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gestita e che costituiscono il gruppo beneficiario. L’insieme dei soggetti che

detengono il potere di indirizzo e di controllo sull’organizzazione è detto gruppo

dominante.

Gli stakeholder vanno riferiti alla struttura formale dell’organizzazione e non al suo

funzionamento. Il piano formale è quello delle regole stabilite da norme generali o

speciali oppure da usi. Il piano del funzionamento è come si comporta sotto le regole

date nelle situazioni concrete in cui si viene a trovare.

Tutti i soci, in quanto detentori di un potere formale di controllo, vanno inclusi nel

gruppo dominante indipendentemente dal potere sostanziale di cui effettivamente

dispongono.

La natura dei due gruppi varia al variare del tipo di organizzazione e sulla base di essa

si possono identificare classi di organizzazioni simili:

- Il gruppo beneficiario include il gruppo dominante

- I due gruppi sono parzialmente sovrapposti

- I due gruppi sono separati

I punti all’interno di una linea chiusa rappresentano insiemi di individui. L’insieme

rettangolare che contiene tutti gli altri rappresenta il gruppo degli stakeholder (S). gli

insiemi circolari rappresentano il gruppo beneficiario (B) e il gruppo dominante (D). (a)

è l’inclusione del gruppo dominante nel gruppo

beneficiario, coloro che governano

l’organizzazione sono sempre beneficiari, ovvero

soggetti a faore dei quali essa è gestita.

Scopo mutualistico: si contrappone allo scopo di

lucro e per comprenderne la natura è

conveniente partire proprio da quest’ultimo. In

qualsiasi organizzazione vi sono soggetti che

investono capitale di rischio nell’organizzazione e

che genericamente chiamiamo investitori.

Lo scopo di lucro è la ricerca attraverso l’investimento di un beneficio economico

privato, che può realizzarsi in diversi modi. Il lucro è legato alla funzione economica

dell’investitore.

Quando i lavoratori sono i beneficiari dell’organizzazione e sono beneficiari rispetto a

questi bisogni, siamo di fronte a un fenomeno mutualistico. Diciamo che

un’organizzazione persegue uno scopo mutualistico se l’insieme dei beneficiari –

controllori è costituito da una qualche categoria di soggetti che svolgono

nell’organizzazione funzioni diverse da quella di investitore e sono beneficiari rispetto

a queste attraverso l’attività che i membri stessi del gruppo svolgono al suo interno.

La cooperazione tradizionale comprende tutte le organizzazioni che perseguono uno

scopo mutualistico e che hanno contemporaneamente l’assetto (a).

I beneficiari di un’organizzazione mutualistica possono contemporaneamente essere

investitori in essa ma l’obiettivo della gestione non può essere la remunerazione

dell’investimento.

Gli enti della cooperazione tradizionale si suddividono in due principali categorie:

- Società cooperative: lo scopo mutualistico si accompagna sempre a un secondo

elemento che è spesso presente anche in altri enti cooperativi, cioè il principio

democratico secondo cui il potere di controllo è distribuito in modo uguale tra i

soci. Una testa un voto. Mentre lo scopo mutualistico è essenziale per ogni ente

cooperativo, il principio democratico è essenziale solo per le società

cooperative. Il capitale di rischio è fornito dai soci, ma questi di massima

devono svolgere nella società anche altre funzioni oltre a quella dell’investitore.

Il capitale sociale piò essere variato senza dover variare lo statuto e per questo

le cooperative sono dette società a capitale variabile. L’ingresso dei nuovi soci

non può essere limitato per statuto, ma è assoggettato all’accettazione da parte

degli amministratori. Le cooperative sono una forma organizzativa d’impresa,

cioè svolgono un’attività in modo professionale, anche se allo scopo di lucro si

sostituisce lo scopo mutualistico, che comunque si concentra sul

soddisfacimento dei soci. Le forme specifiche che le cooperative possono

assumere corrispondono da un lato alla scelta del modello societario della s.p.a.

ovvero della s.r.l. e dall’altro all’adozione o meno del modello statutario di

cooperativa a mutualità prevalente.

