aureliano, è la stessa procedura di

distribuzione di razioni di grano agli aventi diritto che subisce un cambiamento radicale: d’ora in avanti

costoro percepiscono il loro beneficio sotto forma di pane del peso di due libbre che è consegnato loro

quotidianamente. Sappiamo che i cereali erano sempre più consumati sotto forma di pane durante l’impero.

Così, nel II e nel III secolo, si realizza un quadro dell’approvvigionamento della città che rimane immutato nel

IV e nel V secolo: le autorità politiche assicurano a un numero di beneficiari che resta stabile distribuzioni

gratuite o a prezzo ridotto di derrate sempre più varie, olio, vino, carne, accanto al grano e poi al pane. La

vendita di pane a prezzo ridotto, conosciuto col nome di panis fiscalis, è una realtà nel IV secolo. Questa

pratica, che costituiva per il potere politico il mezzo più sicuro per assicurare all’insieme della popolazione di

Roma un “giusto prezzo” per le derrate di prima necessità, è attestata con certezza solo per questo periodo.

Lo stesso sistema valeva probabilmente per la carne di maiale. Le distribuzioni gratuite di pane eredi delle

frumentationes dell’alto impero continuarono a riguardare una parte privilegiata della plebe romana. I

beneficiari dovevano d’ora innanzi presentarsi ogni giorno in un certo numero di luoghi precisi sparsi per la

città.

4. IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

Le fonti a nostra disposizione per capire il funzionamento e l’amministrazione idrica di Roma antica sono di

Frontino,

una ricchezza unica, grazie al trattato De aquaeductu di alle iscrizioni, in particolare a quelle sulle

fistulae plumbee, e alle scoperte archeologiche.

4.1 La costruzione degli acquedotti

Appia, Appio Claudio

Il primo acquedotto, l’Aqua la cui costruzione fu voluta dal famoso censore

Cieco nel 312, purtroppo non è ancora stato scoperto. Sappiamo solo che i Romani individuavano la sua

lunghezza in 19 km e che il suo percorso era quasi completamente sotterraneo. L’Aqua Appia fu il primo

grande acquedotto della penisola. La novità per Roma consisteva nell’utilizzare la galleria sotterranea per

Sesto Giulio Frontino

portare l’acqua potabile in un centro urbano. nel suo De aquaeductu scrive che Roma

verso la fine del IV secolo a.C. avrebbe raggiunto dimensioni tali che le risorse naturali non avrebbero potuto

più soddisfare i bisogni. Nel caso dell’Aqua Appia, si è di recente postulato che la ragione principale sarebbero

stati i bisogni “industriali” del Porto Tiberino al Velabro, il luogo dove l’acquedotto finiva. Secondo un’altra

ipotesi motivi religiosi, ovvero i culti in riva al Tevere, indussero i costruttori a portare l’acquedotto fin lì. La

Anio Vetus,

costruzione del secondo acquedotto di Roma, chiamato venne iniziata nel 272 a.C. e terminata

M.

due anni dopo. Frontino ci dice esplicitamente che la costruzione dell’acquedotto fu avviata dal censore

Curio Dentato Pirro

con il bottino della guerra contro il re dell’Epiro. Il corso del condotto è abbastanza ben

noto e la lunghezza dell’Anio Vetus è molto maggiore di quella dell’Aqua Appia (64 km). Nella costruzione i

romani cominciarono a mostrare il loro genio tecnico edificando alcuni ponti e arcate per realizzare la discesa

continua che era necessaria per un acquedotto a pelo libero. Oltre cento anni dopo l’Anio Vetus si ebbe la

Marcia

costruzione del terzo acquedotto urbano, l’Aqua (incominciata nel 144 a.C.), e poi quella dell’Aqua

Tepula, Iulia

nel 125 a.C. Di epoca triumvirale è il condotto successivo, l’Aqua (nel 33 a.C.), mentre due

Virgo

acquedotti furono sicuramente progettati ed edificati sotto il primo imperatore: l’Aqua (19 a.C.) e la

Alsietina Novus Claudia.

(2 a.C.). Sotto Claudio furono inaugurati l’Anio e l’Aqua Seguirono ancora due

Traiana Alexandrina

acquedotti che prendevano il nome dall’imperatore in carica, l’Aqua (109 d.C.) e l’Aqua

Severo Alessandro.

sotto In questo modo il numero degli acquedotti era salito a undici intorno al 225 d.C.

Con il progresso del tempo le costruzioni andarono divenendo sempre più sofisticate. La manutenzione degli

acquedotti richiedeva sforzi continui, anche nel caso che fossero stati costruiti solidamente. La

documentazione archeologica mostra numerosi interventi di riparazione e di restauro degli acquedotti di

Roma. La manutenzione degli acquedotti non comportava solo il combattere le forze della natura. Frequenti

erano i danni provocati dall’azione umana. Un costante e rilevante problema era rappresentato dai tentativi

di prelevare acqua dagli acquedotti clandestinamente messi in opera da varie persone non autorizzate, che

per farlo perforavano i condotti e altre strutture. I Romani erano pragmatici nella costruzione dei loro

acquedotti e adoperavano ponti e arcate impressionanti solo quando questi costituivano il modo più pratico

per attraversare un fiume o una valle. Prima del dominio romano, i Greci usavano far passare i loro acquedotti

lungo le pendici dei monti, scendendo lentamente verso la meta. Tipici per molti acquedotti di Roma sono

invece i ponti che attraversano fiumi e valli e le gallerie che perforano i monti. Alcuni studiosi hanno

interpretato la differenza come una indicazione della mentalità conquistatrice dei romani, che si contrappone

alla mentalità “greca”, più in armonia con la natura. Infatti, si è parlato di “imperialismo del paesaggio”.

Durante la Repubblica, la costruzione di un acquedotto era regolarmente affidata a un magistrato, mentre in

età imperiale furono gli stessi imperatori a pagare le spese e perciò ad essere formalmente responsabili della

costruzione. La costruzione sia dell’Aqua Appia che dell’Anio Vetus fu avviata da magistrati ordinari, i censori.

Un certo elemento di iniziativa privata sembra comunque entrare nel quadro già per il primo condotto.

L’iniziativa privata è cospicua nella costruzione dell’Anio Novus. Tutto il progetto è connesso con le vicende

di Curio Dentato. Le manubiae che furono usate per la costruzione costituivano la parte del bottino di guerra

che era proprietà personale del comandante. Due anni più tardi, quando l’acquedotto non era stato ancora

Curio Dentato Fulvio Flacco:

completato, il senato nominò lo stesso e è questa la prima volta che sentiamo

parlare di una commissione speciale nell’ambito degli acquedotti romani. Iniziativa privata e controllo

Marcio Re

comunitario s’intrecciano anche nelle vicende dell’Aqua Marcia. Quando nel 144 a.C. fu praetor,

il senato decise di affidare a lui il compito di restaurare i due esistenti condotti, già malandati, e di portare

altra acqua a Roma. Per questo compito gli fu erogata la somma di 180 milioni di sesterzi. L’Aqua Iulia fu

Agrippa,

costruita quando Augusto era già prossimo al potere assoluto. Il costruttore, l’edile diede

all’acquedotto un nome che faceva riferimento al gentilizio adottivo del futuro imperatore. Frontino

aggiunge che Agrippa nello stesso tempo fece restaurare gli altri acquedotti. L’Aqua Alsietina fu condotta a

Roma quando Agrippa era ormai morto da una decina di anni e la gestione degli acquedotti era stata affidata

ai curatores aquarum e ad altri addetti a loro subordinati. A questo punto dell’evoluzione del principato, non

si può più dubitare che Augusto abbia personalmente pagato le spese per l’acquedotto. La stessa situazione

vale per gli altri quattro acquedotti costruiti più tardi durante l’impero: furono pagati dal principe.

4.2 Amministrazione e legislazione: la cura aquarum

Per garantire il funzionamento regolare degli acquedotti i Romani si affidarono durante la Repubblica

a diversi magistrati del popolo romano, e, dopo l’inizio dell’epoca imperiale, a una specifica amministrazione

delle acque (la cura aquarum). Per l’età repubblicana, le fonti a nostra disposizione menzionano censori,

pretori, questori ed edili. Per il mantenimento dei singoli acquedotti si usava far ricorso a imprenditori privati.

La situazione cambia radicalmente nell’11 a.C. Varie decisioni del senato furono prese con l’obiettivo di

organizzare l’amministrazione dell’approvvigionamento idrico. Queste decisioni ebbero l’approvazione di

cura aquarum

Augusto, e la creazione della costituisce un’illustrazione quanto mai significativa della genesi

del principato. Due anni più tardi, nel 9 a.C., si ebbe una legge popolare, la lex Quinctia, a completare il

quadro. L’istituzione della carica di curator aquarum per la capitale fu una rilevante novità. Secondo Frontino,

lui stesso curator aquarum a cavallo dell’anno 100 d.C., l’ufficio si poteva quasi paragonare a una

magistratura regolare. Un senatus consultum dell’11 a.C. parla di curatores aquarum al plurale e Frontino ci

Valerio Messalla Corvino

informa che Augusto chiamò il consolare a essere il primo titolare della carica,

mettendogli a fianco due senatori di rango più basso, nella veste di assistenti. I compiti dei curatores della

1)

cura aquarum possono essere delineati sotto quattro rubriche: supervisione delle erogazioni d’acqua a

2)

beneficiari privati e competenza sull’accesso del grande pubblico all’acqua; controllo del personale adibito

3) 4)

alla cura aquarum; tutela delle strutture degli acquedotti; compiti giudiziari. Frontino ci informa che

Claudio

sotto l’imperatore si ebbe un procuratore imperiale di rango libertino addetto alla cura. Numerose

testimonianze epigrafiche ci presentano sia liberti imperiali sia personaggi di rango equestre in veste di

procuratori connessi con gli acquedotti. Varie iscrizioni ci fanno invece conoscere preposti e lavoratori

qualificati, per esempio vilici, castellarii, circitores, etc. Secondo Frontino la manodopera a disposizione del

curator aquarum consisteva di due équipe o familiae.

