Macroeconomia
Capitolo primo
Nell’ambito delle discipline economiche è ormai invalsa la distinzione tra microeconomia e macroeconomia. La microeconomia propone una trattazione dettagliata delle decisioni individuali finalizzate ad un comportamento ottimizzante. Questa ha una teoria che è nominata ‘teoria dell’equilibrio economico generale’ che vuole studiare simultaneamente i mercati di tutti i beni e servizi. Secondo questa teoria, in un sistema di mercato i prezzi e le scelte di produzione sono interrelati tra loro e spiega anche come un’economia composta da più individui sia compatibile con un equilibrio tra tutti i mercati. L’equilibrio è dato quando su tutti i mercati la domanda è uguale all’offerta.
L’analisi macroeconomica pone l’accento sulle interazioni del sistema economico nel suo complesso; semplifica volutamente le analisi che riguardano i comportamenti individuali al fine di consentire un’analisi gestibile delle interazioni a livello dell’intero sistema economico, quindi dei suoi aggregati fondamentali. Queste interazioni all’interno dei sistemi economici sono quelle che poi vanno a causare fenomeni come la disoccupazione, l’inflazione, lo squilibrio economico finanziario che vengono risolte dalle politiche economiche.
Sul finire del 19esimo secolo, con l’affermazione del paradigma neoclassico, basato sulla teoria dell’equilibrio economico generale, si sono stabiliti tre punti cardine:
- La teoria della distribuzione si fonda sulla produttività marginale dei fattori produttivi, ovvero garantisce ai lavoratori una remunerazione proporzionata alla produttività.
- La teoria della mano invisibile di Adam Smith, che garantisce una razionalità ed efficienza nell’allocazione delle risorse.
- La fiducia nella natura automatica e autoregolantesi del meccanismo di mercato.
Nel 1929 in America ci fu la forte crisi che non poteva più essere spiegata dalla teoria neoclassica tradizionale, per questo si fece strada una nuova corrente per cui era necessario abbandonare il liberismo per salvare il capitalismo. Questo movimento divenne noto come ‘rivoluzione keynesiana’. K. osserva che non sempre la produzione trova qualcuno che sia disposto ad acquistarla in quanto chi ha un reddito non per forza deve spenderlo subito, perciò può decidere di tenerlo in parte presso di sé per aumentarne il quantitativo tramite il tesoreggiamento. Quindi la domanda globale di beni sarebbe inferiore al valore dell’offerta globale. Di fronte alla deficienza della domanda globale, le imprese reagiscono riducendo la produzione, licenziando lavoratori e distribuendo redditi inferiori. Quindi, questa situazione aggrava molto di più la situazione generale.
La soluzione per Keynes è molto semplice e quando la domanda è troppo debole, bisogna aumentarla. Lo si fa aumentando la spesa dello Stato che da una parte serve a dare lavoro ai disoccupati e dall’altra consente l’aumento della domanda di chi riceve un reddito e può quindi spenderlo. Una volta riassorbita la disoccupazione, la spesa pubblica può essere ridotta, mentre il gettito delle imposte aumenterà necessariamente perché dipende dal livello di produzione del reddito, nel senso che quando il reddito aumenta, la raccolta di tasse aumenta. Di conseguenza il disavanzo iniziale potrà essere riassorbito in un periodo di tempo non troppo lungo.
Nel secondo dopoguerra, la crisi è stata affrontata attraverso una serie di manovre che hanno determinato il Golden Age come il Welfare State che ha migliorato notevolmente le condizioni dei cittadini, ma ha anche comportato aumento degli sprechi e delle inefficienze nell’uso delle risorse pubbliche. All’inizio degli anni Settanta del Novecento la stabilità monetaria venne meno e spinte inflazionistiche gravi si manifestarono in tutti i principali paesi industrializzati. Perciò fu introdotta una nuova soluzione opposta alla rivoluzione keynesiana che fu il monetarismo, che riteneva che l’unica causa dell’inflazione fosse stata l’eccessiva espansione della quantità di moneta in circolazione. Perciò era necessaria usare una politica monetaria in senso rigorosamente restrittivo, la cosiddetta economia dell’offerta che consisteva nel ridurre contemporaneamente la spesa pubblica e le imposte in modo da lasciare più risorse all’iniziativa privata.
A livello macroeconomico
A livello macroeconomico è possibile limitare l’analisi a tre mercati:
- Mercato dei beni e servizi
- Mercato della moneta
- Mercato del lavoro
Il mercato dei beni raccoglie tutti i singoli mercati di beni e servizi analizzati in microeconomia. Si suppone che il mercato produca un solo bene suscettibile di molteplici usi, nel senso che esso sia destinato sia al consumo sia all’investimento. Quindi avremo una sola offerta aggregata e una domanda aggregata composta da quattro settori:
- Consumi delle famiglie (C)
- Investimenti delle imprese (I)
- Spese in beni e servizi compiuti dalla pubblica amministrazione (G)
- Esportazioni nette (NX) effettuate dal settore estero ossia differenza tra esportazioni (domanda estera di prodotti nazionali) ed importazioni (domanda nazionale di prodotti esteri)
= C + I + G + NX
La domanda e l’offerta di questo bene sono equilibrate dal livello di produzione o anche detto PIL (prodotto interno lordo). Gli agenti economici che ci serviranno per fare l’analisi sono: le famiglie che effettuano consumi, le imprese che effettuano investimenti, la pubblica amministrazione che compie spese su beni e servizi attraverso tassazione o esportazioni ed importazioni. La somma di queste componenti determina un equilibrio della domanda aggregata rispetto a un dato livello della produzione tramite la cosiddetta teoria del moltiplicatore.