Cooperative di lavoro: sono soci i lavoratori

o Cooperative di consumo: i soci sono acquirenti di beni di consumo

o Mutue assicuratrici: i soci sono gli assicuratori

o Cooperative di abitazione: i soci possono essere proprietari di abitazioni

o Banche di credito cooperativo: debitori

o Cooperative di dettaglianti: soci imprenditori, come la Conad

o

- Enti mutualistici diversi dalle società: non hanno natura societaria. Es. società di

mutuo soccorso. Queste società non sono società ma assicurazioni, le cui

finalità mutualistiche sono evidenti. Questa categoria accoglie forme

istituzionali diversificate e non identificabili a priori in modo esaustivo. Mentre le

società cooperative in Italia sono universalmente ritenute estranee al settore

non – profit, la presente categoria presenta una situazione più sfumata: infatti

gli enti che in essa ricadono possono avere entrambe le connotazioni, come le

società di mutuo soccorso appunto.

Vi sono enti in forma non societaria con connotati sia non – profit sia mutualistici

i quali ricadono nel sottoinsieme β del cerchio grigio.

Scopo mutualistico nelle società cooperative: beneficiare i soci rispetto alle esigenze

inerenti a una funzione economica diversa da quella di investitore attraverso l’attività

che i membri stessi svolgono. Ad esempio nella cooperativa di consumo si

distribuiscono ai consumatori benefici che si realizzano attraverso le transazioni con la

cooperativa.

Questo concetto presenta diverse complicazioni:

- Quali forme concrete possono assumere questi benefici diversi dal lucro

- La presenza del capitale e degli scambi con i non soci

Se prendiamo come es. le cooperative di lavoro, se non avessero capitale proprio e i

lavoratori impiegati fossero solo i soci della cooperativa, lo scopo mutualistico sarebbe

identificabile senza alcuna difficoltà, ma nella realtà non si verifica mai né l’una né

l’altra condizione.

Modalità di realizzazione dello scopo mutualistico:

La modalità dipende dal particolare modo in cui il gruppo beneficiario viene

beneficiato. La società cooperativa persegue uno scopo mutualistico ma non ne dà

un’esplicita definizione. C’è contrapposizione tra mutualità e scopo di lucro dove

quest’ultimo designa lo scopo di dividere gli utili provenienti dall’esercizio dell’impresa

che è tipico delle società di persone e di capitali. Affinchè si realizzi lo scopo

mutualistico il soddisfacimento dei soci non deve avvenire attraverso la distribuzione

periodica di utili, altrimenti di avrebbe il perseguimento di uno scopo di lucro. Però non

tutto ciò che è assenza di lucro può essere identificato come mutualistico.

Come si realizza lo scopo mutualistico nella cooperativa di lavoro: il socio partecipa

alla società come fornitore di due fattori, il lavoro e il capitale, mentre nelle società di

capitali partecipa solo come fornitore di capitale. Lo scopo mutualistico si realizza o

pagando meglio il lavoro dei soci o offrendo migliori condizioni materiali di lavoro. Può

essere realizzato secondo due strade:

- Trasferimenti monetari ai soci: l’utile netto meno gli accantonamenti a riserva

può essere distribuito sia sotto forma di ristorni (modalità di distribuzione

commisurata al lavoro erogato e sono una prima modalità di realizzazione dello

scopo mutualistico) sia di dividendi. Uno strumento analogo è il pagamento di

un salario più alto della remunerazione prevista dal contratto collettivo

nazionale di lavoro. Contabilmente abbiamo in questo modo un aumento dei

costi e di conseguenza una riduzione dell’utile lordo/netto. Il beneficio del socio

è distribuito attraverso differenziali salariali in eccesso rispetto i salari

contrattuali o sotto forma di ristorni.

- Altre forme: oltre ai benefici che sono erogati attraverso il trasferimento di

somme monetarie, il lavoratore può trarre beneficio da migliori condizioni

materiali di lavoro (sicurezza..). l’impresa può erogare benefici ai soci in modo

diretto e non attraverso somme di denaro. Si rinuncia a realizzare un profitto più

alto, sostenendo dei costi per l’attività che hanno l’effetto di innalzare

direttamente il benessere del lavoratore.

Mutualità prevalente:

i soci della cooperativa sono fornitori di capitale ed è ammessa dall’ordinamento

italiano la convivenza della mutualità con la distribuzione di dividendi. Sorge allora un

problema. La distribuzione di dividendi rende l’impresa lucrativa? Il nuovo diritto

societario dà una risposta precisa introducendo la particolare sottocategoria delle

cooperative a mutualità prevalente (art. 2514 c.c.). Lo scopo mutualistico è

caratterizzante per tutte le cooperative, ma c’è un livello minimo di mutualità che apre

l’accesso a alcune agevolazioni come la detassazione parziale o totale degli utili. Una

delle condizioni della mutualità prevalente è che sia maggioritario il soddisfacimento

diretto dei bisogni dei soci nella funzione verso cui è indirizzata la gestione della

cooperativa e non la distribuzione di dividendi tra essi in quanto apportatori di capitale

di rischio.

