Roma imperiale: una metropoli antica
A cura di Elio Lo Cascio
Introduzione
Tra il II secolo a.C. e il IV d.C., Roma è stata la più grande città dell’area mediterranea, senza rivali nell’occidente europeo e nel Vicino Oriente. Il livello di popolazione e le dimensioni stesse dell’abitatore raggiunti da Roma non sono stati per di più superati che assai più tardi. La scala dell’urbanizzazione raggiunta dall’impero romano ha ben pochi confronti nella storia tanto dell’Occidente, quanto delle civiltà extraeuropee. Roma metropoli antica è dunque unica e tipica di ciò che è stato il fenomeno urbano nel mondo romano: per un verso è la manifestazione estrema dell’urbanesimo nell’antichità, per un altro rappresenta il modello sul quale si costruisce, e si diffonde, la civiltà urbana nelle regioni che non l’avevano conosciuta prima di entrare a far parte dell’organizzazione politica romana.
Roma è il microcosmo dell’impero: per la composizione multietnica della sua popolazione, la sua capacità di integrare l’altro, lo straniero, facendolo divenire cittadino. Questa natura di Roma come microcosmo dell’impero è ciò che dà la sua inconfondibile forma al “modo di vivere alla romana” nel centro dell’impero, nella sua dimensione sociale e culturale. Roma peraltro rappresentò anche il prototipo sul quale si costruivano le forme di autogoverno delle cellule locali dell’Italia e delle province. L’unicità di Roma si accentua, dopo l’ultimo convulso periodo delle guerre civili, con l’avvento del nuovo regime del principato. Il momento augusteo è davvero un momento epocale su vari piani: su quello dell’amministrazione, su quello della progressiva strutturazione urbanistica e monumentale della città, su quello dei “servizi” offerti alla sua popolazione.
La struttura amministrativa e sociale
Le innovazioni di questi decenni sono destinate a dare alla vita della città la sua forma per più secoli e molto oltre la cesura rappresentata dalla crisi del III secolo e dalla nascita del “nuovo stato” di Diocleziano e Costantino. Con l’avvio del principato, l’amministrazione diviene più complessa e articolata, agile e capace di piegarsi alle contingenze. Assumono un rilievo che non avevano i documenti scritti e la loro conservazione in archivi. La struttura amministrativa si articola anche per garantire una sempre più ampia varietà di “servizi”. L’aspetto monumentale della città viene condizionato a divenire momento e strumento essenziale di autorappresentazione del princeps e della domus imperiale.
La crescita esponenziale della popolazione con l’età tardo repubblicana e poi la stabilizzazione con la prima età imperiale ne fanno il massimo centro di consumo delle eccedenze alimentari di vaste zone del Mediterraneo.
La popolazione
Il grado di urbanizzazione dell’impero di Roma è certamente assai elevato anche a confronto di quello che si è registrato nell’Occidente europeo medievale e moderno. Solo dopo il 1700 vi furono tre città che superarono i 500 mila abitanti nei territori che facevano parte dell’impero romano (Istanbul, Parigi e Londra). Nel I e nel II secolo d.C., le città molto popolate erano, viceversa, un numero abbastanza cospicuo: tra di esse si annoveravano Alessandria, Antiochia, Seleucia, Cartagine, Efeso, Pergamo, ma soprattutto Roma.
La città di Roma è stata certamente la più popolata metropoli in tutta la storia dell’Occidente europeo sino alla rivoluzione industriale: con un numero di abitanti non lontano dal milione, se non addirittura superiore, Roma sarebbe stata raggiunta solo agli inizi del XIX secolo da Londra. La sistemazione abitativa della popolazione richiedeva un’estensione delle aree edificate, coi problemi che derivavano dalla difficoltà e dalla lentezza degli spostamenti, oltre che dalla numerosità dei veicoli che ne affollavano le strade anguste.
L’approvvigionamento alimentare e idrico e la stessa distribuzione di cibo ed acqua all’interno della città richiedevano un’organizzazione capillare. L’affollamento rendeva estremamente difficoltoso garantire non solo condizioni igienico-sanitarie adeguate, ma anche il mantenimento dell’ordine pubblico. La popolazione di Roma non era solo cospicua, ma era anche peculiare nella sua composizione: la contraddistingueva la presenza di immigrati provenienti in primo luogo dalle aree più prossime dell’Italia, ma poi dalle regioni più disparate e lontane dal centro.
