Epigrafia e storia di Roma
Silvia Giorcelli Bersani
Rispetto alle altre civiltà del mondo antico, Roma concepì l’epigrafia in senso pervasivo: le iscrizioni romane forniscono gran parte dei connotati individuanti della società di cui sono espressione diretta. Senza il contributo delle iscrizioni ben poco sapremmo del comune universo di valori che univa tutti i cittadini dell’impero, dello schema organizzativo e della base giuridica delle istituzioni urbane, del profilo onomastico, anagrafico e giuridico del cittadino romano e del suo rapportarsi con gli istituti familiari, cittadini e statali; ben poco sapremmo della scansione delle carriere pubbliche, della pluralità di attività lavorative e professionali, del sistema di credenze religiose ufficiali e private e così via. Il patrimonio epigrafico latino a nostra disposizione ammonta oggi a centinaia di iscrizioni, ed è sistematicamente integrato ogni anno da nuove acquisizioni e da nuove edizioni di testi. Le iscrizioni consentono di colmare vuoti di comprensione ed ampliare in modo decisivo il quadro informativo a disposizione dello storico.
Introduzione
La scrittura esposta
A Roma vi era la presenza diffusa e pervasiva di scritte che occupavano ogni superficie libera offerta dagli spazi urbani. Monumenti, terme, templi, archi, acquedotti, teatri e anfiteatri connotavano lo spazio urbano definendone volume e prospettive, e i grandi testi che questi edifici ospitavano avevano il compito di descriverne le funzioni e l’appartenenza. Piazze, portici e giardini straboccavano di iscrizioni celebrative, di statue e di dediche a cittadini illustri o a eroi e benemeriti del passato, di trofei provvisti di apparato epigrafico. Tutto il passato dello Stato romano era presente sotto forma di architetture e sculture commemorative e iscrizioni onorarie che richiamavano alla memoria uomini di valore, azioni eccellenti ed esemplari, e le immagini che accompagnavano le scritte contribuivano a rafforzare la memoria storica e l’autocoscienza della società.
Nei fori campeggiavano le iscrizioni con testi giuridici e istituzionali, destinate a far conoscere alla popolazione il contenuto delle leggi e i voleri di Roma. Fin dal III secolo a.C. i fatti degni di memoria venivano annualmente registrati ed esposti alla pubblica lettura. Nella Roma arcaica, esposti nello spazio pubblico si trovavano i più importanti trattati internazionali, il cippo del Foro della metà del VI secolo a.C. e le perdute XII Tavole di leggi del V secolo a.C. (le prime leggi scritte di Roma).
Ovunque, poi, campeggiavano i nomi degli imperatori: fregi, colonne, statue, altari erano arricchiti di eleganti iscrizioni che riproducevano il nome, i titoli, le imprese dell’imperatore regnante e queste scritte costituivano uno specifico strumento della propaganda imperiale e il principale vettore della comunicazione fra il sovrano e i sudditi. Anche nei santuari pagani e poi nelle chiese cristiane si leggevano iscrizioni che conservavano la memoria di consacrazioni o dediche dell’edificio sacro, e poi tabelle con elogi, racconti di prodigi, liste di offerte di devoti, memorie di edificazioni, restauri, donazioni.
Lungo le grandi arterie consolari e lungo le vie in entrata e uscita dalla città, i sepolcreti erano colmi di monumenti e iscrizioni funerarie. Senza contare le scritture private, d’amore, di scherzo, d’invettiva graffite o dipinte sui muri, che Pompei ha restituito in quantità copiosa: iscrizioni erano esposte dappertutto nelle città. Insomma, quelle romane si presentavano come città dal “visibile parlare”, vale a dire città gremite di scritture esposte. Quando si alludeva a una alfabetizzazione di base, si diceva appunto di conoscere appena lapidarias litteras, cioè le lettere incise sulle lapidi, grandi e “a stampatello”.
Le iscrizioni, quindi, dovevano essere facilmente decifrabili. Inoltre, nei fori, nei santuari e in tutti i luoghi in cui erano esposti testi era facile imbattersi in scribi a disposizione degli illetterati, né va ignorato il ruolo del semplice passante che spiegava le scritture esposte a chi non era in grado di comprenderle. In città quindi l’alfabetismo doveva essere relativamente diffuso. La scrittura epigrafica aveva finalità prevalentemente pubblica: tutte le epigrafi erano destinate alla comunità e a essere proposte all’osservazione dell’opinione pubblica cui erano rivolte. Alcune iscrizioni si imponevano per la loro monumentalità e grandiosità: chi si dirigeva verso un arco trionfale, o verso una colonna, già da lontano intravedeva le lettere più grandi del testo.