GARANTIRE L’ACQUA ETERNA: LA LEGISLAZIONE La più antica legge sugli acquedotti che sentiamo

nominare trattava della distribuzione dell’acqua. Questa legge stabiliva che ai privati era interdetto prelevare

acqua pubblica tramite un condotto, tranne quella porzione che scolava via dalle fontane pubbliche, e anche

in questo caso dietro pagamento. Altre leggi dell’epoca repubblicana stabilivano che quando l’acqua pubblica

era stata usata illegalmente per l’irrigazione di un campo, il campo veniva confiscato dallo stato. Per la

Augusto

legislazione sotto conosciamo sia le date esatte che i testi delle leggi. Per cominciare, una

disposizione del senato tratta la struttura e le prerogative della cura aquarum. In secondo luogo, alcuni

senatus consulta regolano il ius ducendae aquae in privatis. Infine, troviamo nel trattato di Frontino due

senatus consulta e la lex Quinctia pertinenti alla tutela ductuum. Un primo intervento del senato si ebbe in

connessione con le attività di ripristino intraprese sotto la direzione di Augusto. Per facilitare la costruzione

degli acquedotti, la legge dà il permesso di prelevare e utilizzare materiale di qualunque tipo dalle terre

private che fiancheggiano il corso del condotto. Una seconda legge stabilisce che un tratto di quindici passi a

destra e a sinistra dei condotti costruiti a cielo aperto rimanga libero sia da costruzioni che da vegetazione.

Chi sarà condannato per avere infranto la legge sarà multato di 10 mila sesterzi. La lex Quinctia di due anni

dopo è molto più esplicita e sottolinea l’importanza della tutela del tratto di terra lungo gli acquedotti e le

costruzioni pertinenti alla distribuzione dell’acqua pubblica, sia dentro la città che fuori nella campagna.

Secondo Frontino, durante la Repubblica lo stato aveva il potere di disporre di una proprietà fondiaria privata

che comportava la costruzione di un acquedotto pubblico. Se il proprietario non era disposto a vendere il

tratto che serviva per il condotto, lo stato aveva la facoltà di acquistare l’agro intero, per poi rivendere al

proprietario le parti che non servivano per l’acquedotto. La legislazione augustea sulla materia ha un tenore

Traiano

conciliatorio, mentre sotto si usano termini più severi come eripere, “confiscare”.

IL “MANUALE” DI FRONTINO E LA REALTA’ DELLA CURA AQUARUM L’opera viene spesso chiamata “il

manuale del curator aquarum di Roma” e le informazioni date da Frontino sono state da molti ritenute

canoniche. Ma sta di fatto che l’etichetta di “manuale pratico” non rispecchia il vero carattere del De

aquaeductu. Si tratta anche di un’opera letteraria, scritta da un homo novus che dopo l’iniziale carriera

militare era diventato un perno dell’amministrazione imperiale e che infine aveva cominciato a scrivere. Le

Frontino,

informazioni che Frontino trasmette sono spesso di interesse storico. A giudicare dalle vicende di i

compiti del curator aquarum erano molteplici e ardui, e richiedevano un’attenzione continua. Ma in realtà

normalmente non era così. Ricerche prosopografiche sulle carriere dei 17 curatori nominati da Frontino

mostrano piuttosto che il posto del curator aquarum era una carica onorifica, spesso data a un senatore già

anziano, dal quale sicuramente non ci si aspettava che seguisse le attività con un impegno quotidiano.

PROCURATORES AQUARUM E PROCURATORI SULLE FISTULE ACQUARIE Il titolo di procurator aquarum

appare nelle iscrizioni solo per 6 amministratori, mentre nei bolli sui tubi di piombo, le fistulae, rinveniamo

la menzione di più di 40 procuratori a Roma. Durante il regno di alcuni imperatori, in particolare sotto

Domiziano Adriano,

e il numero dei procuratori a noi noti è così grande da farci nascere il sospetto che quelli

delle fistulae non fossero procuratori della cura aquarum ma fossero responsabili di qualche altro ambito

amministrativo. A questa conclusione si perviene quando si ponga mente al fatto che secondo l’opinione

comune ogni settore amministrativo poteva impiegare solo un procuratore equestre. Se tutti i procuratori

delle fistulae appartenessero alla cura aquarum, saremmo di fronte a una contraddizione, perché avremmo

indubbiamente troppi procuratori. Quei procuratori che mettono il loro nome sulle fistulae sembra che siano

stati piuttosto i responsabili di singoli edifici a Roma o di tenute extraurbane. Nell’ultimo decennio del II

secolo appare poi un amministratore di rango consolare con il titolo di curator aquarum et Minuciae. Sembra

che si tratti del successore del “semplice” curator aquarum, cui sono stati affidati ancora altri compiti.

IL FUNZIONAMENTO DELLA CURA AQUARUM Vitige

Quando nell’anno 537 gli Ostrogoti di interruppero

l’adduzione delle acque, Roma era stata servita da acquedotti per più di 800 anni. Le due familiae aquariae

avevano insieme un totale di 700 uomini. Da Frontino ricaviamo la notizia che gli uomini furono stanziati sia

dentro che “fuori” della città, per poter immediatamente entrare in azione se un condotto aveva bisogno di

riparazioni. A prestare fede a Frontino, era il curator aquarum a decidere personalmente quando

l’amministrazione dovesse far ricorso a imprenditori privati per restauri più ampi. In teoria, con una simile

organizzazione del lavoro, l’approvvigionamento idrico avrebbe dovuto essere sotto controllo, ma nella

realtà, ci dice Frontino, non era così. La disciplina era venuta a mancare nella cura aquarum in maniera

clamorosa. Per di più, ci sono nel suo trattato numerosi altri esempi di attività illegale del personale della

cura aquarum. Sotto la direzione di Frontino la disciplina della cura aquarum cambiò comunque in meglio,

perché fu istituito un mansionario che prevedeva istruzioni giornaliere per ogni membro delle familiae

aquariae. Già a partire dalla prima costruzione di un acquedotto a Roma, dobbiamo ipotizzare l’esistenza di

descrizioni o piante topografiche. Dobbiamo così ipotizzare l’esistenza di un archivio contenente informazioni

geografiche, topografiche, sul volume d’acqua e sui concessionari privati.

L’ENIGMA DELLA SEDE CENTRALE DELLA CURA AQUARUM Non sappiamo dove i documenti fossero

collocati. Sembra naturale che l’archivio fosse preservato nella sede centrale dell’amministrazione, ma anche

l’ubicazione di questa sede, la cosiddetta statio aquarum, è incerta. In generale sappiamo pochissimo quale

aspetto avessero le sedi amministrative e come fossero organizzati gli archivi nel mondo romano. Chiaro è

comunque che l’amministrazione aveva un carattere molto più “personale” dell’anonimo sistema burocratico

capitalistico-tecnocratico. Si potrebbe ipotizzare che anche l’archivio della cura aquarum fosse conservato

Filippo Coarelli

presso un tempio. ha proposto che la statio aquarum fosse originariamente localizzata nella

Porticus Minucia vetus.

4.3 Acqua per i pochi e per i molti: la distribuzione

La capacità degli undici acquedotti, quando tutti funzionavano, era impressionante. Sicuramente la

gente comune a Roma disponeva di un volume d’acqua più grande di quello che era a disposizione degli

abitanti delle città europee più progredite ancora nel tardo Ottocento. Nel parlare dell’erogazione dell’acqua,

Frontino fa riferimento a una tripartizione di destinazione: per l’usus publicus, nomine Caesaris e privatis. Per

i bisogni dell’imperatore si erogava il 17% del totale, ad alcuni privati andava il 38%, mentre per il pubblico

restava il 44%. I privati e la corte imperiale usavano condotti di piombo di loro proprietà per le erogazioni

d’acqua ad essi destinate, ma il grande pubblico era costretto a recarsi alle fontane pubbliche. Il permesso di

istallare un condotto privato diventò un privilegio concesso dall’imperatore, un beneficium principis.

Malgrado l’acqua fosse un beneficium, sembra che i beneficiari dovessero pagare per il privilegio. L’acqua era

Frontino

necessaria anche per usi “industriali” che potevano interessare i ceti superiori o i loro dipendenti.

non registra il numero dei privati privilegiati, ma tramite vari calcoli è possibile pervenire a una stima fra i

mille e i duemila. Nonostante l’enorme quantità concessa ai privati, non tutti quelli che desideravano un

condotto privato venivano soddisfatti. Il numero dei detentori di questi privilegio imperiale era infatti

ristretto.

