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coalizioni di Governo, in Italia invece, tale progetto è fallito a causa del fallimento del centro-sinistra. I partiti hanno

continuato a non fidarsi gli uni degli altri e allo stesso tempo hanno perso gran parte dell'elettorato.

Gli elementi fondamentali dello Stato di diritto Costituzionale democratico e sociale, vengono messi in discussione

dall'erosione dello Stato sociale e dalla crisi della democrazia rappresentativa. Per questo si cerca di riprendere in

considerazione il piccolo partito rispettabile e regolato.

Durante il 1700 in Gran Bretagna, il grande partito non veniva considerato adatto alla comunità politica ed era quello

fondato su parametri religiosi secolarizzati. Tali parametri secolari, durante il Novecento, si riflettono nei nascenti

regimi totalitari o autoritari a tendenza totalitaria che dagli anni Venti caratterizzano la storia europea. Dopo il 1993,

con la crisi politica, nascono nuovi partiti populisti e anche quelli che rifiutano la rappresentanza. Ad esempio il M5S

cerca di negare la democrazia rappresentativa in nome di una democrazia diretta. Si presenta il tema del grande partito

non rispettabile e affidabile che indebolisce il sistema.

LE ELEZIONI PRIMARIE DIRETTE DI PARTITO (O DI COALIZIONE) E LA LORO REGOLAZIONE

PUBBLICISTICA

Le primarie sono strumenti istituzionali connessi all'evoluzione della democrazia rappresentativa di massa, di cui spesso

hanno cercato di porre rimedio alla crisi.

Il metodo della votazione caratterizza gli ordinamenti democratici, favorendo la legittimazione delle scelte delle

la partecipazione e l'integrazione dei consociati. “Votare” significa,

procedure e, nello stesso tempo, favorendo

esprimere la volontà del singolo, all'interno di un procedimento strutturato e al fine di giungere a decisioni collettive di

tipo deliberativo o elettivo. La procedura di votazione, viene a porsi alla base degli attuali ordinamenti di democrazia

pluralista. Gli standard minimi che differenziano una votazione democratica da una non democratica sono:

- la possibilità di essere informati e di informare nell'ambito di una competizione pluralistica

- la possibilità di esprimere senza costrizione il suffragio nella certezza che lo stesso venga valutato in modo corretto.

Per elezione primaria di partito si intende, “una procedura di votazione elettiva infrapartittica o infracoalizionale, in cui

vengono selezionati i candidati per le elezioni interpartitiche o intercoalizionali di qualsiasi tipo”. Sono due le variabili

da prendere in considerazione: la prima è la natura autonoma della procedura: se essa sia controllata dall'ordinamento o

se sia frutto della autonomia organizzativa infrapartitica. La seconda riguarda il fatto su chi possa partecipare alle

elezioni e di conseguenza avremmo primarie aperte, chiuse o semichiuse.

In USA, le primarie di partito sono il frutto di una crisi evolutiva del sistema rappresentativo classico e dell'esigenza che

strumenti di controllo e trasparenza vengono applicati anche all'interno delle istituzioni partitiche, che caratterizzano la

società di massa. Verso la fine del 1800 il populismo e il progressismo spinsero per una maggiore democratizzazione

dei partiti. Dal caucus tradizionale si passa alla prevalenza del meccanismo delle convenzioni dei delegati eletti dalle

istanze inferiori. Alla fine degli anni 60 le primarie vennero introdotte prima all'interno del Partito Democratico e poi

all'interno di quello Repubblicano. La competenza della normativa elettorale in materia è lasciata ai singoli stati e circa i

2/3 di essi utilizzano le primarie. Quest'ultime vengono utilizzate per regolare il comportamento dei partiti (associazioni

non riconosciute) nel momento in cui arrivano a svolgere funzioni pubblicistiche di rilievo come la selezione dei

candidati oppure utilizzano il finanziamento pubblico per le loro campagne elettorali.

In Argentina invece, la legge del 1985 regola i partiti e li ritiene “strumenti necessari per la formulazione e

realizzazione della politica nazionale” a cui gli viene attribuito il potere di nomina dei candidati. Perciò in Argentina, la

Costituzione ne garantisce l'organizzazione e il loro funzionamento democratico. Qui il sistema delle primarie sono

aperte, simultanee e obbligatorie in tutto il territorio Nazionale, c'è una normativa molto selettiva e strutturante

derivante dalla forma di governo semi presidenziale forte e dalla presenza plebiscitaria peronista.

