Capitolo primo: Psicologia e diritto
Il concetto di giudizio
Il concetto di giudizio può avere molti significati:
- Affermazione che esprime un’opinione, una valutazione;
- Designa qualsiasi forma di decisione;
- Nel linguaggio dei filosofi e dei logici si tratta di un’operazione che connette un soggetto con un predicato;
- Per gli psicologi il giudizio è l’insieme dei processi che fanno soppesare il valore e la probabilità delle singole alternative decisionali. Costituisce quindi una fase della decisione;
- Per i giuristi ha un doppio significato: è sinonimo di decisione che pone fine a una controversia, ossia di verdetto ma anche di processo che permette di giungere a questa decisione.
Il giudizio e gli psicologi
Per molto tempo i giuristi non si sono interessati ai processi mentali implicati nel giudizio anche a causa della mancanza di una vera e propria teoria scientifica della mente. Si inizierà a parlare di una psicologia in senso scientifico solo nei primi decenni dell’800. Tuttavia, questa neonata psicologia scientifica, a causa dei suoi paradigmi, ostacolava uno studio approfondito dei processi mentali.
Tra gli anni '30 e '70, la scena è stata dominata dal paradigma comportamentista, che definiva il comportamento umano come il risultato di contingenze di rinforzo, ovvero ricompense e punizioni modulavano i comportamenti trasformandoli in abitudini. L’indagine quindi si occupava solo del comportamento manifesto. Solo con la nascita delle scienze cognitive si è fatto un passo in avanti.
L’oggetto di studio della psicologia si sposta dal comportamento osservabile ai processi cognitivi, assumendo che la mente possa essere considerata come un sistema complesso che acquisisce informazioni, le elabora e le codifica, le immagazzina e infine le recupera per lo svolgimento dei diversi compiti richiesti.
Tutti questi cambiamenti hanno permesso l’elaborazione di modelli molto sofisticati circa il funzionamento del sistema cognitivo e consentito di fare enormi passi in avanti nella comprensione di quanto avviene nella nostra mente quando siamo coinvolti in un giudizio.
Un modello particolarmente interessante è il Modello di Norman e Bobrow che descrive il trattamento del flusso delle informazioni dal momento in cui gli stimoli dall’esterno entrano nel sistema fino all’eventuale archiviazione degli stessi nel magazzino permanente. Lo schema di base tracciato dal modello include 3 tipi di magazzini di memoria: che mantiene e trasforma l’informazione sensoriale in entrata in uno span temporale di qualche secondo, una memoria di lavoro a capacità limitata in cui entra il pensiero cosciente, e una memoria a lungo termine, dove sono immagazzinati concetti, immagini, fatti e procedure.
Secondo questo modello ci sono 2 proprietà tipiche dei sistemi di memoria che hanno delle conseguenze sui processi di ragionamento, di giudizio e di decisione:
- Capacità limitata della memoria di lavoro, che porta ad alcuni errori di ragionamento, a delle distorsioni del giudizio e della decisione;
- Quantità di fatti e procedure appresi e trattenuti in memoria. Questo aspetto potrebbe essere invocato per rendere conto della diversità nella prestazione tra decisori con diversa expertise.
Negli ultimi 20 anni, la ricerca sui processi cognitivi ha fatto un ulteriore passo in avanti, registrando un crescente coinvolgimento delle neuroscienze. Mediante vari strumenti (elettroencefalografie, tomografie a emissione di positroni, risonanze magnetiche funzionali etc.) si cerca di comprendere quali aree cerebrali siano coinvolte nel ragionamento, nella decisione, nelle emozioni, per poi valutare in che modo queste aree interagiscono quando si procede a giudizi.
Le neuroscienze introducono nuove variabili nelle teorie proposte dagli approcci tradizionali allo studio dei processi cognitivi coinvolti nel pensiero, nel ricordo, nella decisione. Questo approccio consente di integrare nei modelli classici di scelta le componenti emotivo-affettive.
Il dialogo tra diritto e psicologia
I giuristi hanno sempre aspirato a comprendere come giudici e avvocati ragionino e decidano e quali processi mentali presiedano alla testimonianza. Si è sempre intuita l’importanza, nel giudizio, di leggere nella mente degli attori del processo.