Roma era multietnica e multiculturale. La presenza degli stranieri, dei peregrini, era peraltro in larga misura il prodotto di un’altra peculiarità della Roma imperiale: la presenza cospicua degli schiavi soprattutto orientali, impegnati in primo luogo come servitù domestica in ruoli estremamente differenziati nelle grandi e grandissime domus dell’élite. Poiché la più significativa delle caratteristiche distintive della schiavitù a Roma era l’estrema facilità con cui gli schiavi venivano liberati, il numero cospicuo degli schiavi presenti a Roma si traduceva in un numero pure notevolmente cospicuo di liberti.
Gli schiavi liberati, per di più, a Roma divenivano immediatamente anche cittadini. Le epigrafi funerarie testimoniano che l’elemento libertino costituisse addirittura la schiacciante maggioranza della popolazione libera della città e che gli ingenui – i nati liberi – fossero una sparuta minoranza. I liberti costituivano sicuramente l’elemento più dinamico della società romana, quello più interessato a perseguire il proprio arricchimento personale e più in grado di tradurre il miglioramento della propria condizione economica in un’elevazione del proprio status sociale. La presenza numericamente rilevante dei liberti contribuiva dunque a rendere la società urbana di Roma assai più mobile di quelle delle altre città dell’impero.
Le occasioni dell’ascesa sociale dei liberti erano indubbiamente collegate con le molteplici attività economiche che si svolgevano in una città come Roma. Roma riceveva i suoi rifornimenti alimentari e non solo alimentari dall’esterno e da molto lontano e non li pagava attraverso un’importante produzione di manufatti destinati all’esportazione. I rifornimenti per Roma provenivano dall’Italia ma poi anche e soprattutto dalle province trasmarine. Ma soprattutto essenziale era il fatto che in buona misura le importazioni Roma non le pagasse, in quanto le amministrazioni della res publica e poi del princeps si preoccupavano di far arrivare grano e altre derrate di origine contributiva. Queste imposte e questi canoni in natura alimentavano in primo luogo le distribuzioni alimentari gratuite a un settore consistente della popolazione adulta maschile, e in quantità tale da soddisfare le esigenze di base non solo dei capifamiglia, ma anche almeno di un’altra persona. L’esistenza delle frumentazioni è anche ciò che ha determinato la possibilità, per i moderni, di pervenire a stime sufficientemente solide del numero degli abitanti della città.
Le basi documentarie per il calcolo della popolazione di Roma
A partire dall’età cesariana, veniva effettuata una periodica registrazione di questi cives Romani regolarmente residenti a Roma e che avevano titolo a ricevere una razione mensile di cinque modii di grano. Le cifre che possediamo, soprattutto per il mondo romano, sono un numero consistente, rispetto ad esempio a quelle che possediamo per l’Italia dell’età medievale, e sono in linea di massima attendibili. Le registrazioni in questione si basavano su dichiarazioni di varia natura e contenuto, richieste a varie categorie di persone: i maschi adulti capi di famiglia o i proprietari di immobili, ad esempio.
Il fatto che le registrazioni si basassero su dichiarazioni di singoli rende certamente probabile la presenza di errori, come rende parimenti probabile, in determinate circostanze, una forte sottoregistrazione. In più, le indicazioni numeriche che ci sono pervenute non si riferiscono mai all’intera popolazione, comprensiva di tutti gli individui di entrambi i sessi e di tutte le età, ma solo a una parte. Si pone dunque il problema di individuare la popolazione nella sua interezza. S’è acceso un dibattito plurisecolare sulle dimensioni della popolazione di Roma al momento del suo apogeo: le valutazioni numeriche proposte vanno da qualche centinaio di migliaia ai quattro milioni ipotizzati da Giulio Lipisio nel Cinquecento o addirittura ai quattordici ipotizzati da Karl nel Seicento.
