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Riassunto esame Epigrafia latina e antichità romane, prof. Gregori. Libro consigliato Epigrafia e storia di Roma, S. Giorcelli Bersani

Riassunto per l'esame di Epigrafia latina e antichità romane del prof. Gregori, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Epigrafia e storia di Roma, S. Giorcelli Bersani. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) Diventare romani; 2) L'impero delle città; 3) Il potere dei principi; 4) Le aristocrazie del potere; 5) La storiografia... Vedi di più

Esame di Epigrafia latina docente Prof. G. Gregori

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2. L’IMPERO DELLE CITTA’

A partire dalla fine del III secolo a.C., la città fu uno dei vettori più efficaci della romanizzazione, capace di

costituire il collante dell’unità politica e sociale: la condivisione dell’esperienza di cittadinanza cancellò a poco

a poco le antiche differenze etniche e sociali; grazie all’opera dell’aristocrazia cittadina furono diffusi valori

di riferimento comuni e si adottarono modelli civici e urbanistici omogenei in Italia e nelle province. La

produzione epigrafica è manifestazione della cultura urbana: non a caso l’epoca della maggior produzione, i

primi due secoli dell’impero, coincide con il fiorire della vita cittadina. Conosciamo la civiltà cittadina

soprattutto grazie alle iscrizioni. Anche la conoscenza dello spazio urbano è spesso frutto della

documentazione epigrafica: un’elevata concentrazione di iscrizioni è talvolta l’unico indizio dell’esistenza di

un insediamento cittadino mentre, all’interno di realtà urbane individuate, è possibile scoprire l’esistenza di

aree funzionali di particolare importanza; attraverso le iscrizioni apposte su di essi, si conosce la

denominazione di numerosi edifici, la loro destinazione d’suo, il nome e la qualifica di chi li fece costruire,

con quali denari e con quali motivazioni; anche le domus private sono identificabili dai bolli laterizi, dalle

condutture dell’acqua su cui era inciso il nome del proprietario, dai cippi confinari, dalle iscrizioni sacre o

onorarie che i trovavano all’interno. Le iscrizioni funerarie e onorarie costituiscono le fonti più numerose per

definire molti aspetti della società cittadina.

2.1 Città e cittadinanza

Nel mondo romano si poteva accedere alla cittadinanza romana in vari modi. Innanzitutto, per

nascita. La cittadinanza comportava tutti i diritti, la possibilità di accesso alla vita pubblica e la garanzia di

tutela sul piano civile e giudiziario. Era inoltre possibile acquisire la cittadinanza in altre situazioni. A partire

dalla fine del II secolo a.C. la cittadinanza romana veniva concessa a quanti rivestivano una magistratura nella

propria città d’origine e tale concessione si estendeva a genitori, moglie, figli e discendenti: essa era spesso

celebrata dai nuovi cittadini con dediche onorarie e iscrizioni. È il caso, ad esempio, di due notabili spagnoli

che nell’84 d.C. ricevettero la civitas per aver rivestito la carica di duoviri. Al momento dell’acquisizione della

civitas il nuovo cittadino adottava gli elementi onomastici propri del cittadino romano, composti dal

prenome, dal nome e dal cognome, a cui spesso si aggiungevano altri elementi come l’origine, la filiazione,

la tribù cui ogni cittadino doveva appartenere. Gli schiavi, affluiti a Roma in quantità cospicua, erano

impegnati in tutti i settori produttivi, in campagna e in città, dove potevano occupare posizioni di

responsabilità e salire molto in alto nella stima del padrone; per questo la manomissione era prassi ricorrente

nella società romana, e in virtù di questa gli ex schiavi ricevevano la cittadinanza romana. Per contro, era

possibile perdere la cittadinanza in alcune precise situazioni: innanzitutto in guerra; poi, in caso di

trasferimento in una comunità dotata di uno status giuridico inferiore, per esempio una colonia di diritto

latino; infine, in caso di abbandono della città per un esilio volontario, per essersi sottratti agli obblighi militari

o all’obbligo del censimento. Un’altra soluzione per raggiungere la cittadinanza è documentata dal testo di

un plebiscito de repetundis teso a difendere la popolazione provinciale dai soprusi dei magistrati romani: le

procedure d’inchiesta contro abusi e malversazioni furono attivate a partire dalla fine del II secolo a.C. e

miravano a identificare e punire le responsabilità personali dei tanti aristocratici romani concussionari. Nel

caso in cui l’accusatore, nonché vittima, riuscisse a vincere il processo, egli otteneva la cittadinanza romana

per sé e per i suoi discendenti, con diritto all’iscrizione nella tribù medesima dell’accusato: il testo del

plebiscito si data al 123-122 a.C. C’era una particolare categoria di individui che avevano accesso alla

cittadinanza a prescindere dallo status giuridico iniziale e dall’origine: i soldati. Al momento del congedo, il

veterano riceveva dall’autorità imperiale un “diploma militare” che consisteva in due tavolette di bronzo

contenenti appunto la concessione della cittadinanza e la possibilità di regolarizzare l’unione eventualmente

allacciata con donne locali. Dai moltissimi diplomi in nostro possesso, si ricava la sistematica esclusione dal

beneficio dei parenti, beneficio che nel I secolo d.C. era invece esteso anche ai genitori del soldato. Per

quanto riguarda le mogli dei soldati, esse ottenevano talvolta la cittadinanza talvolta il conubium,

conservando quindi la propria cittadinanza; per quanto attiene ai figli, essi ricevono fino all’età adrianea la

cittadinanza romana assieme al padre; in seguito e fino a Caracalla, non si trova più menzione dei figli e degli

ulteriori discendenti. A mano a mano che Roma estendeva la propria egemonia in Italia e nel Mediterraneo

applicò gradualmente la cittadinanza romana alle comunità con cui veniva in contatto. In età imperiale furono

gli imperatori i responsabili del cambiamento dello stato giuridico dei singoli e delle comunità: l’imperatore

Claudio sottolineò, in un celebre discorso, l’efficacia della politica di accoglienza di genti straniere e della

concessione della civitas per la coesione dell’impero e per il mantenimento pacifico dell’egemonia; Adriano

regolamentò con cura la concessione della civitas, imponendo una verifica su ogni singolo caso; da ultimo,

Caracalla (212 d.C.) concesse la cittadinanza a quasi tutti gli abitanti dell’impero ad eccezione dei dediticii

(probabilmente i popoli sconfitti che si erano arresi e gli schiavi manomessi che si erano macchiati di crimini

infamanti durante la schiavitù). Il dato di base è che la cittadinanza costituì sempre un privilegio di volta in

volta concesso quale ricompensa per benemerenze o servigi particolari resi a Roma.

2.2 Le leggi delle città

Anche gli statuti delle città variavano in ragione delle modalità di ingresso nell’impero romano, del

livello di romanizzazione degli abitanti, dell’importanza nel contesto territoriale. Le colonie, sia romane sia

latine, erano per lo più comunità nuove fondate secondo riti particolari, con l’apporto di coloni provenienti

da altre regioni dell’Italia, con proprie leggi e ordinamenti organizzati sul modello di quelli centrali: nelle

colonie, i coloni, essendo cittadini, conservavano il diritto di votare nelle assemblee a Roma, avevano una

costituzione fedelmente modellata su quella di Roma e un Senato. L’unica testimonianza di un Senato

coloniario anteriore alla guerra sociale è quella che proviene da un’iscrizione rinvenuta a Pozzuoli, la Lex prieti

faciendo del 105 a.C., che riporta un contratto di appalto per la costruzione di un’opera in muratura per conto

della comunità di Pozzuoli. In altro documento epigrafico importante per conoscere l’organizzazione delle

colonie romane in età tardorepubblicana è lo statuto della colonia Iulia Genetiva: si tratta di tre tavole di

bronzo rinvenute verso la fine dell’Ottocento a Osuna, in Andalusia, nel luogo dell’antica colonia di Urso, ove

nel 44 a.C. Cesare dedusse una colonia con l’apporto di 80 mila coloni. Accanto alle colonie romane, le

coloniae latinae, pur mantenendo con Roma un rapporto privilegiato, erano Stati indipendenti, avevano

strutture di governo proprie e i magistrati avevano l’opportunità di accedere alla cittadinanza romana al

termine del loro impegno politico. Le città foederatae erano comunità straniere e come tali non applicavano

il diritto romano: avevano quindi istituzioni caratterizzate da organismi propri e gli organi di governo

mantenevano i nomi, le forme, le strutture e le funzioni tradizionali. Le iscrizioni di cui disponiamo ci

informano dei rapporti tra queste comunità e a Roma; si tratta di testi, spesso con residui linguistici ancora

indigeni, che comprovano l’esistenza di senati e magistrati locali quali organi costituzionali preminenti. La

guerra sociale creò le premesse per la municipalizzazione, cioè la strutturazione unitaria di tutti gli organismi

cittadini esistenti sul territorio italico: la cittadinanza romana venne estesa a tutte le colonie latine e alle città

federate, e la promozione a municipia conferì alle comunità una struttura di governo cittadino perfettamente

uniformata a quello di Roma. L’unificazione delle norme fondamentali regolanti la composizione e i poteri

dei senati locali risulta documentata dalla Tavola di Eraclea. Si tratta di una tavola in bronzo rinvenuta in

Lucania nella prima metà del Settecento, datata all’età cesariana. Queste disposizioni mostrano lo sforzo di

Roma per conferire a tutte le costituzioni locali un ordinamento uniforme. Così strutturate, le città italiche si

avviarono ad assumere un ruolo fondamentale di organismi politici che conservarono per tutta l’età

imperiale, senza che fossero apportate modifiche sostanziali. Nel resto dell’impero, il processo di

romanizzazione fu avviato con tempi e dinamiche diversi a seconda delle situazioni, ma ebbe come esito la

creazione di realtà cittadine che seguirono, nel loro uniformarsi agli statuti di Roma, le stesse tappe che sono

state indicate per le città italiche. Comunità e insediamenti indigeni vennero presto o tardi trasformati in

strutture municipali. Più tardi invece, concluso ovunque il processo di romanizzazione, lo statuto di colonia

fu percepito come superiore, più onorifico, e le città spesso lo sollecitavano inviando ambascerie

all’imperatore. Sono rari i documenti che attestano la funzione di municipi; dalla Mauretania Tingitana

(attuale Marocco) provengono alcune iscrizioni che illustrano la particolare vicenda di Volubilis, una delle

città principali della regione. Sappiamo che, dopo l’assassinio del re della Mauretania per opera

