CAPITOLO 1 – IL CICLO DI VITA E I MODELLI DI SVILUPPO DELL’IMPRESA
IL CICLO DI VITA DELL’IMPRESA
Non è definibile a priori quanto tempo possa durare il ciclo di vita di un’azienda e,
tanto meno, quale possa essere l’estensione delle diverse fasi in cui tale ciclo si
articola, anche se si è arrivati a stabilire che la mortalità prematura delle imprese è da
attribuirsi a scelte imprenditoriali errate.
Elenchiamo alcune caratteristiche comuni alle imprese che hanno più di un secolo di
vita:
Sensibilità ai cambiamenti ambientali
Coesione e identità aziendale
Tolleranza e decentramento, indicatori della capacità dell’impresa di porre in essere
costruttive relazioni con le altre entità, sia esterne che interne ad essa
Avversione alle operazioni finanziarie ad alto rischio
Le considerazioni sin qui effettuate valgono per le imprese di più grandi dimensioni,
mentre per le piccole e medie imprese non esistono dati o ricerche significative.
Per quanto riguarda il ciclo di vita dell’impresa, esso si può suddividere in quattro
parti:
- Nascita: è la fase in cui si iniziano a definire la missione e le strategie di fondo
dell’impresa
- Sviluppo: l’impresa conosce un momento di forte espansione, in cui l’organico
incomincia a crescere per soddisfare la maggiore domanda, si raggiunge il punto di
pareggio tra costi e ricavi e si consolida la redditività
- Maturità: la crescita si arresta e la curva descrive un tratto pressoché parallelo
all’asse delle ascisse. L’impresa è ormai affermata sul mercato
- Declino: è la fase terminale dell’impresa. Durante questa fase gli indicatori
economico – finanziari iniziano a porre in risalto il peggiorato “stato di salute”
dell’azienda e si manifestano una serie di condizioni negative come la perdita della
clientela, un elevato turn over del personale e un know – how che dà segni di
obsolescenza
Nell’ottica organizzativa, il ciclo di vita dell’impresa può anche essere efficacemente
rappresentato con il modello di Greiner. È un piano cartesiano sulle cui ascisse è
espresso l’aumento dell’età aziendale, da giovane a matura, mentre sull’asse delle
ordinate è indicata la dimensione dell’azienda, da piccola a grande. Greiner
denomina:
- “evoluzione” un periodo di crescita durante il quale le regole dell’organizzazione
non subiscono sovvertimenti
- “rivoluzione” un periodo di grave sconvolgimento nel funzionamento
dell’organizzazione.
Le fasi in questione e le crisi che a esse seguono sono:
1) La fase di creatività e la crisi di comando: in tali ipotesi, il comportamento
imprenditoriale si presenta altamente creativo e innovativo, ma dopo un periodo
limitato subentra una “crisi di comando”, cioè un’attenuazione dell’importanza e
dell’influenza della leadership imprenditoriale per il sorgere dell’incapacità di
controllare l’intero complesso aziendale.
2) La fase di autorità e la crisi di autonomia: mediante l’istituto della delega si
procede alla ripartizione razionale delle funzioni e alla strutturazione dell’azienda
per livelli gerarchici. Questa forma di sviluppo genera però una crisi di autonomia
che dà luogo a un periodo di rivoluzione caratterizzato da un contrasto tra
l’autorità di vertice e la ricerca di autonomia degli organi più bassi.
3) La fase di coordinamento e la crisi di burocrazia: la soluzione sembra quella di
avviare una nuova evoluzione attraverso una revisione delle strutture
organizzative, tramite un adeguato coordinamento. Se quest’ultimo riesce, si
assicura stabilità e sviluppo ma a tale fase segue un nuovo periodo di crisi dovuto 1
alla burocrazia. Il sovraccarico di norme e strutture può implicare un immobilismo
organizzativo con la conseguente perdita di elasticità decisionale e operativa.
4) La fase di collaborazione: è una fase in cui l’azienda cerca di recuperare il
collegamento tra azione e procedure burocratiche. Si punta all’ottenimento di
atteggiamenti collaborativi tra organi.
Dopo questi 4 momenti ci si può aspettare che si torni di nuovo al primo punto, cioè
alla fase di creatività.
LA DIMENSIONE DELL’IMPRESA
È fondamentale il raggiungimento, per ogni impresa, della dimensione critica, al di
sotto della quale essa non è in grado di confrontarsi efficacemente con il livello di
competizione presente nell’ambiente. Una volta conseguita questa dimensione si
porrà l’esigenza di operare in condizioni di maggiore convenienza economica possibile.