5. CASE E ABITANTI A ROMA

5.1 La Roma più antica

La capanna di Romolo era il simbolo di un mondo primitivo, essendo Romolo l’ultimo di una serie,

che risaliva ad Evandro, di capi-tribù sul Palatino. Le superstiti buche di pali di capanne dell’età del ferro

avvalorano il mito successivo, confermando l’esistenza di insediamenti dell’età del ferro sulla sommità del

Palatino, dell’Esquilino e dell’Aventino. Ma è anche importante, per comprendere l’età storica, il fatto che la

capanna di Romolo sia stata accuratamente conservata come reliquia storica. Se la capanna di Romolo fu

custodita gelosamente come una reliquia di un passato pre-urbano, allo stesso modo la casa del suo

successore Numa fu una reliquia della fase proto-urbana. La leggenda attribuiva diverse ubicazioni alle case

di ciascuno dei sette re. Ciascuna di queste case era situata dove in seguito sorgerà il luogo sacro: quella di

Numa divenne la Regia, al termine del Foro. Per quanto riguarda le domus aristocratiche evidenziate dagli

scavi alle pendici del Palatino, il quadro che emerge è quello di una sequenza di case, di forma rettangolare,

di dimensioni notevoli (circa 900 metri quadri), che risalgono alla fine del VI secolo e continuano a essere

ininterrottamente utilizzate, fino alla tarda Repubblica. La forma di tali case è comparabile a quella della

classica casa ad atrium, con uno stretto ingresso fiancheggiato da negozi, che si apre su un ampio cortile con

la caratteristica disposizione cruciforme di un’area centrale di ricevimento con ai due lati degli ambienti. Nella

ricostruzione proposta, i cortili presentano un impluvium centrale, che suggerisce tetti spioventi verso

l’interno. Le fondazioni sono in pietra vulcanica locale, cappellaccio, e presumibilmente sostenevano muri di

fango e argilla battuta; questi sopravvivono fino alla fine del III secolo, quando si ha una ricostruzione su

ampia scala in opus caementicium. Gli autori successivi non solo consideravano la forma della casa ad atrium

come una tradizione antica, ma la associavano anche esplicitamente ad alcuni aspetti caratteristici di

strutture sociali romane tradizionali. La prima è la familia, costituita attorno al ruolo dominante del

paterfamilias, con il suo corrispettivo nella materfamilias, ed il suo incontrastato potere su quelli in potestate:

i figli, gli schiavi e la moglie. La stretta connessione di domus e familia trova espressione simbolica in diversi

aspetti caratteristici e rituali: la posizione del letto matrimoniale nell’atrium centrale di fronte all’ingresso; o

l’aspettativa che la materfamilias circolasse visibilmente nell’area centrale, leggendariamente colta nel

tessere notturno di Lucrezia, espressivo di per sé della cura per il benessere dell’intera famiglia, opposta alla

forza distruttiva dell’adultero tiranno Sesto Tarquinio. Si dice che nella tarda Repubblica un ristretto numero

di famiglie avesse conservato l’usanza tradizionale di vivere insieme in unità familiari estese. La gens è

qualcosa di diverso dalla familia. Essa è costituita da un gruppo legato da antenati comuni, associato da un

nome comune, comuni diritti e pratiche rituali, la cui funzione più importante era di costituire l’unica

intermedia tra la famiglia e la curia. Non vi sono prove e non è nemmeno plausibile che la gens vivesse in

comune in una singola struttura. La seconda struttura sociale tradizionalmente connessa con la forma della

casa ad atrium era la clientela. L’enorme porzione di spazio riservata a quelle che noi chiameremmo “aree

aperte” senza dubbio facilitava quella specie di ricevimento pubblico in massa, individuato nelle descrizioni

del rituale della salutatio mattutina della fine della Repubblica e dell’inizio dell’impero. L’effetto

dell’organizzazione architettonica era che la vista dalla porta d’ingresso, attraverso le fauces, nel cuore della

casa fungeva da magnete visivo per attirare il passante.

5.2 Roma repubblicana

È quando ci spostiamo in età storica, con le guerre puniche, che dalle fonti scritte emerge un quadro

più chiaro riguardo all’intero tessuto urbano. L’immagine che ci si offre del Foro nel terzo secolo è ancora

quella della piazza di una città-mercato, circondata da abitazioni private e negozi ordinari, vicinissimi ai templi

e alle antiche aree sacre. I negozi su entrambi i lati, che più tardi furono soppiantati dalle basiliche, sono

ricordate come un imbarazzante aspetto tipico del passato. Le macellerie sono particolarmente fatte oggetto

di menzione. La concentrazione di macellerie in quest’area è sicuramente connessa con la concentrazione di

Varrone

templi: i templi richiedono sacrifici e carne. considera la sostituzione di tali macellerie con banche

come un primo passo verso l’accrescimento di dignità del Foro. Questa notazione è attestazione

dell’ideologia che indusse alla progressiva espulsione del commercio e delle abitazioni private dal centro, e

alla sostituzione con sontuosi edifici pubblici, che si completa con il I secolo a.C. Alla ricostruzione di Roma

dopo il sacco gallico, venne rimproverata l’assenza di strade rettilinee, la mancanza di connessione tra

sistema viario e sistema fognario, e un tracciato urbano più tipico di un insediamento di abusivi che di una

città opportunamente pianificata. Già nel III secolo possiamo immaginare la città caratterizzata da case che

si elevano molto più in alto rispetto al tipo della casa ad un solo piano dell’Italia romana. Piani superiori di

legno venivano utilizzati comunemente, molto prima che l’introduzione del conglomerato cementizio

permettesse di costruire solidi edifici a più piani. Le localizzazioni preferite per le case della classe politica si

concentravano attorno al Foro: il colle Palatino primeggia con un ampio margine, seguito dalla stessa area

del Foro, dalla Velia, dalle Carinae, mentre alcune erano disseminate sul Quirinale, sul Viminale e sul Celio.

Una posizione centrale di per sé non era sufficiente: la struttura stessa della casa doveva accrescerne il nobile

profilo. Il carattere aperto dell’attività che si svolgeva al centro, e dello spazio dell’atrium per la circolazione,

accresciuto dalle ulteriori aree aperte del tablinum e delle alae, tutti questi elementi garantivano un elevato

grado di visibilità, che non trova molti confronti in altre società. L’architettura domestica della tarda

Repubblica sviluppa una serie di tecniche per accentuare la visibilità, dagli aggiustamenti delle proporzioni

dell’atrium, alla diffusione dei peristili alle spalle dell’atrium che ne accrescono la trasparenza, allo sviluppo

della sequenza prospettica che da un’area all’altra cattura il visitatore. Viene valorizzato soprattutto il senso

della spaziosità. Visibilità e spaziosità sono la diretta conseguenza dei rituali sociali della classe senatoria. I

rituali sociali della classe politica, determinati dalla veemenza della competizione per le cariche, trasformano,

in questo periodo, le visite di cortesia in riunioni di folle di persone. L’uomo politico soppesa la propria

popolarità con la densità della folla presente nel suo atrium, dalla folla che lo scorta fino al foro, che saluta

le sue partenze e accoglie i suoi ritorni. È l’intensità di questo bisogno di attrarre le moltitudini che spiega sia

la concentrazione delle case della classe senatoria nei dintorni del Foro, sia la inesorabile espansione delle

dimensioni e dell’opulenza che caratterizza gli ultimi due secoli. Un tema ricorrente è quello della

interscambiabilità tra pubblico e privato. La rivoluzione nell’architettura domestica procede di pari passo con

quella nell’architettura pubblica. L’esempio classico di questo interscambio è rappresentato dal

Marco Scauro,

trasferimento da parte di dopo la sua spettacolare edilità del 58 a.C., di 360 colonne di marmo,

per abbellire la sua casa privata: la sistemazione delle colonne più alte nell’atrium della sua abitazione sul

Palatino fu considerata scandalosa. La cosiddetta “Casa di Livia” è probabilmente il nostro esemplare di casa

tardorepubblicana meglio conservato. La zona che attira la nostra attenzione è rappresentata da un gruppo

di tre ambienti allungati, posti in serie e comunicanti tra loro, che si aprono su un cortile infossato. La dozzina

di stanze di piccole dimensioni poste su tre lati di un rettangolo, collocate sul retro di questi ambienti, si

spiega meglio come livello inferiore dell’atrium originario. Tutto l’insieme costituisce una casa di notevoli

dimensioni. Lontano dal Palatino diventa ancora più difficile scorgere case repubblicane. L’immagine del

potere e del successo sviluppatisi in questo periodo lasciò il suo segno ancora per molto tempo e fu visibile

a lungo. Il pendant della estrema esibizione al pubblico delle residenze urbane dell’aristocrazia è

rappresentato dallo sviluppo di lussuosi horti, come luoghi appartati all’interno della stessa città. Gli horti

consistevano in una fitta serie di piccoli lotti sparsi, per la coltivazione, per la produzione di ortaggi destinati

al mercato e alla tavola. Ma nella tarda Repubblica la loro immagine muta totalmente, allorché nelle mani di

Lucullo, Sallustio o Mecenate essi divengono luoghi per ville urbane. Gli horti più famosi danno vita ad un

nuovo modello, alla fine del I secolo. Si tratta di luoghi in cui ci si ritira dalla vita pubblica. Se la domus è un

luogo in cui l’uomo politico espone se stesso alla gente, l’hortus è il luogo in cui egli si rifugia.

5.3 Dal Palatino al Palazzo Clodio Cicerone

L’accanita contesa tra e relativa alla casa di quest’ultimo sul Palatino portò ad un

altro livello il dibattito riguardo ai confini appropriati tra pubblico e privato. Distruggendo la casa di Cicerone,

e dedicando il luogo alla Libertas, Clodio collocava deliberatamente il suo gesto nell’alveo della tradizione

simbolica della punizione che spettava ai tiranni. Ogni aspirante tiranno della leggenda vede segnata la

propria disgrazia dalla distruzione della propria casa. Nell’ambito della dialettica tra spazi chiusi tirannici e

spazi aperti democratici, un ruolo essenziale è giocato dallo spazio sacro. L’altare della Libertas trasforma la

casa di Cicerone in uno spazio pubblico. Ma abitare uno spazio semi-sacro poteva essere un grande vantaggio

ideologico. Cesare, trasferendosi nella domus publica del pontifex maximus, si collocò in una eccezionale

posizione di forza. È nella cornice di questo dibattito, tra tirannico e democratico, pubblico e privato, sacro e

Augusto

profano, che dobbiamo porre il contributo cruciale di nella creazione di un nuovo linguaggio

relativamente al palazzo. Le commemorazioni di successi e le affermazioni di gloria private fanno posto agli

onori formalmente votati dal senato. Questa trasformazione segna un nuovo rapporto tra pubblico e privato.

