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Politica della concorrenza

Spesso le norme antitrust sono influenzate da motivazioni sociali legate al momento storico e quindi rispondono di volta in volta ad obiettivi molto diversi tra loro. In linea generale, alcuni obiettivi hanno ispirato e ispirano le politiche della concorrenza. Da un punto di vista economico, obiettivo fondamentale è la massimizzazione del benessere sociale economico.

Il benessere sociale (surplus totale)

Il benessere sociale economico è il concetto di base dell'economia per esprimere e mostrare i benefici che gli agenti economici ottengono dagli scambi reciproci. È una misura che aggrega il benessere di due distinti gruppi economici: il surplus totale è dato dalla somma del surplus dei consumatori e dei produttori. Dove:

  • Surplus del singolo consumatore = differenza tra la sua valutazione del bene (o la sua disponibilità a pagare per esso) e il prezzo che effettivamente paga per quel bene. → Surplus dei consumatori = somma di tutti i surplus di tutti i consumatori.
  • Surplus del singolo produttore = profitto ottenuto dalla vendita del bene in questione (al lordo dei costi fissi) → Surplus dei produttori = somma di tutti i profitti realizzati dai produttori dell'industria.

Da qui, deriva che, a parità di tutte le altre condizioni, un aumento del prezzo di vendita del bene riduce sempre il surplus dei consumatori e aumenta quello dei produttori. Tuttavia, in genere accade che l'aumento dei profitti per le imprese, conseguente ad un aumento dei prezzi, non compensa la corrispondente riduzione di surplus dei consumatori. Quindi, il benessere sociale è massimo quando il prezzo di mercato scende fino al costo marginale di produzione e si riduce man mano che il prezzo sale fino ad eguagliare il prezzo di monopolio.

Nb. In questa definizione si trascura completamente il problema della distribuzione dei benefici tra consumatori e produttori, non perché non sia importante, ma perché lo si considera un problema distinto. Inoltre, il concetto di benessere sociale non va interpretato solo in senso stativo, ma il benessere sociale futuro dovrebbe essere considerato insieme a quello presente, anche se spesso le due cose non coincidono.

Benessere dei consumatori (surplus dei consumatori)

In molte situazioni le pratiche che riducono il benessere sociale totale coincidono con quelle che riducono il benessere dei consumatori, e viceversa, ma non sempre è così. Ad esempio, in una situazione di discriminazione perfetta di prezzo adottata da un monopolista, questa pratica massimizza il benessere sociale a danno dei consumatori.

È quindi difficile dire se le autorità a tutela della concorrenza privilegino l'obiettivo del benessere dei consumatori o quello del surplus totale. Nella legislazione UE viene approvato qualsiasi accordo, decisione o pratica concordata che contribuisca a migliorare la produzione o la distribuzione di prodotto o a promuovere il progresso tecnologico o economico, pur riservando agli utilizzatori una congrua parte dei benefici che ne deriva. Da questa e da altre disposizioni, si può supporre che il benessere del consumatore sia tra gli obiettivi finali della normativa antitrust europea.

In linea di massima, l'uso di un criterio o dell'altro non comporta molte differenze nelle decisioni delle agenzie antitrust, però comunque resta da stabilire quale sia l'obiettivo più appropriato. Gli economisti prediligono il benessere sociale, mentre altri suggeriscono argomentazioni a favore del benessere del consumatore.

Su quest'ultimo, molto spesso i consumatori non sono in grado di utilizzare il loro potere proprio perché organizzare un'azione comune è molto complesso e molto costoso e i benefici che ne deriverebbero ricadrebbero anche su coloro che non sono stati attivi. Questo problema, noto come free-riding, rende molto difficile l'organizzazione di gruppi numerosi, mentre è meno difficile per le poche imprese di un mercato oligopolistico. Proprio per questa motivazione, l'autorità antitrust può avere un ruolo importante nel bilanciare i diversi poteri delle lobbying; di conseguenza, riconosce un maggior peso al surplus dei consumatori rispetto a quello dei produttori, proprio per bilanciare questo disequilibrio.