Ricordiamo che quella che potrebbe essere considerata una dimensione adeguata per
il successo in un dato settore, potrebbe essere del tutto insufficiente in un altro
contesto. La dimensione dell’impresa è dunque relativa: si è “grandi” non tanto in
termini assoluti, ma in quanto gli altri soggetti con cui ci dobbiamo confrontare nel
contesto competitivo sono più “piccoli” di noi.
La misurazione della dimensione non dovrebbe essere effettuata su un unico
parametro, ma affidarsi ad un utilizzo congiunto di:
- Numero medio di dipendenti
- Totale dell’attivo
- Valore della produzione ottenuta x= generica azienda per la quale si
calcola l’indice
[1° FORMULA PAG 19] A = totale attivo
D = numero medio dipendenti
V = valore della produzione ottenuta
Dei tre risultati ottenuti con tali rapporti si calcola quindi una media aritmetica. Se
invece si vogliono attribuire pesi diversi fra loro relativamente a ogni parametro, si può
utilizzare la media ponderata.
L’indice di dimensione che scaturisce utilizzando la formula della media aritmetica o
ponderata è un indice compreso tra 0 e 1 e fornisce una forma sintetica e
confrontabile, quantificando la dimensione aziendale nel settore di appartenenza.
IL PROCESSO DI MUTAMENTO DIMENSIONALE
Il mutamento dimensionale deve essere oggetto di un’attenta pianificazione mediante
la quale siano esplicitati gli obiettivi che si vogliono raggiungere, ponderati in ragione
delle probabili economie e diseconomie (ossia risparmi e aggravi di costi derivanti
dalla maggiore dimensione).
Le economie di scala possono essere distinte in interne ed esterne: le prime si
conseguono grazie alla più contenuta incidenza dei costi costanti sulla maggiore
produzione svolta; le seconde si ottengono realizzando migliori condizioni
nell’acquisizione dei diversi fattori produttivi sul mercato (maggiore potere
contrattuale dovuto alle maggiori dimensioni).
Le diseconomie di scala sono riconducibili a effetti negativi che l’incrementata
dimensione può avere sulla struttura d’impresa; la crescita porta, infatti, spesso con sé
notevoli elementi di rigidità, unitamente a difficoltà più accentuate nel controllo e nella
stessa gestione del processo economico.
I MODELLI DI SVILUPPO DELLE IMPRESE 2
Pur nella varietà delle possibili soluzioni adottate e adottabili dalle imprese, è possibile
ricondurre a due grandi categorie i modelli di sviluppo dimensionale delle stesse
distinguendo tra:
Espansione per via interna: in questo caso si procede alla realizzazione di una
maggiore capacità produttiva, mediante l’acquisizione di nuovi impianti o con
l’ampliamento di quelli già esistenti.
Espansione per via esterna: è il caso in cui si acquisisce un complesso aziendale
funzionante, integrandolo con le proprie strutture. Si acquisiscono in tempi brevi
non solo capacità produttiva aggiuntiva, ma anche la clientela dell’impresa
inglobata. I processi di espansione per via esterna da perseguire con maggiore
convinzione sono quelli che accanto alla crescita nella dimensione, consentono
anche una maggiore diversificazione nell’offerta, ampliando la gamma dei prodotti
o entrando in un altro settore produttivo. Il modello di espansione per via esterna
trova la concreta possibilità di realizzazione per mezzo di diverse operazioni,
comunemente definite straordinarie, che consentono di dare vita a fenomeni di
aggregazione.
CAPITOLO 2 – IL CAPITALE D’IMPRESA
Il capitale d’impresa può essere esaminato secondo due dimensioni:
DIMENSIONE CONCRETA (composizione): il capitale viene considerato in base alla
sua composizione e al modo in cui è impiegato. Si parte analizzando il patrimonio
netto che è l’espressione contabile di quando vale l’impresa.
PN = ATTIVO – PASSIVO.
RISERVE
PN = CS + + UTILE /PERDITA D’ESERCIZIO
Le riserve possono essere di utili (accolgono utili d’esercizio che non vengono
distribuiti) o di capitale (accolgono particolari operazioni).