In Francia invece c'è una propensione ad utilizzare lo strumento della competizione infrapartitica.

In Italia, c'è il problema della mancata regolazione del partito politico, anche se durante il periodo costituente ci furono

dei tentativi di istituzionalizzazione delle loro funzioni pubbliche. Zampetti è uno dei principali mentori delle primarie e

cercò di introdurle all'interno della DC. Durante gli anni 80 il tema delle primarie, viene affrontato all'interno del PCI,

ma le primarie non assunsero rilievo veramente nazionale fino al 2005, in occasione della candidatura di Romano Prodi.

Nel 2007 all'interno del PD sono state svolte le elezioni per il segretario di partito, vennero chiamate primarie di

traslazione perché l'eletto sarebbe stato il Capo della coalizione del 2008. A destra, invece, troviamo una totale

mancanza di un interesse per gli strumenti di selezione infrapartitica o infracoalizionale delle candidature.

La legge 270/2005 attribuisce al leader del partito o della coalizione, la decisione della scelta dei candidati. Nello stesso

anno spiccano le proposte di Veltroni, Chiaramonte, Ceccanti e Quagliarello.

Veltroni proponeva un intervento sul contenuto minimo degli statuti unendovi la regolazione delle primarie. Si tratta di

elezioni primarie chiuse o semichiuse a cui si applicano le normative generali per le consultazioni interpartitiche.

Ceccanti proponeva il riconoscimento della personalità giuridica dei partiti e la incentivazione dei comportamenti

virtuosi attraverso il rimborso spese. Quagliarello proponeva delle consultazioni riservate agli iscritti e ai sostenitori

del partito o della coalizione.

In Italia le primarie possono essere una soluzione parziale per riallacciare i rapporti tra il ceto politico e il demos, ma

esse devono essere applicate sia per le cariche monocratiche e sia per quelle collegiali. Solo in questo modo la crisi di

delegittimazione delle istituzioni e del ceto politico potrà essere perlomeno contenuta. L'impossibilità di regolare il

partito politico ha condotto alla prospettiva dell'autonomia del sistema dei partiti. Ne è venuto fuori da un lato lo Stato

più pesante d'Europa, dall'altro una partitocrazia senza partiti di tipo bipolare centrifugo.

STATO DEI PARTITI, NON PARTITOCRAZIA

In Italia, lo Stato dei partiti che si era susseguito allo Stato autoritario a tendenza totalitaria del ventennio fascista, già

nel periodo Costituente aveva dimostrato l'incapacità di autoregolarsi opportunamente. Nel 1948 Elia aveva evidenziato

che negli statuti dei partiti vi erano due aree che possedevano un interesse pubblicistico: da un lato i diritti degli iscritti,

dall'altro la selezione dei candidati. Nel periodo successivo alle elezioni del 48, sia Mortati che Elia hanno spostato la

loro attenzione verso il tema dell'integrazione del sistema dei partiti nell'ambito dell'applicazione della Costituzione

repubblicana. Il problema italiano si trascina dalle origini e si aggrava negli anni 60, in occasione del fallimento del

centro-sinistra. La legge 195 del 1974 (riguardo i finanziamenti ai partiti) rappresentò il simbolo di un intervento in cui i

partiti di un sistema in difficoltà introdussero il rimborso e il finanziamento senza controlli efficienti. Le successive

leggi del 1997 e del 1999, con il Porcellum del 2005 hanno trasformato i meccanismi del finanziamento e della

rappresentanza, introducendo il sistema della nomina ed acuendo una crisi di legittimazione, che di recente si è

condensata in una sostituzione del politico-partitico con il politico-tecnico.

In circa 60 anni di esperienza costituzionale è stata confermata l'incapacità del sistema di integrare e di regolare i

soggetti della competizione politica. Oggi appare necessario intervenire sull'art.49 che si occupa di regolare i partiti

della Costituzione.