La stretta connessione con il divino rafforza la legittimazione di un ruolo, per un privato cittadino, che

altrimenti rischierebbe di rientrare nella categoria del “tirannico”. Dopo esser divenuto pontifex maximus nel

12 a.C., Augusto dichiarò pubblica parte della sua casa e accolse lì Vesta. Ciò che, a quel tempo, rendeva

questo complesso diverso dall’abitazione di un qualsiasi cittadino, oltre agli onori sulla porta di casa, erano

la sua estensione sempre crescente e l’incorporazione del sacro. La graduale acquisizione di ulteriori

proprietà sul Palatino continua sotto i successori di Augusto, senza che questo porti alla costituzione di un

complesso unitario. Al contrario, la tendenza sembra quella di mantenere l’area come una serie di unità

separate. Il contributo personale di Caligola in tale processo di crescita fu il tentativo di estendere e collegare

la residenza imperiale al Campidoglio, il che dimostrava la sua incapacità di comprendere il giusto limite tra

gli dei e l’uomo o di rispettare il tabu in vigore fin dall’episodio di Manlio Capitolino. In effetti, quel che resta

Caligola

dell’età di ha l’apparenza di una sorta di vestibolo monumentale del palazzo. La trasformazione di

un complesso caratterizzato da questo sviluppo graduale in un complesso unitario è opera soprattutto di

Nerone

Nerone. Fu l’incendio del 64 che rese possibili radicali trasformazioni. Le ambizioni monumentali di

sono vividamente illustrate dai superstiti livelli di fondazione della Domus Aurea sul colle Oppio. Le

dimensioni enormi del complesso impianto simmetrico non hanno precedenti nell’architettura domestica

repubblicana. La grande sala ottagonale potrebbe essere la cenatio rotunda descritta dalle fonti, con il suo

soffitto a semi cupola che ruotava e liberava fiori e profumi. Certamente siamo di fronte ad uno spazio

architettonico di eccezionale potenza, ben lontano dalle tradizioni della casa ad atrium. Di gran lunga il più

Domiziano:

grande costruttore sul Palatino fu il suo nuovo complesso obliterò quello di Nerone e di tutti i

suoi predecessori. La costruzione domizianea sfida la temporaneità, la instabilità e la molteplicità che

avevano caratterizzato i suoi predecessori: infatti essa si erge solida, come definitiva residenza imperiale

urbana, fino alla fine dell’impero. L’edificio, così come lo conosciamo oggi, può esser diviso in due segmenti

principali. Il primo serviva probabilmente per ricevere un pubblico di dimensioni notevoli. L’ingresso

monumentale conduceva ad una successione di tre principali sale di ricevimento comunicanti tra loro: al

centro, l’enorme Aula Regia absidata; su di un lato, la più piccola Basilica; sull’altro il Lararium, relativamente

appartato. Questa estesa area per i ricevimenti pubblici è immediatamente accessibile dalle porte e

sicuramente rappresenta uno dei luoghi chiave dei rapporti sociali della Roma imperiale. Dietro di essa, dopo

un vasto peristilio con un’elaborata fontana al centro, c’è la sala da pranzo principale. Quest’area era

ampiamente visibile e accessibile, sottolineando il ruolo essenziale giocato nella vita sociale romana da tali

conviti. Il secondo segmento principale del palazzo, collegato al primo tramite il suo grandioso peristilio, è

l’area conosciuta come Domus Augustana. Qui, un complesso di stanze più piccole e di sequenze di stanze si

dispone su vari livelli, attorno al profondo pozzo di luce di un cortile. Una corte complessa richiedeva alloggi

ed uffici, per i membri della famiglia imperiale o per lo sterminato staff di liberti e schiavi. Questa era il lato

relativamente appartato in cui gli arcana imperii, il lato nascosto del controllo pubblico, avevano luogo. Nel

suo cubiculum, che si trovava alla fine di lunghi corridoi, l’imperatore poteva organizzare i suoi incontri

confidenziali o tenere processi, convocare prigionieri in catene per interrogarli.

5.4 La città imperiale

Era nell’interesse degli imperatori non solo migliorare le condizioni della residenza imperiale, ma

Cesare,

anche garantire che la gente in città avesse buoni alloggi. Il primo passo è conoscere la propria città.

durante la sua dittatura, introdusse una novità nella procedura del censo della città, tramite i proprietari dei

caseggiati. La conseguenza immediata fu la riduzione del numero dei beneficiari delle distribuzioni pubbliche

di grano da 320 mila a 150 mila, un dato che rivela il disordine causato da falsi aventi diritto, data l’inesistenza

di liste di abitanti fatte su base locale. La formalizzazione di questi raggruppamenti avviene ad opera di

Augusto: la divisione della città in 14 regiones, ciascuna con i suoi determinati vici, e ciascun vicus con la sua

struttura locale di magistrature e di rituali, è la caratteristica fondamentale dell’ordine imperiale della città.

Anche la definizione dei confini locali favorisce la sicurezza. La storia della creazione da parte di Augusto delle

14 regiones è strettamente connessa con i progressivi esperimenti fatti per la prevenzione degli incendi. Le

caserme divennero una parte importante del nuovo paesaggio urbano. La diretta conseguenza di questa

nuova necessità amministrativa di conoscenza è rappresentata dalla produzione di due documenti che

mostrano la città a questo microlivello: la pianta marmorea e i Cataloghi Regionari. Esistevano piante

dettagliate della città almeno a partire dal regno di Augusto. L’esibizione monumentale della mappa sul

marmo è il prodotto secondario di una documentazione che doveva essere stata conservata in forma

cartacea, probabilmente nell’ufficio del Praefectus Urbi nel Forum Pacis. È il prodotto di un enorme e

continuo lavoro di rilevazione. Ma non è possibile servirsi delle piante senza l’aiuto delle liste che le

accompagnano. Le liste dei Regionari, insieme alla pianta frammentaria, ci danno un’idea di quel che doveva

essere il tessuto urbano della città, in un modo che non ha pari in nessun altro centro dell’antichità. Il vicus è

il nucleo sul quale si costruisce l’espansione della città. Mentre le regioni restano costantemente 14 da

Augusto fino al tardo impero, i vici stessi sono distribuiti in modo irregolare tra le regioni e il loro numero

cambia nel corso del tempo, certamente in conseguenza del cambiamento della densità della popolazione.

Plinio il Vecchio Vespasiano,

fornisce, per l’età di un totale di 265 vici; una correzione plausibile per il totale

fornito dalle liste di quarto secolo è 323, che coincide con la cifra offerta da una fonte bizantina. Dopo i vici,

sono elencati i vari edifici e le varie strutture di servizio della regione. Le case private predominano: le insulae

sono decine di migliaia, mentre meno di 2.000 dono le domus. Gli horrea, depositi per l’immagazzinamento

del grano e di altre merci, sono enumerati a parte: la cifra è piuttosto bassa. I panifici viaggiano agli stessi

livelli. Le strutture connesse con l’acqua sono più comuni: oltre un migliaio di lacus rappresentano i principali

punti di distribuzione di acqua a livello locale, mentre i bagni sono poco meno di un migliaio. Ogni edificio

privato o è una domus o è un’insula, e ciascuna possedeva un dominus identificabile, in grado di dichiarare i

residenti al census. La definizione di insula ha causato molte difficoltà. La ragione è semplice: quando si vanno

a dividere le cifre fornite dalle liste, sia per l’intera Roma, sia per le singole regioni, per la superficie del suolo

disponibile, si ottengono aree così piccole, che è impossibile conciliarle con l’originario significato del

termine, un’“isola” costruita che è separata da ogni altro edificio. Nei diversi calcoli dell’area disponibile per

le costruzioni private, l’insula media, presente nelle liste, non può essere più grande di 200 metri quadrati,

mentre alcune regioni sono così densamente affollate che la media scende a 75 metri quadrati. È sufficiente

la pianta marmorea a confermare che le dimensioni medie dell’edificio autonomo erano molto più ampie. La

soluzione deve essere che insula ha precisamente il significato di “unità di proprietà”. Era un luogo comune

che a Roma gli affitti fossero esorbitanti. Affitti elevati fruttavano la migliore rendita possibile in un

investimento, se non fosse per i rischi di incendio connessi. Gli imperatori, dunque, cercavano di tenere sotto

controllo la propria città, tramite una conoscenza capillare, quartiere per quartiere, proprietà per proprietà.