Nella sua classica opera complessiva sulla popolazione nel mondo greco-romano, del 1886, Beloch prima individuò tre possibili strade per arrivare a una stima della popolazione di Roma. La conduce a una valutazione di un numero minimo al di sotto del quale la popolazione di Roma non può essere andata: questo numero minimo era il numero dei beneficiari delle frumentazioni e delle loro famiglie, che costituivano, entro la popolazione urbana, i residenti stabili di condizione libera e cittadina. Non entrano nel computo né i peregrini, cioè gli stranieri, né gli schiavi, né i cives Romani solo temporaneamente residenti a Roma. La strada è quella che parte da una valutazione dell’estensione della città e consente di arrivare alla stima di un numero massimo di abitanti che l’area edificata della città poteva contenere: a fornire un supporto documentario è prima di tutto la documentazione materiale, ma è anche un documento singolare che risale al IV secolo, quello rappresentato dai cosiddetti cataloghi regionari, che ci forniscono dati quantitativi sul numero di edifici di abitazione nelle quattordici regiones in cui la città fu divisa a partire dall’età augustea.
Un problema che si pone per quanto riguarda i singoli tipi di edifici è la mancata corrispondenza, assai spesso, del numero che si può calcolare sommando le cifre relative alle singole regioni e il numero complessivo che compare nel documento riassuntivo (il breviarium). Il problema più grave è però rappresentato dal dato numerico relativo alle insulae, agli edifici di abitazione a più piani e con più appartamenti, in tutta la città e nelle singole regiones: un numero talmente elevato da risultare scarsamente credibile. La situazione individuata dai Regionari è evidentemente quella che risulta da un continuo processo di suddivisione della proprietà delle aree urbane in unità piccole e piccolissime. È del tutto probabile, peraltro, che fra le insulae rientrino anche le aree pubbliche, con gli edifici che vi sono sopra costruiti, che devono avere occupato una grande estensione.
La strada individuata dal Beloch è quella che cerca di ricavare da alcune poche indicazioni delle fonti letterarie l’ammontare complessivo dei consumi di grano della città e di qui il numero di abitanti che potevano essere alimentati da questo grano: anche in questo caso il valore che questi sparsi accenni hanno in sé è quello di restringere l’arco di valori possibili. A queste tre strade se n’è aggiunta negli anni Cinquanta una quarta, utilizzata da Santo Mazzarino e André Chastagnol: il calcolo della popolazione della Roma del IV e del V secolo a partire dalla quantità di carne di maiale che perveniva a Roma come contribuzione fiscale da alcune regioni dell’Italia meridionale e che veniva in larghissima misura distribuita gratuitamente a un settore cospicuo degli abitanti della città. Le informazioni in questione si ricavano da alcune leggi del Codice Teodosiano.
Questo complesso di dati numerici ci consente di escludere le stime esageratamente elevate fatte nel corso della storia del problema e quelle “ribassiste” in base alle quali la popolazione di Roma non avrebbe superato i 300-400 mila abitanti. Si può peraltro dimostrare che la quantità d’acqua a disposizione della popolazione romana è stata, quanto meno a partire dall’età augustea, di gran lunga maggiore di quella a disposizione degli abitanti dei centri urbani della stessa Europa sino ad epoca a noi assai vicina. La prima via delle tre “belochiane” è indubbiamente quella che conduce ai risultati più affidabili e a un numero “minimo” di abitanti al di sotto del quale difficilmente si può scendere. Tutti questi dati, nel loro complesso, concorrono, dunque, a darci un arco di valori entro cui si deve collocare la popolazione della città nel periodo in cui è stata più elevata. Ma ci consentono pure, entro certi limiti, di definire l’evoluzione quantitativa della popolazione di Roma.
La popolazione in età repubblicana
Per la fase più antica della storia repubblicana di Roma non abbiamo purtroppo dati cifrati nella tradizione per formulare stime della popolazione della città. Possediamo una quarantina di cifre indicanti i risultati dei censimenti dall’età di Servio Tullio al I secolo a.C. I civium capita computati in occasione dei censimenti sono l’insieme dei cittadini, maschi adulti, che abitavano a Roma e nell’ager Romanus: coloro che potevano prendere le armi, che pagavano i tributi e che partecipavano alla vita politica. Da queste cifre non è possibile, tuttavia, trarre indicazioni affidabili sulla popolazione che abitava nella città, salvo, forse, per il periodo più antico, quando l’estensione dell’ager Romanus era assai limitata. E tuttavia sono proprio le cifre più antiche quelle della cui attendibilità si deve dubitare. Queste cifre sono generalmente ritenute incredibili perché, se intese come indicative dei maschi adulti, alla stregua di quelle successive dell’età repubblicana, configurerebbero un rapporto tra popolazione e territorio assurdo, una densità incredibilmente elevata di popolazione.