La Corte Costituzionale, con l'ordinanza 79/2006 ha affermato che “i partiti politici vanno considerati come

organizzazioni proprie della società civile, alle quali sono attribuite dalle leggi ordinarie le funzioni pubbliche, e non

come poteri dello Stato”.

La materia infrapartitica da regolare, per la quale lo Stato italiano è rimasto immobile per anni, tutti i progetti fino ad

ora presentati, non hanno ancora elaborato un testo che:

- consideri il tema della regolazione del partito politico all'interno della complessiva legislazione elettorale e di

contorno.

- preveda regole interne democratiche.

- regoli in maniera incisiva la selezione dei candidati all’elezione dei vari livelli

- preveda regole per il rimborso spese elettorale

Il caso italiano presenta il più pesante Stato dei partiti dell'Europa occidentale, è collassato dopo il 1993 e non si è giunti

a un riallineamento. In entrambe le fasi della Repubblica italiana, il paese è stato caratterizzato da uno Stato dei partiti

sregolato:

1. nella prima fase, si è individuato uno Stato dei partiti sregolato e pesante, caratterizzato da forme organizzative di

massa.

2. nella seconda fase, si è costruito uno Stato dei partiti leggero con forti elementi di tipo plebiscitario.

Nell'ultimo decennio, il settore della scienza politica, sembra aver preso sul serio il tema dei partiti. Tuttavia in Italia c'è

il rischio che la democrazia del pubblico finisca per avvicinarsi a una democrazia di facciata, se non saranno regolate le

fasi pubblicisticamente rilevanti della vita infrapartitica e la legislazione di contorno.

REGOLAMENTI PARLAMENTARI E FORMA DI GOVERNO

La stessa storia costituzionale italiana e storia della Costituzione repubblicana possono essere analizzate, anche

attraverso i regolamenti parlamentari.

Tali regolamenti sono connessi al regime (ovvero alle norme, ai valori, alle regole e alle strutture d'autorità dove

agiscono i soggetti politicamente rilevanti) e quindi alla cosiddetta Costituzione materiale. I regolamenti parlamentari

costituiscono i principali procedimenti per la produzione delle norme di carattere legislativo e uno strumento per

influire sul tipo di forma di governo. Se con quest'ultima si intendono i rapporti che si stabiliscono tra i supremi organi

costituzionali in relazione alla funzione di indirizzo politico, i regolamenti parlamentari costituiscono il segno concreto

dei rapporti esistenti all'interno delle singole Camere e tra Legislativo ed Esecutivo. Perciò, all'interno della forma di

governo si deve necessariamente tenere conto della conformazione del sistema partitico sia a livello elettorale che a

livello parlamentare. I differenti tipi di partito, all'interno delle diverse forme di stato e di governo, influenzano, in

maniera intensa il funzionamento delle strutture parlamentari in correlazione con le regole interne delle stesse. Riguardo

al caso italiano risulta indispensabile confermare la connessione tra i regolamenti delle assemblee elettive e la storia

costituzionale generale.

Nel 1971 i regolamenti hanno subito un profondo processo di decostruzione e appaiono caratterizzati da una doppia

natura: da un lato indicano il processo di istituzionalizzazione delle strutture parlamentari, dall'altro sono caratterizzati

da forti mutamenti derivanti dai precari equilibri politici.

Le tecniche del diritto parlamentare sono caratterizzate da continuità e nella storia del Parlamento italiano possiamo

individuare diverse fasi:

1. Il modello statuario originale: è la prima fase del diritto parlamentare, è deducibile dal modello monarchico

costituzionale dello Statuto Albertino. Qui il parlamento collaborava con una compartecipazione alla funzione

legislativa all'indirizzo politico del Sovrano.

2. L'interpretazione liberale oligarchica: è rappresentata dall'interpretazione evolutiva della monarchia

rappresentativa nella versione liberale-oligarchica, in cui il Parlamento divenne elemento cardine, di un sistema

caratterizzato dalla ristretta base censitaria e dalla tutela del Sovrano nei momenti di crisi. Qui la vicenda dei

regolamenti parlamentari segue le conseguenze dell'espansione del suffragio universale.