Stesso discorso vale in materia di fusioni. Nonostante tutte queste valide argomentazioni, potrebbe non essere ottimale per l'autorità antitrust adottare un obiettivo di benessere del consumatore. Primo perché il criterio di surplus del consumatore non tiene conto dei guadagni generati dall'impresa, di conseguenza i dividendi che sono distribuiti ai cittadini (sotto forma di fondi pensione o di investimenti) potrebbero essere danneggiati da una riduzione dei profitti. Se l'adozione del criterio di benessere del consumatore miri a favorire i cittadini in contrapposizione alle imprese, non è chiaro come questo possa avvenire.

Secondo, cercando di raggiungere l'obiettivo di massimizzazione del surplus del consumatore, i prezzi sul mercato potrebbero essere pari ai costi marginali, con il risultato che le imprese sarebbero costrette a uscire dall'industria nel lungo periodo o ad essere sussidiate per coprire i loro costi fissi. Infine, prezzi e profitti più bassi porterebbero a meno incentivi per l'innovazione, per gli investimenti e per l'introduzione di nuovi prodotti.

Quindi, privilegiando il surplus dei consumatori è importante considerare che nel lungo periodo potrebbe portare ad uno svantaggio per gli stessi consumatori.

Difesa delle imprese più piccole

Alla base dell'adozione delle leggi sulla concorrenza c'è spesso la tentazione di difendere le piccole imprese. Un trattamento favorevole per questo tipo di realtà non va per forza in contrasto con l'obiettivo del benessere sociale, a condizione che però esso si limiti a proteggere tali imprese dall'abuso di quelle più grandi. Tuttavia, a contrastare con gli obiettivi di benessere sociale economico sono gli aiuti che consentono alle piccole imprese di rimanere artificialmente in vita anche quando smettono di operare in modo efficiente. Questo incoraggia un'inefficiente allocazione delle risorse e contribuisce a mantenere alti i prezzi nell'economia.

Promozione dell'integrazione del mercato

La promozione dell'integrazione del mercato è uno degli obiettivi principali della politica dell'UE. È un obiettivo di carattere prettamente politico che non necessariamente è compatibile con l'obiettivo del benessere sociale economico. La normativa UE a tutela della concorrenza vieta la discriminazione di prezzo tra i diversi confini nazionali. Tuttavia, occorre riconoscere che non esiste una giustificazione economica generale per questa disposizione. Infatti, a priori, è difficile dire se la discriminazione di prezzo abbia un impatto positivo o negativo sul benessere sociale.

Ad esempio, un prodotto venduto in Germania ad un prezzo più alto che in Portogallo perché i tedeschi hanno una media di reddito e disponibilità a pagare più alta dei portoghesi. Ponendo che ci può essere discriminazione di prezzo, il monopolista decide di fissare un prezzo Pa (a = "alto") in Germania e un prezzo Pb (b= "basso") per il Portogallo. In questo modo l'impresa riesce a incrementare i suoi profitti. Se però il monopolista è costretto a fissare il medesimo prezzo, opterà per un prezzo intermedio Pm (tale che Pb < Pm < Pa). In questo caso i tedeschi staranno meglio e i portoghesi staranno peggio. Per valutare l'effetto totale che l'integrazione del mercato ha sul benessere sociale dobbiamo però considerare 2 aspetti:

  • Il surplus dei consumatori dei due paesi (tedeschi guadagnano, portoghesi perdono)
  • Il profitto guadagnato dal monopolista (più basso quando il prezzo è uguale per i due paesi)

Quindi, a priori, l'effetto sul benessere sociale è ambiguo. Tuttavia, il monopolista ha disposizione una terza alternativa: può praticare per entrambi i paesi il prezzo più alto Pa, in questo modo perderebbe tutto, o quasi, il mercato portoghese ma conserverebbe quello tedesco. Questa strategia può essere molto più profittevole per il monopolista rispetto a quella di vendere ad un prezzo intermedio Pm.

L'equità

Le leggi sulla concorrenza possono anche prevedere obiettivi di equità, obbligando le imprese a comportarsi in modo da tenere in conto anche gli interessi dei consumatori e dei concorrenti. Per assicurare equità verso i consumatori la legge può impedire alle imprese dominanti di praticare prezzi elevati (vedi art 102 della TUE). Da un punto di vista economico, è molto difficile che i controlli sui prezzi, messi in atto dalle autorità, siano una politica desiderabile in mercati con libertà d'entrata; in genere un'impresa dovrebbe essere libera di fissare i prezzi che desidera.

