Roma e il suo impero di John Scheid
Dal princeps all'imperatore
Problemi italici integrati nella cittadinanza dopo la legge Plauzia Papiria 89 a.C. Impossibile il funzionamento della vita politica. Dopo Silla la pacificazione era lontana. L'élite era assalita da Crasso, Pompeo e Cesare che usavano le iniziative politiche per aumentare le rivalità tra i triumviri. Dopo il 49 la supremazia è di Cesare: avviò un programma di riforme ambizioso. La morte di Cesare non risolse nulla, i futuri triumviri (Marco Antonio, Giovane Cesare e Lepido) riuscirono ad imporsi in Italia, a far notificare gli atti di Cesare e a farlo divinizzare.
Dopo Filippi l'élite tradizionalista abbandonò la scena politica romana. Marco Antonio si dedicò a ricostruire la configurazione delle province e dei regni alleati in Asia Minore e nel Vicino Oriente e si lanciò alla conquista dell'impero Partico. Ma non affrontò i problemi della Res Pubblica (immagine del re Ellenistico). A Giovane Cesare Marco Antonio lasciò solo compiti ingrati: distribuzione delle terre ai veterani il cui effetto fu disastroso. Tra il 43 e il 38 Giovane Cesare si rese conto dei veri problemi dello stato e gli diedero idee per le sue future riforme.
Dopo Azio (2 settembre 31) e Alessandria (1 agosto 30) Giovane Cesare poté riportare la pace. Si occupò esclusivamente del restauro della res pubblica fino al 14 d.C. E si concluse con un regime conosciuto come Impero o Principato. Questo regime non può essere descritto in maniera statica e come una monarchia (non è stato creato tutto in una volta) ha subito una lenta e intensa evoluzione, solo al termine della quale possiamo parlare di monarchia.
La creazione del principato da parte di Augusto
Tre tendenze più importanti possiamo seguire per spiegare il principato:
- Illustrata da Mommsen (che prende in considerazione la nascita e la natura del principato dal punto di vista del diritto pubblico) giustifica la posizione del principe come quella di un magistrato straordinario che traeva la propria origine e la propria legittimità ultima dalla sovranità popolare. Il governo della Res Pubblica deve essere concepito non come una monarchia ma come una diarchia. Una divisione definita delle responsabilità, esercitate in nome del popolo romano, tra il principe e il senato. Il principato si sarebbe progressivamente trasformato in signoria quando l'equilibrio si sarebbe spostato verso l'imperatore come fonte sovra regolare del diritto e padrone assoluto. Mommsen descrive il principato come "autocrazia moderata dalla rivoluzione legalmente permanente”.
- Gli autori che l'hanno adottata considerano l'impero come una dittatura militare, come una mescolanza tra un potere monarchico effettivo e un quadro istituzionale repubblicano. Perciò i problemi istituzionali sono trascinati a vantaggio della "realtà del secolo": il principe governa con oscuri disegni più che con il ricorso ai poteri che gli sono stati legalmente conferiti. Due libri sono rappresentanti di questa tendenza: Von Premerstein analizza al di là dei privilegi di Augusto i fondamenti sociologici del potere. Si sarebbe accaparrato il motore della vita pubblica romana, l'insieme dei legami di clientela che esistevano tra élite politica e popolo; forte dell'appoggio dei cittadini e legionari, Augusto si è fatto affidare gli incarichi di tutela e cura della Res Pubblica dai quali avrebbe tratto tutti i suoi poteri civili e militari. Syme ricorreva allo studio bibliografico per ricostruire l'emergenza le qualità e i comportamenti di una nuova élite. Vari studi affrontarono i temi ideologici proposti dai vari principi per nascondere la realtà del nuovo regime. La maggior parte di questi studi descrivono il principato come un regime assoluto mascherato, la cui facciata repubblicana sarebbe un inganno, una pia menzogna.
- Riabilita e sviluppa il punto di vista di Mommsen, per rifiutando di considerare con Mommsen che tra la repubblica e il principato ci fosse soluzione di continuità. Bleicken ha ricordato che per i romani alla fine della Repubblica, l'ordine costituzionale consisteva essenzialmente in regole di diritto pubblico accompagnata da un insieme complesso di costumi. La res pubblica era destinata a mantenere una relativa eguaglianza tra le famiglie nobili e ad evitare la concentrazione del potere nelle mani di uno solo. Restaurare la Res Pubblica consisteva tutto nel ristabilire le regole di diritto pubblico e nel lasciare spazio ai costumi che ad esse erano legate. È così che bisogna intendere secondo Bleicken la restaurazione augustea, la quale interessava in primo luogo l'élite politica senatoria ed equestre, senza dimenticare la funzione del popolo. Il nuovo ordine pubblico costruito da Augusto si presentava come una reale continuazione del sistema politico repubblicano, completato da un elemento nuovo: i privilegi istituzionali, caratteristici della tarda repubblica, furono introdotti da Augusto: le elezioni e le legislazioni popolari, l'estrazione a sorte dei proconsoli, l'amministrazione diretta delle province da parte del senato, i limiti temporali e la collegialità dei poteri in particolare. Venne sottratto al consolato l'imperium militare riservato esclusivamente ad Augusto. La restaurazione della repubblica ebbe effetti durevoli e solo alla fine del II secolo la legittimità del potere iniziò a scivolare dal senato e dal popolo verso il princeps.
