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Capitolo 1.1. Stato e mercato

L’economia di mercato è la forma migliore e più efficiente di organizzazione sociale, perché la libera iniziativa economica è parte fondamentale dei diritti civili, e perché è comune il pensiero che nulla sia più efficiente dell’interesse individuale.

Secondo Smith, la mano invisibile, ovvero il mercato, armonizzerebbe in modo inconsapevole gli interessi individuali indirizzandoli verso il bene comune; ma pur operando in modo razionale, il singolo individuo non persegue il bene generale. E questo giustifica l’intervento pubblico.

Diverse concezioni di stato

Dalle modalità di intervento pubblico, scaturiscono diverse concezioni di Stato.

  • Lo Stato Minimo, è basato sul lasseiz faire, e quindi sulla piena libertà di mercato, in grado di assicurare la massima produzione possibile dati i fattori produttivi e perciò il benessere collettivo. I pubblici poteri dovevano assicurare il funzionamento della sicurezza pubblica, il rispetto dei diritti di proprietà e il governo della moneta; gli altri servizi erano lasciati al volontario caritatevole, per motivi di consenso politico e perché altrimenti sarebbero risultati troppo onerosi. Smith contesta tale sistema perché il mercato avrebbe realizzato l’interesse generale se fosse stato veramente libero, e non soggetto agli interessi di pochi e al potere politico. Il lasseiz faire quindi fallisce perché porta all’arricchimento di pochi e all’impoverimento della maggioranza.
  • La reazione più estrema si ha con il Comunismo, che critica anche esso il lasseiz faire, dicendo che povertà e ricchezza sono facce della stessa medaglia. Partendo dal presupposto che l’interesse collettivo e l’interesse individuale sono inconciliabili, e che lasciare il mercato in mano a pochi avrebbe comportato lo sfruttamento e la disuguaglianza sociale, la soluzione è la proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Lo Stato abolisce il mercato, promuovendo una programmazione statale della produzione. Il fine di tale sistema è quello di liberare tutti dallo stato di bisogno (ideali di uguaglianza), ma il prezzo pagato è stato lo schiacciamento degli altri diritti, non solo la libertà economica ma anche il diritto di espressione o di scelta del proprio modello di vita. Questo porta al fallimento del comunismo.
  • Il compromesso è stato lo Stato Sociale, che prevede l’intervento attivo dei pubblici poteri nell’imporre regole di condotta al mercato e nel sostituirsi ad esso, questo perché il mercato era riconosciuto come incapace di raggiungere da solo l’efficienza e il benessere, dati i suoi limiti e fallimenti. Questo sistema troppo assistenzialista va in crisi perché registra deficit troppo alti e la conseguenza sarebbe l’innalzamento delle tasse e costi, che avrebbe bloccato la crescita economica. La figura dello Stato interventista è stata frenata dalla crisi fiscale e dai processi di liberalizzazione. Lo Stato non è più produttore, ma garante della produzione e si sostituisce al mercato in caso di suo fallimento.

Fallimenti del mercato

Non tutti gli obiettivi che il mercato non riesce a raggiungere sono da qualificare come fallimenti. Il mercato fallisce quando non riesce a raggiungere obiettivi prefissati o alla sua portata; negli altri casi si parla di limiti. Secondo la teoria economica, il benessere della collettività si massimizza con la massimizzazione della produzione, che soddisfa i bisogni, ma i bisogni sono illimitati, e nella concezione di benessere non sono presi in considerazione altri valori, come il tempo libero.

Le qualità e i fallimenti del mercato vengono analizzati confrontando il mercato in concorrenza perfetta con il mercato reale.