Una delle ragioni più forti per ritenerli in qualche modo fededegni è il fatto che le cifre registrano una diminuzione dei civium capita durante il V secolo, quando sappiamo che c’è stato effettivamente un momento di riflusso, riaspetto all’ultima fase della monarchia etrusca. È difficile credere che la tradizione si sia inventato un declino della popolazione. Secondo alcuni, queste prime enumerazioni avrebbero coinvolto l’intero corpo civico comprensivo delle donne e dei fanciulli. Secondo altri, il dato relativo ai civium capita sarebbe quello relativo non solo ai cittadini romani, ma a tutti i maschi adulti delle città della lega latina. Sembra comunque indubitato che il popolamento della campagna romana nei pressi di Roma fosse, tra il VI e il V secolo, assai fitto.
A confermare l’elevata densità di popolazione dell’ager Romanus sono le notizie relative a difficoltà annonarie determinate da un’insufficiente produzione delle aree attorno a Roma e dunque all’acquisto del grano in zone più distanti rispetto a quelle limitrofe. Ma la tradizione ricorda anche la liberalità che i tiranni siracusani avrebbero dimostrato inviando grano a Roma. Un dato sicuro sembra essere perciò l’esistenza di una pressione della popolazione sulle risorse, probabilmente anche determinata dal ridursi del territorio disponibile con la caduta della monarchia: la perdita dell’agro pontino avrebbe prodotto seri problemi di approvvigionamento a Roma. Ma non era solo il territorio circostante la città ad essere fittamente popolato. Era il centro urbano stesso ad avere dimensioni cospicue e di conseguenza una cospicua popolazione. Si è calcolato che l’area della città serviana delle quattro regioni era pari a 285 ettari e l’area circondata dalle mura che precedono le mura serviane era pari a 427 ettari: si tratta dell’area urbana circondata da mura più grande del suo tempo in Italia.
È del tutto probabile, tuttavia, che questo indice di affollamento fosse assai meno elevato: molte cinte murarie dell’Italia del tempo racchiudevano spazi vuoti, essendo il circuito delle mura determinato da considerazioni strategiche. Ma anche ammessa l’esistenza di ampie zone non abitate entro la cerchia delle mura, è difficile che la popolazione della Roma già del VI secolo sia potuta essere inferiore a 30-40 mila persone ed è probabile che sia stata assai più elevata. Comunque, dopo il riflusso del V secolo, si ebbe la grande espansione territoriale dello stato romano al di là del Tevere e l’occupazione del territorio di Veio e poi della zona a sud di Roma. A partire dalla seconda metà del IV secolo sicuro indizio di pressione consistente della popolazione è la stessa rapida diffusione degli insediamenti coloniali di diritto latino. Il popolamento della campagna romana doveva essere ancora assai consistente.
Prima la sottomissione dell’intera penisola e poi l’esito del confronto secolare con Cartagine dovettero avere fra le loro conseguenze la crescita stessa della popolazione urbana. Roma cominciava a piegare alle esigenze di consumo della sua plebe urbana i territori al di là del mare sui quali esercitava il proprio dominio, le province, a cominciare dalla Sicilia. Del consistente fenomeno di inurbamento nel corso del II secolo a.C. è però impossibile fornire una qualsiasi stima quantitativa. Sembra sicuro che in massima parte ad alimentare l’immigrazione siano stati in questo periodo gli Italici e gli abitanti delle colonie latine, formate originariamente da cittadini romani che, per partecipare alla nuova fondazione e ricevere un lotto di terreno, perdevano la cittadinanza romana, divenendo cittadini della nuova comunità. L’immigrazione degli abitanti delle colonie latine era incentivata dal fatto che i Latini che migrassero a Roma acquisivano automaticamente la cittadinanza romana. È stata recentemente fatta l’ipotesi che l’entità
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