L'età triumvirale (44-28)
Gli anni 44-28 furono contrassegnati da atti di forza e dall'adozione di poteri eccezionali e di privilegi, che misero spesso in difficoltà la vita istituzionale regolare di Roma: così le elezioni furono turbate e spesso controllate dai triumviri e le decisioni importanti strappate al senato con la forza. Le principali decisioni dei triumviri e dei poteri legali contenevano in luce la figura istituzionale dei princeps.
Il 1 gennaio del 43 il senato affidò a Giovane Cesare un imperium di propretore, accompagnato dalle insegne consolari, dal diritto di sedere in senato fra i questori di prendere la parola e di votare con i consolari, e di poter aspirare al consolato 10 anni prima (aveva 19 anni) dell'età legale. In 7 gennaio del 43 ebbe gli auspici e i fasci. Dopo la battaglia di Modena in cui morirono i due consoli Giovane Cesare si riavvicinò a Marco Antonio. Il 19 agosto 43 sotto la minaccia delle armi si fece eleggere console con Q. Pedio. Il suo primo atto di governo fu far votare la lex Curiata che confermava la sua adozione da parte di Cesare. Q Pedio fece una legge per ricercare e punire i cesaricidi.
Dopo varie manovre i 3 triumviri si incontrarono presso Bologna e nella totale illegalità decisero di dividersi il potere con il titolo di triumviri. I Triumviri si erano divisi l'amministrazione delle province. Giovane Cesare e Pedio rinunciarono al consolato che fu dato a due amici di Antonio: sotto la pressione di Antonio e Lepido furono redatte delle liste di proscrizione nelle quali erano iscritti i loro nemici. Il 27 novembre 43 il plebiscito del tribuno della plebe P. Tizio conferiva valore legale al triumvirato, avevano così per 5 anni un potere eguale ai consoli. Potevano anche proporre i candidati alle magistrature per i prossimi 5 anni e di consultare il senato.
La Gallia Transalpina e la Gallia Cisalpina eccetto la Narbonese furono date a Marco Antonio; la Narbonese e le 2 province di Spagna a Lepido; l'Africa, la Sicilia e la Sardegna a Giovane Cesare. Dopo Filippi (42) le province furono ripartite in funzione della nuova situazione: Antonio mantenne la Gallia transalpina e ottenne di governare le province di lingua greca; Lepido ottenne la Gallia Narbonese e l'Africa; Giovane Cesare le 2 province di Spagna, la Sardegna e la Sicilia. Giovane Cesare ottenne di sistemare in Italia i veterani smobilitati (50.000/60.000 uomini) le misure di espropriazione riguardavano 18 città dell'Italia e insieme alle proscrizioni crearono un bagno di sangue a Perugia nel 40.
Dopo questo conflitto fomentato da Antonio, i triumviri erano vicini alla rottura, ma arrivano ad una pace a Brindisi nel settembre del 40. Le province furono redistribuite (Antonio Illiria; Giovane Cesare province latine tranne l'Africa che fu data a Lepido). Giovane Cesare doveva fermare le scorrerie i Sesto Pompeo in Italia e Marco Antonio i Parti per vendicare Crasso. Dopo Brindisi Giovane Cesare ebbe il titolo di Imperator.
L’estate del 41 Sesto Pompeo toglieva il blocco navale e otteneva la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Il 31 dicembre 38 i poteri dei triumviri dovevano finire, ma nella primavera del 37 a Taranto decisero una proroga di 5 anni. Dopo le vittorie su Sesto Pompeo Giovane Cesare riuscì anche ad accaparrarsi le truppe di Lepido (estate 36) e inviò quest’ultimo in esilio a Circei dove rimase per 24 anni. Tornato a Roma Giovane Cesare proclamò la fine delle guerre civili e lo sgravio dalle imposte più pesanti. In cambio ottenne: Arco di Trionfo, una colonna dorata ornata da rostri e coronata con la sua statua trionfale, il diritto di portare per sempre la corona di alloro, celebrare ogni anno un banchetto commemorativo della sua vittoria in Sicilia nel tempio di Giove, con moglie e figli. In cambio della sua proposta di deporre il triumvirato, un plebiscito gli conferì la sacralità di un tribuno della plebe e il diritto di sedere in senato sui banchi dei tribuni. Nel 35 anche Livia (moglie) e Ottavia (figlia) ebbero una statua e la liberazione dalla tutela.