Bisogna, infatti, ricordare quanta importanza abbiano storicamente avuto nella formazione del giurista la logica e la retorica, già studiate in epoca greca e romana. In assenza degli strumenti per comprendere i meccanismi mentali che operano nel giudizio, sono nate delle forme di psicologia ingenua.
Nasceva in quel periodo, grazie a Mustenberg, la psicologia della testimonianza, giunta in Italia grazie a Musatti e Carnelutti; e veniva applicata in campo giuridico anche la psicologia sociale utilizzata soprattutto in riferimento alle giurie. Quando, grazie alle scienze cognitive, si ebbero nuovi strumenti per lo studio dei processi mentali implicati nelle decisioni, non si è trascurato di applicarli al tema del giudizio. In questo modo i giuristi possono valutare se i modelli da loro utilizzati per descrivere il giudizio trovano riscontro empirico, permettendo così di descrivere fenomeni che sfuggono alle analisi strettamente giuridiche, consentendo di valutare l’effettiva portata prescrittiva delle norme, sostanziali e processuali, che regolano il giudizio, offrendo strumenti per nuove regolazioni che permettano di conseguire con maggiore efficacia gli obiettivi tradizionalmente associati al giudizio, come la certezza o la razionalità. Ad esempio, conoscendo gli errori sistematici che caratterizzano la decisione collegiale è possibile strutturare la fase decisoria in modo da minimizzarne l’impatto.
Capitolo secondo: I ricordi e l’oblio
La memoria e il giudizio
La memoria è molto importante soprattutto quando si riflette sul giudizio. Pensiamo a quanto conti per l’avvocato che deve sostenere una tesi in un processo, o nel caso del testimone che deve ricordare i fatti accaduti, o ancora per il giudice che deve prendere una decisione.
Un’idea ingenua: la memoria come magazzino
Quando pensiamo alla memoria viene spontaneo paragonarla ad un magazzino nel quale l’informazione presa dal mondo viene inserita e mantenuta per poter essere utilizzata in futuro. La memoria avrebbe dunque un ruolo passivo, si limiterebbe a raccogliere l’informazione senza elaborarla. È proprio su questi due assunti che si basa l’idea ingenua della memoria, ancora molto diffusa tra i giuristi pratici.
I primi studi sulla memoria condotti in maniera sistematica e con un approccio scientifico risalgono a Ebbinghaus, che sviluppò una serie di tecniche volte ad analizzare i meccanismi di base della memoria in situazioni controllate, evitando per quanto possibile variazioni nell’ambiente di apprendimento ed effetti delle differenze individuali riguardo al background di conoscenze.
Sottopose sé stesso a prove ripetute in condizioni sperimentali altamente controllate e utilizzò materiali neutri per evitare l’influenza della conoscenza precedentemente acquisita sull’esito delle prove. In altri esperimenti Ebbinghaus misurò l’effetto della pratica sull’apprendimento.
Con questi esperimenti egli ottenne 3 importanti risultati:
- La conferma dell’ipotesi del tempo totale di apprendimento, ovvero che la quantità di materiale appreso aumenta linearmente con il tempo impiegato nell’apprendimento;
- La pratica distribuita produce effetti migliori della pratica massiva;
- Il terzo risultato riguarda la curva di posizione seriale, ovvero la tendenza a ricordare più frequentemente ed accuratamente gli item collocati nella parte iniziale (effetto priorità) e finale della lista (effetto recenza), rispetto a quelli collocati nella parte centrale.
Una prima falsificazione dell’idea ingenua: la complessità della memoria
L’idea ingenua della memoria come un magazzino che si limita a raccogliere informazioni in modo passivo è stata smentita dai dati sperimentali, oltre che dalla prassi quotidiana dei giudizi.
Nel tempo si è assunto che la memoria possa essere meglio rappresentata da un sistema di magazzini: diversi magazzini rispondono a proprie regole di funzionamento. È stata dimostrata l’esistenza di una memoria a breve termine e una memoria a lungo termine. La prima mantiene poca informazione per il tempo strettamente necessario a processarla, la seconda mantiene una quantità enorme di informazione e la mantiene in via tendenzialmente permanente.