Le cooperative a mutualità prevalente devono prevedere nei propri statuti:

- Il divieto di distribuire i dividendi in misura superiore all’interesse massimo dei

buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale

effettivamente versato

- Divieto di remunerare gli strumenti finanziari offerti in sottoscrizione ai soci

cooperatori in misura superiore a due punti rispetto al limite massimo previsto

per i dividendi

- Divieto di distribuire le riserve fra i soci cooperatori

- Obbligo di devoluzione, in caso di scioglimento della società, dell’intero

patrimonio sociale, dedotto soltanto il capitale sociale e i dividendi

eventualmente maturati, ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo

della cooperazione.

Il principio è che se la cooperativa vuole fruire delle agevolazioni fiscali, la

distribuzione di utili deve essere una quota contenuta del beneficio complessivamente

goduto dal socio e inoltre la remunerazione del capitale di rischio non può scostarsi di

molto dalle attività finanziarie più liquide come le obbligazioni.

Sono società cooperative a mutualità prevalente, in ragione del tipo di scambio

mutualistico, quelle che:

- Svolgono la loro attività prevalentemente in favore dei soci, consumatori o

utenti di beni o servizi (es. cooperative di consumo)

- Si avvalgono prevalentemente delle prestazioni lavorative (es. cooperative di

lavoro)

- Si avvalgono prevalentemente degli apporti di beni o servizi da parte dei soci

(cooperative tra imprenditori)

Esistono delle caratteristiche costituzionali che possono ritenersi essenziali per la

cooperazione in generale?

Nel 1995 in un congresso dell’Alleanza cooperativa internazionale, venne stilata una

carta della cooperazione dove le stesse cooperative hanno raccolto quelli che sono da

esse ritenuti i capisaldi del movimento cooperativo in un’ottica sovranazionale. In essa

si dà una definizione di cooperativa svincolata dall’ordinamento giuridico,

evidenziando singoli elementi che sono ritenuti importanti per la cooperazione.

La Dichiarazione di identità cooperativa (titolo del manifesto) si apre con una

definizione volta a identificare l’ente cooperativa << associazione autonoma di

persone che si uniscono volontariamente per soddisfare i propri bisogni attraverso una

società di proprietà comune >>. Secondo la Dichiarazione questo ente persegue

questi valori:

- Autosufficienza

- Autoresponsabilità

- Democrazia

- Uguaglianza

- Equità

- Solidarietà

Fatta eccezione per la democrazia gli altri non sono in Italia requisiti giuridici delle

società mutualistiche. Per esempio la solidarietà consiste nel fare oggi gratuitamente

qualcosa a favore di un altro nell’attesa che domani in una situazione simile esso

faccia altrettanto; non ha valore fonante del mutualismo e della democrazia.

La Dichiarazione indica alcuni principi, intesi come modalità operative (strumenti) per

realizzare tali valori:

- I principio: famoso principio della porta aperta. La cooperativa è aperta a tutti

quelli che vogliono aderire come soci

- II principio: stabilisce che il capitale delle cooperative deve essere fornito dai

soci, la sua remunerazione deve essere limitata e inoltre le riserve dovrebbero

essere almeno un parte indivisibili.

- VII principio: coglie una tendenza del mondo mutualistico all’apertura verso la

comunità circostante, anche se questa non sempre si traduce in precise regole

di comportamento. In Italia il perseguimento dell’interesse generale della

comunità è imposto dalla legge alle cooperative sociali ma non alle altre forme

di cooperazione. In Italia il principio trova riconoscimento giuridico solo

nell’ambito ristretto della cooperazione sociale, mentre per la generalità del

mondo cooperativo rimane un obiettivo ideale.

L’inclusione del mutualismo e della democrazia tra gli elementi definitori della

cooperazione ne evidenzia l’essenzialità e di fatto li individua come il collante comune

alle esperienze cooperative dei diversi paesi. Gli altri elementi individuati dalla

Dichiarazione sono considerati accessori.