Caligola, Edemone,

dell’imperatore era scoppiata una rivolta contro Roma capeggiata da un liberto del re: in

quell’occasione, la città di Volubilis parteggiò per Roma mettendo a disposizione un contingente di soldati

Gaio Valerio Severo. Claudio

guidati da un notabile della città, Per la fedeltà dimostrata, l’imperatore

promosse Volubilis al rango di municipio verso il 44 d.C., data della prima iscrizione. Molto importanti per lo

sviluppo della città sono da considerare le esenzioni fiscali e i privilegi che Valerio Severo riuscì ad ottenere

per i compatrioti, innanzitutto la dispensa dalle imposte per dieci anni. Inoltre, Claudio concesse che i beni

degli abitanti morti durante la guerra rimanessero nel municipio, non finissero cioè, come di consueto, nelle

casse imperiali. Ovunque le strutture di governo delle città osservavano una divisione in tre organismi politici

autonomi e interagenti, cioè i magistrati, il Senato e il popolo. Le città dell’impero romano erano dotate di

una costituzione scritta che fissava le regole per le diverse istituzioni e per la vita pubblica: a partire dalla

fondazione, colonie e municipi ricevevano una lex data accordata dal Senato di Roma o dall’imperatore. Di

Domiziano

importanza eccezionale sono i frammenti delle leggi municipali datate al regno di e ritrovate in

Spagna, nella Betica; complessivamente i testi fanno riferimento all’organizzazione municipale della Betica

Vespasiano

operata da Domiziano dopo che il padre aveva accordato, forse nel 73-74 d.C., il diritto latino a

tutte le comunità della Spagna. Le competenze dei magistrati sono regolate dalla costituzione di Roma

secondo gli indirizzi voluti dal Senato o dall’imperatore. Gli edili, nello specifico, sono responsabili della vita

materiale della città e devono rendere conto del loro operato ai magistrati superiori che governano il

municipio, i quali possono affidare loro anche altre mansioni. In base alla normativa, edili e questori hanno a

loro disposizione schiavi pubblici che li assistono nell’esercizio delle loro funzioni. Ovunque nell’impero come

a Roma, la collegialità delle magistrature implicava il diritto di veto: ciascun magistrato cioè era libero di

decidere autonomamente senza l’obbligo di concertare una decisione con il collega né di deliberare insieme;

con il veto era possibile opporsi a una decisione di un altro magistrato o annullarla. Nelle leggi municipali

flavie sembra che i questori non disponessero di questo diritto, a differenza degli edili, per i quali era previsto.

Le ambascerie avevano un’importanza essenziale nella vita locale, costituendo lo strumento privilegiato di

comunicazione con l’esterno, ed erano affidate dalla curia ai duoviri. Il sistema politico romano non accordava

al popolo un ruolo decisionale all’interno della comunità. Nelle città esso era chiamato annualmente a

eleggere i magistrati, anche se si trattava per lo più di ratificare decisioni prese in altra sede: tuttavia i

documenti attestano una certa forza popolare nell’orientare l’esito delle votazioni di cui i notabili non

potevano non tenere conto. Abbiamo al riguardo una documentazione di prima mano costituita dai

programmi elettorali pompeiani dipinti sui muri che raccomandano ora questo ora quel candidato alle più

alte cariche municipali: al momento dell’eruzione del Vesuvio, si erano da poco concluse le consuete elezioni

annuali nella cittadina pompeiana e le iscrizioni parietali restituiscono l’immagine di una competizione vivace.

2.3 L’elogio del modello cittadino

Uno fra i motori essenziali della vita cittadina era l’evergetismo, un fenomeno particolare che

consisteva nell’atteggiamento munifico degli individui verso la collettività. Si trattava di un dovere per gli

uomini ricchi, che si sentivano in qualche misura responsabili del benessere collettivo e del successo della

cittadinanza e che giustificavano in questo modo il loro arricchimento. Le evergesie assumevano forme molto

diverse: costruzione di monumenti pubblici, organizzazione di banchetti e spettacoli, prestazioni di servizi,

fondazioni destinate a vari scopi, versamenti di denaro, assunzione degli obblighi finanziari della città e così

via; anche l’entità della spesa variava a seconda delle fortune personali dell’evergeta. Pochi altri fenomeni

della civiltà urbana sono rappresentati dalle iscrizioni come quello evergetico: ovunque nell’impero

magistrati, patroni, notabili facevano doni alle comunità o a gruppi di cittadini e per questa generosità

ricevevano l’onore di una statua o di un’epigrafe elogiativa. Gli evergeti non si sostituirono completamente

alle collettività, ma le aiutarono a sostenere bilanci in crisi o a realizzare ciò che le città non avrebbero mai

potuto permettersi. In piena età imperiale la munificenza fu in parte dedicata agli imperatori in carica,

Cecilio Natale,

responsabili delle fortune politiche degli evergeti: infatti, dedicò l’arco di trionfo

Caracalla

all’imperatore (212-217 d.C.), ma la realizzazione dell’iscrizione fu l’occasione per proporre ai

cittadini della confederazione di Cirta un bilancio delle varie tappe della sua carriera e delle manifestazioni di

generosità che le accompagnarono. Oltre alle somme onorarie, Cecilio Natale aggiunse doni legati agli onori

ricevuti e proporzionati all’importanza della carica, rispettivamente una statua, poi una statua con una

piccola cappella e infine un arco di trionfo; infine ricorda spettacoli teatrali presentati in tutte le comunità

Lucio Betilieno Varo

della confederazione. Leggendo poi l’iscrizione di si comprende facilmente come

quest’uomo avesse speso una fortuna per la sua città e per questo venisse ricompensato: egli ricevette gli

onori più alti che una città potesse conferire, la censura, una statua e un soprannome che radicavano la sua

attività nella memoria collettiva. Lo statuto di città era fondamentale e rappresentava un’aspirazione per

tutte le comunità che non erano riconosciute come tali. Tale meccanismo promozionale della vita urbana si

protrasse ancora fra il III e il IV secolo d.C., epoca in cui si conoscono numerose testimonianze epigrafiche

relative a borghi promossi a città, ma pure a città che, per ragioni punitive, furono declassate a villaggi. Fu il

caso di Tymandus, villaggio della Pisidia, che probabilmente in età tetrarchica ottenne la promozione a città.

La prassi di moltiplicare, promuovere e vivificare gli insediamenti e le città rientrava nei doveri degli

imperatori tardi, che amavano definirsi conditores ed ecisti di nuove città, ma soprattutto di città decadute

o distrutte dai barbari. Accadde viceversa che Orkistos, in Frigia, dopo aver perduto il rango di città, chiese e

Costantino

ottenne dall’imperatore la reintegrazione dello statuto primitivo. Il documento epigrafico di

Orcisto mostra come il valore dell’appartenenza a una civitas si mantenga costante nella storia di Roma fino

all’epoca tarda, quando in più parti dell’impero era ormai irreversibile un processo di declino delle comunità

cittadine.

3. IL POTERE DEI PRINCIPI Augusto

La creazione del principato da parte di definì una nuova tipologia di governo e creò nel contempo

un inedito quanto complesso sistema di rappresentazione del potere. Egli realizzò la figura di un principe

munito di alcune fondamentali prerogative di potere, di riconosciuta influenza etica e politica e di forte

carisma, a metà strada tra un semidio e un alto magistrato onorario, ma straordinariamente autorevole e

influente dal punto di vista dell’acquisizione del consenso e della pratica quotidiana di governo. Malgrado i

loro ampi poter, Augusto e i suoi successori non erano sovrani assoluti né potevano rappresentarsi come tali.

Il sovrano beneficava il popolo mediante le sue imprese militari e le sue prestazioni civili, i sudditi lo

ringraziavano di ciò mediante i loro omaggi. È chiaro che nell’autorappresentazione imperiale, le immagini

del mito imperiale svolgevano un ruolo fondamentale e per questa ragione erano presenti un po’ dovunque,

con particolare concentrazione nel foro, nei teatri e negli edifici consacrati al culto imperiale. Attraverso le

iscrizioni si manifestavano lealtà e riconoscenza verso il sovrano, si esprimevano i valori collettivi, si

rinsaldavano i vincoli identitari aggreganti del popolo di Roma. Il sistema augusteo si segnala soprattutto per

due caratteristiche fondamentali: in primo luogo esso si presenta come strumento a un tempo flessibile,

solido e risoluto per gestire con efficienza il più esteso impero multietnico e multinazionale della storia,

avendo nella centralità della figura del suo princeps il punto di riferimento universalmente riconosciuto e il

motore attivo di sviluppo. In secondo luogo, si tratta della prima esperienza politica che fonda gran parte

della sua autorevolezza su meccanismi di intercettazione del consenso imperniati su sofisticate prassi di

comunicazione mediale. Al servizio di un processo di trasformazione politica straordinario si pone un

altrettanto formidabile apparato di metodi e tecniche di persuasione e di autopromozione celebrativa.

3.1 L’invenzione del principato

Il potere dell’imperatore si basava su una serie molto eterogenea di elementi derivanti sia da

competenze e privilegi conferiti dalla legge sia da un primato sociale da tutti riconosciuto. Documento

eccezionale per comprendere il senso dell’operazione politica di Augusto è il rendiconto che lo stesso principe

redasse nel 2 a.C. e che raccoglie le sue memorie: si tratta delle Res gestae Divi Augusti, un testo epigrafico

restituito a integrità attraverso la composizione di vari frammenti sopravvissuti fino a noi, precisamente il

Monumentum Ancyranum (da Ancyra, oggi Ankara), in latino e in versione greca, l’Antiochenum (da

Antiochia), in latino, l’Apolloniense (da Apollonia, nella Cirenaica), in greco; l’originale, perduto, fu esposto a

Roma nel mausoleo di Augusto e numerose copie furono riprodotte in latino e in greco e diffuse nelle

principali città dell’impero. Si componeva di 35 brevi capitoli, contenenti, i primi 14, l’elencazione degli onori

e delle cariche attribuiti ad Augusto, i 10 centrali l’indice delle spese sostenute a beneficio dell’interesse

pubblico, gli ultimi 11 le vere e proprie res gestae, cioè le imprese militari e politico-diplomatiche. In

particolare, il capitolo 34 inizia con un riferimento agli anni bui delle guerre civili, durante le quali il giovane