- Riserva legale (prevede un accantonamento finché non si arriva a 1/5 del capitale
sociale, CS)
- Riserva statutaria
- Riserva straordinaria
- Riserva di utili portati a nuovo
- Riserva azioni proprie (solo per S.P.A. sono azioni acquistate dalla stessa impresa)
- Riserva da rivalutazione
DIMENSIONE ASTRATTA (provenienza): si parte analizzando l’attivo totale poiché
si vuole esaminare in che modo le attività possono essere finanziate. Le fonti di
finanziamento delle attività possono arrivare sia da mezzi propri (PN) sia da mezzi di
terzi (debiti).
Alcune configurazioni del capitale (inteso come patrimonio aziendale):
CAPITALE DI COSTITUZIONE: si fa riferimento al capitale sociale sottoscritto
(€10.000 per le s.r.l. e 100.000 per le s.p.a.). è costituito dal capitale iniziale ma
anche da eventuali apporti successivi per incrementare il capitale sociale.
CAPITALE DI FUNZIONAMENTO: si fa riferimento a tutte le modifiche del capitale di
costituzione per effetto del funzionamento dell’impresa
CAPITALE ECONOMICO: il valore patrimoniale attribuito all’impresa non tiene conto
di elementi intangibili poiché questi non compaiono nel bilancio ma vengono
valorizzati nell’ambito della valutazione del capitale economico. Il capitale quindi
non è configurabile come aggregato di valori ma come valore unitario che proviene
dal flusso di rendimenti dell’azienda. Si deve tener conto delle rettifiche (+ o -) di
valori contabili che vengono trasformati in valor correnti.
Tale capacità dell’impresa di produrre benefici è detta AVVIAMENTO
(immobilizzazione immateriale9 che viene iscritta solo se a titolo oneroso.
Avviamento: un’impresa ha pagato un ramo d’attività a un valore più alto rispetto
alla sua valorizzazione contabile. 3
CAPITALE DI LIQUIDAZIONE: il capitale fa riferimento ai valori correnti di
liquidazione (valore di realizzo, cioè quanto l’amministrazione intende ottenere
dalla vendita).
VALORE ECONOMICO, VALORE TEORICO DI TRASFERIMENTO E VALORE DI
MERCATO DEL CAPITALE
Valore economico: valore astratto e generale attribuibile all’azienda avendo
riguardo alle condizioni operative in essere al momento della stima
Valore teorico: prezzo di cessione, cioè il valore sia dal lato del venditore che del
compratore
Valore di mercato: valore al quale si perfeziona l’operazione; osservato attraverso
le quotazioni di mercato
LA DIMENSIONE DINAMICA E STATICA DEL CAPITALE
La dimensione dinamica del capitale considera l’aspetto reddituale e prende in esame
i rendimenti e le redditività future: la prospettiva di funzionamento e le prospettive di
rendimento della gestione futura
La dimensione statica del capitale considera l’aspetto patrimoniale e cioè pone
attenzione al concetto di PN (attivo – passivo patrimoniale). Qui occorre convertire i
valori contabili a valori correnti in modo da determinare il PN rettificato.
IL CAPITALE ECONOMICO
Il capitale economico è funzione del prevedibile rendimento prospettico che l’azienda
è in grado di offrire agli investitori a titolo di capitale proprio. Ci sono TRE DIVERSI
fondamentali che devono essere stimati contemporaneamente per definire il valore
economico d’impresa.
RISULTATO in termini di reddituali: si riferisce a un aggregato economico assimilabile
al reddito operativo (costi e ricavi caratteristici) o al reddito netto (utile o perdite
dell’esercizio).
In termini di flussi finanziari si pone attenzione all’aspetto finanziario (entrate – uscite)
legate alle varie gestioni per capire se queste hanno creato flussi di cassa o hanno
assorbito risorse finanziarie (cash flow)
ANNUALITA’: Le annualità da prendere in considerazione per valutare il capitale
economico
RISCHIO: rischiosità che grava sull’investitore in termini di incertezza sui risultati
previsti
Il processo di valutazione viene fatto sulla base dei tre drivers descritte in precedenza,
vale a dire:
- Determinare l’entità della distribuzione temporale dei risultati
- Individuare una forma di attualizzazione coerente con l’orizzonte temporale
- Definire il grado di rischio in base ai risultati prospettici che prevedo di ottenere.
Modelli di valutazione del capitale economico: sono tre i modelli di valutazione
A. REDDITUALE (RO e RE)
B. PATRIMONIALE
C. FINANZIARIO (CASH FLOW)
Ci concentriamo solo sul modello reddituale e quello finanziario perché permettono di
fare considerazioni di attualizzazione sulle problematiche.
