Economia dell'impresa
L'impresa capitalistica e le sue forme
L’economia capitalistica contemporanea è nata due secoli fa in Inghilterra con la Rivoluzione industriale, per poi diffondersi in Europa e America. Ciò che accomuna paesi ed epoche diverse è l’organizzazione della produzione nella impresa capitalistica, dove i proprietari del capitale hanno il controllo, si appropriano del profitto originato dall’attività produttiva e impiegano il lavoro salariato acquistato sul mercato. Affinché possano esistere i capitalisti che ingaggiano lavoro contro una remunerazione monetaria, è necessario che esista una forza lavoro che si offre per un salario, cioè che sia in funzione un mercato del lavoro.
In passato il lavoro poteva essere di natura artigiana o schiavistica; il lavoro salariato è sempre esistito ma fino all’epoca contemporanea era raro. Nel XVIII secolo in Inghilterra scompare il feudalesimo (lavoratori manuali e padroni); ne consegue che lavoratori liberi si affacciano sul mercato e si offrono al migliore offerente in cambio di un salario. Attraverso ciò si afferma la società capitalistica e i soggetti non si identificano più con interessi locali ma, essendo sul mercato tutti uguali, diventano portatori di interessi comuni a una moltitudine di soggetti simili (interessi di classe). Nascono così la classe operaia e la società di massa.
Agli albori del capitalismo, quando non era consolidato pienamente, ci furono dei movimenti politici e filosofici che lo misero in disequilibrio e misero in discussione l’organizzazione capitalistica della produzione. A fine secolo i socialisti utopisti iniziarono ad ipotizzare modi di organizzazione della produzione alternativi all’impresa capitalistica. Tra le varie ipotesi inizia a circolare l’idea di una forma di impresa dove i lavoratori controllano l’organizzazione e si dividono i profitti → impresa cooperativa di lavoro = dove non vi è contrapposizione tra capitale e lavoro.
Nel 1844 a Rochdale in Gran Bretagna, dopo uno sciopero fallito, alcuni lavoratori tessili si unirono per fondare una cooperativa di consumo che fu poi modello di altre esperienze simili → venne aperto da quei lavoratori uno spaccio cooperativo con la funzione di contrastare quello della fabbrica, ritenuto troppo svantaggioso per i lavoratori. Il movimento cooperativo si è manifestato dall’inizio in una varietà di forme organizzative: nella cooperativa del consumo sono i consumatori a controllare l’impresa. Nell’economia capitalistica due delle principali forme d’impresa sono quella controllata dai proprietari del capitale (impresa capitalistica) e quella controllata da altre categorie di soggetti (impresa cooperativa).
Il mercato e le organizzazioni
Divisione sociale del lavoro = frammentazione dei processi produttivi e la specializzazione delle mansioni lavorative → ha cominciato a manifestarsi negli stadi primitivi della società. Richiede due condizioni → deve esservi la possibilità per i produttori di:
- Cooperare nello svolgimento della loro attività lavorativa con altri che svolgono mansioni diverse ma complementari.
- Accedere ai beni di cui hanno bisogno, ma che non contribuiscono direttamente a produrre.
Per essere sostenibile richiede cooperazione tra produttori e circolazione dei beni prodotti. Il ciclo produttivo attraversa più unità autonome, ciascuna delle quali comprende al suo interno una o più fasi e solitamente più lavoratori. In un ciclo produttivo tra i soggetti impegnati nelle varie fasi del processo hanno luogo passaggi di beni semilavorati.
Quello più semplice è quello in cui vi sono dall’inizio alla fine due soli soggetti che intervengono in sequenza nel processo. Attraverso lo scambio i soggetti possono cooperare = collaborare al risultato finale → la cooperazione richiede che vi sia coordinamento tra i produttori. Vi è completa autonomia di ciascuno per quanto attiene la propria sfera produttiva e non vi è nessun vincolo di subordinazione a decisioni o atti di terzi (cooperazione attraverso il mercato o “mercato”).
La teoria economica evidenzia come il mercato rende possibile anche il coordinamento. Mercato = luogo di transazioni e mezzo di comunicazione. La classe delle modalità diverse dal mercato è molto ampia e comprende molti modelli diversi.