Ottaviano ebbe un ruolo di primo piano attenendosi tuttavia a un comportamento spesso ambiguo e spietato

nei confronti degli oppositori; subito dopo si allude a quel consenso universale grazie al quale Augusto

ottenne l’incarico di reggere lo Stato e che coprì, in realtà, un grave vuoto di potere, dalla scadenza del

triumvirato al 27 a.C. Il consensus universorum, che costituisce uno dei temi cardine della propaganda

augustea, si fonda sul principio della concordia ordinum (cioè di tutte le varie componenti della società). Nel

gennaio del 27 a.C. di fronte ai senatori, Ottaviano, non ancora Augusto, dichiarava la sua intenzione di

rinunciare ai poteri straordinari che aveva accumulato negli anni e di restituire la res publica al controllo del

Senato e del popolo di Roma. Si trattò di un’astuta ed efficace azione propagandistica, tesa a consolidare

ulteriormente il consenso intorno alla propria persona. In realtà Ottaviano mantenne il consolato e ricevette

il titolo fortemente simbolico di Augustus e un imperium decennale sulle province non pacificate. Ma il

paragrafo più tormentato e discusso dell’intero capitolo è il terzo, che indica la base sulla quale si reggeva il

potere del principe, e cioè l’auctoritas, nel senso di un potere carismatico, di un’autorevolezza che lo poneva

al di sopra di tutti. Questa soluzione assolutamente originale consentiva di esercitare un potere di fatto più

che di diritto e di traghettare la res publica verso una nuova forma costituzionale senza brusche lacerazioni

con il passato, e per questo essa consentiva il principale supporto e la condizione essenziale di sussistenza

del principato augusteo. Sappiamo che il vero strappo con la repubblica si sarebbe consumato qualche anno

dopo, nel 23 a.C., quando Augusto, abbandonato il consolato, ottenne dal Senato le due prerogative che

costituiscono i veri pilastri del potere imperiale, la tribunicia potestas e il cosiddetto imperium proconsulare

maius et infinitum. Una fonte che completa in qualche misura le Res gestae è il calendario di Augusto, ove

sono narrati post mortem gli avvenimenti della sua vita. I calendari costituivano un presupposto

imprescindibile per lo svolgimento della vita sociale; essi si basavano su una connessione strettissima tra

politica e religione, che determinava lo svolgersi di tutte le attività. Donde la necessità per il principe, al fine

di legittimare il nuovo regime, di integrare la scansione calendariale romana con l’inserimento di feste e

celebrazioni che riguardavano lui e la sua famiglia. Si è riprodotto ciò che rimane del Feriale Cumanum, un

calendario sempre di età augustea che, a differenza dei Fasti, riproduce soltanto i giorni di festa: in esso si

individuano molte ricorrenze legate ad Augusto e ai suoi parenti. Qui si coglie immediatamente la volontà di

inserire elementi della vita familiare che rinforzano la nuova dimensione pubblica del ruolo dell’imperatore

e della domus imperiale. La celebrazione ufficiale a Roma e nell’impero del culto legato all’imperatore

defunto aveva altresì il fine di consolidare la difficile perennità del potere e di legittimare di fatto l’adozione

del successore al soglio imperiale. Augusto, non avendo eredi maschi, cominciò ben presto ad attuare il suo

Marcello, Gaio Lucio,

disegno dinastico: la scelta cadde dapprima sul nipote figlio della sorella, poi sui nipoti e

figli di Marco Vispanio Agrippa e di Giulia, infine sul figlio che la terza moglie Livia aveva avuto dal precedente

Tiberio.

matrimonio, L’idea era quella di recuperare dalla tradizione nobiliare gentilizia il principio

dell’ereditarietà che consentiva la trasmissione del patrimonio, nonché della clientela e del prestigio, cioè le

basi del potere. Celebrando ogni anno i riti in memoria dei nipoti di Augusto, la classe dirigente e tutta la

popolazione manifestavano pubblicamente il proprio lealismo nei confronti della casa imperiale; questo

comportamento fu seguito dalle altre colonie e municipi, che consolidarono gli antichi legami che

intercorrevano tra il principe e le comunità della penisola. Non a caso, il giuramento di fedeltà fu imposto a

tutti gli abitanti dell’impero in occasione dell’elezione di ogni nuovo imperatore. In lizza per la successione di

Augusto rimase soltanto Tiberio, che intendeva l’imperium ereditato da Augusto nel senso di un comando

assoluto: si spiegano allora i difficili rapporti con i senatori, il recupero della lex Iulia maiestatis e i numerosi

processi di lesa maestà che offuscarono il suo regno. Una delle scoperte epigrafiche più sensazionali degli

ultimi tempi riguarda proprio il testo del senatoconsulto con il quale nel 20 d.C. venne chiuso il processo in

Gneo Calpurnio Pisone,

Senato contro il legato di Siria un aristocratico romano di illustri natali e

atteggiamento protervo. Le accuse mosse al senatore erano gravissime, cioè di attentati alla maiestas del

Germanico:

popolo romano, quindi alle istituzioni di governo, oltre che la responsabilità per la morte di fu

Tiberio in persona a pronunciare il discorso in Senato e fu emessa una sentenza di condanna, sebbene

l’imputato si fosse già tolta la vita. Il senatoconsulto aveva un valore esemplare, non punendo soltanto

l’alterigia di Pisone, ma pure lanciando un avvertimento a chi avesse osato in futuro assumere analoghi

atteggiamenti di insubordinazione e di arrogante sottovalutazione dell’autorità imperiale. La concezione del

potere imperiale subì un’evoluzione con i successori di Augusto, si fissò e si perfezionò fino a diventare un

modo permanente di governare l’impero: ma l’elemento costante del sistema consisteva nel fatto che esso

era soggetto al popolo, perché proveniva dalla legge e si esercitava secondo le forme previste dalla legge. La

prassi formale dell’investitura prevedeva che i soldati acclamassero il futuro principe e che il Senato

approvasse questa procedura chiamando imperator colui che era stato acclamato. È possibile che i vari

senatoconsulti siano stati progressivamente radunati in un’unica legge di investitura, sull’esempio della legge

detta de imperio Vespasiani, che accordava nello stesso momento tutte le prerogative acquisite isolatamente

da Augusto. Una lastra di bronzo conservata a Roma nel Museo Capitolino contiene un documento che

sancisce il diritto dell’imperatore di non essere vincolato da leggi e plebisciti, di concludere trattati

internazionali con chi voglia, di convocare il Senato, di intervenire nell’elezione dei magistrati, di allargare il

pomerio, di fare ciò che gli sembri più utile “nelle cose umane e divine, pubbliche e private”. Di grande

Vespasiano

interesse anche la sistemazione che diede al problema della successione: tutti i principi della

dinastia giulio-claudia avevano proceduto a pratiche di adozione e di coreggenza, ma fu Vespasiano a

dichiarare che solamente i suoi figli gli sarebbero succeduti, e inoltre a designare direttamente e

ufficialmente il figlio conferendogli il prenome di Imperator, scavalcando Senato e comizi. Augusto e i suoi

successori misero in atto una prassi che implicava una serie di atti e di pratiche rituali di carattere pubblico e

privato volte proprio a legittimare il potere imperiale e ad ancorarlo nel tempo: i poteri conferiti dal Senato

e dai comizi, una legge d’investitura che precisa il contenuto di questi poteri e li ufficializza, la procedura di

adozione, la pratica dell’apoteosi e il culto imperiale ne costituiscono gli ingredienti principali. La prassi della

consacratio, cioè la trascendenza del defunto imperatore e la sua divinizzazione, onore decretato dal Senato,

rispondeva a una ben precisa ideologia mistico-politica: essere figlio di un dio, comportava di fatto essere

giusto e infallibile e offriva al nuovo imperatore un sicuro avallo per le sue scelte politiche: è illuminante il

Settimio Severo

caso di che, pur di non spezzare una tradizione consolidata e soprattutto di non rompere la

Commodo.

continuità dinastica con gli Antonini, arrivò a divinizzare l’odiato imperatore L’esame della

trasformazione delle titolature imperiali incise sui principali monumenti di Roma e dell’impero può far

comprendere questa evoluzione del potere imperiale che maturò fra il principato augusteo e il dominato. A

partire da Augusto, gli imperatori adotteranno i tria nomina, prenome, nome e cognome, propri di ogni

cittadino romano, nello specifico Imperator Caesar Augustus. Tale titolo assumerò in seguito valenza

semantica universale per designare per nomina l’essenza del potere imperiale ben al di là dei limiti cronologici

dell’impero di Roma. I diversi titoli assunti dall’imperatore evocano i poteri politici e religiosi, ricordano le

vittorie ottenute sui nemici, esaltano e diffondono la potenza imperiale: il loro numero crebbe

progressivamente, così come la loro ridondanza, con variazioni regionali anche significative. Emblematico il

Domiziano

confronto fra le precedenti e la titolatura di in alcune importanti iscrizioni geroglifiche

beneventane. L’imperatore Domiziano è qui assimilato al dio egiziano Horus, definito come il forte giovane,

re dell’Alto e del Basso Egitto, signore dei due paesi, figlio del signore della vita, amato da tutti gli dei, figlio

di re; la predilezione per il culto isiaco si sposava bene con le ambizioni autocratiche di questo imperatore

che si era proclamato censore a vita e si faceva chiamare “signore e dio”. Nella costante esigenza di

rilegittimazione del potere si percorrevano le strade di una sacralizzazione del principe oppure si ribadiva un

diritto dinastico sostanziato più da una scelta adottiva ratificata dal Senato che dalla presenza di reali legami

di sangue, oppure ancora di tendeva ad avvalorare una lunga discendenza fittizia che talora risaliva di

innumerevoli gradini lungo la scala delle precedenti successioni imperiali. È il caso davvero emblematico della

Settimio Severo Caracalla

titolatura di e del figlio incisa su un miliario proveniente dalla Pannonia Inferiore.

Settimio Severo, salito al potere nel 193 d.C. dopo un anno di guerra civile ed essendo un senatore originario

dell’Africa, privo di qualsivoglia legame con le precedenti dinastie, costruì una filiazione fittizia per

mascherare l’usurpazione attraverso la quale aveva ottenuto il potere supremo; il nuovo principe accredita

un legame familiare diretto inesistente con la dinastia degli Antonini: per questo la sua filiazione si dilata

Nerva,

moltissimo verso il passato, risalendo fino a senza escludere nemmeno Commodo. Si tratta di una

palese contraffazione, come mostra anche il fatto che Settimio Severo mantenne il suo gentilizio Septimius e

non assunse, come avrebbe dovuto fare in caso di una legittima adozione, quello di Aurelius proprio degli

Antonini. Lo scopo dell’operazione è però chiaro ed efficace, dal momento che le titolature comparivano sui

più importanti monumenti dell’impero ed erano sotto gli occhi di tutti. In epoca severiana, quindi, si

verificano le prime violazioni al modello d’investitura imperiale che si era definito da Augusto in poi; anche

Eliogabalo Massimino il Trace,

si fregiò di titoli e di poteri prima di averli formalmente ricevuti, ma fu con

all’inizio della cosiddetta anarchia militare, che si cominciò a fare a meno dell’approvazione del Senato.

