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Riassunto esame Diritto Amministrativo, prof. D'Alberti, libro consigliato Lezioni di Diritto Amministrativo, D'Alberti

Riassunto per l'esame di Diritto Amministrativo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente: Lezioni di Diritto Amministrativo, d'Alberti.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: Evoluzione storica; I principi del diritto amministrativo; L'organizzazione; Il personale; Tipologia delle attività e situazioni soggettive; Procedimento amministrativo;... Vedi di più

Esame di Diritto amministrativo docente Prof. M. D'Alberti

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ESTRATTO DOCUMENTO

2.12) I principi giuridici dell’azione amministrativa e la Costituzione

I principi essenziali per l’amministrare pubblico sono quelli di Buon andamento e imparzialità

(art.97):“i pubblici uffici sono organizzati in modo che siano assicurati il buon andamento e

l’imparzialità dell’amministrazione”. Si riferisce all’Economicità, l’Efficacia, l’Efficienza e alla

Rapidità e semplificazione delle procedure E’ un principio giuridico indeterminato, ovvero ogni

.

soggetto può interpretarlo diversamente.

Per imparzialità si intende imparzialità amministrativa perché i soggetti componenti la P.A. non

sono superpartes, ma devono perseguire interessi pubblici.

L’imparzialità è quindi collegata al corretto esercizio delle scelte ponderando gli interessi diversi ed è

presente uno stretto rapporto con la discrezionalità, cioè quelle attività dove la P.A. può svolgere

le proprie funzioni senza dover seguire particolari procedure;

Gli altri principi costituzionali ricollegabili all’attività amministrativa sono:

• Decentramento amministrativo (Sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza) in

riferimento all’attribuzione delle funzioni;

• Responsabilità della P.A.

• Ragionevolezza (evitare decisioni arbitrarie ed irrazionali)

CAPITOLO 3 – L’organizzazione amministrativa

3.1) I rapporti tra P.A. e governo

Alle origini il rapporto tra governo e P.A. era un rapporto di tipo gerarchico: il governo aveva la

supremazia sulla P.A. dato che questa era parte del potere esecutivo.

Via via la P.A. diviene sempre più autonoma rispetto al governo, e questo avviene perché si trova

a svolgere più funzioni rispetto al passato, le quali non permettono al governo di seguire tutti gli

affari amministrativi.

Oltre alle funzioni d’ordine (difesa, sicurezza, ordine pubblico…), la P.A. inizia a svolgere funzioni

di welfare (es. sanità, previdenza) e di intervento nell’economia (sovvenzioni).

In Italia, questo aspetto è evidenziato dalla Costituzione, la quale prevede, da un lato, una certa

autorità del Presidente del Consiglio dei ministri, il quale coordina e promuove le attività dei

ministri, e dall’altro l’autonomia e l’imparzialità della P.A. sancito dalla riserva di legge riguardante

l’organizzazione, il principio di imparzialità, la responsabilità propria dei funzionari e la regola del

concorso pubblico per l’accesso agli impieghi.

3.2) L’attuale struttura dei Ministeri nel nostro ordinamento 10

Nel nostro ordinamento si hanno due modelli ministeriali: i ministeri articolati in dipartimenti e

quelli articolati in direzioni generali.

Nel primo caso, c’è un capo dipartimento che svolge funzioni di coordinamento, controllo e

direzione degli uffici di competenza del dipartimento, e ha il compito di determinare i programmi

per seguire gli indirizzi indicati dal ministro.

Alle direzioni generali vengono affidate questioni differenti, più generali (es. questioni finanziarie

globali, politiche ambientali e di risparmio energetico). Al suo interno è prevista la figura del

segretario generale, che assicura il coordinamento delle direzioni generali e dell’azione

amministrativa.

I ministeri possono organizzarsi liberamente, a seconda delle esigenze di coordinamento, e questo

è favorito da una normativa recente prevista nel 2015 che risalta il concetto di autonomia delle

amministrazioni rispetto al governo. E’ quindi definitivamente superata la concezione cavourriana

di modello ministeriale piramidale.

3.3) Le agenzie amministrative

Le agenzie sono amministrazioni pubbliche dotate di funzioni tecnico-operative, e fino agli anni ’90

erano considerate figure atipiche, dato che venivano emanate norme speciali per ogni singola

agenzia.

Dalla fine degli anni ’90 è stata emanata la prima normativa riguardante le agenzie

amministrative (DLGS 300/1999), le quali vengono suddivise in agenzie generali e speciali.

Le agenzie generali godono di autonomia, ma sono sottoposte ai poteri di indirizzo e di vigilanza

di un ministro. Queste devono predisporre dei Regolamenti, i quali devono osservare gli “statuti

delle Agenzie” che sono predisposti dal Presidente del Consiglio e dai ministri competenti.