Gli enti non profit

Sono enti giuridici o sociali creati allo scopo di produrre beni e servizi, il cui status non

permette loro di essere fonte di reddito, profitto o altro guadagno per le unità che le

costituiscono, controllano o finanziano. Caratteristiche:

- Organizzazioni in una cerca misura istituzionale

- Private, cioè istituzionalmente separate dallo Stato

- Soggetto al vincolo di non distribuzione degli utili, cioè che non distribuiscono i

profitti generati ai loro titolari o manager

- Caratterizzate da autogoverno, cioè con la capacità di gestire autonomamente

le proprie attività

- Volontarie, cioè non obbligatorie e implicanti un significativo grado di

partecipazione volontaria

Ci sono tra gli enti non profit, forme giuridiche più frequenti delle altre:

- Associazioni riconosciute e fondazioni sono persone giuridiche, le prime formate

da un complesso di persone e le seconde costituite da un patrimonio destinato

a uno scopo.

- Associazioni non riconosciute e comitati formano la maggioranza degli enti non

profit.

Non tutti gli enti non profit svolgono un’attività di tipo caritativo, ma possono svolgere

attività commerciali a tutti gli effetti. Infatti non esistono solo enti non – market ma

anche enti – market, che vendono ciò che producono a un prezzo economicamente

significativo.

Possono esistere enti caratterizzati dalla separazione tra gruppo dominante e gruppo

beneficiario, dove i beneficiari dell’attività non sono le stesse persone che controllano

l’organizzazione. Alcuni, come l’associazione sportiva, hanno connotazioni

mutualistiche, pur con i caratteri tipici del settore non profit.

I settori italiani dove si trovano la maggior parte degli enti non profit sono: cultura,

sport, istruzione e ricerca, sanità, assistenza sociale ecc.

Cooperazione sociale:

pur facendo parte del settore della cooperazione, presenta diverse peculiarità che la

differenziano nettamente dalla cooperazione tradizionale, motivo per cui l’ISTAT la

include nel settore non profit.

Si definiscono cooperative sociali quelle società cooperative che hanno lo scopo di

perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e

all’integrazione sociale dei cittadini attraverso:

- Gestione dei servizi socio-sanitari ed educativi (asilo nido)

- Svolgimento di attività diverse (agricole..) finalizzate all’inserimento lavorativo

di persone svantaggiate

Esistono de tipologie di base delle cooperative sociali:

- Tipo a

- Tipo b

- Tipo c

- Cooperative sociali miste, cioè consorzi di cooperative dei tipi a,b,c

Dal punto di vista organizzativo si applicano alle cooperative sociali, in quanto

compatibili con la presente legge, le norme relative al settore in cui le cooperative

stesse operano. Ci sono però alcune differenze:

- I soci volontari sono per loro natura lavoratori (prestano la loro attività

gratuitamente). Se la cooperativa ha dei volontari tra i suoi soci, ha

necessariamente dei soci lavoratori.

- I lavoratori svantaggiati (che sono anche soci) sono elemento essenziale della

cooperativa di tipo b, dove per legge deve essere presente un certo numero

(almeno il 30%) di lavoratori appartenenti alle categorie svantaggiate

individuate dallo statuto.

Le cooperative sociali da una parte perseguono uno scopo mutualistico come le altre

società cooperative, ma dall’altra presentano anche caratteristiche estranee al

mutualismo e che invece ritroviamo in taluni enti non profit. Sono tre i principali punti

di distacco della cooperazione sociale dal mutualismo puro:

- Perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e

all’integrazione sociale dei cittadini

- Presenza dei soci volontari, che pur esercitando poteri di controllo non

partecipano alla distribuzione dell’utile cooperativo. Dunque sono parte del

gruppo dominante ma non del gruppo beneficiario, per cui le cooperative di

questo tipo possono avere un assetto organizzativo diverso da quello di a

(figura sopra). Qualsiasi assetto è compatibile con la cooperativa sociale, tranne

quello di c.

- Presenza tra i soci ordinari della cooperativa di tipo b, di persone svantaggiate

come ex tossicodipendenti, ex detenuti ecc. da inserire nel mondo del lavoro.

Impresa sociale:

tutte le organizzazioni private, ivi compresi gli enti di cui al libro V del c.c., che

esercitano in via stabile e principale un’attività economica organizzata al fine della

produzione o dello scambio di beni o servizi di utilità sociale, diretta a realizzare

finalità di interesse generale. Elemento chiave è la natura di utilità sociale dei

beni/servizi prodotti. Ci sono quattro principali macrosettori al cui interno si può

collocare l’attività di impresa sociale:

- Sanità

- Assistenza

- Istruzione/formazione

- Cultura

più due settori specifici:

- Tutela ambientale

- Turismo sociale

in più l’impresa sociale può perseguire l’inserimento lavorativo di lavoratori

svantaggiati o lavoratori disabili.