L’anarchia militare per decenni espresse imperatori legittimati soltanto dalla forza delle legioni che li avevano

Diocleziano

acclamati, spesso in contrapposizione ad altri, graditi e acclamati da altre legioni. Con viene a

compimento la trasformazione del sistema augusteo in monarchia vera e propria secondo un progetto di

restaurazione dello Stato che passa in primo luogo attraverso la ridefinizione del ruolo e del peso

Costantino

dell’imperatore rispetto agli organi istituzionali. La complessa riforma, che perfezionerà e

completerà, si concreta soprattutto in una subordinazione di tutte le istanze pubbliche e sociali alla figura

sacralizzata del sovrano. L’imperatore tardo-antico, pur sulla carta dotato di poteri assoluti e totali, dovrà in

realtà fare i conti con una pluralità di forze e di gruppi di pressione in grado di condizionare di volta in volta

le sue scelte o di limitarne l’esercizio dell’autorità. Il termine dominus/domini riferito a Diocleziano e

Massimino sottolinea un principio di autorità padronale assoluta rispetto a tutti gli altri cittadini dell’impero.

Alla scrittura, o meglio, alla obliterazione di essa, viene affidato il giudizio negativo su un imperatore: è il

procedimento chiamato damnatio memoriae (cioè condanna della memoria), che implica la cancellazione

totale del nome di quell’imperatore da tutti i monumenti pubblici e privati che lo menzionano. Nuovamente

è il Senato che decreta il provvedimento ufficiale di condanna. L’obliterazione del nome aveva lo scopo di

eliminare la memoria dell’importatore che si era macchiato di colpe contro lo stato: la condanna della

memoria implicava il rifiuto delle scelte politiche del condannato e quindi l’annullamento di tutte le sue azioni

di governo.

3.2 Il governo della res publica

L’imperatore poteva sottoporre una questione al Senato che, dopo averla discussa, votava un

senatoconsulto di approvazione. Le fonti informano che, una volta approvati, i senatoconsulti venivano

depositati nell’erario dopo essere stati trascritti su tavole pubbliche; spesso venivano realizzate copie

destinate all’affissione in luoghi pubblici. Inoltre, l’imperatore poteva legiferare attraverso una serie di atti

normativi autoritativi, dette constitutiones principum: gli edicta, in pratica le sue decisioni personali; i

mandata, cioè le istruzioni inviate ai suoi rappresentanti nelle province; i decreta, per lo più documenti che

riguardano problemi di giustizia; le epistulae o rescripta, lettere in risposta a questioni specifiche. L’epigrafia

ci consente di conoscere soprattutto editti e rescritti. I primi costituiscono una delle principali fonti del diritto:

a differenza di quelli repubblicani, avevano una sostanziale diretta efficacia normativa di portata generale e

non avevano limiti temporali. Ne conosciamo molti che riguardano le situazioni più diverse. Il più noto, e

certamente uno dei più importanti documenti epigrafici giunti fino a noi, è l’edictum de pretiis rerum

Diocleziano,

venalium di emesso nel 301 d.C. Si tratta di un ampio e capillare calmiere dei prezzi delle merci

e dei servizi offerti sul mercato, ideato per dare una risposta forte e durevole alla grave crisi economica che

l’impero stava attraversando. Anche i rescritti si riferivano a un’ampia varietà di argomenti ed erano risposte

a specifici quesiti posti dai cittadini, attraverso i quali l’imperatore aveva la possibilità di esibire la propria

Tito

liberalità, benevolenza e indulgentia. Quest’ultimo termine compare per la prima volta in un rescritto di

agli abitanti di Munigua del 7 settembre 79 d.C.: essi erano stati condannati dal proconsole della Betica a

Servilio Pollio.

pagare una somma di denaro all’esattore delle imposte Contro questa condanna, che a torto

ritenevano ingiusta, essi si erano rivolti all’imperatore, il quale invece di punirli per la loro impudenza preferì

trattarli cum indulgentia, riducendo l’ammontare della somma da versare all’esattore. A poco a poco il

termine acquisì il significato esplicito di “beneficio”, “favore”. Un rescritto molto noto fu emesso dalla

cancelleria degli ultimi imperatori antonini: si tratta della prima parte della celebre Tabula Banasitana, una

tavola di bronzo rinvenuta negli anni Cinquanta in Marocco, contenente la concessione della cittadinanza ai

membri di una famiglia indigena della tribù berbera degli Zagrenses, avvenuta nel 168-169 d.C. I tre

documenti che la compongono sono le copie fatte a Roma e incise a Banasa per disposizione del governatore

Coiiedio Massimo: Marco Aurelio Lucio Vero

della Mauretania Tingitana due lettere, una degli imperatori e

Marco Aurelio Commodo Vallio

inviata al procuratore, l’altra di e diretta al procuratore del 177 d.C.

Massimiano, e un terzo documento che è l’estratto del registro imperiale dei nuovi cittadini, all’interno del

Aurelio Giuliano

quale era stata presa la decisione di accordare la cittadinanza romana alla moglie di e ai suoi

figli. Il documento chiarisce molto bene la prassi di governo e le modalità di comunicazione e di esecuzione

delle decisioni imperiali. Qualche anno più tardi, nel 216 d.C., sempre la comunità di Banasa fu destinataria

Caracalla

di una indulgentia dell’imperatore che rimetteva ai cittadini tutte le pendenze con il fisco, sia in

grano sia in denaro: la particolarità del documento consiste nel fatto che l’imperatore spontaneamente inviò

questa lettera apparentemente senza una specifica domanda dei cittadini. I mandata contenevano le

istruzioni che il principe impartiva a magistrati e funzionari, a senatori e cavalieri, ma soprattutto ai

governatori di provincia nel momento in cui costoro si accingevano a partire verso la provincia loro assegnata.

Detentore dell’imperium, il governatore aveva poteri molto vasti. La corrispondenza con il principe doveva

essere frequente e consentiva al funzionario di avvalersi d’istruzioni inoppugnabili; al tempo stesso,

l’imperatore poteva rispondere direttamente alle sollecitazioni delle comunità e far applicare la propria

decisione per il tramite dei governatori. Alla fine del 1999, in Spagna, nei pressi dell’antica Bergidum fu

rinvenuto un documento imperiale su bronzo di interessa e importanza eccezionali: si tratta di un editto

promulgato da Augusto nel 15 a.C. a Narbona, in Gallia, dove il principe si era recato dopo aver sconfitto in

Spagna le tribù ribelli dell’Asturia e della Cantabria. Il provvedimento concedeva l’esenzione perpetua dai

tributi a favore di una popolazione che durante la guerra cantabrica (16-14 a.C.) si era mantenuta fedele a

Roma, e nello stesso tempo sanciva la sostituzione nell’obbligo tributario di questa popolazione con un’altra,

che evidentemente non aveva mantenuto salda l’alleanza. L’elemento più sconcertante del documento si

trova nella titolatura imperiale: Augusto infatti si qualifica proconsul e in tale qualità emette l’editto. In realtà

ci troveremmo di fronte a un uso strumentale e semplificatorio di un vocabolario politico meglio

comprensibile per la popolazione locale, che non muta la sostanza giuridica del ruolo di Augusto.

3.3 La comunicazione imperiale

Il potere imperiale necessitava di una costante interazione con altri soggetti politici, e cioè il Senato,

l’apparato burocratico-funzionariale, l’esercito e il popolo. Per questa ragione, la comunicazione fra

l’imperatore e le varie istituzioni si presenta in forme molteplici: prevalgono le attestazioni di gratitudine

all’imperatore, e quindi statue, colonne, altari, archi onorari, templi, molti dei quali superstiti e ancora oggi

visibili in tutte le città dell’impero. In molti casi, l’imperatore provvedeva personalmente a finanziare grandi

opere urbane e le iscrizioni apposte su questi edifici ne ricordavano la generosità. Per esempio, possiamo

ricordare l’epigrafe dedicatoria relativa al restauro del tempio dei Castori a Roma da parte di Tiberio, nel 6

Geza Alfoldy.

d.C., oggetto di un’abilissima ricostruzione dovuta a Uno degli edifici più splendidi di Roma, il

Marco Vispanio Agrippa, Settimio Severo

Pantheon, conserva il ricordo del suo costruttore, e la titolatura di

Caracalla

e che ne operarono un restauro; il tempio, bruciato nell’80 d.C., era già stato restaurato da

Domiziano Adriano,

e poi anche da che rinunciò – caso assai anomalo – all’iscrizione con il proprio nome.

Possiamo infine ricordare le numerose iscrizioni apposte sugli acquedotti voluti dagli imperatori proprio per

completare il processo di urbanizzazione. Fra le moltissime iscrizioni ad essi relative possiamo ricordare un

Antonino Pio

testo proveniente da Verecunda, che riferisce il finanziamento da parte di dei lavori per la

conduzione d’acqua nel vicus Augustorum della città; oppure un’iscrizione da Mascula in Numidia che ricorda

Diocleziano Massimiano

un intervento di e sull’acquedotto cittadino, restaurato in tutta la lunghezza del suo

percorso. Molto spesso le iscrizioni ricordavano gli imperatori anche quando l’impegno economico era

sostenuto dagli organi locali o da privati: si trattava in questo caso di una lecita azione di lealismo. Talvolta,

il richiamo all’imperatore è soltanto strumentale. Accanto alle onorificenze ufficiali, ve ne erano molte altre

concesse da singoli cittadini, da gruppi e associazioni: il movente fondamentale può essere individuato nella

possibilità di rappresentare se stessi mediante le iscrizioni e i monumenti offerti e di confermare così il

proprio status sociale rendendolo pubblico; insomma, la venerazione dell’imperatore era uno strumento di

autorappresentazione e di autopromozione dei dedicanti. L’imperatore utilizzava una serie di strumenti di

comunicazione al fine di organizzare il consenso intorno alla propria persona e al potere che rappresentava:

le immagini ufficiali, il culto imperiale, la produzione storiografica, poetica e letteraria, i testi epigrafici. Fra

questi, degni di particolare attenzione sono i miliari. Le iscrizioni miliari, collocate in successione lungo le vie,

costituivano innanzitutto l’espressione degli orientamenti politici di ogni imperatore, i cui interventi

nell’ambito della cura viarum erano dettati da precisi progetti di valorizzazione di un’area territoriale: dopo