Molte iscrizioni, insomma, fin dalla loro tipologia di esecuzione, erano concepite in modo che il messaggio venisse immediatamente recepito dal lettore, anche senza leggere parola per parola il testo iscritto; era cioè previsto l’innesco di un meccanismo molto simile a quello che oggi sovrintende alla comunicazione pubblicitaria. L’efficacia (e la modernità) di gran parte dell’epigrafia latina consiste, in effetti, nella capacità di raggiungere il maggior numero possibile di persone attraendone forzatamente l’attenzione e trasmettendo in ogni modo una comunicazione che lasci un segno duraturo.
Altre iscrizioni potevano invece non fare ricorso alle tecniche di attract attention ed essere quindi iscritte in caratteri molto piccoli che richiedevano una lettura ravvicinata. Il testamento politico di Augusto, inciso lungo le pareti del tempio di Roma e Augusto ad Ankara, è forse il più emblematico di questo genere di testi pubblici di interesse universale: esso si imponeva infatti più per il valore simbolico e l’impatto visivo che per l’intellegibilità del testo, essendo inciso in caratteri piccolissimi, ma data la natura e l’importanza politica del contenuto che comunicava, sollecitava la curiosità dei cittadini e induceva il pubblico a soffermarsi a lungo nella lettura.
Si impiegavano nell’esecuzione del testo accorgimenti grafici e linguistici che miravano a ottenere la massima attenzione da parte di chi leggeva. Lo scioglimento delle abbreviazioni trasformava quanto si veniva leggendo in qualcosa di familiare e sollecitava così un’adesione emozionale al messaggio. Le iscrizioni erano nello stesso tempo espressione di una mentalità comune e diffusa, ma anche uno strumento attraverso il quale si rafforzava l’identità del cittadino romano.
Anche le iscrizioni più intime, come quelle funerarie, partecipavano della stessa finalità pubblica, obbedendo alla duplice esigenza di perpetuare la memoria del defunto e di esaltare in vita i dedicanti dell’epigrafe. Le iscrizioni sui sepolcri avevano comunque, tradizionalmente, il compito di tenere aperto un canale di comunicazione tra i vivi e i morti: per questa ragione il passante era spesso invitato perentoriamente a interrompere il suo cammino per soffermarsi a riflettere, intrecciando talvolta un dialogo immaginario con il defunto. L’iscrizione sepolcrale costituiva altresì per i più l’unica occasione con cui si poteva lasciare traccia di sé; era il defunto stesso a sostenere la propria identità: il nome iscritto sulla pietra o sul marmo gli consentiva di essere ricordato nel tempo, di rammentare alla società dei vivi quale era stato il suo ruolo, di padre, di sposo, di cittadino, e allora le epigrafi registravano i dati anagrafici, le cariche pubbliche raggiunte, le attività di lavoro, le benemerenze pubbliche e familiari e tutto ciò che era utile a caratterizzarne in positivo l’immagine.
In particolare, le iscrizioni divulgavano l’identità e il peso sociale del gruppo gentilizio al quale il defunto apparteneva, la cui vitalità era destinata a protrarsi ben oltre l’esperienza del singolo. Per coloro che potevano permetterselo, la comunicazione di sé attraverso il messaggio funerario poteva assumere forme più complesse: si ricorreva in questi casi all’edificazione di monumenti sepolcrali articolati e compositi, ove l’iscrizione colloquiava con un apparato decorativo e con ritratti o figurazioni in rilievo, concorrendo a offrire all’opinione pubblica un’esibizione di prestigio economico.
Uno dei più grandi antropologi della scrittura del nostro tempo ha osservato che scrittura prevede il tempo. Si scrive perché lo scritto valga da quel momento in poi, in certi casi si scrive per l’eternità. L’incisione su un supporto duro e durevole come la pietra o il marmo fissava ancor di più il messaggio nella solidità della materia. Le iscrizioni latine furono dunque uno straordinario mezzo di comunicazione e di autorappresentazione: la pratica epigrafica di una grande civiltà quale fu quella di Roma venne concepita per diffondere informazioni in modo efficace e durevole e soprattutto per esprimere i valori fondamentali di un sistema sociopolitico all’interno del quale ogni singolo individuo aveva una posizione precisa.
L’epigrafia latina ebbe caratteri diversa a seconda delle epoche. L’espansione e la popolarità di questo mezzo di comunicazione coincisero con l’espansione politica e lo sviluppo dell’impero al punto da divenire, nei primi due secoli dell’età cristiana, il primo autentico mezzo di comunicazione di massa che la storia abbia conosciuto. L’epigrafia latina costituisce per lo storico di oggi una fonte di primaria importanza, che completa le informazioni ricavabili dalle fonti documentarie tradizionali come quelle letterarie e archeologiche.