3. Il breve periodo liberale e democratico: questa fase si è aperta alle soglie del 900, con l'assassinio di Umerto I, con

il nuovo regolamento della Camera ed il Decreto Zanardelli. Esplose il suffragio universale maschile e venne introdotto

un sistema a formula non maggioritaria, venne modificata anche l'organizzazione del Parlamento con l'adozione dei

gruppi parlamentari e delle Commissioni.

4. Il periodo autoritario a tendenza totalitaria: aperto dalla legge elettorale Acerbo (2444 del 18 novembre del 1923)

tutte le innovazioni del Regime tesero a modificare il carattere della rappresentanza parlamentare: listone unico,

abolizione dell'elettività della Camera dei deputati e trasformazione di essa in Camera dei fasci e delle corporazioni.

5. Il periodo transitorio e provvisorio della ristrutturazione costituzionale: comprende il regime costituzionale

transitorio della storia del Parlamento repubblicano, con il recupero della normativa dello Stato liberale e democratico

pre-fascista, fino alla formazione di uno Stato dei partiti sregolato.

L'approvazione della Costituzione fu l'ultimo atto dell'unità delle forze antifasciste. I partiti si divisero sulla base di

linee di politica internazionale e interna, dando vita a uno Stato regionale e una forma di governo debole, caratterizzata

da un bicameralismo paritario.

6. La prima fase della storia della Costituzione repubblicana: dopo le elezioni del 18 aprile del 1948, la costituzione

risultò congelata per alcuni anni, vennero applicate rigide convenzioni e nel 1953 il premio di maggioranza. Intorno agli

anni 60 si è assistito allo scongelamento istituzionale e la sconfitta del centro-sinistra. Negli anni 90 c'è stata

l'implosione del sistema partitico italiano.

7. La seconda fase della Repubblica: il periodo ventennale che stiamo vivendo è quello di uno Stato dei partiti

sregolato, ma privo di formazioni strutturate con il doppio difetto di aver perso qualsiasi tipo di partecipazione e di aver

immesso un bipolarismo centrifugo di tipo plebiscitario. Sono gli anni della crisi di regime, della fine della classe

politica tradizionale, dell'avvento di nuovi soggetti e di forze anti-sistema, delle riforme elettorali, della caduta di

Berlusconi e della modifica incisiva del regolamento parlamentare della Camera dei deputati.

Nell'ultimo ventennio ci si è interrogati sui compiti delle assemblee parlamentari nell'ambito dei processi di

integrazione e globalizzazione. Si è individuata una nuova funzione dei parlamenti nazionali, quella di coordinare i

differenti piani delle assemblee elettive, inoltre si è pensato di risolvere la crisi nazionale e del Parlamento attraverso

una riforma dei regolamenti.

Il parlamento tedesco è sempre più attivo in ambito europeo, altri invece rischiano di essere delegittimati date le loro

agende sempre più leggere. Non si può che ribadire l'esigenza di andare avanti nel processo di integrazione politica

continentale, perché il destino dei parlamenti è legato a quello dell'Europa.

IL REFERENDUM ELETTORALE: TRA L'INFANTICIDO E LAZZARO

I sistemi elettorali sono strumenti tecnici di valenza politica che si connettono alla forma di Stato e al regime, influendo

per l’elezione

sulla dinamica della forma di governo. La legge Calderoli di Camera e Senato era parsa ai limiti

dell'incostituzionalità, tanto che sono stati proposti due referendum per abrogarla.

Tra la prima e la seconda fase repubblicana si sono susseguiti due referendum in materia elettorale, quello sulla

preferenza unica nel 1991 e quello sulla quota del proporzionale del Senato del 1993 e la consapevolezza della crisi

politica italiana, aveva convinto alcuni a ripercorrere la via del referendum abrogativo in materia elettorale. Nella

primavera del 2011 lo fecero due promotori: Passigli e Morrone-Parisi. Il referendum Passigli, dopo un buon consenso

iniziale derivato dai sindacati e da lustri intellettuali, venne abbandonato dopo il dibattito interno al PD. Lui proponeva

il ritorno a un sistema basato su formula proporzionalistica e soglia di esclusione del 4%. Invece l'iniziativa Morrone-

Parisi, intendeva abrogare la legge Calderoli in toto, o parzialmente, per ritornare al meccanismo del 1993 attraverso

l'istituto della reviviscenza. Una simile ipotesi aveva davanti a sé la difficoltà del giudizio di ammissibilità.