Gli anni seguenti furono impiegati dai triumviri a rafforzare loro posizione e a perseguire i loro compiti: per uno la soluzione del problema dei veterani e il ristabilimento dell’ordine pubblico in Italia, per l’altro la riorganizzazione delle province di lingua greca e la preparazione per la guerra partica. Giovane Cesare seppe conquistarsi la fiducia della plebe romana, dei veterani e soprattutto dei centurioni (dei quali favoriva la promozione sociale), ma anche il sostegno delle élite romane e italiche, che furono perdonate e spesso ricompensate con cariche. Parallelamente iniziò una campagna di denigrazione di Antonio, la quale comportava anche aspetti istituzionali. Nel 36 proclamando la fine delle guerre civili, aveva proposto ad Antonio di deporre il potere triumvirale (tenendo l’Italia con i veterani, Giovane Cesare rischiava meno di Antonio). Tutte queste condizioni portarono ad una rottura tra i triumviri, consumata nel gennaio del 33, sempre su base istituzionale. Nel 31 il popolo e il senato decisero di far cadere Antonio dal consolato che doveva rivestire nel 31, di privarlo di ogni potere (del triumvirato) e di dichiarare guerra a Cleopatra.
Per mascherare la detenzione dei suoi poteri di fatto, Giovane Cesare utilizzò, estendendola, la pratica tradizionale del giuramento militare di fedeltà al comandante. Per dare una parvenza di legittimità extra costituzionale ai poteri egli fece prestare giuramento non soltanto alle truppe, ma a tutta l’Italia e agli abitanti delle province che controllava e tutti questo lo invocarono come comandante in capo della guerra. Tale giuramento aveva un valore militare diretto per i soldati, e mirava ad ottenere la lealtà dei civili (considerati come una riserva mobilitabile).
Dopo le vittorie di Azio (2 settembre 31) e di Alessandria (1 agosto 30) questo consenso si manifestò con l’accumularsi di onori e privilegi sulla testa del vincitore. Il senato gli accordò la corona ossidionale e il trionfo su Cleopatra. Archi di trionfo dovevano essere eretti a Brindisi e a Roma, e il tempio del Divino Giulio doveva essere decorato con i rostri di Azio. Giochi votivi penteterici per la salvezza del principe e tre feste annuali furono indette per il popolo e per il senato, i sacerdoti avrebbero ormai formulato auguri per la sua salvezza. Il giorno del ritorno solenne del vincitore doveva essere celebrato e iscritto fra le feste del calendario. Infine si doveva offrire in occasione dei banchetti pubblici e privati una libagione al genio dell’imperatore Cesare. Questi onori furono completati nel 30, quando il senato accordò a Giovane Cesare il diritto di nominare dei patrizi, lo ius auxilii dei tribuni, accompagnato dal diritto di grazia e dall’autorizzazione di portare il prenome imperator. Il 1 gennaio del 29 tutti (magistrati e senato) prestarono il giuramento di riconoscere e di osservare tutte le disposizioni prese dall’imperatore Cesare. Fra gli altri privilegi, si decise anche d’iscrivere il suo nome negli inni dei Salii e di accordargli il diritto di nominare sacerdozi pubblici quanti candidati avesse voluto. L’11 gennaio 29 il tempio di Giano fu chiuso. La pace era tornare nell’Impero.
Il principato di Augusto (27 a.C.- 14 d.C.)
Dal 29 (ovviamente senza cedere nulla del suo primato, Giovane Cesare cominciò a restituire dei poteri (così come aveva promesso a parecchio riprese e ancora nel 32). Dopo il triplice trionfo del 29 e l’assunzione de consolato con Agrippa nel 28, egli avviò un censimento del popolo e una lectio senatus (reclutamento del senato) in occasione della quale ricevette il titolo di princeps senatus. Alla fine dell’anno il principe pubblicò un editto, con il quale annullava tutte le disposizioni illegali e contrarie al diritto che avesse potuto prendere nel corso del periodo da triumviro. Qualche giorno più tardi ebbe luogo la restituzione della res pubblica al senato e al popolo, in altri termini il ripristino della normalità istituzionale, per la quale Augusto rimaneva un semplice console, investito della pienezza dell’imperium (domi e militare- civile e militare).