Sono moltissimi i temi della storia di Roma che l’epigrafia contribuisce a illuminare. Dal punto di vista degli studi sociali, le iscrizioni riproducono lo spaccato di una società che si alimentava avidamente di memoria ma che era fortemente proiettata verso il futuro. L’epigrafia consente altresì di recuperare l’immagine di una società di semplici, uomini non pubblici, donne, schiavi, liberti le cui esperienze di vita sarebbero andate perdute se le loro iscrizioni funerarie non ne avessero tramandato la memoria.
Le iscrizioni, monumentali o private, erano sempre sottoposte a un controllo sociale rigoroso che nasceva dal loro essere e proporsi come messaggio pubblico rivolto in primo luogo ai contemporanei e quindi sottoponibile a immediata e collettiva verifica. Non sono rare le iscrizioni che raccontano con disinvoltura di insuccessi, fallimenti, disgrazie, sventure, infelicità, paure, delusioni. Le iscrizioni consentono così di penetrare anche nel lato oscuro dell’esistenza dell’uomo romano.
Al pari delle iscrizioni sepolcrali e funerarie, analogo amplissimo spettro informativo viene fornito dalle epigrafi sacre, attraverso le quali non è soltanto possibile verificare l’impianto della religione ufficiale con le sue divinità, i suoi riti, i suoi cerimoniali politico-religiosi, ma è altresì possibile conoscere le forme molteplici della devozione popolare che solo marginalmente è illustrata nelle fonti letterarie.
Le epigrafi sono soprattutto l’espressione della vita cittadina e proprio nelle città la concentrazione di questi documenti fu massima; in ragione di ciò, in non pochi casi la localizzazione di un insediamento urbano, altrimenti ignoto, è dipesa dalla documentazione epigrafica, ma è pure accaduto che dalle iscrizioni si sia appreso il nome e l’esistenza di una città, altrimenti ignoto o dubbio.
La forma urbis è spesso nota grazie a mappe incise su lastre e a cippi confinari, mentre l’ubicazione precisa di edifici pubblici e privati, e la loro destinazione d’uso, si deve alle molte iscrizioni apposte su di essi. Nei suburbi o nelle campagne, ove generalmente la documentazione epigrafica è più scarsa, la quantità e la qualità delle attestazioni epigrafiche costituiscono un indizio significativo per localizzare piccoli insediamenti di carattere rurale privi della sanzione giuridica di città, ma spesso non meno importanti dal punto di vista economico, sociale o strategico, oppure per individuare aree funzionali di particolare importanza come santuari e sepolcreti.
Inoltre, le epigrafi risultano indispensabili per studiare la struttura territoriale di aree geografiche e topografiche complesse come il limes, il confine dell’impero romano, caratterizzato da una miriade di insediamenti di natura militare e commerciale. I miliari ci informano sul tracciato di una via, sulla sua costruzione, sui lavori di manutenzione compiuti sulla stessa; gli itinerari elencano le stazioni di sosta lungo il percorso e le distanze sia parziali sia complessive.
Molti manufatti fittili, come anfore, laterizi, lucerne, vasellame, erano contrassegnati, al momento della produzione, da bolli che indicavano il nome del fabbricante, le misure e la capienza, i requisiti specifici. L’epigrafia nel mondo romano imperiale si impone come fonte primaria di conoscenza di una società composita, socialmente, economicamente e strutturalmente “moderna”.
Leggere un’iscrizione latina
Il testo di un’epigrafe latina si presenta generalmente come una successione di lettere maiuscole, talvolta divise da segni di separazione tra una parola e l’altra. Per le epigrafi pubbliche si utilizzava una scrittura chiamata “monumentale”, caratterizzata da lettere grandi e regolari, dette “quadrate” perché ogni singolo carattere era inscrivibile in un quadrato. La scrittura a solchi era la più diffusa ed era realizzata eseguendo ogni tratto della lettera con un solco, rettilineo o curvilineo; questo tipo di scrittura era relativamente facile da utilizzare, molto affidabile per la durata nel tempo, la resistenza alle intemperie, la qualità del risultato, e inoltre qualunque artigiano era in grado di confezionarla.