Si pongono degli esempi. Supponiamo che B assuma un idraulico e che questo accetti di effettuare la riparazione sotto le sue direttive → rapporto di lavoro subordinato = in questo caso il risultato è definito e quindi se B non ottiene il risultato voluto è un problema di quest’ultimo e non del prestatore d’opera. Il rapporto comporta un’interazione diversa da una transazione che modifica i diritti di proprietà.
Questa modalità organizzativa non si differenzia dalla precedente perché l’oggetto è il fare stesso (invece di essere il risultato del fare). Per stabilire la natura economica di una transazione non è sufficiente considerare la forma dell’accordo e non ci si può basare sulla sua natura giuridica, ma è necessario penetrare nella sostanza economica. Il lavoro subordinato non è l’unica alternativa al mercato per realizzare la cooperazione tra i produttori.
Altro esempio: supponiamo che A e B si accordino per costituire una società in cui B continua ad occuparsi della lavorazione finale e A della produzione intermedia, ma le decisioni di gestione sono prese congiuntamente → modalità di cooperazione fuori dal mercato. I soggetti cedono parte della propria autonomia decisionale nello svolgimento dell’attività produttiva a un terzo, che su di essi esercita un potere discrezionale (differenza: subordinazione dei produttori alla direzione di un terzo).
Le organizzazioni “in senso stretto” sono strutture sociali diverse dal mercato, al cui interno avviene la cooperazione tra produttori. Caratteristica associata alle organizzazioni è il tempo → un rapporto occasionale di collaborazione non è sufficiente a configurare un’organizzazione.
Organizzazioni (≠ mercato) = insieme di più produttori che cooperano tra loro in modo stabile al di fuori del mercato e al cui interno qualcuno perde parte della sua autonomia ed è sottoposto alla direzione di altri.
In ultimi due esempi figurano il potere che un soggetto ha nel determinare le azioni di altri in ambito produttivo = mansioni. Come nel mercato, le interazioni tra i soggetti che cooperano all’interno di organizzazioni non si concretizzano solo nel trasferimento di semilavorati o nell’erogazione di servizi da parte di uno a favore di un altro, ma comprendono anche il trasferimento di informazioni (secondo regole e procedure che fanno parte della struttura organizzativa).
Il coordinamento tra i produttori, che nel mercato avviene in modo spontaneo, nelle organizzazioni avviene in modo artificiale, per intervento di soggetti. Chandler 1997 → “mano visibile” = modo in cui l’impresa e, per analogia, ogni organizzazione, che effettua una produzione, realizza il coordinamento tra i soggetti coinvolti, in contrapposizione al mercato, che invece agisce attraverso la “mano invisibile” (Adam Smith).
Nel mercato i produttori conservano la propria autonomia e nessuno si intromette in ciò che fa l’altro; nelle organizzazioni alcuni soggetti perdono parte della loro autonomia e altri con azioni unilaterali condizionano la loro attività e indirettamente influiscono sul loro benessere. Nel mercato la produzione è disintegrata e i soggetti entrano in contatto attraverso transazioni che modificano i diritti di proprietà; nelle organizzazioni la produzione è integrata e i membri entrano in contatto per vie diverse.
Il mercato è il contesto dove si formano le organizzazioni, attraverso la sottrazione di transazioni al mercato e l’internalizzazione nell’organizzazione stessa. Mercato e organizzazione sono alternative di cooperazione nella produzione, da mettere a confronto tra loro in termini di costi e benefici. Genericamente un’impresa è un’organizzazione produttiva la cui attività è finalizzata a procurare benefici economici a coloro che hanno il controllo di essa.
Le istituzioni del terzo settore in Italia
Terzo settore = insieme degli enti di tipo mutualistico e non profit. Di esso fanno parte gli enti che svolgono un’attività produttiva in senso lato di natura provata e a controllo privato, e che fanno parte del settore della cooperazione o del settore non-profit. Settore di cooperazione si compone di due sottosettori: cooperazione tradizionale & cooperazione sociale.
Il grafico si compone di quattro spicchi di ovale, denominati: cooperazione tradizionale (α), cooperazione tradizionale (β), cooperazione sociale, altri enti non profit.