Ha una finalità di carattere sociale, dunque è una vera e propria forma di impresa

sociale ante litteram.

La normativa sull’impresa sociale:

- Eleva a forme organizzative d’impresa enti tipicamente non profit come le

associazioni e le fondazioni

- Riconduce nell’alveo del non profit forme organizzative tradizionalmente

estranee a esso tipiche dell’impresa lucrativa

Nell’impresa classica l’organizzazione e la professionalità sono finalizzate a ottenere

un lucro per l’imprenditore. Nell’impresa sociale invece la stessa struttura viene messa

al servizio dell’interesse generale, che prende così il posto del lucro.

La novità più notevole introdotta dalla nuova normativa è l’inclusione nel settore non

profit delle forme organizzative delle società lucrative, in particolare delle società di

capitali, tra quelle ammesse per l’esercizio di attività non profit.

È utile confrontare l’impresa sociale controllata dai soci di capitale con la cooperativa

sociale. L’impresa cooperativa è controllata da soggetti che svolgono una funzione

diversa tra quella di investitore, come i suoi lavoratori o dai consumatori/utenti dei

beni/servizi prodotti da essa, mentre l’impresa capitalistica è controllata dal capitale.

Come la cooperazione sociale è l’estensione del ceppo cooperativo nel campo sociale

(cioè persegue l’interesse generale attraverso l’organizzazione mutualistica), queste

forme di impresa sociale rappresentano un’analoga estensione del ceppo capitalistico

nel sociale.

Lavoro volontario nell’impresa sociale: attività di volontariato. Non è richiesto che il

volontario svolga funzioni di controllo e si ammette la possibilità di subordinazione

all’imprenditore sociale che gestisce ed esercita il controllo sull’impresa.

Nel caso in cui un servizio di utilità sociale richieda un elevato investimento iniziale,

per il quale non sono disponibili fondi pubblici in grado di coprirlo interamente, si può

sostituire la mano pubblica con i donatori privati. Se l’apporto di capitale è

preponderante sugli altri apporti all’attività, incluso il lavoro prestato gratuitamente, vi

è da una parte l’esigenza che l’attività sia esercitata come attività di impresa e

dall’altra parte che l’impresa sociale sia configurata più sul modello dell’impresa

capitalistica che di quella cooperativa.

Un’impresa sociale incentrata sul controllo dei donatori – investitori invece consente

innovative commistioni tra pubblico e privato che vanno al di là delle forme tradizionali

della sovvenzione e del convenzionamento. Es. un ente pubblico che non dispone di

tutto il capitale per l’attivazione di un determinato servizio può associarsi a privati

donatori, dando vita a una società mista per l’esercizio di un’impresa sociale, dove

magari la gestione del servizio è affidata ai privati.

Capitolo IX

Imprese cooperative e capitalistiche che non presentano differenze dal punto di vista

dell’efficienza organizzativa si comportano sul mercato nello stesso modo, in

particolare riguardo a occupazione e produzione?

Modello di Ward:

le ipotesi che stanno alla base dell’analisi di Ward:

- Orario di lavoro e impegno lavorativo sono fissi (un lavoratore=un’unità di

lavoro) per cui non c’è possibilità di free riding

- I lavoratori sono tutti uguali quanto ad abilità e preferenze

- Il mercato del prodotto è di concorrenza perfetta

Queste riguardano sia cooperativa e sia la capitalistica.

Quelle che riguardano solo la cooperativa sono:

- Non esistono lavoratori dipendenti (cioè lavoratori non soci)

- Il numero dei soci può essere variato a piacere

In entrambe:

- L è il numero dei lavoratori

- Q(L) è il prodotto in funzione del lavoro complessivo erogato

- C è la somma dei costi diversi dal lavoro, che per semplicità è assunta costante

L’obiettivo in funzione di cui

vengono gestite è la massima

remunerazione dei soci. Nella

capitalistica, dove vi è un dato

capitale e un dato numerico di

quote, la massima

remunerazione di ciascuna quota è ottenuta semplicemente massimizzando il profitto

complessivo: pQ(L) – wL – C

dove w è il salario di mercato a cui il capitalista impiega i propri dipendenti.

Nella cooperativa invece la remunerazione del singolo socio è rappresentata dal

dividendo: (pQ(L) – C) / L

L’unica differenza che si può avere è nel livello di occupazione e produzione, cioè nella

dimensione di impresa.