  • 1° virtù: un mercato in piena concorrenza garantisce che la produzione sia la massima possibile dati i fattori produttivi a disposizione, poiché consegue l’efficienza allocativa e produttiva: produttiva perché nel lungo periodo l’impresa produrrà a costi inferiori, allocativa perché le imprese utilizzano al meglio i loro fattori produttivi. L’effetto è la soddisfazione delle condizioni Pareto Efficienti, in quanto non si può produrre un’unità aggiuntiva di un prodotto senza ridurre la produzione di un altro bene, e non si può aumentare il consumo di un soggetto senza ridurre il consumo di un altro. Fallimento perché tale mercato non è realizzabile, in quanto i fattori produttivi non sono del tutto utilizzati, basti pensare alla disoccupazione, le condizioni Pareto efficienti non sono raggiunte perché non sempre si opera in piena concorrenza, le economie di scala portano a dimensioni aziendali non compatibili con il mercato concorrenziale e le imprese più grandi eliminano quelle piccole.
  • 2° virtù: un mercato in piena concorrenza, genera nuova concorrenza. Fallimento: i mercati sono caratterizzati da barriere all’entrata a causa di economie di scala, comportamenti strategici, o sunk cost.
  • 3° virtù: un mercato in piena concorrenza assicura che il benessere individuale sia coerente con quello collettivo. Ma il benessere collettivo non è la mera somma del benessere individuale. Fallimento: prima delle scelte di acquisto, il singolo opera un confronto tra benefici e sacrifici. Acquisterà un’unità aggiuntiva di un bene, se l’utilità marginale di tale unità sarà pari al costo marginale, ovvero al costo disposto a pagare. Un’impresa produrrà un’unità aggiuntiva di bene, se il ricavo marginale sarà pari o superiore al costo marginale di produzione.

Interventi dello stato

Lo Stato interviene quando ci sono esternalità negative e positive. Ogni attività genera effetti dannosi o a beneficio della collettività. Lo Stato quindi interviene tassando o indennizzando le imprese. Il benessere collettivo è raggiunto se nell’uguaglianza tra P e CMg, tra i costi sono considerati anche i costi marginali sociali.

I beni pubblici, caratterizzati da non rivalità (il loro consumo da parte di alcuni non limita il consumo di altri) e da non escludibilità (non si esclude dal consumo chi non paga), sono esclusi dalle regole del mercato secondo cui il loro utilizzo è riservato solamente a chi paga. Non è vero che la libera iniziativa economica fornisca tutti i beni che i singoli e la collettività sono disposti a pagare; c’è bisogno dell’intervento dello Stato per la fornitura o per incentivare le imprese a produrli.

I beni meritori, sono beni e servizi che il pubblico preferisce non acquistare perché non ne vede l’utilità, ma lo Stato ne impone il pagamento perché tutelano l’interesse pubblico.

Il lungo periodo può richiedere un orientamento di lungo periodo (realizzare una grande infrastruttura può richiedere tempo e quindi disincentivare l’investimento). Il principale limite del mercato è l’equità, cioè la distribuzione del benessere all’interno della collettività.

L’equità distributiva: secondo il criterio Paretiano, un sistema economico è efficiente dal punto di vista allocativo, se è impossibile aumentare il consumo di un soggetto senza diminuire il consumo di un altro. L’efficienza allocativa è raggiunta qualunque sia la distribuzione dei consumi all’interno della collettività, quindi non è detto che un assetto distributivo efficiente sia anche equo. Il massimo che si può chiedere al mercato, è di produrre per la domanda pagante, lasciando al sistema pubblico la distribuzione del benessere tramite tassazioni o trasferimenti di risorse.

In questo caso sono importanti i SIEG, servizi di interesse economico generale, che le imprese non fornirebbero perché troppo costosi, ma che lo Stato ritiene sia essenziale garantirli a tutti a condizioni accessibili.

Secondo lo Stato minimo la distribuzione avviene secondo il merito, nello Stato sociale la distribuzione avviene in parti uguali per tutti.

L’equità intergenerazionale: possibilità alle generazioni future di usufruire delle stesse opportunità di quelle attuali; lo Stato interviene per porre un limite allo sfruttamento.

Liberalizzazioni e privatizzazioni

Liberalizzare un mercato significa aprirlo alla libera iniziativa economica e quindi alla concorrenza. Privatizzare vuol dire cedere a soggetti privati la proprietà o il controllo di una determinata attività.

Liberalizzazione

La realizzazione di un mercato unico europeo, caratterizzato dalla libera iniziativa economica, prende avvio nel 1957, con il Trattato di Roma, che sancisce la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone, e la libertà di stabilimento in paesi diversi da quello di origine.