Gli statuti contengono normative inerenti all’organizzazione, agli obiettivi da raggiungere, ai

poteri dei direttori generali e al potere di vigilanza del ministero.

Non sono quindi del tutto autonome, dato che devono seguire uno statuto predisposto da soggetti

loro superiori.

Le agenzie speciali devono seguire gli atti di indirizzo del ministero competente, ma viene loro

riconosciuta una piena autonomia organizzativa, patrimoniale, finanziaria, amministrativa e

regolamentare. (es. Agenzia delle Entrate – Ministero dell’economia e delle finanze)

Il direttore di queste agenzie è di nomina governativa, deve rispettare i requisiti di alta

professionalità, capacità manageriali e qualificata esperienza; rimane in carica per tre anni.

Possono, inoltre, co-determinare insieme al ministero obiettivi, direttive, strategie e modalità di

vigilanza.

3.4) Categorie e caratteristiche degli enti pubblici in Italia

Fino al ‘900 gli enti pubblici erano quasi esclusivamente enti territoriali. Dall’inizio del ‘900 hanno

cominciato a svilupparsi anche gli enti funzionali. La differenza tra i due sta nel fatto che, quelli

territoriali perseguono gli interessi pubblici inerenti al loro territorio, mentre gli enti funzionali

curano un unico interesse pubblico.

Gli enti territoriali sono rappresentati da Comuni, Province e Regioni e fino al 2001 le Regioni

avevano funzioni legislative ed amministrative. Con la Riforma del 2001 le due funzioni sono state

scisse e quella amministrativa è stata attribuita ai Comuni (seppur con qualche eccezione in

riferimento ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza).

Gli enti funzionali sono suddivisibili in due categorie: Enti pubblici economici e Enti pubblici non

economici. 11

Gli Enti Pubblici economici sono persone giuridiche, che gestiscono imprese in via esclusiva o

principale (ne sono stati esempi ENEL, FS, Poste Italiane…). Questi enti adottano

provvedimenti negoziali, si organizzano con regolamenti d’impresa (ad eccezione degli statuti) e

il rapporto con i lavoratori è di tipo privatistico.

Sono entrati in crisi con la crescente importanza delle normative comunitarie, che nel Trattato

costitutivo della Comunità Europea vieta gli aiuti di Stato idonei ad alterare la concorrenza e

l’obbligo anche per le imprese che gestiscono servizi di interesse generale di rispettare le regole

della concorrenza. La crisi ha portato alla stagione delle privatizzazioni, di tipo formali se è

avvenuta una trasformazione della tipologia di società (es. in SPA) o di tipo sostanziale se è

avvenuto l’effettivo passaggio dalla mano pubblica a quella privata.

Per quanto riguarda gli Enti pubblici non economici, la giurisprudenza ha elaborato degli indici

di riconoscimento: perseguimento di fini pubblici, potere autoritativo, istituzione da parte dello Stato

(o altro Ente), ricezione di contributi pubblici, assoggettato al controllo dei pubblici poteri.

Il governo, o i singoli ministri, hanno il potere di nominare i titolari degli organi di vertice, ma poi

gli enti godono di un’ampia autonomia funzionale.

Si è cercato con varie norme di eliminarli con leggi parastatali e le leggi di decentramento regionale.

3.5) Società a partecipazione pubblica e affidamento “in house”

La figura della società a partecipazione pubblica rappresenta l’ultima fase del processo di

trasformazione delle imprese gestite da soggetti pubblici. Questi, infatti, sono prima passati

attraverso l’amministrazione autonoma, l’ente pubblico economico fino a diventare Società per

azioni.

Storicamente, questo processo si è avviato nel periodo della grande crisi del 1929, quando in Italia

fu creato l’IRI, che aveva il compito di risanare l’economia acquistando dalle banche i pacchetti

azionari di imprese in crisi. Una volta divenuto stabile, l’IRI cominciò a costituire delle holdings,

le quali hanno a loro volta acquisito azioni di imprese in campi come siderurgia, meccanica,

cantieristica, comunicazioni e idrocarburi.

Nel ’56 è stato istituito un apposito Ministero chiamato “Ministero delle partecipazioni statali”

che era formalmente a capo dell’IRI e del gruppo di holdings.

Il sistema ha però incontrato delle disfunzioni, tra le quali, il vincolo di economicità delle imprese

pubbliche e la ricapitalizzazione a carico dei contribuenti, che hanno portato alla soppressione del

Ministero nel 1993. Ma la figura di società in partecipazione si è continuata a diffondere,

soprattutto a livello locale (regionale e comunale). Vengono infatti utilizzate per la gestione di

servizi pubblici locali (elettricità, gas…) e per lo svolgimento di servizi strumentali ad altre

attività di amministrazioni pubbliche.