Al volgere del millennio, Roma è considerata una città caratterizzata da incendi e speculatori edilizi. A dire il

vero, questa attività di costruzione speculativa, entro certi limiti, era controllata. Se osserviamo la pianta

della Roma severiana, quello che sorprende è l’alternanza tra aree regolarmente progettate e l’intrico di

strade tortuose e appezzamenti irregolari. Se da un lato gli imperatori spingono per imporre l’ordine,

dall’altro, le costruzioni sono nelle mani di tutta una serie di speculatori privati. Né gli imperatori hanno il

benché minimo interesse a pianificare la distribuzione delle aree entro la città. Costruzioni a più piani di

laterizi e conglomerato cementizio divennero presto la norma nel I secolo d.C., così come l’insula rettangolare

regolarmente progettata rappresentava il tipo standard. I casi presenti nel Digesto mostrano che era comune

per un affittuario prendere in affitto un’intera insula ad un unico prezzo e poi subaffittare le singole parti che

la componevano per trarne profitto. Era tipico di un’insula alloggiare un’intera gamma sociale, dai benestanti

in spaziosi cenacula equestria, ai commercianti nelle loro tabernae con mezzanini, alle povere famiglie in

cenacula uniti da un corridoio, ai piani elevati. L’attico era visto come la soluzione meno desiderabile.

5.5 Il tardoantico

La maggior parte delle strutture domestiche che vediamo oggi risalgono al II e all’inizio del III secolo.

In ogni tempo, i Romani hanno continuato ad abitare strutture molto più antiche, per tutto il tempo in cui

queste restavano in buono stato. Il tardo III secolo rappresenta un periodo in cui l’imponente concentrazione

delle risorse imperiali nella capitale si era esaurita e la città viveva, per così dire, sugli allori. Se il IV secolo

Ammiano,

porta una ripresa, è solo in campo limitato. Così come viene rievocata da la Roma tardoantica è

una città caratterizzata da contrasti, in cui il ricco e il povero sono accomunato soltanto da loro degrado

morale. Le tracce visibili sottolineano l’opulenza delle case dei benestanti e sono indicative del fatto che

l’importanza di attrarre ampie folle di dipendenti e visitatori non è mai cessata. Una casa di quarto secolo

Traiano,

particolarmente mirabile è conosciuta sopra alla cisterna delle terme di nota come le Settesale. La

sua struttura si basa su una sequenza di splendide sale da ricevimento: configurazioni rettangolari si

congiungono a cerchi e semicerchi. Una grandiosa aula absidata costituisce il contrassegno delle ricche

abitazioni di questo periodo. Oltre a ciò, vi è un complesso esagonale ancora più ambizioso, con un’alternanza

di stanze absidate e stanze rettangolari, che si aprono sull’esagono centrale come i petali di un fiore. La

decorazione tipica di questi splendidi spazi di ricevimento è ovunque il marmo policromo. Tutti questi aspetti,

l’enfasi riposta nel ricevimento, l’aula absidata, i rivestimenti in marmo, e il riutilizzo di edifici precedenti di

diverso genere sono il marchio distintivo di questo periodo. L’altra sorprendente peculiarità di questo

periodo è il rapporto ambivalente con le strutture cristiane. Alcune splendide aule absidate sono

esclusivamente pagane nella loro funzione: lo stile architettonico delle chiese di IV secolo ha origine

direttamente dallo stile del contemporaneo mondo pagano.

6. GLI SPAZI DELLA VITA SOCIALE

La distinzione tra sociale e politico si realizzerà, nel mondo antico, solo tramite un processo di lungo periodo,

che non si spingerà mai fino al grado di separatezza che è caratteristico delle società moderne. Lo sviluppo

economico e sociale del mondo romano determinerà l’emergere di bisogni sempre più complessi ed

articolati, che sono a loro volta all’origine di un’articolazione degli spazi più accentuata. È per questo che la

maggior parte degli edifici pubblici della città antica ci si presenta sotto la forma apparente di strutture di

rappresentanza, tranne per l’appunto i templi e i luoghi destinati alla politica, gli unici la cui funzione si

manifesta in forme del tutto palesi. Colpisce in particolare a Roma l’apparente assenza di strutture

architettoniche destinate all’attività amministrativa. In pratica, non siamo quasi mai in grado di identificare

gli edifici destinati a ospitare la macchina dell’amministrazione imperiale: ma ciò deriva dalle forme diverse

da quelle a noi familiari in cui tali edifici si presentano. Almeno la documentazione epigrafica ci attesta

l’esistenza a Roma di una complessa infrastruttura amministrativa e di servizi. Quello che finora è mancato

quasi del tutto è la ricerca indirizzata all’identificazione della necessaria proiezione spaziale ed edilizia di

queste infrastrutture.

6.1 Stationes e amministrazione a Roma

Lo stretto collegamento che caratterizza alle origini il culto e l’organizzazione amministrativa della

città emerge con evidenza dal fatto che le sedi ufficiali di quest’ultima si trovavano in alcuni templi. Il caso

più antico e più noto è quello dell’Aerarium Saturni, ufficio che assume il nome stesso dell’edificio in cui aveva

sede, il tempio di Saturno nel Foro. L’identità originaria si stempera successivamente, quando accanto al

tempio verrà costruito un edificio resosi indispensabile per ospitare le numerose funzioni dell’Erario, che si

erano enormemente accresciute in seguito all’introduzione della moneta, a partire dalla fine del IV secolo

a.C. Il fenomeno si andrà accentuando alla fine della repubblica, con la realizzazione del Tabularium, l’archivio

pubblico dello stato romano, in origine ospitato anch’esso nel tempio di Saturno. Situazioni del tutto

analoghe sono riconoscibili, sempre in età repubblicana: è il caso dei templi di Giuturna, sede della statio

aquarum; di Vulcano, probabile sede dei triumviri capitales o nocturni, e in seguito della praefectura vigilum;

delle Ninfe, sede e archivio delle frumentationes; di Cerere, probabile sede della praefecturae annonae.

Anche l’atrium Liberatis, l’ufficio dei censori, con i suoi importantissimi archivi con le liste dei cittadini romani,

era dedicato alla Libertas, patrona del diritto di cittadinanza, cui nell’edificio doveva essere dedicato un

sacello. Accanto a ognuno di questi templi, utilizzati in genere come archivi, doveva trovarsi un edificio più

modesto, destinato ad ospitare il personale amministrativo e ad assolvere a funzioni più specifiche, in

particolare ai rapporti con il pubblico degli utenti. Tali edifici ci sono noti solo eccezionalmente, come nel

caso del complesso scavato al largo Argentina, identificabile con la porticus Minucia vetus, il luogo cioè

utilizzato per le distribuzioni di grano in età repubblicana. Sotto Massenzio gli uffici delle acque furono

traslocati nel Foro romano, nel corso di una radicale ristrutturazione di tutta l’amministrazione romana,

quando la praefectura urbis assume ormai il ruolo centrale. Il luogo scelto per la nuova sede è il lacus

Iuturnae, dedicato alla stessa divinità delle sorgenti cui apparteneva il tempio del Campo Marzio. È probabile

che il complesso noto con il nome moderno di Mercati Traianei debba identificarsi con una struttura dello

stesso genere. Un indizio che potrebbe permetterne l’identificazione è forse da riconoscere nelle funzioni

particolari della vicina Basilica Ulpia, nel Foro di Traiano: sappiamo che questa sostituisce l’atrium Libertatis,

la primitiva sede dei censori. Non è escluso che i Mercati Traianei debbano essere identificati con l’ufficio

dove avevano luogo le operazioni amministrative che avevano sede, in precedenza, nell’edificio

repubblicano, quello cioè collegato in origine con l’attività dei censori. La funzione di sedi amministrative

assunta da alcune basiliche in età imperiale coincide con le caratteristiche polivalenti di questi edifici ed è

identificabile in almeno due casi. Il primo di questi è stato rivelato di recente da un’iscrizione trovata ad Efeso,

che documenta l’organizzazione dei portoria, cioè degli appalti delle dogane dell’Asia Minore, gestite dai

publicani: veniamo a sapere così che la sede degli uffici centrali di questa amministrazione, dove ne erano

conservati gli archivi, era la Basilica Giulia. L’altro caso è quello della praefectura urbi, l’ufficio creato da

Giovanni Lido,

Augusto con compiti di amministrazione della città: sappiamo da uno scrittore bizantino, che

essa era inizialmente ospitata in una basilica, che è da identificare quasi certamente con la Basilica Fulvia.

L’importanza di questo ufficio andò progressivamente accrescendosi nel corso dell’età imperiale, fino ad

assumere, a partire dal IV secolo d.C., la totalità dell’amministrazione della città. L’area più densamente

occupata da sedi amministrative era probabilmente il Campo Marzio. L’importanza di essa è il risultato della

sua utilizzazione precoce, accanto al Foro, come centro di attività politiche: i comizi elettorali e le operazioni

del censo. I primi avevano luogo in una sede particolare, i Saepta, un’estesa piazza, in seguito chiusa da

portici, suddivisa in corsie parallele da staccionate lignee, destinate a ospitare, nel corso delle operazioni di

voto, le lunghe file dei cittadini suddivisi nelle circoscrizioni elettorali delle centurie o delle tribù. Le

operazioni del censo, che si svolgevano ogni cinque anni, avevano luogo in un’area adiacente ai Saepta, la

villa Publica. Altri uffici vennero successivamente ad aggiungersi a questo nucleo iniziale: ad esempio, la

praefectura vigilum. Il complesso veniva così a costituire un vero e proprio quartiere amministrativo

integrato. La definitiva sistemazione amministrativa della città, opera di Augusto e dei suoi immediati

successori, è illustrata da altre situazioni, che trovano anch’esse sede nel Campo Marzio. Una di queste è il

cursus publicus, l’organizzazione della posta imperiale. Vari indizi inducono a riconoscerne la sede ufficiale

nella porticus Vispania, iniziata da Agrippa e dalla sorella di questi, e terminata da Augusto. Alcune strutture

scoperte alla fine del secolo scorso per la costruzione della Galleria Sciarra sembrano corrispondere ai resti

della porticus Vispania: si tratta di un duplice portico colonnato, non lontano dalla via Lata e addossato

all’acquedotto Vergine. Di esso fanno parte altre strutture, adiacenti alla chiesa di S. Marcello: questa sorge

sul luogo tradizionale della morte del santo, che sarebbe avvenuta all’interno del Catabulum, l’ufficio dei

trasporti pesanti, collegato al cursus publicus. La porticus Vispania doveva costituire, di conseguenza, la sede

ufficiale di questo ramo dell’amministrazione imperiale, che risulta situato lungo il primo tratto della via

Flaminia. L’importanza dell’area sulla destra della via Flaminia per l’organizzazione amministrativa della città

è confermata dalla presenza all’interno di essa di altri uffici: oltre alle caserme della prima coorte dei vigiles

e delle coorti urbane, la polizia diurna, vi avevano sede il forum Suarium, luogo di distribuzione della carne di

maiale a “prezzo politico”, e il templum Solis, destinato a un’analoga funzione per il vino. Ambedue queste

istituzioni, opera di Aureliano, si perpetuarono per gran parte del periodo tardoantico, e costituirono,

accanto alle tradizionali distribuzioni di grano, una delle più tipiche organizzazioni della città. Ancora nel III

secolo d.C. le strutture burocratiche della città continuano ad avere le loro sedi ufficiali in edifici sacri,

naturalmente affiancati da costruzioni utilitarie.