L’analisi di Ward si concentra su questo aspetto e si concretizza nell’individuazione di

alcune proprietà:

- Proprietà I: se realizza un profitto positivo, l’impresa capitalistica è di dimensioni

maggiori della cooperativa gemella. Il livello di occupazione L di un’impresa

cap

capitalistica in condizioni di concorrenza perfetta è:

pQ’(L ) = w

cap

cioè quando la produttività marginale è pari al salario di mercato.

Data una curva qualsiasi, il valore medio è la pendenza del segmento che

congiunge l’origine degli assi e il punto sulla curva che stiamo considerano, ad

esempio il punto a. Spostando il punto a lungo la curva e osservando come varia

la pendenza del segmento che lo congiunge con l’origine, il massimo dividendo

[pQ(L) – C] / L si trova in corrispondenza del punto L Quindi:

coop.

pQ’(L ) = (pQ(L ) – C) / L

coop coop coop

in L la remunerazione del socio di un’impresa cooperativa è uguale al prodotto

coop

marginale.

L’occupazione dell’impresa capitalistica L è il punto dove la distanza verticale

cap

tra la curva e la retta wL è massima. Se la capitalistica fa un profitto positivo,

ciò significa che la retta

wL è meno inclinata della

retta che passa nel punto

b, cioè la remunerazione

del socio cooperatore è

maggiore del salario del

mercato w, che coincide

con la pendenza della retta wL.

Dunque nella cooperativa la remunerazione è più alta che nella capitalistica

gemella. Perciò nella cooperativa abbiamo un prodotto marginale più alto, cioè

pQ’(L ) >pQ’(L ) e per la legge della produttività marginale decrescente

coop cap

abbiamo un’occupazione più bassa, L <L . Questo accade perché c’è una

coop cap

relazione inversa tra L e pQ.

Affinchè sia accolto un socio in più è necessario che i soci esistenti non abbiano

un danno da ciò, cioè che la quota della torta da dividere dopo l’ingresso del

nuovo sia non minore di quella precedente. L’incremento marginale della torta

(dovuto a un socio in più) è maggiore della media (torta divida per due). Lo

stesso succede in questo esempio passando da due a tre soci, quindi

sicuramente non ci si ferma a due ma si accetta anche un terzo.

La produttività marginale decrescente evidenzia che l’aumento della quota

individuale può dipendere, oltre che da un aumento di produttività marginale,

anche dalla divisione dei costi fissi tra un numero maggiore di soci.

Le cose cambiano nel passaggio da tre a quattro soci. Qui la torta aumenta, ma

di poco, e l’incremento marginale è minore della nuova quota. Per cui l’aumento

della torta non è sufficiente a pagare un quarto socio senza togliere qualcosa

dalla precedente remunerazione dei soci.

Quindi questo passaggio non si farà e si rimane a tre soci.

In generale: fintanto che l’utile marginale è maggiore dell’utile medio conviene

espandere il numero e quando diventa minore conviene arrestarsi. In 3 la torta

non ha raggiunto la dimensione massima possibile però, in quanto con tre soci

l’utile marginale è positivo perché:

posto R(L) = pQ(L) – C

il valore medio R(L)/L è crescente in L solo se esso è maggiore dell’utile

marginale R’(L)

quindi conviene fermarsi quando R’(L) = R(L) / L

Riassumendo, la piccola quota non sempre cresce/decresce quando la torta

cresce/decresce e questa è la causa ultima della I proprietà di Ward.

Le differenze di comportamento tra cooperativa e capitalistica dipendono da un

fatto preciso: nella cooperativa di Ward con l’occupazione varia anche il numero

dei percettori di dividendo, mentre nella capitalistica no. In questa essendo il

numero dei soci indipendente dall’occupazione, massimizzare il dividendo che

va alla singola quota di capitale è la stessa cosa che massimizzare il dividendo

complessivo. Nella cooperativa invece il dividendo pro capite varia, a parità di

utile complessivo, al variare dell’occupazione per cui il livello di occupazione che

massimizza il dividendo individuale in generale non rappresenta un punto di

massimo della torta.

- II proprietà: l’occupazione varia nella stessa direzione delle variazioni dei costi

fissi.

Abbiamo p e C che sono stati fino ad ora fissi, adesso C cambierà.

p[Q(L) – Q’(L)L] = C


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lucy95- di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dell'impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Mori Pier Angelo.

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