La liberalizzazione del mercato dei beni è stata realizzata con una certa rapidità, con il graduale abbattimento delle barriere doganali; seguita da una progressiva liberalizzazione del mercato di capitali. La libera circolazione di persone invece non si è ancora tradotta nella liberalizzazione del mercato del lavoro. La liberalizzazione della circolazione dei servizi invece è stata lenta in quanto:

  • Gli Stati europei si sono opposti, poiché essendo il servizio erogato nel luogo di consumo, non è soggetto a concorrenza geografica;
  • Mancando la concorrenza, mancano anche gli stimoli all’efficienza e quindi alla riduzione dei costi;
  • All’inizio erano considerati servizi pubblici quelli offerti da pubblici poteri o imprese pubbliche, invece con i processi di liberalizzazione, i servizi pubblici possono anche essere erogati da imprese private. È il caso delle public utilities, che erogano servizi a rete, con uso di infrastrutture in monopolio e servizi essenziali di interesse generale.

Privatizzazione

Aprendo i mercati a nuovi operatori, i processi di liberalizzazione hanno determinato il passaggio in mano privata di quote di produzione prima monopolizzate da imprese pubbliche. L’UE ha spinto la sussidiarietà orizzontale, secondo la quale lo Stato si ritira da attività che possono essere svolte da soggetti privati, mantenendo però il ruolo di garante.

In Italia lo Stato imprenditore si è manifestato nel 1933 con la costituzione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), la cui prima finalità fu salvare il collasso economico salvando le banche.

Alla fine degli anni '80 lo Stato abbracciava tutti i rami dell’attività economica, soprattutto nei settori dell’infrastruttura, delle utilities, idrocarburi; ma le partecipazioni pubbliche cominciarono a subire crescenti pressioni politiche volte a ridurre l’autonomia imprenditoriale, soprattutto per la grave situazione economica che viveva il paese, quando il debito pubblico superò il PIL. La crisi fiscale successiva rese inevitabile la dismissione delle imprese statali.

Privatizzazione formale: trasformazione dello status giuridico di un’amministrazione o di un ente pubblico in società di capitali, di cui però il pubblico mantiene il controllo.

Privatizzazione sostanziale: passaggio di proprietà da soggetti pubblici a soggetti privati.

Nel caso delle infrastrutture, la privatizzazione non comporta la perdita della proprietà pubblica, ma sono gestite in concessione dallo stato.

Nei mercati in piena concorrenza, le regole del gioco sono rispettate, si compete sulla qualità e sul prezzo e si raggiunge l’efficienza; nell’epoca pre-liberalizzazione tali condizioni erano assenti, il settore dei servizi di pubblica utilità era protetto dalla concorrenza e gestito in monopolio pubblico. Nel momento in cui tali monopoli fossero stati ceduti a privati, questi avrebbero pensato più al loro tornaconto, soprattutto perché risultava difficile istituire subito una concorrenza leale. Per evitare troppo potere ai privati, si rese necessario istituire organismi pubblici che imponessero regole di gioco (ex ante) e sanzionassero condotte anticoncorrenziali (ex post).

Capitolo 2.1. Antitrust e regolazione dei mercati

Il diritto della concorrenza e la regolazione economica si applicano alle attività economiche, che possono essere esercitate a fini di lucro. Per impresa si intende qualsiasi soggetto che esercita attività economica.

Il Trattato di Roma del 1957 ha introdotto norme sulla concorrenza dirette ad abbattere gli ostacoli alla circolazione di beni e servizi per la realizzazione di un mercato unico europeo. Il trattato è stato negli anni oggetto di revisioni fino ad arrivare all’attuale Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

La creazione di un mercato unico europeo richiedeva l’istituzione di organismi preposti a imporre il rispetto, infatti sono nate la Direzione Generale della Concorrenza, il Tribunale di prima istanza e le Autorità nazionali della concorrenza. Le Autorità di Regolazione hanno competenza sui singoli settori di servizi pubblici ed impongono ex ante regole di gioco concorrenziale alle imprese.

Autorità della concorrenza

Il compito delle Autorità della Concorrenza è di vigilare sul rispetto delle regole della concorrenza sanzionando i comportamenti difformi (ex post). Entrambe le autorità sono indipendenti dalle imprese e governi nazionali, ma rispondono alle leggi parlamentari nazionali e alle norme comunitarie.