È stata inoltre falsificata l’idea che la memoria si limiti a svolgere un ruolo passivo grazie al lavoro di Frederick Bartlett. Egli riteneva che la memoria fosse un processo attivo sia quando le informazioni vengono acquisite, sia quando devono essere recuperate. Per studiare la memoria, Bartlett utilizzò una particolare tecnica denominata metodo delle riproduzioni in serie sia in forma grafica che linguistica. A un soggetto veniva fatto leggere un testo, dopo di che doveva riprodurre tutto ciò che ricordava. Questo materiale veniva fatto leggere ad un altro soggetto che a sua volta doveva svolgere lo stesso compito del soggetto precedente. Il materiale utilizzato era costituito soprattutto da storie popolari.
Questi studi dimostrarono che i soggetti tendono ad operare delle semplificazioni rendendo le storie molto più coerenti e brevi e permisero a Bartlett di proporre e descrivere la funzione dello schema, inteso come struttura che organizza le conoscenze acquisite e guida il nostro comportamento. Gli schemi possono influenzare i processi di memoria favorendo la selezione e l’organizzazione delle informazioni in entrata in una struttura sensata ed in tal modo rendendo più accurata la rievocazione.
Questa modalità di funzionamento dello schema è stata provata sperimentalmente per la prima volta da Bransford e Johnson. A tutti i partecipanti veniva detto che avrebbero dovuto ascoltare un brano.
- A un gruppo non veniva mostrata alcuna immagine.
- A un altro gruppo veniva, invece, mostrata un’immagine coerente con il contenuto del brano. A metà gruppo l’immagine veniva presentata prima di ascoltare il brano, mentre all’altra metà dopo aver ascoltato il brano.
- A un terzo gruppo di soggetti veniva mostrata un’immagine che rappresentava il contenuto del brano solo in modo parziale.
A tutti i partecipanti veniva chiesto di esprimere un punteggio di comprensione del brano udito su una scala da 1 (molto difficile da capire) a 7 (molto facile da capire) e di rievocare quante più informazioni potevano dal brano stesso.
I risultati mostrarono che le prestazioni dei partecipanti ai quali prima di udire il brano veniva mostrata l’immagine coerente con il contenuto del brano erano superiori non solo a quelle espresse dal gruppo senza contesto, ma anche a quelle del gruppo a cui veniva mostrato il contesto parziale. Va, dunque, sottolineato che l’immagine è in grado di svolgere appieno la funzione schematica per favorire la comprensione iniziale e per la successiva rievocazione del materiale verbale soltanto in caso in cui venga presentata prima di udire il brano.
Lo schema, però, è anche una struttura cognitiva in grado di organizzare le informazioni disponibili quando devono essere rievocate. Questa funzione è stata provata da una serie di esperimenti di Anderson e Pichert. I due ricercatori hanno dimostrato che lo schema è responsabile del tipo di informazioni rievocate dai soggetti: i soggetti indotti a cambiare lo schema dopo aver letto un brano ricordavano molte informazioni rilevanti per il nuovo schema, anche se queste erano irrilevanti per lo schema utilizzato per comprendere il brano durante la lettura.
L’influenza degli schemi sui processi mnemonici ci permette di capire perché i testimoni ad un processo ricordano in modi diversi uno stesso evento; spesso sono proprio le domande che gli vengono poste ad attivare determinati schemi di risposta.
Altre falsificazioni: l’oblio e le cause dell’oblio
L’oblio può essere definito come l’impossibilità o l’incapacità di recuperare una qualche informazione dalla memoria. Secondo la teoria ingenua della mente, l’oblio era dovuto ad una limitata capacità del magazzino di memoria.
La realtà è molto più complessa e le cause dell’oblio possono essere diverse:
- La prima causa è il tempo che intercorre tra il momento dell’acquisizione di un’informazione e il momento in cui questa info deve essere recuperata. Ebbinghaus inizialmente evidenziò che la velocità con cui si verifica l’oblio è più elevata all’inizio, mentre dopo 8 ore è relativamente bassa. In realtà, Musatti dimostrò un miglioramento nelle prestazioni mnestiche nelle deposizioni rese a distanza, rispetto alle deposizioni immediate. Per effetto di un fenomeno definito ipermnesia, causato dalla progressiva riorganizzazione mentale dell’info in possesso del testimone, in una prima fase le prestazioni migliorano: ciò fino a un tempo ottimo di latenza testimoniale che Musatti, nei suoi esperimenti, comprendeva tra il 5° e il 21° giorno dal fatto. Poi la traccia mnestica comincia a decadere. Questi risultati dimostrano che l’oblio non può essere rappresentato come un semplice processo passivo di espulsione dell’informazione dal magazzino della memoria dovuta a delle nuove informazioni in entrata.