Esistevano altre tecniche di scrittura, come quella a punti (quando le lettere erano raffigurate attraverso una serie di punti accostati) e quella alveolata (con lettere costituite da alveoli), oltre alle più semplici scritture a pennello e a calamo (cioè dipinte). Va ricordato che accanto alle scritture maiuscole esistevano le scritture corsive che implicavano un atto scrittorio veloce, con lettere che non rispettavano i canoni geometrici, legate le une alle altre: era la scrittura di tutti i giorni, privata.
Durante la lavorazione del testo il lapicida poteva adottare espedienti capaci di influire sul risultato grafico: l’uso dei nessi era utile per rimediare a una dimenticanza o per risolvere problemi di spazio, talvolta per motivi estetici; l’uso di lettere speciali aveva la funzione di evitare fraintendimenti di lettura o di rendere suoni particolari non presenti nel latino. Vari segni non alfabetici, come trattini, soprallineature, appendici, segno divisori e di punteggiatura, segni di valore numerico e altri ancora svolgevano funzioni specifiche; infine, la colorazione in rosso dei caratteri incisi, detta rubricatura, completava il lavoro.
Carattere peculiare della scrittura lapidaria è la presenza di abbreviazioni il cui scioglimento non è immediato per chi oggi affronti la lettura di un’epigrafe latina: le parole potevano essere abbreviate per troncamento, o ridotte alla sola lettera iniziale, oppure contratte in vario modo. Rappresentando le iscrizioni la principale forma di comunicazione di massa, esse dovevano aiutare la lettura rapida, suggerire immediatamente il significato del testo.
Il testo inciso poteva essere realizzato su vari supporti, la cui scelta dipendeva innanzitutto dalla tipologia del messaggio e in secondo luogo dalle disponibilità economiche e dai gusti del committente. L’iscrizione e il supporto che la accoglie costituiscono un insieme inscindibile che come tale deve essere inteso e studiato. Anche le epigrafi più semplici, stele e lastre, potevano ospitare un testo incorniciato da modanature semplici o composte, oppure riprodurre gli elementi architettonici di un tempio o presentare coronamenti e zoccoli.
Quanto al materiale, si andava dal marmo pregiato, alla pietra che si poteva trovare in loco, ai sassi che si raccoglievano nel greto dei torrenti, al metallo usato soprattutto per i testi ufficiali. I supporti più diffusi erano le are (blocchi monolitici di forma parallelepipeda), le basi (blocchi parallelepipedi, simili alle are ma senza gli elementi specifici, destinati a fungere da sostegno di una statua), le erme (pilastri sormontati da una testa scolpita del dio Hermes), i sarcofagi (casse destinate ad accogliere il corpo di un defunto), le stele (lastre rettangolari a sviluppo verticale, con spessore ridotto, usate come segnacoli sepolcrali); ma si trovano iscrizioni incise sugli oggetti più diversi, come parti architettoniche, busti, cinerari, cippi, lucerne, tavoli, miliari, pesi, sigilli, sedili, statue, vasi, vasche, condutture, proiettili e molti altri.
- Iscrizioni sacre
- Iscrizioni sepolcrali
- Iscrizioni onorarie
- Iscrizioni su opere pubbliche
- Instrumentum domesticum (cioè tutte le scritte su suppellettili dell’uso domestico)
- Iscrizioni giuridiche
- Calendari e fasti
- Iscrizioni parietali
- Architettonica
- Celebrativa
- Commemorativa
- Elogiativa
- Itineraria
- Onoraria
- Ornamentale
- Sacra
- Segnaletica o prescrittiva
- Sepolcrale
- Strumentale
Il cittadino romano era identificato attraverso tre elementi onomastici (tria nomina): il praenomen, in origine l’unico nome del cittadino seguito da quello del padre al caso genitivo; il nomen, cioè il gentilizio (coincide con il nostro cognome); il cognomen, una specie di soprannome individuale, relativo a peculiarità fisiche o del carattere, a località o luoghi di origine, ad attività; col tempo divenne ereditario e servì a distinguere tutta la famiglia. Due altri elementi venivano inseriti dopo il nomen e prima del cognomen: la filiazione, cioè il nome del padre, formato dal prenome abbreviato del padre al genitivo seguito da filius; anche l’indicazione...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Epigrafia latina e antichità romane, prof. Gregori, libro consigliato Manuale di epigrafia latina, …
-
Riassunto esame di Storia romana A, prof. Roda, libro consigliato Epigrafia e storia di Roma, Giorcelli
-
Riassunto esame Epigrafia latina e antichità romane, prof. Gregori, lbro consigliato Roma imperiale. Una metropoli …
-
Riassunto esame Epigrafia latina, prof. Porena, libro consigliato Manuale di Epigrafia latina, A.Buonopane