L’unione dei sottoinsiemi α e β rappresenta = cooperazione tradizionale
L’unione Cooperazione tradizionale + cooperazione sociale = categoria di enti mutualistici (cooperazione).
L’unione di cooperazione sociale (sottoinsieme β + altri enti non profit) = settore non-profit.
Insieme della cooperazione e insieme del non-profit = intersezione → cooperazione e non profit non sono separati = esistono enti contemporaneamente mutualistici e non-profit. La componente più rilevante dell’intersezione è rappresentata dalla cooperazione sociale, che è separata da quella tradizionale. Il sottoinsieme β della cooperazione tradizionale comprende ulteriori istituzioni che presentano sia i connotati della cooperazione tradizionale, sia del non profit.
La cooperazione tradizionale: concetti generali
Ogni organizzazione che svolge un’attività economica ha una molteplicità di soggetti interessati alla sua attività = stakeholder dell’organizzazione, alcuni dei quali intrattengono rapporti formali con essa. Tra tutti gli stakeholder l’organizzazione privilegia alcuni, a favore dei quali è primariamente gestita e che costituiscono il “gruppo beneficiario”. Il “gruppo dominante” = insieme dei soggetti che detengono il potere di indirizzo e di controllo sull’organizzazione. I due concetti vanno riferiti alla struttura formale dell’organizzazione e non al suo funzionamento.
Ogni organizzazione presenta diversi piani rilevanti per la comprensione (piano formale, piano del funzionamento). Questi vanno tenuti distinti e ci interessa solo il piano formale → esempio: in una S.p.A i soci di minoranza dispongono di un potere di controllo formale (diritto di controllo), ma in molti casi hanno scarso o nullo potere effettivo. Tutti i soci, in quanto detentori di un potere formale di controllo, vanno inclusi nel gruppo dominante indipendentemente dal potere sostanziale di cui effettivamente dispongono.
La natura dei due gruppi varia al variare del tipo di organizzazione e sulla base di essa si possono identificare classi di organizzazioni simili. Elemento utile per classificazione è il grado di integrazione dei due gruppi.
I casi più rilevanti sono tre:
- Gruppo beneficiario include il gruppo dominante (caso particolare: coincidono).
- I due gruppi sono parzialmente sovrapposti.
- I due gruppi sono separati.
A ciascuno di questi casi corrisponde uno specifico assetto organizzativo → rappresentazione diagramma di Venn.
Una prima caratteristica che accomuna le organizzazioni cooperative tradizionali = inclusione del gruppo dominante nel gruppo beneficiario (a): coloro che governano l’organizzazione sono sempre beneficiari, ovvero soggetti a favore dei quali essa è gestita. In queste organizzazioni sono presenti figure di beneficiari che non sono controllori, ma sono figure secondarie, mentre deve essere sempre presente un nucleo di beneficiari-controllori. Esempio: in società di capitali il gruppo dominante è incluso in quello dei beneficiari rappresentati dagli investitori nell’impresa.
Ciò che caratterizza la cooperazione tradizionale è lo scopo mutualistico, che si contrappone allo scopo di lucro. In qualsiasi organizzazione vi sono soggetti che investono capitale di rischio nell’organizzazione = investitori. Scopo di lucro = ricerca attraverso l’investimento di un beneficio economico privato, che può realizzarsi in diversi modi.
Il lucro è legato alla funzione economica dell’investitore, ma non è l’unica strada per ottenere benefici dall’attività di un’organizzazione e ciò si verifica quando i suoi beneficiari sono soggetti che svolgono in essa una funzione economica diversa dal fornire capitale di rischio. Esempio: possono essere lavoratori che prestano la loro opera nell’organizzazione. Questi avranno esigenze specifiche legate all’attività lavorativa. Quando lavoratori = beneficiari dell’organizzazione e sono beneficiari rispetto a questi bisogni → fenomeno mutualistico.
Organizzazione persegue uno scopo mutualistico se l’insieme dei beneficiari-controllori è costituito da una categoria di soggetti che svolgono nell’organizzazione funzioni diverse da quella di investitore e sono beneficiari rispetto a queste attraverso l’attività che i membri stessi del gruppo svolgono al suo interno. La cooperazione tradizionale comprende tutte le organizzazioni che perseguono uno scopo mutualistico e che hanno assetto (a). Lo scopo mutualistico si accompagna sempre a un assetto organizzativo di questo tipo (scopo mutualistico puro).