Augusto, che promosse un intervento di razionalizzazione della rete viaria in Italia, gli Antonini e poi i Severi

fornirono un grande contributo alla manutenzione delle strade in tutto l’impero. In epoca tarda, l’importanza

delle direttrici stradali in funzione strategico-militare si accentuò fortemente e gli imperatori furono costretti

a intervenire sistematicamente nelle opere di manutenzione; soprattutto in quest’epoca, i miliari ebbero il

ruolo di fornire un supporto per la propaganda imperiale, specialmente nei numerosi casi di imperatori

Magnenzio,

militari dal potere effimero: è il caso dei miliari di che recano incisa una lunga sequenza di

cognomina ex virtute inversamente proporzionale alla gloria del personaggio. L’avventura imperiale di

Magnenzio non giustifica l’altisonanza dei titoli che egli si attribuisce: acclamato dai soldati e dai contadini

Costante,

della Gallia nel 350 d.C., dopo aver assassinato l’imperatore regnò in Occidente fino al 351, quando

Costanzo II

fu sconfitto da nella battaglia di Mursa, e si suicidò in Gallia due anni dopo. Poiché l’imperatore

non riconobbe mai la sua nomina, Magnenzio elaborò un programma di esaltazione e promozione della

propria immagine fra i militari e i pagani delle aree rurali. Lungo l’asse padano sono stati riportati alla luce

ben cinque miliari, segno di una capillare azione di diffusione della sua immagine attuata dai soldati a lui

fedeli. Proprio gli “imperatori militari” sfruttarono i miliari come supporto per iscrizioni apologetiche, tanto

che raramente essi recano l’indicazione miliare. Il valore propagandistico di questo tipo di iscrizione è

mostrato proprio dal fatto che, con il passare del tempo, essa perse l’indicazione numerica relativa alle

distanze per mantenere soltanto il nome dell’imperatore; anche la titolatura si trasforma, perdendo il

riferimento alle cariche istituzionali e dotandosi di elementi che insistono sulle qualità e virtù dell’imperatore.

Un altro di questi strumenti di comunicazione organizzata del potere, che consentiva una capillare

circolazione nell’impero del nome e dell’immagine dell’imperatore, è la moneta. La sua funzione primaria era

certamente quella di mezzo di pagamento, ma a un certo punto ad essa si affidò anche il compito di veicolare

e diffondere l’ideologia imperiale. L’effigie dell’imperatore veniva usata per informare tutti i cittadini sparsi

nell’impero sul suo aspetto fisico; le virtù dell’imperatore impresse sul metallo si ponevano come elementi

fondanti del buon governo. La legenda della moneta, cioè le parole incise lungo l’orlo delle due facce,

proponeva una non casuale selezione delle informazioni: venivano riportati gli appellativi derivanti dai popoli

Traiano),

nemici sconfitti, o ancora formulazioni sintetiche del tipo Optimus Princpes (per utili non soltanto

per informare ma anche per condizionare l’opinione pubblica e rafforzare il consenso intorno all’imperatore.

Attraverso la comunicazione e la propaganda per immagini e parole, il principe offre quindi al suo potere un

ulteriore strumenti di cattura, aggregazione e conferma del consenso.

4. LE ARISTOCRAZIE DEL POTERE

L’epigrafia fornisce l’autorappresentazione dei gruppi di potere romani costituita secondo codici ideologici

precisi, persistenti e condivisi. L’esposizione dettagliata delle carriere senatorie ed equestri che leggiamo nei

testi delle iscrizioni ci consente di compiere un’indagine di grande valore sul funzionamento dell’impero:

strumenti indispensabili in questo senso sono le prosopografie (cioè lo studio delle persone). Le due edizioni

della Prosopographia Imperii Romani contengono una banca dati che ammonta a quasi 15 mila nomi con

altrettanti percorsi di vita, politici e professionali.

4.1 La parte migliore del genere umano

Le origini del Senato coincidono con la nascita di Roma: la tradizione letteraria attribuisce a Romolo

la definizione delle principali strutture istituzionali della città, fra le quali un consiglio composto da cento

senatori destinati a collaborare con il re (i patres, capi dei clan familiari più potenti nella città, nonché diretti

eredi dei padri fondatori). Il Senato, o consiglio dei patres, aveva la funzione di assicurare la continuità della

forma monarchica e di controllarne l’equilibrio e il ruolo rispetto a possibili deviazioni verso forme ereditarie

o tiranniche. Col passaggio dalla monarchia alla repubblica, e con il prevalere di un regime oligarchico, il

Senato divenne il massimo organo di governo della città, con competenze molteplici che riguardavano le

finanze, l’amministrazione delle province, la condotta della guerra, il culto, la leva dell’esercito. Esso finì per

diventare lo spazio privilegiato della concettualizzazione politica, il luogo dello scontro di poteri, e

contestualmente il luogo di composizione dei conflitti fra i vari gruppi sociali. In età repubblicana l’ordo

senatorio era composto da tutti coloro che avevano un seggio in Senato e rivestiva tutte le funzioni dirigenti;

al proprio interno, i senatori erano però distinti in gruppi di potere: i principali erano quelli provenienti da un

gruppo ristrettissimo di famiglie patrizie, una nobilitas di antichissime tradizioni e origini che monopolizzava

le magistrature principali; tutti si distinguevano dagli altri cittadini perché portavano il laticlavio, una larga

striscia di stoffa rosso porpora cucita all’orlo della toga, e avevano diritto a posti riservati negli spettacoli e

nelle cerimonie. A partire circa dall’età graccana, i senatori dovettero dividere i posti di responsabilità con i

cavalieri, il secondo ordine dirigente della società romana, che dominava il mondo degli affari. Già nel III

secolo a.C., la classe dirigente senatoria aveva ormai acquisito una composizione misto patrizio-plebea,

rappresentava la garanzia di continuità nella direzione della politica, aveva accolto e fatti propri gli stimoli

culturali provenienti soprattutto dal mondo greco. Sulle idee e sui valori dell’aristocrazia senatoria abbiamo

Quinto Cecilio Metello

alcune testimonianze che risalgono a quel periodo: la più interessante è l’elogio che

pronunciò nel 221 a.C. ai funerali del padre Lucio, ove si ribadiscono le doti di soldato e di generale, di illustre

senatore insignito della più alte cariche, di brillante oratore; aveva inoltre acquisito una grande ricchezza in

modo onorevole e aveva messo al mondo molti figli. Chiaramente questo testo descrive non solo la biografia

Lucio Cecilio Metello,

di ma riassume il suo ideale di vita, senza dubbio condiviso da tutti i nobili, come

mostrano anche i testi funerari apposti sui sarcofagi degli esponenti della illustre gens degli Scipioni. Le

iscrizioni repubblicane di senatori sono nel complesso rare e mostrano per lo più una carriera organizzata

secondo precisi criteri gerarchici e scandita da questura, tribunato, edilità, pretura, consolato. Esemplare

l’iscrizione onoraria di Lucio Licinio Lucullo. Il cursus è in ordine discendente, cioè dalla funzione superiore (il

consolato) a quella inferiore, cui si aggiunge l’augurato, un’importantissima funzione sacerdotale che

implicava il controllo dell’assenso divino, indispensabile per legittimare qualsivoglia decisione pubblica,

attraverso la scienza augurale; nell’iscrizione segue poi il resoconto delle più gloriose imprese militari, come

spesso avveniva per i personaggi famosi, sia defunti sia viventi. A partire dal II secolo a.C. la classe senatoria

andò accentuando il proprio carattere oligarchico proprio mentre, per contro, la società romana si

trasformava profondamente e si apriva a molteplici sollecitazioni. Dopo gli anni convulsi delle guerre civili,

che provocarono trasformazioni sensibili nella composizione del Senato riducendone il peso specifico nel

Ottaviano Augusto

dibattito politico, operò un importante rinnovamento di questo organismo ancora

centrale. Ottaviano infatti, mentre assegnava al principe una indiscussa leadership politica, operava

contestualmente per garantire al Senato e ai senatori nuovi spazi di potere: lo status senatorio venne esteso

a mogli, figli e nipoti; esso fu inoltre definito da un altissimo livello di censo minimo fissato per accedervi (1

milione di sesterzi) e dalla possibilità di godere di particolari privilegi e del titolo di clarissimi; in età giulio-

claudia si definì compiutamente il cursus senatorio, che fu separato da quello equestre, e che prevedeva

nuovi livelli di età minima di ingresso nelle magistrature e la moltiplicazione delle funzione destinate ai soli

senatori. Nei primi due secoli, la carriera senatoria si mantenne stabile componendosi di tre momenti: le

funzioni preparatorie, le magistrature esercitate secondo la gerarchia normale e le funzioni che si inseriscono

tra le magistrature, di durata variabile e retribuite. Una carriera così articolata fu, per esempio, quella di

Marco Servilio Fabiano, alla metà del II secolo d.C. Il percorso pubblico di questo senatore è redatto in senso

inverso, cioè dall’ultimo incarico ricoperto, il più prestigioso, al primo, assunto in età giovanile. Servilio

Fabiano esercitò la cura delle strade, avendone sorvegliato la manutenzione e la pulizia. Successivamente

egli fu destinato a proseguire l’addestramento nell’esercito, con il ruolo di tribuno dei soldati. Verso i 25 anni

il nostro ebbe accesso alla questura e con essa l’ingresso al Senato. I questori avevano vari compiti, che

andavano dalla tutela degli archivi del popolo romano, all’assistenza al principe durante le sedute in Senato,

all’amministrazione dei fondi pubblici nelle province. Dopo un paio d’anni si accedeva all’edilità o al tribunato

della plebe (soltanto per i senatori non patrizi): i sei edili avevano il compito di controllare la vita pubblica

della città di Roma, mentre i tribuni erano incaricati della sorveglianza dei cimiteri. A 30 anni circa, alcuni dei

senatori riuscivano a ottenere la pretura, importante funzione con competenze giudiziarie. Dopo la pretura,

i senatori andavano a occupare per una decina di anni posti di responsabilità amministrativa e militare a