L'interrogativo principale era se la reviviscenza fosse applicabile all'abrogazione referendaria anche in considerazione

della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia, che aveva espresso una opinione negativa. Infatti si è

evidenziato come la reviviscenza delle norme abrogate da una legge attraverso intervento parziale o chirurgico di un

referendum popolare ponga problemi di logica giuridica e di applicazione concreta.

IL TENENTE DROGO E LA RIFORMA ELETTORALE

Tra il 1993 e il 2012 l'ordinamento politico italiano è stato l'unico ad aver subito per due volte la modifica del sistema

elettorale, senza tenere conto delle incisive modifiche tenutesi a livello regionale (199/2001) e comunale.

Dopo il referendum del 18 aprile del 1993 si passò, dal Mattarellum, un meccanismo maggioritario con ripartizione

speculare dei seggi, al Porcellum (270/2005 del ministro Calderoli), ovvero un meccanismo speculare con soglie di

esclusione e premio di maggioranza alle coalizioni o al partito. Il 2012 si aprì con la sentenza della Corte costituzionale

che dichiarò l'inammissibilità del quesito referendario volto a far rivivere il Mattarellum, attraverso l'abrogazione del

Porcellum.

Il 2012 fu pieno di annunci, ma l'unico risultato raggiunto è stata la legge sui rimborsi elettorali. Essa prevede la

riduzione dei contributi pubblici per le spese sostenute dai partiti e dai movimenti politici, articolandolo come rimborso

delle spese elettorali per il 70% e come finanziamento per il restante 30%. Tutte le altre misure, come l'applicazione

dell'art. 49 della Costituzione (regolazione dei partiti), la riforma costituzionale sull'elezione del Capo dello Stato e la

riforma elettorale, rimasero tutte bloccate.

A gennaio si era parlato di un accordo tra PD e PDL, per la stesura della riforma elettorale, il primo avrebbe dovuto

rifiutare al doppio turno magg. in collegio uninominale, e il secondo al premio di coalizione. Si sarebbe dovuto

reintrodurre la scelta delle preferenze, con il conseguente abbandono della scelta del partito e della coalizione,

caratteristica fondamentale della seconda fase della Costituzione.

Lo sciogliersi del PDL, la crisi della Lega Nord e l'incredibile consenso ottenuto dal M5S ha convinto il PD a

mantenere il sistema elettorale vigente, perché ne avrebbe tratto guadagno da esso. Perciò la legge 270/2005 è stata

mantenuta, nonostante abbia sostituito il principio elettivo con quello di nomina, non assicuri la governabilità e ha un

premio di magg. alto.

NON CI SONO ZONE FRANCHE NELLO STATO DI DIRITTO COSTITUZIONALE.

Nel marzo del 2013, l'ordinanza della Corte di Cassazione di rimettere alla Corte Costituzionale una serie di articoli del

Porcellum, ha costituito un segnale dell'intervento concreto degli organi di controllo interno ed esterno

dell'ordinamento, davanti al blocco dei partiti e del parlamento. C'è chi ha definito questa mossa: sovversiva, attentato

alla stabilità dell'esecutivo, non rispettava le competenze parlamentari in materia elettorale, ecc..

Il problema è che il tema elettorale è stato trascurato dalla dottrina giuspubblicistica. Occorre ricordare che alcune parti

del sistema elettorale, ovvero del meccanismo di trasformazioni dei voti in seggi, sono lasciate alla discrezionalità dei

soggetti politicamente rilevanti, ma altre si connettono alla forma di stato e non possono derogare i principi della libertà

di voto e dell'eguaglianza. Di conseguenza non è possibile, che vengano superati i limiti di ragionevolezza per favorire

la governabilità e che vi deve essere un modo per spingere il legislatore ad adeguarsi ai valori costituzionali.

Nell'ordinanza viene ribadito che le leggi elettorali, non possono sfuggire al sindacato di costituzionalità, non si

tratterebbe di violare la competenza degli organi parlamentari, bensì di verificare la legittimità dello strumento per la

selezione della rappresentanza, tema che appartiene alla giurisdizione costituzionale. I meccanismi adottati senza il voto

di preferenza vengono dichiarati illegittimi e viene dichiarato irragionevole il premio di maggioranza raggiunto senza

una soglia minima di voti. Un sistema abbastanza distorsivo impedisce che il suffragio possa esplicarsi in maniera libera

perché ci sono vincoli che eccedono un determinato livello, impedendo la libera espressione della volontà del singolo.