Eccezione: cooperative sociali = dove è presente lo scopo mutualistico, ma congiuntamente ad altre finalità e il gruppo dominante non è incluso nel gruppo beneficiario. I beneficiari di un’organizzazione mutualistica possono contemporaneamente essere investitori in essa, ma affinché l’organizzazione si qualifichi come mutualistica, lo scopo della gestione non può essere la remunerazione dell’investimento. La funzione dell’investitore puro (se è presente) = deve rimanere in posizione marginale.
Le forme istituzionali della cooperazione tradizionale
Gli enti di cooperazione tradizionale hanno come caratteristiche fondamentali lo scopo mutualistico e l’assetto organizzativo, in cui il gruppo beneficiario include il gruppo dominante. Domanda: quali forme organizzative comunemente associate al terzo settore rientrano nella categoria di cui stiamo trattando? In Italia gli enti della cooperazione tradizionale si dividono in due principali categorie (confine segnato da caratteristica di natura giuridica):
- Forme di natura societaria (società cooperative).
- Enti mutualistici.
Società cooperative: forma organizzativa più diffusa; lo scopo mutualistico (art. 2511) si accompagna sempre ad un secondo elemento = il “principio democratico”, per cui il potere di controllo è distribuito in modo uguale tra i soci. Per tali società l’art. 2538 pone come requisito irrinunciabile che ogni socio sia depositario di un voto. Ciò si contrappone a quella propria delle società capitali, secondo cui il potere è distribuito in modo uguale tra le diverse unità di capitale, indipendentemente da chi le detiene.
Lo scopo mutualistico è essenziale per ogni ente cooperativo, mentre il principio democratico è essenziale solo per le società cooperative. Oltre a questi due tratti, la società cooperativa ne presenta altri:
- Il capitale di rischio è fornito dai soci → devono svolgere nella società funzione di investitore + altre funzioni.
- Il capitale sociale può essere variato senza dover variare lo statuto e, per ciò, le cooperative sono dette società a capitale variabile, in contrapposizione a quelle a capitale fisso (società di capitali = variazione del capitale sociale richiede una variazione di statuto).
- L’ingresso di nuovi soci non può essere limitato per statuto, ma è assoggettato all’accettazione da parte degli amministratori.
Poiché sono società, le cooperative sono una forma organizzativa d’impresa = svolgono un’attività in modo professionale, anche se allo scopo di lucro si sostituisce quello mutualistico (=soddisfacimento dei soci). Le forme specifiche che le cooperative possono assumere corrispondono alla scelta del modello societario della S.p.A o della S.r.l e anche all’adozione o meno del modello statutario di cooperativa a mutualità prevalente. Vi sono caratteristiche funzionali specifiche che le differenziano → una modalità comune per classificarle è in base ai requisiti soggettivi del socio fissati da statuto o legge o alla funzione economica primaria che esso svolge all’interno della società.
Le due forme più note e diffuse delle cooperative:
- Cooperative di lavoro = i soci sono lavoratori.
- Cooperative di consumo = i soci sono acquirenti di beni di consumo.
Altre tipologie:
- Le “mutue assicuratrici” = altra specie di società cooperativa dove i soci sono assicurati.
- Cooperative di abitazione = soci sono proprietari di abitazioni.
- Banche di credito cooperativo = soci sono debitori.
- Particolare categoria è quella in cui i soci sono imprenditori (cooperative di “dettaglianti” es. CONAD o cooperative agricole = imprenditori sono anche persone giuridiche).
- Altra importante: “consorzi di cooperative” = società cooperative in cui i soci sono a loro volta società cooperative o consorzi di cooperative.
Enti mutualistici diversi dalle società: l’art. 2517 afferma che “le disposizioni del presente titolo non si applicano agli enti mutualistici diversi dalle società” → sono presenti nel nostro ordinamento enti di natura mutualistica che non hanno forma societaria e di conseguenza non appartengono alla precedente categoria.
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