Roma, in Italia o nelle province senatorie e imperiali. Queste funzioni, dette pretorie perché rivestite dopo la

pretura, potevano riguardare la legazione proconsolare di provincia, la cura delle strade, la distribuzione del

grano pubblico, il governo in una provincia senatoria, la prefettura dell’erario di Saturno e così via, ed erano

assegnate direttamente dal principe o dal Senato. Molti senatori concludevano a questo punto un lungo e

faticoso percorso di carriera, finalmente membri di diritto dell’élite dell’ordo senatorio; i più brillanti

proseguivano accedendo alle funzioni consolari, che li proiettavano ai ranchi più alti dell’amministrazione

dello Stato: i grandi servizi della città di Roma, il governo di una provincia imperiale, il proconsolato delle

province senatorie d’Africa e d’Asia, la prefettura di Roma. Una minoranza soltanto, tuttavia, partecipava

realmente alla vita pubblica dello Stato occupando i posti civili e militari nevralgici perché il numero delle

magistrature disponibili ogni anno era inferiore alle richieste. I senatori patrizi godevano di privilegi rispetto

ai senatori di più modeste origini. Nel corso dell’impero la classe dirigente senatoria si era trasformata,

mutando a poco a poco i propri valori di riferimento e soprattutto i criteri di reclutamento. La crisi del III

Gallieno,

secolo determinò una battuta d’arresto nella continuità del potere senatorio: l’imperatore per

porre rimedio alle continue ribellioni dei comandanti militari di estrazione senatoria, privò i senatori dei

comandi degli eserciti, che passarono alla competenza di membri dell’ordine equestre (262 d.C.). A partire

dall’età tetrarchica, l’antica differenza tra senatori patrizi e plebei venne meno e dunque il tribunato della

plebe e l’edilità non sono quasi più attestati nei cursus, le antiche funzioni pretorie sono scomparse o sono

esercitate dai consolari, si abbassa l’età del primo consolato per i figli dei senatori, soprattutto compaiono i

governatori delle province italiche. Nel IV secolo d.C. i senatori più ricchi e illustri cercarono di mantenersi

fedeli a carriere che prevedevano ancora la questura e la pretura, nonostante gli altissimi costi che esse

implicavano per l’obbligo di organizzare costosi giochi e spettacoli pubblici, poi i governatori provinciali, in

genere in Italia, e infine i proconsolati d’Asia e d’Africa o il vicariato di una diocesi; chiudeva le carriere più

importanti la prefettura della città di Roma o la prefettura del pretorio. Da notare la divisione del cursus in

tre fasi che davano diritto a tre titoli successivi e gerarchici: clarissimus (per chi rivestiva questura, pretura,

governatorato di provincia); spectabilis (per vicariato e proconsolato d’Africa o d’Asia); illustris (per la

prefettura della città di Roma, la prefettura del pretorio e il consolato ordinario). Emblematica in tal senso fu

Quinto Aurelio Simmaco,

la carriera di uno dei più noti senatori di Roma, esponente di spicco dell’aristocrazia

pagana, uomo colto e apprezzato per le sue qualità oratorie, autore di un ricco epistolario che illumina aspetti

Memmio

essenziali della mentalità della classe senatoria romana in epoca tarda. La dedica fu posta dal figlio

Simmaco subito dopo la morte del padre (402 d.C.): il testo è inciso su una base di marmo sopra la quale si

trovava la statua del defunto ed era conservato all’interno della grande domus che i Simmachi possedevano

sul Celio. Il cursus di Simmaco è redatto nell’ordine ascendente, a partire dalle tradizionali cariche

repubblicane di questura e pretura. Nel cursus segue poi il governatorato della Lucania e del Bruzio, funzione

di rango pretorio, e successivamente la comitiva tertii ordinis, titolo onorifico derivato dalla partecipazione

Valentiniano

di Simmaco alle spedizioni dell’imperatore in Gallia contro gli Alamanni, nel 370 d.C. Dopo il

proconsolato d’Africa, egli rivestì la prefettura urbana e infine il consolato, che ottenne solo dopo essersi

Teodosio.

riconciliato con l’imperatore Nel testo compare anche il pontificato, la più tradizionale delle

cariche religiose, l’unica che Simmaco ricoprì. Si sottolinea inoltre l’abilità nell’arte oratoria, che si ritrova

frequentemente nei cursus di senatori di IV secolo.

4.2 Il secondo ordine

Nella più antica età repubblicana, il termine di cavalieri designava la fascia più elevata

dell’aristocrazia: si trattava di una qualifica censitaria. I cavalieri erano nella sostanza i più ricchi cittadini

romani, coloro che erano in grado di prestare servizio militare con un cavallo di loro proprietà e con un

armamento conseguente. In epoca più recente, perso ormai il valore simbolico originario, la denominazione

di equites passò a identificare una nuova classe di potere distinta dai senatori per la minore consistenza

patrimoniale oltre che per la recente ricchezza acquisita prevalentemente in attività commerciali, finanziarie

e terziarie. Una prima distinzione in tal senso di può far risalire al plebiscito Claudiano del 218 a.C., una legge

plebea che vietò ai senatori e ai loro discendenti qualsiasi attività economica e di lucro al di fuori

dell’agricoltura. I cavalieri andarono rapidamente a costituire un gruppo sociale omogeneo, attivo e

Augusto

intraprendente in grado di fare concorrenza ai senatori. Di qui i contrasti aspri fra i due ordini. Fu

che operò la distinzione più marcata in senso politico tra ordine senatorio e ordine equestre fissando per

l’accesso all’ordo requisiti quali la situazione patrimoniale (almeno 400 mila sesterzi), la specchiata moralità,

l’origine familiare, che venivano tra l’altro annualmente sottoposto a revisione; i cavalieri così selezionati

avevano diritto al cavallo di Stato, all’anello equestre, alla sottile striscia di porpora cucita sulla tunica.

Contestualmente, si provvide a definire un percorso di carriera autonomo rispetto a quello senatorio. La

maggior parte dei cavalieri, dopo i primi incarichi nell’esercito, che duravano circa una decina d’anni, si

indirizzavano verso un più brillante e remunerativo percorso civile. Una volta entrati nell’amministrazione

imperiale, i cavalieri progredivano nella carriera attraverso un percorso scandito su quattro livelli gerarchici,

cui corrispondevano funzioni e stipendi differenziati. Nel complesso, la carriera equestre, fino ai primi

decenni del II secolo d.C., fu meno rigida di quella senatoria e più aperta a nomine straordinarie da parte

dell’imperatore. La crisi del III secolo favorì nel complesso le carriere dei soldati e incrementò l’accesso

all’ordo equestre di centurioni e primipili: i cavalieri finirono per monopolizzare le funzioni militari,

Gallieno,

specialmente dopo il provvedimento di e fornirono anche la maggior parte degli imperatori a partire

dal 268 d.C. A partire dall’età costantiniana, mentre i senatori continuarono a conservare un profilo sociale

specifico, si assiste a un rapido sfaldarsi della classe equestre: gran parte dell’ordine equestre venne

assorbito, fino a scomparire, nella nuova burocrazia di ministeri costantiniani.

4.3 La permeabilità delle élites

Senatori e cavalieri potevano non differire molto nella loro composizione sociale: appartenevano

all’ordine equestre anche alcuni grandi proprietari terrieri e spesso i senatori aggiravano i divieti dell’attività

affaristica organizzando grandi imprese ed eventualmente facendosi rappresentare da prestanome; non

Cicerone

stupisce dunque la forte permeabilità fra i due gruppi. Non a caso sosteneva che il fondamento

della stabilità della repubblica romana risiedeva nella concordia ordinum: i cavalieri ricchi potevano aspirare

con successo alle magistrature inferiori e non si escludeva una costante integrazione dell’aristocrazia con

uomini di recente ascesa sociale. Nell’ultima fase convulsa della repubblica, questa concordia si spezzò e i

contrasti tra cavalieri e senatori produssero gravi problemi che andarono ad alimentare una tensione sociale

Augusto

già resa drammatica da una serie di concause di diversa natura. garantì a entrambi la pace sociale,

la sicurezza negli affari, la garanzia degli averi: ma, mentre i senatori cedettero di fatto il loro potere politico

al principe, i cavalieri acquisirono una precisa collocazione nell’amministrazione che non avevano prima.

Questo fenomeno consentì di acquisire nuovo prestigio sociale a cavalieri e maggiorenti locali che ebbero

occasione di salire nella scala sociale anche fino ai massimi livelli. Ne emerge una nuova oligarchia,

fortemente mobile che finisce per rappresentare una classe trasversale di potere, il cui punto di riferimento

aggregante è il principe. I matrimoni misti sembrano confermare la profondità di tale processo di osmosi: un

cavaliere poteva sposare una donna di origine senatoria, la quale aveva la facoltà di conservare il titolo di

Giulia Mamea, Alessandro

clarissima femina ereditato dal padre. Ad esempio, madre dell’imperatore

Severo, divenne clarissima quando il padre fu ammesso in Senato al tempo di Settimio Severo, poi consularis

femina quando sposò in prime nozze un consolare; ma pochi decenni dopo si registra un caso di un divieto

opposto a una clarissima di conservare il proprio titolo dopo il matrimonio con un cavaliere. L’ingresso

all’ordo senatorio era garantito per nascita, ma poteva anche avvenire per concessione dell’imperatore; era

possibile entrare in Senato per cooptazione in uno dei ranghi superiori. Destinatari di questi provvedimenti

erano principalmente cavalieri, che avevano così la possibilità di entrare nell’ordo superiore e di inserirsi nella

carriera senatoria. L’adlectio riguardava anche membri dell’ordo senatorio che si vedevano proiettati in cima

alla carriera propria del loro rango senza averne percorso le tappe secondo consuetudine (si veda, ad

Caristanio Frontone

esempio, il percorso di registrato da un’iscrizione rinvenuta ad Antiochia di Pisidia e

databile fra 80 e 89 d.C.). A partire dal biennio 68-69 d.C. e per tutta l’età flavia il ceto senatorio si rinnovò

profondamente grazie all’integrazione di molti provinciali che avevano garantito il loro appoggio durante la

Vespasiano

guerra. L’impiego massiccio dell’adlectio da parte di si spiega in ragione della necessità di colmare

i vuoti che la morte di molti senatori nel corso della guerra civile aveva provocato. L’apertura del Senato a

senatori provinciali, a cavalieri e a notabili promossi sul campo consentì non soltanto il rinnovamento

dell’ordo senatorio, ma favorì un rimpasto all’interno delle élites dirigenti dell’impero. Si moltiplicarono le

opportunità di ascesa sociale secondo percorsi sempre meno convenzionali, che dipendevano dai favori

imperiali, dalle circostanze, dalle qualità personali. Nel ricorso a questa pratica di apertura dei quadri agli

individui più idonei non mancarono abusi ed eccessi, che si accentuarono a partire dall’avanzata età

severiana, ma fu soprattutto durante l’anarchia militare che riuscirono a raggiungere posizioni elevate

personaggi di discutibile profilo. Di fatto, a partire dalla metà del III secolo, i ranghi dell’ufficialità equestre

offrirono allo Stato la maggior parte degli imperatori e dei loro più fedeli consiglieri. La nuova politica

costantiniana attivò numerosi cambiamenti, fra i quali si segnala anche la progressiva scomparsa dell’ordo

equestre. Le iscrizioni, infatti, denunciano la scomparsa progressiva dei titoli onorifici che avevano distinto i

vari livelli equestri.