La Costituzione quindi poteva: negare l'ammissibilità della questione; dichiarare l'inammissibilità del ricorso; dichiarare

l'incostituzionalità del premio; dichiarare l'inammissibilità della questione. Tutte queste soluzioni evidenziavano come i

problemi del sistema elettorale in senso stretto e della legislazione di contorno fossero e siano strategici per un

ordinamento democratico, confermando come le difficoltà italiane derivino da una transizione democratica che pare più

simile a quella degli ordinamenti dell'Europa centro-orientale che a quella dei paesi di democrazia stabilizzata.

DAL PORCELLUM ALL'ITALICUM: NUOVI COLLEGAMENTI E NUOVI ORARI, MA SU VECCHI

BINARI

Con la sentenza 1/2014, la Corte si pronuncia per la prima volta sulla questione del Porcellum, con questa sentenza la

Corte ha:

- disegnato i limiti di qualsiasi nuovo sistema secondo i criteri della ragionevolezza e della proporzionalità.

- colpito di illegittimità costituzionale sia il premio di maggioranza senza soglia e sia le liste bloccate.

- ha restituito all'ordinamento un sistema elettorale perfettamente funzionante per entrambe le Camere, integrati dalla

preferenza unica e da soglie di esclusione esplicite e ragionevoli per i singoli partiti e per le coalizioni.

Il progetto presentato in Commissione il 22 Gennaio in sostanza è un porcellum modificato; si connette con riforme

costituzionali che hanno bisogno di un alta legittimazione da parte dei legislatori e di un tempo ampio per

l'approvazione e non risolve i problemi di incostituzionalità evidenziati dalla Corte.

Infatti viene mantenuto il premio di maggioranza con una ricompensa irragionevole e non proporzionale al vincolo del

“minor sacrificio” richiesto dalla Corte e viene conservata la lista bloccata, che era stata già precedentemente censurata.

È un sistema di “majority peculiare degli ordinamenti dell'Europa mediterranea

bonus system”, e che ci compara molto

al sistema elettorale vigente a S. Marino. Questo dato certifica la caratteristica del panorama politico italiano liquefatto

della seconda Repubblica.

La soglia del 35% dei voti, risulta una soglia troppo bassa, data la scarsa partecipazione alle urne degli ultimi anni essa

equivarrebbe a una soglia di circa il 26% contando gli astenuti e i voti bianchi o nulli. Una soglia così bassa che

garantisce il 53% (35 di soglia e 18 di maggioranza) dei seggi, va contro “il minor costo possibile per la rappresentanza

rispetto alle esigenze della governabilità” chiesto dalla Corte costituzionale. C'è la necessità di alzare la soglia ed è

indispensabile tarare l'ottenimento del premio rispetto agli elettori iscritti e non ai semplici voti validi. Per quanto

riguarda le liste bloccate, la Corte costituzionale ha reintrodotto la scelta dell'elettore al posto del sistema della nomina

effettuata dal Capo di partito o di coalizione. La soluzione indicata nell'Italicum da Renzi e Berlusconi, sono collegi che

eleggono da 3 a 6 rappresentanti, però tale soluzione non risolve il problema in merito alla scelta dei rappresentanti. La

Corte ha chiesto che sia il Corpo elettorale a votare i 630 parlamentari, è opportuno tornare a pensare a forme di

regolazione dei diritti degli iscritti ai partiti e di selezione adeguata delle candidature.

L'EMERGENZA, UN PROGETTO SQUILIBRATO E I PERICOLI DELLA DEMOCRAZIA DI FACCIATA

Il quadro generale:

- negli ordinamenti capitalistici ci si trova in una situazione di difficoltà, sia per il settore della rappresentanza e sia per

quello dello Stato derivante dai rapporti geopolitici.

- c'è una serie difficoltà del progetto di integrazione europeo.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sciencespolitics di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto costituzionale italiano e comparato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Lanchester Fulco.

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