6.2 Il Foro

Fin dall’inizio, l’area del Foro venne distinta in due parti: lo spazio ritualizzato del Comizio, destinato

all’attività politica e giudiziaria, e quello più ampio, riservato alle attività sociali ed economiche, luogo di

incontro principale della cittadinanza. Così, fin dalle origini, i lati lunghi della piazza vengono occupati dalle

botteghe dei macellai e degli altri rivenditori di generi alimentari, mentre alcuni templi, per lo più con funzioni

politiche e amministrative, oltre che religiose, come quelli dei Castori e di Saturno, si inseriscono fin dagli inizi

della Repubblica negli spazi residui. A partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. assistiamo a una radicale

riqualificazione della piazza, conseguenza diretta del segmentarsi sempre più accentuato delle sue funzioni,

destinate a soddisfare le esigenze di una società più complessa e articolata. Così le botteghe dei generi

alimentari cedono il posto ad attività più “nobili”, come i negozi dei cambiavalute, spostandosi in aree più

marginali, dove daranno origine a nuovi edifici specializzati, come il Macellum. Poco più tardi appariranno le

basiliche, ampie aule coperte, sostenute da colonne, destinate ad ospitare le attività forensi. La

concentrazione delle principali attività collettive nel Foro fa sì che questo rimanga, ancora per gran parte

dell’età repubblicana, il luogo principale della vita sociale, in tutti i suoi aspetti. Inoltre, nell’area compresa

tra l’Aventino e il Circo Flaminio, si concentrarono le principali istituzioni plebee, intorno ai tradizionali

santuari della plebe, da quello di Diana sull’Aventino a quello di Cerere. Il Circo Flaminio, fondato da un eroe

della plebe, C. Flaminio, finì per diventare la sede dei concilia plebis, mentre l’Aventino resterà sempre la

vera e propria acropoli della plebe, alternativa e conflittuale rispetto al Campidoglio.

6.3 I vici

A questa socialità centralizzata, se ne affianca un’altra decentralizzata, i vici. Il latino utilizza lo stesso

termine, vicus, per designare tre cose diverse: il quartiere, la sua via principale e il villaggio. L’autonomia dei

vici si esprimeva per mezzo di organizzazioni di quartiere, che si raccoglievano intorno al compitum, il

crocicchio principale del vicus, consacrato ai Lares compitales. La creazione di questo sistema era attribuita

al re “plebeo” Servio Tullio, in cui si riconosceva l’autore della definitiva sistemazione della città, nella forma

che poi conserverà fino alla riorganizzazione augustea. L’operazione è direttamente collegata con

l’imponente riorganizzazione urbanistica, avviata da Augusto a partire dal 12 a.C.: la città venne divisa in

quattordici regioni, a loro volta ripartire in vici (265 secondo Plinio il Vecchio), ognuno dei quali dotato di un

sacello (compitum) in cui si veneravano i Lari di Augusto, accanto al Genio dell’imperatore. A ognuno di questi

sacelli erano preposti dei magistri. L’intero sistema mirava a istituire un controllo capillare dello spazio

urbano, sotto il segno del culto imperiale. Il sistema dei vici venne utilizzato da Augusto, e prima di lui da

Cesare, per un nuovo tipo di censimento, destinato in primo luogo a redigere la lista degli aventi diritto alle

distribuzioni gratuite di grano; ma anche a realizzare un inventario minuto di tutta la complessa realtà

urbana. I magistri vici dovevano esercitare un’oculata sorveglianza, per conto del governo, su quanto

avvenisse nel quartiere. Il sistema mirava a trasformare l’intera plebe urbana in clientela dell’imperatore.

6.4 Gli edifici per lo spettacolo

Lo spettacolo a Roma, come in Grecia, è in origine, e resta a lungo, una funzione del culto. La

componente religiosa, dominante alle origini, si andrà stemperando e affievolendo nel corso del tempo, sotto

la spinta delle profonde trasformazioni in senso “laico” della società romana della tarda Repubblica, senza

però mai dissolversi del tutto. Per questo, tempo e spazio dello spettacolo sono essenzialmente gli stessi del

culto: i ludi (circensi e teatrali) sono in effetti vere e proprie cerimonie religiose, e gli edifici in cui essi si

svolgevano sono spesso semplici appendici dei templi. Ma anche i munera (e cioè gli spettacoli gladiatori)

fanno parte in origine della sfera rituale, e più precisamente di quella funeraria. Le più antiche strutture

dedicate allo spettacolo sono i circhi, la cui esistenza è testimoniata fin da età arcaica: è questo il caso del

Circo Massimo, che sarebbe stato realizzato già dai Tarquinii. Per quanto riguarda il teatro, non abbiamo

nessuna informazione precisa fino alla fine del III secolo a.C. Le due sedi destinate a questo scopo, che ci sono

note a Roma, sono i templi di Apollo e di CIbele, il primo nel Campo Marzio, il secondo sul Palatino, davanti

ai quali, in occasione dei giochi dedicati alle due divinità, avevano luogo rappresentazioni teatrali, a partire

dalla fine del III secolo a.C. È caratteristico che quasi tutti i teatri di età repubblicana conosciuti in Italia

sorgessero davanti ad edifici templari, dei quali costituivano evidentemente delle vere e proprie appendici.

È comunque notevole il fatto che, nel corso del tempo, le cavee teatrali assumessero dimensioni sempre più

grandi, a detrimento dei relativi templi, sempre più ridotti, fino a divenire piccoli sacelli in summa cavea, e

infine a scomparire. Nonostante la relativa precocità di questi spettacoli, una tenace opposizione senatoria

riuscì ad impedire la costruzione a Roma di teatri stabili in muratura fino alla fine della Repubblica. Si dovrà

attendere cent’anni prima che, nel 55 a.C., la città possa dotarsi del primo teatro stabile, quello costruito da

Pompeo nel Campo Marzio. I motivi di tale testarda resistenza sono in parte moralistici, in parte politici.

Anche nella società romana il teatro fornisce uno spaccato preciso della società e dei suoi valori costitutivi,

che però non sono quelli economici: in una società di ordini, la gerarchia dei posti a sedere non può che

riflettere rigidamente la gerarchia sociale, soprattutto a partire dalla tarda Repubblica, quando insorgono

distinzioni sociali molto più accentuate, e si assiste a una definitiva “serrata del patriziato”. È probabile che

in origine solo i posti dell’orchestra fossero riservati ai magistrati e ai sacerdoti; ma all’inizio del II secolo, a

Scipione l’Africano,

quanto sembra per iniziativa di venne introdotta la separazione dell’ordine senatorio, al

quale venne riservato un primo ordine di gradini, separandolo dal resto del pubblico. Più tardi, nel 67 a.C.,

un’altra legge sanzionò la distinzione dell’ordine equestre, prepotentemente emerso nei decenni precedenti,

Augusto,

a partire dall’età dei Gracchi. Il processo si concluse con che fece intervenire un ulteriore criterio di

distinzione, questa volta di carattere moralistico, basato sulla discriminazione delle donne che, separate dagli

uomini, vennero relegate sui gradini più alti della cavea. Si è potuto calcolare che, nel periodo compreso tra

la metà del I secolo a.C. e la metà del I secolo d.C., circa 60 siano gli edifici teatrali di nuova costruzione. Il

teatro diviene il luogo di elezione del culto imperiale. In sostanza, esso sostituisce il foro nella funzione di

sede principale dell’attività politica, dell’unica cioè ancora possibile dopo la scomparsa delle libertà

repubblicane.