5. LA STORIOGRAFIA DELLE PERSONE

Lungo il corso di tutta la loro storia i Romani formularono una rappresentazione della loro società che appare

caratterizzata da una costante ripartizione in due realtà: da un lato l’aristocrazia dei boni o optimi/optimates,

dall’altra la massa di tutti coloro che si collocavano in tutte le altre fasce sociali. In altri termini i primi erano

tutti coloro che, appartenendo ai ceti dirigenti dell’impero e delle città, godevano di buona reputazione,

prestigio, ricchezza e potere; il loro rango sociale dipendeva dall’elevata condizione censitaria; condizione

sociale ed entità dei beni comportavano il diritto/dovere di assumere responsabilità di governo. I secondi

costituivano la massa numericamente di gran lunga più consistente della società e appartenevano a strati

diversi della gerarchia socioeconomica: l’elemento che li accomunava era la loro esclusione dalle cariche di

governo e quindi il loro scarso peso politico. Un secondo, altrettanto significativo discrimine era

rappresentato dalla condizione giuridica di liberi (ingenui), affrancati, cioè ex schiavi liberati (liberti), e schiavi

(servi). L’apparente rigidezza di tali distinzioni si coniuga però con una forte mobilità favorita da diversi

fattori: la flessibilità ed eterogeneità dei ceti, la non coincidenza fra condizione sociale e condizione giuridica

e il peso prevalente che nella scala dei valori sociali di riferimento assumevano la capacità di affermazione

individuale, il successo economico, l’abilità imprenditoriale, lo spirito di iniziativa. La duttilità complessa di

tali intrecci dava luogo a situazioni eterogenee e quanto mai variabili. Le fonti epigrafiche testimoniano la

frequenza e la rapidità di percorsi di ascesa sociale che conducevano gli individui dai livelli più bassi della

gerarchia fino a posizioni di prestigio e di potere tipiche delle élites cittadine o imperiali.

5.1 I signori delle città

Con questo termine si designa la fascia superiore del corpo civico, detentrice di gran parte del potere

economico e monopolizzatrice delle cariche pubbliche: in sostanza, innanzitutto i magistrati e i decurioni, ma

pure i sacerdoti cittadini e provinciali, i curatori e i patroni di collegi. In questo gruppo vengono generalmente

compresi coloro che rivestivano cariche pubbliche, ma anche quanti si distinguevano soltanto per posizione

sociale o per ricchezza oppure occupavano cariche non direttamente collegate al cursus cittadino; all’élite

cittadina appartenevano i membri dell’ordine senatorio e i cavalieri non destinati al percorso equestre perché

privi dei mezzi personali o familiari; occorre comprendere fra i notabili municipali altresì i cavalieri in carriera,

che esercitavano funzioni locali dipendenti dalla nomina imperiale. Accanto a quest’aristocrazia di primo

livello si trovava un ceto di ricchi ingenui, di buoni cittadini disinteressati alla carriera politica ma non meno

attivi in campo evergetico. Ne consegue che all’interno del gruppo dirigente esistevano diversi percorsi di

carriera, svariati ambiti di provenienza e differenti livelli di prestigio. La struttura autonoma delle città

implicava l’esistenza di una carriera locale autonoma, di una competizione per l’accesso alle cariche, di una

fascia di notabili che possedevano i requisiti necessari per la gestione della cosa pubblica. Se il possesso di un

patrimonio adeguato era condizione obbligatoria per appartenere al gruppo dirigente, non meno importante

era l’onorabilità. La carriera municipale si strutturava su una serie di funzione gerarchicamente stabilite, dalla

questura all’edilità, al duovirato al quattuorvirato anche con funzioni censorie, cui si aggiungevano alcuni

sacerdozi, l’augurato, il pontificato e il flaminato. Le iscrizioni conservano un gran numero di carriere

municipali che ricorrono frequentemente, perché era motivo di orgoglio personale e familiare esibire una

carriera ben avviata o ben riuscita, così come era utile per le istituzioni cittadine onorare un notabile da cui

si attendevano concrete manifestazioni di generosità. In genere, le epigrafi ricordano le varie tappe della

carriera magistratuale, ma le cariche inferiori (questura, edilità) sono talvolta omesse. Sono le leggi municipali

betiche che ci informano esplicitamente delle funzioni dei magistrati, in particolare dei diritti e dei poteri di

edili: essi erano competenti dell’annona, delle costruzioni e dei luoghi sacri, delle città, delle vie, dei villaggi,

delle fognature, dei bagni, del mercato, del controllo dei pesi e delle misure; e di questori: essi avevano il

diritto e il potere di fare recuperare i fondi comuni, di utilizzarli, custodirli, amministrarli e distribuirli ad

arbitrio dei duoviri. L’assunzione delle funzioni implicava il versamento di una somma detta onoraria o una

Aulo Clodio Flacco

spesa che consisteva in genere nell’organizzazione dei giochi. Notabile pompeiano, fu uno

dei personaggi più brillanti del suo tempo: dall’edilità passò a un doppio duovirato, e successivamente dal

duovirato quinquennale pervenne al titolo di tribunus militum; in occasione di ogni tappa importante della

sua carriera organizzò giochi splendidi, con una munificenza che andò ben al di là degli obblighi previsti per

legge; sappiamo inoltre da altre iscrizioni che provvide a sostituire il sistema di misura locale osco-sabellico

con quello romano e di questo testimonia la mensa ponderaria situata ancora oggi nella piazza del foro; la

Clodia

figlia sposò un componente della gens Gellia, famiglia di magistrati a loro volta e parenti degli Holconii,

il più ricco e influente gruppo familiare pompeiano attivo nella media età augustea: sia i Clodii sia gli Holconii

dovevano la loro ricchezza alla produzione vinaria. Una forma particolare di evergesia consisteva

nell’assumersi il carico degli obblighi finanziari della cittadinanza o delle spese normalmente coperte dalla

Marco Minatio Successo

comunità. fu onorato dai cittadini di Herdonia per averli probabilmente soccorsi

durante una carestia, fornendo frumento a prezzo modico. Questi ricchi personaggi erano spesso cooptati

nell’elenco dei patroni cittadini, spesso di estrazione senatoria o equestre, che aveva un qualche rapporto

con la città: il legame tra il patrono e la comunità era basato sulla fides, un rapporto reciproco di sostegno e

solidarietà, che si basava su concrete manifestazioni di generosità da parte del primo, ricambiate da atti

pubblici di ringraziamento. I notabili in genere erano incompetenti circa le questioni tecniche: essi per lo più

curavano male l’interesse pubblico, quando non trovavano nell’amministrazione della cittadinanza occasioni

di arricchimento illecito; da qui l’intervento di controllori specifici designati dagli imperatori con il preciso

scopo di vigilare e di rimediare all’instabilità finanziaria. Il curatore aveva un incarico di natura essenzialmente

finanziaria, che consisteva nel controllo degli appalti, delle alienazioni dei terreni e degli immobili pubblici; la

sua nomina, emessa su iniziativa imperiale, doveva principalmente porre riparo alle malversazioni e in

generale intervenire su tutti i piani della vita locale laddove si registrassero abusi, inadempienze, incapacità.

Le iscrizioni forniscono gli unici indizi per valutare un aspetto essenziale della vita dei notabili municipali:

quello cioè dell’ingerenza del potere imperiale sulle autonomie locali. Un primo ambito in cui questa

ingerenza si manifestava era quello religioso connesso con il culto imperiale: in ogni comunità esisteva un

programma di cerimonie che prevedeva il culto degli imperatori defunti e divinizzati e delle superiori qualità

dell’imperatore regnante; erano appunto i rappresentanti dei notabili locali che si facevano carico di questo

importante aspetto della vita pubblica: i flamini e le flaminiche. Il flaminato proprio per una certa

ostentazione del legame con l’imperatore o la dinastia imperiale, costituiva una prerogativa molto appetita

dell’élite dirigente cittadina e rappresentava sempre uno strumento di ascesa o di rafforzamento del prestigio

per gentes locali. Le iscrizioni di flamini e flaminiche che si sono conservate sono moltissime ed esistono

raccolte riferite a specifiche realtà italiche e provinciali. Il culto imperiale conviveva con altre forme di

cultualità e rispondeva in modo ottimale alle esigenze di visibilità della classe dirigente, che poteva così

ulteriormente marcare la propria supremazia attraverso l’offerta di cerimonie e di luoghi dedicati

all’imperatore. I dirigenti cittadini e tutti coloro che per ricchezza e prestigio si collocavano ai vertici di una

comunità appartenevano di diritto all’ordine decurionale e sedevano nella curia, il supremo consiglio

cittadino concepito a immagine del Senato di Roma. Il numero dei decurioni era stabilito dalla legge locale e

variava secondo le città, ma il numero ottimale era di 100 membri; il consiglio dirigeva la vita religiosa della

città, aveva la direzione delle finanze locali, designava i patroni e i titolari delle cariche importanti. Ogni

cinque anni i quinquennali redigevano la lista dei membri dell’ordo, fissando la posizione gerarchica di ciascun

decurione all’interno della curia. Possediamo due di queste liste pressoché complete, l’albo di Canosa,

redatto nel 223 d.C., e quello di Timgad (Numidia), della metà del IV secolo d.C. La prima, che è pervenuta

fino a noi completa, è incisa su una tavola di bronzo: l’albo dei decurioni di Canosa contiene 164 nomi, ma se

si escludono quelli ripetuti più volte, i numerosi patroni che facevano parte del massimo consiglio cittadino

soltanto a titolo onorario e coloro che, pur sedendo in Senato, non avevano diritto di voto né di parola, resta

un centinaio di nomi, cioè il numero standard per una colonia. L’elenco dei decurioni segue un criterio di

rango e di anzianità nel rango; all’interno delle varie categorie, all’ultimo posto stanno i magistrati in carica;

nell’albo canosino l’ultimo posto era riservato a due categorie di uditori, i pedanei, che venivano nominati

qualora il numero costituzionale dei posti dell’ordo non fosse ricoperto dagli ex magistrati, e i praetextati, i

figli dei decurioni o di cittadini importanti, che avevano diritto a un posto in Senato nonostante la giovane

età. La tavola era affissa nel Foro e aveva validità di cinque anni (fino cioè al censimento successivo). Questo

documento consente innanzitutto di identificare esattamente le magistrature di Canosa per l’anno 223 d.C.,

ma anche di ricostruire l’iter magistratuale del ventennio precedente a questa data, sulla base della normale

scansione delle cariche; offre inoltre uno spaccato sulla società dirigente della colonia. L’esame della

struttura delle classi dirigenti è utile per spiegare le dinamiche di mobilità interna, cioè la promozione o il

regresso di famiglie e individui. Si può dire in generale che il processo attraverso il quale le élites locali

costruivano le loro relazioni includeva innanzitutto oculati contatti con le élites di centri vicini; la carriera

politica dei notabili dipendeva dai rapporti di clientela, di amicizia e di parentela, tramite mirate politiche

matrimoniale, con famiglie o personaggi importanti, soprattutto con senatori e cavalieri di Roma che avevano

la possibilità di agevolare efficacemente il “salto” dall’ambito locale a quello statale; peso prevalente doveva

avere l’elemento economico: un buon investimento significava per tutta la famiglia la possibilità di

conservare il potere e di accrescerlo.