APPROCCO EQUITY SIDE
Questo approccio porta l’attenzione sui soci quindi valorizza il capitale di rischio. Con il
modello di valutazione reddituale consideriamo i futuri utili netti di esercizio (somma
che verrà potenzialmente distribuita sottoforma di dividendi); con il modello finanziario
4
invece valutiamo il free cash flow to equità (flussi di cassa che gli azionisti potrebbero
ottenere, quindi il loro introito).
[FORMULA PAG 13 DISPENSA IN BASSO A DX]
APPROCCIO ASSET SIDE
Qui non ci si riferisce solamente all’azionista, ma a un vasto numero di persone ovvero
gli investitori.
Nel calcolo del valore economico il numeratore varia a seconda del modello
utilizzato: per il modello reddituale considero RO in caso interessi una configurazione
generale considerando perciò solo l’attività caratteristica, o RO x (1 – t) se tengo
conto della rettifica legata alle imposte d’esercizio; in ogni caso, nel modello
reddituale, escludo la gestione straordinaria, fiscale e finanziaria. Per il modello
finanziario considero come numeratore le entrate e le uscite monetarie generate da un
esercizio all’altro grazie alla gestione caratteristica (free cash flow from operations). Il
denominatore è il WACC
[FORMULA PAG 13 A SX, A META’]
EQUITY ASSET
Modello RN / Ke RO oppure [Ro x (1 – t)] / WACC
reddituale
Modello Flusso disponibile azionisti / Ke Flusso di cassa operativo /
finanziario WACC
Come si determinano il reddito netto (RN) e il reddito operativo (RO)
RN Intendiamo l’utile o la perdita d’esercizio e per determinarlo si considera:
1. Gestione operativa:
2. Gestione atipica o accessoria (gestione che genera costi o ricavi grazie allo
svolgimento di una attività complementare a quella caratteristica
3. Gestione finanziaria
4. Gestione straordinaria
5. Gestione tributaria (oneri tributari)
RO Intendiamo la differenza tra costi e ricavi e si considera
1. Gestione operativa (Ro)
2. Gestione operativa + gestione fiscale (Ro x (1-t))
FLUSSI DI CASSA
Per determinare i flussi di cassa usiamo il rendimento finanziario che è il Δ dato dalla
differenza tra le disponibilità liquide dell’anno N e le disponibilità liquide dell’anno n-1.
I flussi di cassa possono essere generati da:
Area gestione operativa: consente di capire quali sono le poste attive (cioè gli
investimenti) dello stato patrimoniale riconducibili alla dimensione corrente (legata
all’attivo circolante) o strutturale (legata alle immobilizzazioni) dell’impresa.
Area gestione finanziaria: include le attività (operazioni di investimento) e le
passività (finanziamenti concessi dagli istituti di credito).
C’è la possibilità di mettere in evidenza in che misura le attività di ogni specifico
ambito di gestione hanno prodotto avanzi o fabbisogni monetari. 5
Determinazione dei flussi di cassa
Per costruire il rendimento finanziario (necessario per determinare i flussi di cassa)
devo partire da un aggregato di conto economiche poiché l’aspetto finanziario è un
aspetto successivo, derivato da quello economico. Il punto di pareggio è il margine
operativo; un flusso di cassa potenziale. Per flusso di cassa potenziale si intende che
è avvenuta la manifestazione economica (costi e ricavi registrati a Conto Economico)
ma ancora non si è verificata quella finanziaria. Se entrambe fossero accadute allora
parleremmo di flusso di cassa reale.
Esempio
MOL = 120.000 di cui 10.000 di ricavi non incassati potenziale
Il MOL deve essere rettificato per poter attivare un flusso di cassa operativo reale. Per
rettificarlo uso il CCNC (capitale circolante netto contabile).
CCNC = attivo corrente (crediti, scorte…) – passivo corrente (debiti v/fornitori o
tributari)
MOL 120.000
–
Δ- crediti v/clienti 12.200 Voci imputate a CE ma che non
+ si sono manifestate dal lato
Δ+ debiti tributari (IVA) 2.200 finanziario
=
110.00
Il MOL è dunque dato dalla differenza tra costi e ricavi operativi dei quali alcuni hanno
già avuto manifestazione finanziaria, alcuni no e altri sono di tipo non monetario (non
hanno flussi finanziari – ammortamenti, fondo TFR)
MOL = MON + ammortamenti materiali
Partiamo allora dal MOL e applichiamo una serie di rettifich
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