Il mercato della moneta si focalizza su quest’ultima come strumento che rende possibili le transazioni tra soggetti economici ed è anche un mezzo attraverso cui gli individui possono accumulare potere d’acquisto per poi fare investimenti. Bisogna quindi trattare delle problematiche del mercato della moneta e del sistema finanziario per cui è importante analizzare il tasso di interesse come remunerazione delle risorse finanziarie investite nel tempo. Il mercato della moneta è costituito da un’offerta che è il risultato delle scelte della Banca Centrale o delle altre banche che creano moneta e da una domanda di moneta, ossia l’insieme di motivazioni per cui i soggetti decidono di detenere moneta.
Una volta definiti questi due mercati separatamente si individua un’unica condizione di equilibrio macroeconomico a prezzi fissi, il modello IS-LM. Esso comporta l’uguaglianza dell’offerta e della domanda del mercato dei beni con l’offerta e la domanda del mercato della moneta dando luogo ad un unico equilibrio nel sistema economico quando il livello dei prezzi è dato (breve periodo). Quindi la domanda di beni e servizi influenza la produzione; le variazioni della domanda possono portare a una riduzione della produzione o ad un aumento. Per semplificare il modello si suppone però che almeno nel breve periodo i prezzi non cambino. Nell’equilibrio macroeconomico si possono quindi affrontare la politica monetaria che attiene alla gestione della quantità di moneta e dei suoi effetti sul tasso di interesse, mentre la politica fiscale attiene alla spesa pubblica. In questo equilibrio ribadiamo il modello IS-LM che consente di determinare quella coppia di valori del tasso di interesse e del reddito compatibile con l’equilibrio dei due mercati considerati.
Il mercato del lavoro si focalizza sulla funzione del salario reale che rappresenta il prezzo del servizio del fattore lavoro nell’influenzare la domanda e l’offerta e l’equilibrio del mercato. La domanda di lavoro sarebbero le scelte delle imprese che puntano alla massimizzazione dei profitti riguardo la quantità di lavoro da usare per produrre, confrontando produttività con salario reale. Tale salario rappresenta il reddito in termini di capacità d’acquisto. L’offerta di lavoro descrive le scelte dei lavoratori riguardo la ripartizione del tempo tra l’attività lavorativa e il tempo libero.
La teoria macroeconomica
La teoria macroeconomica si interessa anche nel determinare il livello generale dei prezzi considerando il caso di prezzi flessibili. È possibile che il livello dei prezzi assuma un valore negativo e in questo caso si tratta di una situazione di deflazione. In questo caso non si fa più riferimento al modello IS-LM ma a quello della domanda-offerta aggregata (AD-AS) che descrive l’andamento della produzione e dei prezzi tenendo conto dell’equilibrio sui mercati reali, finanziari e del lavoro. La curva di domanda aggregata (AD) descrive le condizioni di equilibrio sul mercato dei beni e della moneta per ogni livello dei prezzi. La curva di offerta aggregata (AS) descrive le condizioni di equilibrio sul mercato del lavoro in corrispondenza di ogni possibile livello dei prezzi.
Nel campo delle relazioni economiche e finanziarie con gli altri paesi ci occuperemo del livello di reddito di equilibrio in un’economia aperta. Quindi questo comporta l’analisi del mercato valutario e del tasso di cambio, ovvero il numero di unità di valuta estera che si possono acquistare con un’unità di valuta nazionale. In caso di regime di tassi di cambio fissi, la Banca Centrale di ciascun paese mantiene costante il prezzo delle valute estere acquistandole e vendendole al tasso di cambio prefissato. In questo caso la B.C. detiene delle riserve di valuta estera, dette riserve ufficiali. In regime di tassi flessibili, il tasso di cambio è soggetto a variazioni e varia in base all’andamento della domanda e dell’offerta.
Fino ad ora abbiamo analizzato il breve periodo. Nel lungo periodo invece la crescita economica si ha in relazione al reddito pro-capite. La grandezza fondamentale dell’analisi macroeconomica è il prodotto interno lordo (PIL) che rappresenta una misura della produzione finale quale somma complessiva di beni e servizi in un certo lasso temporale. Questo primo metodo di definire il PIL fa sì che esso sia un flusso di beni e servizi prodotti all’interno di una collettività, ma deve essere depurato dal valore dei beni intermedi ovvero i beni di mezzo nel processo produttivo. Per non contare due volte i beni intermedi nel PIL si considera infatti il valore aggiunto ossia la differenza tra i ricavi di un’azienda e il costo dei beni intermedi che compra da altre imprese (es. di bene intermedio=> farina usata dal fornaio per fare il pane).
Una seconda regola di calcolo del PIL è data dalla somma del valore aggiunto, la differenza tra il valore dei ricavi e i costi sostenuti per l’acquisto dei beni intermedi. Un terzo metodo di calcolo del PIL consiste nella somma dei redditi di tutti quelli che hanno partecipato al processo produttivo. Procediamo con la scomposizione del reddito nazionale. Se ipotizziamo di misurare il valore complessivo di tutti i beni e servizi prodotti in un singolo anno otteniamo la produzione lordavendibile. Questo valore comprende anche i beni intermedi e se li sottraiamo alla produzione lordavendibile otteniamo il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato.
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