6.5 La casa dell’aristocrazia

Contrariamente a una tesi radicata, la domus tradizionale romana non costituisce affatto uno spaio

separato dall’esterno e gelosamente riservato alla vita familiare. Ciò è particolarmente evidente nel caso

dell’abitazione senatoria, il cui aspetto e le cui caratteristiche sono adeguati al ruolo “pubblico”, che ne

costituisce una delle funzioni più notevoli. È caratteristica la menzione dei “vestiboli alti e regali” e degli “atri

e peristili molto spaziosi”, destinati alle salutationes dei clienti, che affluivano già dall’alba alle case dei loro

patroni, per presentare il loro omaggio. Ancora nella prima età imperiale il fenomeno poteva assumere

dimensioni impressionanti. La struttura della domus repubblicana aristocratica è il rifletto di tale funzione

“pubblica”. In particolare, il vestibulum è un ambiente che, essendo destinato all’attesa dei clientes, è esterno

alla casa, pur facendone parte. Altri ambienti della domus facevano parte dei communia ricordati da Vitruvio,

destinati ad accogliere gli estranei, come l’atrio e il peristilio. Le case dei nobili comprendevano poi strutture

analoghe a quelle degli edifici pubblici, tra le quali basiliche, in cui dovevano riunirsi vere e proprie folle in

occasione, ad esempio, di processi. Si viene così a creare una sorta di gerarchia degli ambienti, destinati a

Gaio Gracco

ricevere visitatori via via più intimi. Da in poi diviene necessario suddividere la massa di clientes

in categorie via via più selezionate, ognuna delle quali si riuniva in ambienti di dimensioni più ridotte. Le

funzioni “pubbliche” della dimora senatoria di età repubblicana troveranno poi più ampia espressione nella

dimora imperiale, la cui genesi occupa l’intero I secolo d.C. e trova la sua realizzazione definitiva nel palazzo

Domiziano.

costruito da La necessità di spazi adeguati alle varie funzioni della corte trovano espressione in

una divisione in due blocchi distinti, il primo dei quali, la cosiddetta Domus Flavia, destinata alle funzioni

ufficiali e di rappresentanza, presenta pochi, grandiosi ambienti disposti intorno a un peristilio.

6.6 Terme, portici e giardini

In età imperiale la vita di società della popolazione romana, privata ormai delle sue prerogative

politiche, con la soppressione dei comitia, ruota intorno ad altri centri di interesse, ad altre occasioni di

incontro. La plebe urbana gode di privilegi particolari, sconosciuti al resto della popolazione dell’Italia e

dell’impero: le distribuzioni gratuite e semigratuite di generi alimentari, i periodici congiaria, i numerosissimi

spettacoli offerti in occasione di festività religiose, di vittorie, di anniversari della famiglia imperiale

moltiplicano le occasioni di incontro e di divertimento collettivo. Il Campo Marzio in particolare aveva assunto

l’aspetto di un’area monumentale omogenea, di grande livello architettonico, disponibile per il tempo libero

della plebe romana, che qui trovava gli spazi aperti e il verde del tutto assenti nei vecchi quartieri entro le

mura, sovraffollati e caotici. Le folle che, nella buona stagione, dovevano invadere le piazze e le passeggiate

pubbliche rifluivano d’inverno negli edifici termali. Le dimensioni e il lusso raggiunti da questi “palazzi del

popolo” sono inauditi per una mentalità moderna. Gli otto più grandi stabilimenti pubblici coprivano tutti

insieme una superficie di circa 47 ettari, pari alle dimensioni di una città medio-grande. Gli enormi edifici

delle terme non erano utilizzati solo per il complesso rituale del bagno: nelle loro forme più evolute, che

appaiono per la prima volta con le Terme di Traiano sul colle Oppio, esse presentano, intorno al corpo

centrale, un ampio recinto, occupato da giardini e da costruzioni di vario genere, comprendenti luoghi per lo

spettacolo, biblioteche e anche santuari.

7. L’EDILIZIA PUBBLICA E SACRA

7.1 La “grande Roma dei Tarquini” e la definizione dello spazio urbano

A partire dagli ultimi decenni del VII secolo a.C. si può cogliere una struttura che si va organizzando

come città, secondo il modello della polis imposto in Occidente dalla colonizzazione greca. La composita

tradizione dell’età regia valorizza le componenti plurietniche della cultura romana arcaica: ai re sabini e latini

seguono re legati all’Etruria, ma che rivendicavano un’origine greca dall’aristocratica stirpe dei Bacchiadi di

Corinto. Dunque, attorno al 600, Roma, sotto un dinasta che si riteneva greco, era considerata dai Greci la

città che aveva già il controllo di tutto il basso corso del Tevere fino al mare, allacciando da pari rapporti

Servio

durevoli con la grecità d’Occidente. Quando la costruzione delle mura, che la tradizione assegnava a

Tullio, verso la metà del VI secolo venne a precisarne l’estensione urbana, Roma, con circa 300 ha di

superficie e un ampio territorio, rivaleggiava con le maggiori città etrusche e con non poche fra quelle della

Magna Grecia e della Sicilia. La cinta muraria “serviana” risale in massima parte dalla prima metà del IV

secolo, cioè alla ricostruzione realizzata frettolosamente nel periodo successivo al saccheggio gallico.

L’influenza dell’architettura delle città greche d’Occidente sembra trovare una conferma particolare nelle

mura di Roma. Nulla conosciamo delle porte della fase arcaica, ma la loro disposizione, spesso in

corrispondenza di naturali percorsi vallivi tra le modeste alture su cui sorge la città, fa supporre che quelle

del IV secolo abbiamo ricalcato le precedenti. Il prosciugamento della vale forense consentì la creazione, sul

lato meridionale del foro, del vicus tuscus; di cui partiva la strada carraia che giungeva alla valle fra Palatino

e Aventino, sistemata come spazio circense (Circo Massimo) dove si svolgevano i Ludi Romani instaurati essi

pure dai Tarquini; oltre al circo, la strada contornava il piede del Palatino e, risalendo la sella della Velia,

ritornava alla valle del foro per salire poi al Campidoglio: sarà questo il percorso del trionfo. Nell’età dei

Tarquini Roma disponeva dunque di un completo circuito carreggiabile. Un forte potere centrale è dunque

sotteso a queste realizzazioni, e soprattutto alla creazione della maggior architettura della Roma arcaica, il

tempio di Giove Capitolino. In posizione dominante, il tempio rappresenta un’esplicita affermazione di

unificazione urbana e di accentramento del potere politico tendenzialmente esteso a tutto il Lazio; mentre

sull’Aventino sorgerà un grande santuario federale latino dedicato a Diana. Cacciati i Tarquini, il patriziato

romano non porrà indugi nell’appropriarsi delle loro realizzazioni, a cominciare proprio dal tempio capitolino,

grandioso edificio dei re, ma la cui data di dedica verrà fatta coincidere con l’inizio della Repubblica, di cui la

Triade capitolina così diveniva protettrice e garante. D’ora in avanti, le realizzazioni politico-militari

dell’aristocrazia si sostanzieranno in nuovi templi, quale espressione tangibile del potere delle gentes che li

avevano fondati. I nuovi templi sorgeranno soprattutto al piede dei colli e nelle maggiori zone pianeggianti

della città arcaica. Il Foro venne a costituire il centro geografico, ma soprattutto la sede delle attività cittadine,

specialmente politiche, alle quali era adibito, sul lato settentrionale della piazza, il complesso curia-comitium.

L’opposto lato minore del foro era occupato dal santuario di Vesta, con il tempio rotondo della dea e la casa

delle vergini sacerdotesse addette al culto, e dalla Regia, che in età repubblicana era la sede ufficiale del

Pontefice Massimo, ma il cui nome rinvia alla sacra residenza dei re. Gli edifici della valle forense degli inizi

del V secolo a.C., il tempio di Saturno e soprattutto il gran tempio dei Castori presso la fonte Giuturna si

legano direttamente all’esercizio del potere aristocratico. Quanto al Palatino, le costruzioni templari

inizieranno solo a partire dalla fine del IV secolo.

7.2 Il tempio di Concordia e la città medio-repubblicana Camillo

Nel foro, il processo edilizio riprende solo nell’età di col tempio della Concordia. Si tratta di

uno dei rari edifici a cella trasversale, una tipologia architettonica particolare, che in genere si considera un

espediente per sopperire all’inadeguatezza dello spazio disponibile. Collocala in modo da “guardare verso il

Foro e il Comizio”, l’aedes Concordiae costituiva un fondale di altissima efficacia rappresentativa per chi

seguiva il percorso trionfale della Via Sacra, e restava l’immagine polarizzante per tutto l’attraversamento

della valle, fin verso la curva con cui si imboccava la salita del clivo per il tempio di Giove. Ma per trecento

anni dopo questo impianto il foro non conoscerà altri edifici sacri architettonicamente rilevanti: quello di

Concordia resterà l’ultima grande costruzione templare forense. È noto come, a partire dalla tarda età

repubblicana, la rivalità tra i protagonisti della vita politica si estrinsecasse anche in una competizione di

edifici di sempre maggiore sontuosità che, mentre contribuivano ad abbellire la città, esprimevano

tangibilmente l’entità della conquista e la nuova ricchezza apportata al popolo romano. In alcuni punti

privilegiati vengono così a costituirsi una serie di templi che finirono talvolta per comporre monumentali

sequenze di facciate contigue: è il caso dei templi del largo Argentina e di quelli del Foro Olitorio.