Regolazione dei mercati e antitrust hanno in comune lo scopo di assicurare un corretto gioco concorrenziale, la non discriminazione, qualità, prezzi orientati a costi efficienti e beni/servizi disponibili a condizioni eque.

Gli approcci della regolazione della concorrenza sono:

  • Promozione della concorrenza nel mercato, quindi la compresenza di più operatori in competizione fra loro; la regolazione in questo caso tende ad abbattere le barriere all’entrata, garantire un gioco pulito;
  • Promozione della concorrenza per il mercato, in un’ottica di gestione del mercato in mano a poche imprese. La vincitrice della gara di appalto erogherà il servizio in maniera esclusiva, temporaneamente. La concorrenza viene salvaguardata ponendo in competizione più soggetti alle stesse condizioni, senza collusioni, fissando la durata in modo equo e soprattutto facendo in modo che la maggior efficienza della vincitrice non si trasformi in extraprofitti monopolistici, ma a vantaggio degli utenti. Questa modalità riguarda i casi nei quali esistono motivi di limitazione del numero di operatori, ovvero l’essential facilities, risorse scarse o SIEG.

La differenza tra le due modalità sta proprio nel libero accesso al mercato (se non ci fosse la necessità di garantire alcuni servizi, sarebbe meglio l’ingresso libero, perché incentiva la libera iniziativa e la soddisfazione del pubblico).

Le public utilities

Le public utilities sono servizi come telecomunicazioni, energia elettrica, acqua, gas, trattamento rifiuti, che presentano una configurazione a rete, ovvero composti da due segmenti:

  • Segmento a monte, relativo all’offerta di servizi infrastrutturali, quindi la messa a disposizione delle strutture;
  • Segamento a valle, produzione e vendita di servizi finali al pubblico, dove i servizi infrastrutturali rappresentano un input essenziale per la produzione del servizio finale.

Nella storia, la maggior parte dei servizi pubblici erano offerti da monopolisti verticalmente integrati, che contemporaneamente gestivano le infrastrutture a monte e vendevano i servizi finali a valle in condizioni di esclusiva; in questo modo si pensava si sarebbe garantito un comportamento corretto.

Con l’avvento dei processi di liberalizzazione, la gestione delle infrastrutture è rimasta in capo ad un’unica impresa, mentre il mercato a valle è stato aperto alla concorrenza, per cui la soluzione è stata assicurare il diritto di utilizzare le infrastrutture esistenti. Il rispetto di tale diritto si rende necessario soprattutto perché gli operatori integrati verticalmente, che hanno la gestione delle infrastrutture e competono sul mercato a valle con altre imprese la vendita del servizio, potrebbero boicottare o impedire l’accesso a terzi nel mercato dei prodotti finali.

Il diritto della concorrenza e la regolamentazione dell’accesso ad asset che rientrano nelle essential facilities, comporta degli obblighi, ovvero il consentire l’uso a chi lo richiede, il praticare prezzi equi, il divieto di discriminazione, o di usare a proprio favore informazioni commerciali.

Le essential facilities

Le essential facilities sono infrastrutture cui non può essere rifiutato l’accesso in quanto non sostituibili da altre e non duplicabili. La condizione di essenzialità delle infrastrutture e il conseguente obbligo di consentire l’uso a chi lo richiede, scaturiscono dal sussistere congiunto di alcune condizioni:

Condivisibilità

L’infrastruttura deve essere usata da più operatori; il rifiuto deve essere giustificato da valide motivazioni oggettive, che siano tecniche o economiche. Una delle ragioni più comunemente utilizzate è la congestione: la maggior parte dei servizi a rete è caratterizzata da picchi di domanda e momenti di flessione della stessa; ogni infrastruttura ha una capacità massima; se tale capacità fosse dimensionata sempre ai momenti di picchi di domanda, l’infrastruttura risulterebbe sottoutilizzata nei momenti di bassa domanda, per cui un certo grado di congestione è fisiologico. La congestione quindi non è una valida motivazione per rifiutare l’accesso, in quanto la condivisione con nuovi operatori è possibile riducendo il proprio utilizzo.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AAAiutostudio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia della regolamentazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Sebastiani Mario.
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