5.2 L’epigrafia dei ceti medi

La società romana presentava una configurazione sociale molto particolare, all’interno della quale lo

stato giuridico, la ricchezza e il prestigio rappresentavano elementi di differenziazione collocati però in un

quadro dinamico di perpetuo mutamento. Di fronte a una struttura simile risulta molto difficile parlare di

“ceti medi” o di classi intermedie, nonché altrettanto difficile individuarne connotati, funzioni e peculiarità.

A Roma non si può parlare di un ceto medio corrispondente alla massa di coloro che godono di una fonte di

reddito qualsiasi ma comunque subordinati all’élite di potere; né si può pensare a una middle class di

imprenditori, banchieri e liberi professionisti, sul modello delle società industriali moderne. Analogo disagio

si prova nell’identificare come classe medie ora l’ordine equestre, ora le aristocrazie cittadine, ora i mercanti

e i banchieri, ora i funzionari pubblici e imperiali, ora i semplici bottegai. Nella società romana non esisteva

un “ceto medio” inteso come gruppo dotato di uno status sociale specifico e assoluto e di una chiara

autocoscienza, ma tanti ceti medi che è possibile riconoscere privilegiando le letture dei singoli contesti

regionali e soprattutto cittadini. Qui, fra i due estremi rappresentati dalle élites dirigenti e dalla plebe non si

può negare la forte visibilità del ceto libertino che per legge non aveva accesso alle magistrature, ma aveva

significative possibilità finanziarie; anche i veterani erano potenzialmente membri del “ceto medio” in

quanto, provenienti normalmente dai ceti più umili, si ritagliavano una buona posizione sociale e talora

avevano accesso alle cariche cittadini; i giovani dei municipi arruolati nelle coorti pretorie a Roma sono di

norma classificati come membri del ceto medio. Il concetto di realtà sociale media non può essere

considerata su un piano complessivo globale, ma deve essere presentato in relazione ai contesti specifici. Un

funzionario pubblico di modesto livello e retribuzione, che a Roma non potrebbe essere collocato nelle classi

intermedie, se inserito in un contesto periferico potrebbe salire i gradini della scala sociale e avere una

ricchezza e una visibilità inimmaginabili altrove. Possediamo un’iscrizione il cui testo è inciso su una bellissima

stele timpanata di marmo proveniente da Pedona, un piccolo insediamento urbano nelle Alpi Marittime che

ospitava un ufficio di esazione della cosiddetta Quadragesima Galliarum, la tassa del 2,5% sulle merci in

entrata e in uscita da e per la Gallia Transalpina; qui, Flaminalis, il servo del responsabile dell’ufficio, fece

apporre un’iscrizione funeraria in memoria della defunta moglie, Victorina. Innanzitutto l’iscrizione risulta

essere un prodotto di ottimo artigianato, eseguito da mano esperta, probabilmente da un’officina lapidaria;

il fatto che il committente fosse un servus vilicus, uno schiavo che prestava servizio in un ufficio di esazione

fiscale, conferma che nella società romana non esisteva una stretta, costante coincidenza fra condizione

giuridica, disponibilità economiche e prestigio sociale: in particolare, i funzionari di condizione servile che

lavoravano negli uffici imperiali godevano di retribuzioni onorevoli e di un prestigio di ruolo significativo.

L’iscrizione risponde dunque a due obiettivi: quello di perpetuare la memoria della defunta e quello di servire

alla promozione sociale e di carriera del dedicante. Se si accoglie il presupposto che i ceti medi avessero in

comune modi, stili, convenzioni specifiche per comunicare la propria “medietà”, occorre ammettere che le

loro iscrizioni costituissero il mezzo di comunicazione privilegiato di questa specificità: quindi non soltanto i

contenuti, ma pure il linguaggio, l’impaginazione del testo, le scelte espressive, l’equilibrio degli elementi

concettuali e fisici restituirebbero un’immagine vivida di questi gruppi così difficili da riconoscere. Un

esempio efficace è rappresentato da un’iscrizione proveniente da Milano. Il testo, lacunoso, non restituisce

informazioni particolari, nemmeno indica in quale mestiere il liberto si distinse nella sua vita: ma l’elogio

sperticato di una competenza verosimilmente professionale, la rivendicazione un po’ amara di un

riconoscimento sociale non del tutto soddisfacente, l’evidente dissociazione tra aspirazione e realtà, il

contrasto tra monumento e grafia trascurati e le espressioni testuali elaborate e ricche rimandano proprio a

una “medietà” in senso lato, a una condizione esistenziale che si desidererebbe migliore. Infatti, è l’epigrafe

stessa nei suoi aspetti formali che si atteggia e si finge per qualcosa di diverso. Da collocare nello stesso

orizzonte di autopromozione sociale, di autorappresentazione epigrafica, di malcelato orgoglio per il

percorso compiuto, di discrasia fra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, è la concessione degli ornamenta

decurionalia: si trattava in sostanza di concedere, per lo più a liberti, non l’accesso all’ordo dei decurioni, ma

i privilegi ad esso connessi, come l’uso di segni distintivi negli abiti e nelle calzature, i posti a sedere riservati

negli edifici di spettacolo, la partecipazione ai banchetti pubblici offerti da magistrati o da privati, una quota

pari a quella destinata ai decurioni nelle distribuzioni in denaro e in natura e infine la fornitura privata

Publio

d’acqua. Da Brescia, per esempio, provengono due iscrizioni interessanti, attribuite al II secolo d.C.

Atilio Filippo aveva ricevuto gli ornamenta in tre città, Brixia, Verona e Cremona, e per meriti non precisabili

aveva ottenuto da qualche imperatore altri significativi privilegi: uno di questo prevedeva impostanti privilegi

in campo fiscale per i genitori di quattro figli, mentre un altro era un segno distintivo di particolare rilievo.

Dal testo apprendiamo inoltre che a Brescia gli era stata dedicata una statua in seguito a una esplicita

richiesta popolare come atto di riconoscenza per la sua generosità, manifestatasi nella costruzione o nel

finanziamento di lavori presso il locale anfiteatro. L’analisi seriale delle iscrizioni che menzionano questa

prassi mostra innanzitutto il peso della componente libertina all’interno delle comunità, peso che sembra

aver avuto la massima incidenza nel II secolo d.C.; poi l’atteggiamento di maggiore o minore apertura delle

classi dirigenti locali verso gli elementi emergenti; inoltre, all’interno del ceto libertino, un ruolo privilegiato

lo aveva il gruppo dei seviri e seviri augustali. Diverso era il caso degli individui di nascita libera, che potevano

accostare ai privilegi connessi con gli ornamenta decurionalia i vantaggi di una carriera regolare. Uno degli

elementi che ostacolavano la creazione di una classe media coesa e individuabile era l’aspirazione di tutti i

raggruppamenti sociali a incrementare la propria condizione sociale ed economica: dunque, la condizione

media veniva percepita come transitoria e mai permanente. Elemento distintivo dei ceti medi è proprio la

forte aspirazione a un miglioramento delle proprie condizioni. Gli incrementi di status sono sempre esibiti

perché gratificanti sul piano personale: vite esemplari erano proposte all’imitazione, oltre che

all’ammirazione dei posteri. Un documento molto noto, emblematico di questa mutabilità di status, illustra

il successo conquistato da un povero bracciante che, grazie al lavoro e a favorevoli condizioni socio-

economiche, riuscì a diventare supremo magistrato cittadino, attraversando tutti i gradini della scala sociale.

5.3 Il “terzo ordine”: una società di individui

La composizione sociale degli strati inferiori della popolazione dell’impero romano era ancora più

eterogenea di quella degli strati superiori: tra i liberi, i liberti e gli schiavi c’era sì una distinzione sulla base

della loro posizione giuridica, ma le differenze tra questi gruppi di persone non erano sempre chiare e

soprattutto il tenore di vita poteva prescindere dallo status giuridico. In città, le masse godevano nel

complesso di una posizione più favorevole rispetto alla popolazione rurale. In città si praticava il piccolo

commercio e l’artigianato e molti commercianti possedevano un negozio proprio; inoltre, schiavi e liberti

colti avevano possibilità di lavorare nelle domus dei cittadini ricchi in qualità di consiglieri, amministratori di

patrimoni, medici, pedagoghi, artisti, filosofi; gli schiavi avevano concrete possibilità di essere liberati e di

accedere a una vasta gamma di occupazioni. Di questa massa eterogenea di persone possediamo migliaia di

iscrizioni provenienti da ogni parte dell’impero. La documentazione che riguarda le familiae (cioè il personale

servile e libertino) domestiche proviene principalmente dai sepolcri delle ricche gentes romane, come quelli

dei Volusii Saturnini e di Livia Augusta sulla via Appia, dei Sempronii Atratini nell’area della vigna Aquari

presso la via Latina, degli Abuccii sulla Nomentana, degli Statilii e di molte altre. Quest’ultima gens, assurta

Ottaviano,

agli onori del Senato poco prima dell’avvento al trono di possedeva un colombario nella regione

esquilina che passò alla proprietà imperiale: qui trovarono sepoltura centinaia di servi e liberti che rivestivano


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Epigrafia latina e antichità romane del prof. Gregori, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Epigrafia e storia di Roma, S. Giorcelli Bersani. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) Diventare romani; 2) L'impero delle città; 3) Il potere dei principi; 4) Le aristocrazie del potere; 5) La storiografia delle persone; 6) Il secondo sesso; 7) Dei e uomini.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in filologia e letterature dell'antichità
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Epigrafia latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Gregori Gian Luca.

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