Se nel mercato c'è libertà di entrata e i beni/servizi sono importanti per i consumatori, è molto probabile che prima o poi entreranno nuovi concorrenti e questi provocheranno una diminuzione dei prezzi. Però vanno fatte due precisazioni: primo, non è detto che il mercato di riferimento sia effettivamente libero all'entrata, secondo, anche se in teoria c'è libertà di entrata, nella realtà ciò può non realizzarsi perché il monopolista riesce a fissare prezzi che gli consentono di preservare o rafforzare la sua posizione.

Per quello che riguarda l'equità di mercato da un punto di vista economico, invece, l'unico caso in cui possiamo immaginare la giustificazione di questa protezione si ha quando l'esistenza di piccoli negozi determini delle esternalità positive che non sono interamente catturate dal meccanismo di mercato. In queste situazioni, il meccanismo di mercato che vedrebbe prevalere la grande distribuzione sulla piccola, potrebbe comportare dei costi sociali. Anche in questo caso però sarebbe meglio usare degli strumenti specifici, come sussidi diretti, a copertura di queste esternalità positive piuttosto che intervenire nella dinamica della concorrenza ottenendo solo prezzi più alti per i consumatori.

Ad esempio, una catena di supermercati ha una quota di mercato molto alta, intorno al 70%, e sistematicamente pratica prezzi inferiori a quelli di costo con l'obiettivo di eliminare dal mercato tutti i piccoli rivali. In questa situazione, cd predatoria, questa pratica è scorretta e al tempo stesso dannosa per il benessere sociale; infatti, dopo che tutti i piccoli negozi avranno abbandonato il mercato, la catena di supermercati avrà potere di fissare prezzi di monopolio.

In linea generale, l'equità ex ante (ovvero situazione in cui tutte le imprese hanno le stesse opportunità iniziali sul mercato) è compatibile con la politica della concorrenza, che garantisce a tutte le imprese le stesse condizioni di azione. Però, l'equità ex post è qualcosa che non sempre coincide con la politica della concorrenza.

Altre considerazioni di politica pubblica che riguardano la concorrenza

Possono essere fatte altre considerazioni riguardo a ciò che influenza le leggi sulla concorrenza:

  • Ragioni sociali → qualche volta gli standard di applicazione delle normative antitrust sono stati allentati, soprattutto in situazioni di tensione sociale o di disagio, come la grande depressione. Se i mercati dei capitali sono imperfetti, allora una politica volta a ridurre i fallimenti può aiutare. Tuttavia, permettere alle imprese di colludere per risolvere un problema può portare a sommare alla prima inefficienza una seconda. Per lo stesso motivo, i cartelli di crisi sono di tanto in tanto tollerati dalla commissione europea. Per quanto perseguire gli obiettivi sia comprensibile, non è chiaro se questi mezzi adottati permettano di raggiungere lo scopo. Potrebbe essere giustificata un'intesa volta unicamente a razionalizzare delle diverse produzioni se la concorrenza tra imprese determinasse un allungamento delle ristrutturazioni, rispetto a un accordo tra imprese, ma un'accettazione generalizzata di accordi in situazioni di crisi potrebbe semplicemente proteggere i produttori inefficienti a danno del consumatore.
  • Ragioni politiche → esiste l'idea che un'eccessiva concentrazione di potere economico possa costituire una minaccia per la democrazia stessa.
  • Ragioni ambientali → anche questo sta alla base dell'attuazione della politica di concorrenza dell'Unione Europea, perché i consumatori non considerano adeguatamente tutte le esternalità riguardanti un prodotto che acquistano e le loro decisioni di consumo e perché le imprese non rinunciano a uno strumento di concorrenza, a meno che non siano obbligate da un accordo. Quindi, qualche volta la politica della concorrenza può essere utilizzata per finalità diverse dall'efficienza, ma bisogna chiedersi se ciò è ottimale.
  • Ragioni strategiche: politiche industriali e commerciali → nella politica della concorrenza hanno un ruolo importante anche le decisioni che riguardano se sostenere le aziende nazionali o indebolire quelle straniere. In alcuni casi le politiche della concorrenza sono attuate con meno rigore proprio per favorire lo sviluppo delle imprese nazionali. In linea generale, la politica può essere utilizzata per raggiungere obiettivi protezionistici, ad esempio le leggi anti-dumping, volte ad evitare che le imprese estere vendano sotto costo i propri prodotti sul mercato domestico a danno, evidentemente, delle imprese nazionali. L'esistenza di queste leggi è giustificata dalla lealtà commerciale, ma spesso sono un modo per proteggere le imprese nazionali da quelle estere più efficienti.