7.3 Il Circo Flaminio e l’architettura trionfale

Flaminio,

La grande censura di C. nel 223, segna una svolta: il tracciato della via Flaminia, la nuova

arteria militare verso i teatri di guerra e di espansione nel nord della penisola, condizionerà tutta la storia

urbanistica del Campo Marzio. In pochi decenni, l’area circostante al Circo Flaminio finirà per attrarre quasi

tutte le principali costruzioni templari del tempo. La maggior parte degli edifici del Circo Flaminio, come ora

Augusto

li conosciamo, ci appaiono nella forma acquisita in seguito ai rifacimenti imperiali: volle che gli edifici

nuovi venissero quasi tutti intitolati a membri della sua famiglia, la sorella Ottavia (porticus Octaviae), il

suocero Marcio Filippo (porticus Philippi), il nipote Marcello. Nel complesso di Hercules Musarum innalzato

Fulvio Nobiliore

da con il bottino di Ambracia nel 187 a.C. e più ancora nella porticus di Metello, eretta nel

146, appare un tipo architettonico nuovo, esplicitamente mutuato dal mondo ellenistico, in cui i templi

appaiono inseriti in spazi regolari conclusi, circondati da portici e sistemati a giardini, con bacini d’acqua e

fontane; nascono così interi complessi di grande ricercatezza e di altissima qualità estetica. Il brillante

intermezzo “greco” aveva prodotto a Roma i templi interamente marmorei di Giove Statore, entro la porticus

di Metello, quello periptero di Marte in Circo, legato al trionfo di Bruto Cllaico, e infine la magnifica tholos

corinzia del Foro Boario, detta “tempio di Vesta”, ma dedicata ad Ercole, giunta quasi intera sino a noi. I

moderni hanno presentato il fenomeno dell’ellenizzazione di Roma come un esempio di acculturazione in

senso antropologico.

7.4 La porticus, edificio plurifunzionale

Ma l’elemento fortemente innovativo nell’urbanistica romana di questo tempo è rappresentato dalla

porticus. Con numerose varianti, la porticus è il tipo edilizio che più domina il paesaggio urbano a partire dal

II secolo a.C. In quanto struttura architettonica definita, la porticus è già affermata in Roma agli inizi del II

secolo con la porticus Aemilia. Ma il tipo di porticus che prevale in prosieguo di tempo è profondamente

diverso. La porticus del II secolo a.C. è sostanzialmente una trasposizione della stoà, presente

nell’architettura greca sin dalle origini e divenuta poi il maggior strumento di qualificazione dello spazio

architettonico. Il carattere fondamentale della stoà greca è la fronte a colonne, che implica un sistema di

costruzione trilitico, con sostegni verticali e architravi, e quindi il rifiuto delle possibilità offerte dall’arco e

dalla volta. La prima testimonianza sicura di una porticus monumentale risale al 166 con la porticus Octavia,

Gneo Ottavio

eretta da per la vittoria navale su Perseo di Macedonia. Due ne erano le caratteristiche

considerate ancora in età imperiale meritevoli di menzione: l’articolazione planimetrica a due navate,

secondo uno schema diffuso nei grandi monumenti dell’Asia ellenistica, e la decorazione del colonnato con

capitelli bronzei. La porticus Metelli rappresentò al suo tempo il modello più sontuoso di portico

repubblicano. Costruita nel circo Flaminio pochi decenni più tardi di quella di Gneo Ottavio, celebrava un

altro grande trionfo macedonico, quello di Q. Cecilio Metello nel 148. L’edificio di Metello era un

quadriportico a pianta quadrangolare, che racchiudeva un tempo già esistenze, di Giunone Regina, e un altro

dedicato a Giove Statore. In modo analogo, attorno a un edificio templare preesistente verso la fine del II

secolo sorgerà la porticus Minucia, monumento trionfale di Q. Minucio Rufo che era ancor più grandiosa di

Pompeo

quella di Metello. Caratteri peculiari e di grande novità nel contesto urbano presentano i portici di

nel Campo Marzio. Il complesso comprendeva il primo teatro in muratura di Roma, ispirato a quello di

Mitilene. Il tempio pompeiano era quello di Venus Victrix, che sorgeva al sommo della cavea, collegato ad

altri culti del medesimo complesso. Il quadriportico dietro la scena terminava con una grande esedra che

ospitava la Curia Pompeia. Lungo il lato maggiore del quadriportico, due Cornelii Lentuli costituirono la

porticus Lentulorum o Ad Nationes, con le statue colossali che personificavano le 14 genti sottomesse da

Pompeo, che prolungava il complesso pompeiano fino a raggiungere i Saepta. Il quadriportico presentava

un’area centrale occupata da due elementi allungati, separati da un viale centrale, in asse con il tempio di

Venere Vincitrice e con la grande esedra della curia. Così, nel giro di poco più di un secolo, tutto il Campo

Marzio si avvierà a divenire un continuum di viali e parchi alberati. I primi portici noti a Roma furono realizzati

Emilio Lepido Emilio Paolo:

nel 193 a.C. dagli edili curuli M. e M. uno presso Porta Trigemina, un altro fuori

Porta Fontinale. Nel primo caso la porticus ha carattere funzionale ed è in connessione con i lavori che

portarono allo sviluppo dell’emporio; presentava uno spazio suddiviso in 50 ambienti a pianta allungata

formati da muri perpendicolari con aperture ad arco sostenute da pilastri, ambienti che si affacciavano sul

Tevere digradando su quattro livelli. La prima porticus nota dalle testimonianze letterarie e dai resti sul

terreno è dunque un edificio utilitario collegato con un’area portuale.

7.5 La “Roma degli Emilii” Emilio Paolo Emilio Lepido

L’edilità dei due cugini e cade nel 193 a.C., un momento in cui il potere

Scipione,

del “partito” di vincitore di Cartagine, è al suo culmine. Le opere realizzate nell’edilità del 193

dovevano dunque inquadrarsi entro il “progetto” scipionico. Ora, uno dei maggiori problemi con cui si trovava

confrontato lo Stato romano era certamente quello dell’organizzazione portuaria e commerciale della città.

Fin dall’età dei re il sistema si era imperniato su una struttura portuale alla foce del Tevere (Ostia), distante

una trentina di chilometri via fiume, di cui le imbarcazioni potevano risalire a traino o a remi il corso per

raggiungere il porto situato subito a monte del Ponte Sublicio dirimpetto all’isola tiberina. L’ampliamento dei

mercati e la crescente frequentazione di stranieri aveva potenziato la funzione di scalo della riva tiberina, con

un’estensione dell’area commerciale fuori della cinta serviana forse già in età molto antica: emblematica è

Minucio,

la columna Minucia, innalzata alla metà del V secolo fuori Porta Trigemina in onore di L. che aveva

risolto positivamente una crisi granaria. Il progetto d’insieme si cominciò a realizzare tra il 194 e 193 a.C.,

imperniato su due poli operativi, da un lato Roma stessa, dall’altro i Campi Flegrei, a oltre 200 km di distanza.

Qui infatti venne fondata, nel 194 a.C., la colonia di Puteoli (odierna Pozzuoli); alla fondazione seguirà la

costruzione a Roma della porticus Aemilia, un grande deposito pubblico destinato ad accogliere il grano per

il popolo romano, con annesso un emporio. Correlativamente, a Pozzuoli si costituirà un emporio gigantesco.

In tal modo, agli inizi del II secolo a.C. si dava avvio a quel sistema portuario che soddisferà le esigenze di

Roma per 250 anni.

7.6 Le basiliche e l’edilizia forense

Le basiliche sono considerate tra i più importanti edifici civili della vita pubblica romana; quasi un

prolungamento del Foro, costituirono al principio uno spazio dove si potevano svolgere al coperto attività

giudiziarie, economico-commerciali o semplicemente affari privati. La basilica romana perviene a una

realizzazione architettonica nuova, articolata spazialmente all’interno con una grande sala centrale

fiancheggiata da navate minori. Si tratta generalmente di aule a pianta rettangolare con una navata centrale

più ampia e sopraelevata rispetto alle navate laterali. Il nome è la trascrizione dell’aggettivo greco basiliké,

cioè “regale”, ed è stato a lungo ricondotto alla stoà basileios, portico dell’agorà di Atene del VI secolo a.C.,

che tuttavia non ha analogie planimetriche e architettoniche con le basiliche. La prima basilica di Roma fu,

Livio, Porcio Catone; Plutarco

secondo la Porcia, costruita nel 184 dal censore M. un passo di ne fa la sede

Plauto

dell’attività dei tribuni della plebe. In realtà il termine è attestato già in commedie di databili tra il 194

e il 191 a.C. Il termine “basilica” sarebbe quindi una locuzione che sostituisce, ellenizzandolo, il vecchio nome

atrium regium: le basiliche soppiantarono gli atria a cortile, attorno ai quali si articolavano spazi dedicati a

mercati specializzati. Opera di censori nella maggior parte dei casi, ciò che a priori le inseriva nella categoria

delle opere “utilitarie”, la serie di basiliche realizzata nel corso del II secolo a.C. riflette un coerente

programma pubblico di sistemare e monumentalizzare il centro della vita cittadina. Nel 179 fu eretta dal

Fulvio Nobiliore

censore M. la basilica Fulvia sul luogo della basilica “plautina” nell’area settentrionale del

Foro. Restaurato o ultimato dal collega di Fulvio nella censura, M. Emilio Lepido, l’edificio in seguito resterà

Sempronio

noto come basilica Emilia. Sul lato meridionale del Foro, di fronte alla Fulvia-Emilia, il censore

Gracco Lucio Opimio,

costruì nel 169 la basilica Sempronia. L’ultima basilica di II secolo fu costruita da autore

anche di un consistente restauro del tempio di Concordia: la basilica dovrebbe essere localizzata nelle


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Epigrafia latina e antichità romane del prof. Gregori, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente Roma imperiale. Una metropoli antica, a cura di E. Lo Cascio. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) La popolazione; 2) I grandi servizi pubblici a Roma; 3) L'approvvigionamento di Roma imperiale: una sfida quotidiana; 4) Il funzionamento degli acquedotti romani; 5) Case e abitanti di Roma; 6) Gli spazi della vita sociale; 7) L'edilizia pubblica e sacra; 8) Architettura e urbanistica: dalla città-museo alla città santa.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in filologia e letterature dell'antichità
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Epigrafia latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gregori Gian Luca.

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