- La seconda causa dell’oblio è l’interferenza: se due informazioni entrano in contatto tra loro nella memoria, l’una può rendere meno accurato il ricordo dell’altra e questo effetto è tanto più forte quanto più le due informazioni sono simili tra loro. Si sono osservate almeno 3 modalità di interferenza:
- Interferenza retroattiva fa riferimento all’effetto interferente del materiale appreso successivamente sul materiale che è stato appreso precedentemente e che deve essere rievocato. Così se ad un gruppo di soggetti viene fatta apprendere la lista A e successivamente la lista B e si richiede loro di rievocare la lista A, si osserveranno maggiori errori nella rievocazione rispetto al gruppo di controllo a cui è stata fatta apprendere solo la lista A.
- Interferenza emotiva: non causata da fattori cognitivi ma da fattori affettivi. Ne è un esempio l’effetto pistola che si verifica quando un individuo si trova suo malgrado a essere spettatore di un evento criminoso in cui si consuma una sparatoria. In questo caso l’accuratezza della testimonianza risulta compromessa per il fatto che il testimone destina una concentrazione attentiva maggiore all’arma rispetto agli altri aspetti della scena criminosa.
- Interferenza proattiva: ovvero l’interferenza del materiale appreso in precedenza sul materiale appreso successivamente e che deve essere rievocato. In questo caso se ad un gruppo di soggetti, cui viene fatta apprendere prima la lista A e poi la B, si chiede di rievocare la lista B, si osserverà che la percentuale di errori fatti nella rievocazione sarà significativamente maggiore rispetto a quella rilevata nel gruppo di controllo, al quale viene fatta apprendere soltanto la lista B.
Un modello più adeguato: il sistema di magazzini
Sul piano strutturale la memoria si comporta come un sistema di magazzini. L’informazione, entrando nel sistema cognitivo, passa da un magazzino all’altro per poter essere mantenuta come informazione permanente. Durante questo passaggio viene elaborata e può subire perdite parziali o totali.
Il modello dal punto di vista strutturale: i registri sensoriali
Nel modello abbiamo un primo magazzino che è deputato alla registrazione dell’informazione sensoriale. Il magazzino si differenzia a seconda della modalità sensoriale. Negli anni ’60 George Sperling condusse una serie di ricerche volte a esplorare il registro sensoriale nella modalità visiva, che da allora fu denominato memoria iconica, per identificarne le caratteristiche.
In un esperimento Sperling presentò ad alcuni soggetti una matrice alfanumerica per 50 millisecondi, seguita da un campo bianco, e chiedeva loro di riportare quanti più stimoli avessero visto. Con questa tecnica, denominata del resoconto totale, Sperling osservò che i partecipanti riuscivano a rievocare mediamente 4 elementi della matrice. In un altro esperimento utilizzò invece la tecnica del resoconto parziale chiedendo ai partecipanti di rievocare gli stimoli che costituivano la riga segnalata con un tono presentato dopo la scomparsa della matrice alfanumerica.
Se udivano un tono basso, dovevano rievocare gli stimoli della linea inferiore, se il tono era medio, dovevano rievocare gli stimoli della linea intermedia e se era quello alto gli stimoli della linea superiore. Con questa tecnica i soggetti riportavano gli stimoli contenuti nella lista segnalata, ma l’accuratezza dipendeva dall’intervallo tra la scomparsa della matrice e l’emissione del suono. Quando il tono veniva emesso alla scomparsa della matrice i soggetti riportavano la quasi totalità degli stimoli della matrice, mentre quando l’intervallo era di un secondo o oltre, la quantità di stimoli riportata era quasi uguale a quella che si otteneva con la tecnica del resoconto totale.
Sulla base di questi risultati, Sperling concluse che:
- Esiste un magazzino in cui l’info visiva persiste per un certo tempo, che è diverso dalla memoria a breve termine o a lungo termine;
- Questo magazzino o memoria è abbastanza capiente ma co... [Il testo si interrompe qui]
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