Il 13 gennaio 27, l’imperatore Cesare (console per il 27) propose al senato la rinuncia ai propri poteri straordinari. In seguito a questo atto il senato gli decretò la corona civile, che fu fissata sopra la porta della sua casa. Il 15/16 gennaio il senato e il principe elaborarono un senatoconsulto, che definiva i termini di una divisione dei poteri e delle province e che segnava di fatto la nascita del governo imperiale. Il senato avrebbe amministrato direttamente le province attraverso proconsoli di rango consolare o pretorio, estratti a sorte. Il princeps ricevette l’incarico di governare per dieci anni la Spagna con la Betica, le Gallie, la Siria (con Cilicia e Cipro) e di comandare le truppe dislocate in questo province, in virtù del suo imperium consolare.
Dopo gli atti del gennaio 27, la res pubblica, in quanto funzionamento delle regole tradizionali del governo del senato e del popolo era praticamente ripristinata. Il principe aveva restituito il governo al senato e al popolo, le elezioni avevano di nuovo luogo, i fasci consolari si alternavano e i magistrati avevano ritrovato le lor prerogative, come il senato che era di nuovo regolarmente consultato e governava anche una parte delle province secondo il modo tradizionale. Ma quali erano i poteri grazie al quale il principe governava le sue province? Un imperium consolare (come prima delle riforme di Silla) o un imperium proconsolare?
Mommsen crede che il senato e il popolo avesse conferito al princeps poteri proconsolari che lo abilitava a comandare le truppe e ad amministrare le province che gli fossero state attribuite (perché Augusto aveva esplicitamente confermato il sistema sillano del potere consolare). Tuttavia egli concludeva che dopo aver ricevuto nel 29 il diritto di portare per tutta la vita il titolo e le insegne di imperator il principe era in grado come gli altri imperator repubblicani di esercitare un imperium in base ad una semplice decisione del senato. Il titolo gli conferiva un’idoneità a esercitare certi poteri.
La teoria di Mommsen è stata criticata in quanto altri supponevano che Augusto avesse governato le sue province tra il 27 e 23 come console, disponendo inoltre di un imperium maius nelle province senatorie. Un altro sostenitore di questa tesi ha inoltre immaginato che Augusto avesse detenuto questo imperium consolare per tutta la vita. Criticando una terza tesi secondo la quale Augusto avrebbe ricevuto un imperium nudo e privo di caratteri specifici. Gelzer ha sviluppato la dottrina dell’imperium consolare allargato che si sarebbe trasformato nel 23, con l’abbandono del consolato, in imperium proconsolare accresciuto dall’imperium proconsolare maius.
Brunt ha ripreso la teoria dell’imperium consolare supponendo che nel 27 Augusto avesse ricevuto, grazie a una legge una provincia particolare per un periodo limitato e con alcuni diritti complementari, soprattutto quello di poter arruolare truppe a Roma e in Italia (teoria molto promettente). Il problema posto da un’iscrizione di Cuma, nella provincia senatoria dell’Asia, che fa riferimento a una decisione dell’anno 27, non influisce su questo dibattito. In effetti, secondo il documento ritrovato sulla pietra, è in qualità di console che Augusto scrive, con il collega Agrippa, al proconsole dell’Asia (e forse ai governatori delle province greche, ad eccezione dell’Egitto), molto probabilmente per trasmettergli i termini di una decisione del senato che incaricava lo stesso Augusto, in quanto console e autore della relatio, di dare una direttiva al governatore o ai governatori. In seguito al senatoconsulto e alla legge divisoria delle province, il senato diede al princeps il famoso soprannome di Augustus: preso in prestito dalla sfera augurale e legato al dominio dell’Auctoritas, esso significava che il suo detentore era dotato di una capacità e di una felicità d’azione eccezionale.
Questo soprannome significa letteralmente “dotato del massimo della forza sacra”, lo abilitava a portare a termine un compito, ed era avvicinato dagli antichi ad augurium (constatazione della presenza del massimo della forza sacra) e ad augure (accrescere). Tra il 29 e il 27 Augusto era incerto se prendere il soprannome di Romolo. Lo stesso 16 gennaio del 27 il senato gli accordò indubbiamente anche il diritto di ornare la sua porta di alloro e fece esporre nella curia, accanto alla statua e all’altare della Vittoria, dedicati il 28 gennaio del 29, uno scudo che enumerava le sue virtù cardinali (coraggio nel combattimento, energia nella vita pubblica, la clementia verso i vinti e i nemici).
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