Potere di mercato e benessere sociale

Alla base della politica della concorrenza c'è l'idea che le situazioni di monopolio siano poco desiderabili. Infatti, i monopoli producono inefficienza statica: per alcune tecnologie date, i prezzi di monopolio generano perdita di benessere sociale. Inoltre, possiamo dire che esiste una relazione inversa tra potere di mercato (capacità delle imprese di fissare i prezzi al di sopra del costo marginale) e il benessere (statico).

Oltre a inefficienze allocative, un monopolio può generare anche inefficienze produttive e dinamiche. Quindi, oltre a fissare prezzi troppo elevati, un monopolista con una struttura di costi inefficiente può innovare troppo poco dato che non riceve alcun incentivo ad investire in R&S (causa assenza di concorrenza).

Se la presenza di una o di poche imprese conduce alla perdita di benessere sociale, allora si potrebbe concludere che è compito della politica della concorrenza incrementare il numero delle imprese operanti sul mercato. In realtà: (i) non spetta alla politica della concorrenza massimizzare il numero di imprese, (ii) la politica della concorrenza ha il compito di difendere la competizione sul mercato, con l'obiettivo di aumentare il livello di benessere sociale e non di proteggere i concorrenti.

Inoltre, la possibilità di conseguire un certo livello di potere di mercato (e di profitti) è per le imprese il principale incentivo ad investire e innovare. Se le imprese non fossero capaci di appropriarsi dei risultati dei loro investimenti (es, spese in pubblicità, in formazione, in R&S etc) non investirebbero affatto, con il risultato che i consumatori non godrebbero di prezzi più bassi, di beni di maggiore qualità, di nuove varietà di prodotti etc...

Quindi, se ex-post ci può essere la tentazione di eliminare il potere di mercato in modo da abbassare i prezzi e incrementare l'efficienza allocativa, ex ante una politica del genere sarebbe dannosa perché eliminerebbe gli incentivi per le imprese a migliorare le proprie tecnologie e la qualità delle proprie offerte. Le politiche pubbliche dovrebbero assicurare alle imprese un certo grado di potere di mercato, in modo da permettere loro di appropriarsi dei propri investimenti, e la politica della concorrenza non dovrebbe puntare allo smantellamento dei monopoli fino a quando questi siano leciti e derivino da una sorta di premio per l'attività svolta. La prospettiva di ottenere dei profitti è per l'impresa l'incentivo ad impegnarsi in questo sforzo, qualsiasi tentativo di eliminare il potere di mercato, una volta raggiunto il successo, ha come unico effetto quello di disincentivare tutte le attività dell'impresa. Per questo, la politica della concorrenza non deve preoccuparsi dei monopoli in sé, ma solo di quelli che potrebbero sfalsare il processo competitivo. Ecco perché non dovrebbe essere troppo interventista.

Efficienza allocativa

Il potere di mercato delle imprese influenza le caratteristiche di equilibrio di un mercato (prezzi, quantità e benessere) e quindi l'efficienza allocativa. Quindi, il concetto di potere di mercato identifica potenzialmente un'ampia classe di situazioni nelle quali le imprese sono in grado di praticare dei prezzi superiori ai costi.

Ipotizziamo ora che la tecnologia (= struttura dei costi) sia data e che sia usata la più efficiente disponibile. Ipotizziamo che esista una domanda di mercato lineare (retta OO') e una tecnologia caratterizzata da rendimenti di scala costanti (semiretta del costo marginale costante Pcc).

In situazione di normale concorrenza → Il prezzo P = c e la quantità venduta ai consumatori è uguale a Qc.

In situazione di massimo potere di mercato, quindi situazione in cui l'industria è dominata da una sola impresa → il prezzo di monopolio è Pm e l'output di equilibrio è dato dalla quantità Qm.

Quindi, in concorrenza perfetta, il benessere sociale è dato dal triangolo OPS (parte verde) che coincide con il surplus dei consumatori - le imprese non hanno nessun surplus perché i loro profitti sono

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chicca191192 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Mercato, concorrenza e regolamentazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Pontarollo Enzo.
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