Giuridicamente sono regolate dal diritto privato, ma sono previste per legge delle deroghe.

Lo statuto può prevedere la golden share, cioè una partecipazione che consente allo Stato di avere

poteri rilevanti, fra i quali il diritto di veto contro scalate che sono considerate inopportune.

La golden share è stata ritenuta incompatibile con il Trattato della Comunità Europea, in quanto

sarebbe violata la libera circolazione di capitali.

Un’ ulteriore deroga è prevista per quanto riguarda i controlli, che possono essere previsti per

contratto tra ministero e impresa, e sono esercitabili anche dalla Corte dei Conti nel caso in cui la

partecipazione pubblica sia prevalente.

Infine, è prevista una deroga alla libera concorrenza, rappresentata dalla “società in mouse”, che

permette alle società interamente partecipate da enti locali di ricevere affidamenti di servizi

12

pubblici senza gara. Questo è possibile a patto che l’attività sia svolta prevalentemente a favore

dell’ente partecipante e che siano soggette ad un analogo controllo. L’abuso della tipologia

societaria, ha reso necessario l’inserimento di ulteriori limiti. In primo luogo, sono state introdotti

limiti alla nomina dei soggetti a capo di queste società, poi sono state approvate regole

“antielusive” del regime degli enti pubblici (disciplina dei contratti pubblici, concorso pubblico)

infine, sono state approvate norme volte a prevenire le distorsioni concorrenziali.

3.6) Le autorità amministrative indipendenti in Italia

Le autorità indipendenti hanno due caratteristiche principali:

1) elevata expertise tecnica: sono richieste competenze tecniche maggiori rispetto alle

agenzie, poiché svolgono funzioni di regolazione, oltre che operative;

2) Indipendenza rispetto al potere politico: la nomina dei membri dell’autorità indipendente

può essere di competenza governativa, ma in questo caso la nomina è sottoposta a controlli

da parte del Parlamento/organismi tecnici. Inoltre i membri nominati rimangono in carica

per un periodo lungo (es. 7 anni per i membri dell’AGCOM).

Un contributo rilevante allo sviluppo delle autorità indipendenti è stato dato dalle normative

comunitarie. Infatti, all’interno del Trattato sul funzionamento dell’UE viene disposto che “né la

BCE, né le Banche centrali nazionali possono sollecitare o accettare istruzioni da qualsiasi tipo di

istituzioni”.

Questo fa sì che le Banche centrali nazionali (come la Banca d’Italia) oltre ad essere indipendenti

per le loro funzioni di politica monetaria, lo sono anche per quelle di vigilanza.

Le autorità indipendenti sono uno strumento utilizzato in settori particolarmente sensibili, ad

esempio, in Italia sono presenti la CONSOB, istituita negli anni ’70, che ha il compito di regolare

il mercato mobiliare italiano; l’AGCM è l’autorità nel campo della concorrenza e nel mercato;

AEEG per l’energia elettrica e il gas e l’AGCOM nel campo delle comunicazioni.

3.7) Le figure soggettive dell’amministrazione apparato

Le figure soggettive dell’amministrazione apparato sono:

1) I ministeri: possono articolarsi in dipartimenti o in direzioni generali. Nel primo caso, c’è un

capo dipartimento che svolge funzioni di coordinamento, controllo e direzione degli uffici di

competenza del dipartimento, e ha il compito di determinare i programmi per seguire gli

indirizzi indicati dal ministro. Alle direzioni generali vengono affidate questioni differenti,

più generali (es. questioni finanziarie globali, politiche ambientali e di risparmio

energetico). Al suo interno è prevista la figura del segretario generale, che assicura il

coordinamento delle direzioni generali e dell’azione amministrativa;

2) Le agenzie amministrative: sono dotate di funzioni tecnico-operative e sono suddivise in

generali o speciali. Le agenzie generali godono di autonomia, ma sono sottoposte ai poteri

di indirizzo e di vigilanza di un ministro. Queste devono predisporre dei Regolamenti, i

quali devono osservare gli “statuti delle Agenzie” predisposti dal Presidente del Consiglio

e dai ministri competenti riguardanti organizzazione, obiettivi da raggiungere, poteri dei

direttori generali e al potere di vigilanza del ministero. Le agenzie speciali devono seguire

gli atti di indirizzo del ministero competente, ma viene loro riconosciuta una piena

autonomia organizzativa, patrimoniale, finanziaria, amministrativa e regolamentare. (es.

Agenzia delle Entrate – Ministero dell’economia e delle finanze); 13

3) Gli enti pubblici: sono suddivisibili in enti territoriali e enti funzionali; gli enti territoriali

sono rappresentati da Comuni, Provincie e Regioni. fino al 2001 le Regioni avevano

funzioni legislative ed amministrative, poi con la riforma le due funzioni sono state scisse

e quella amministrativa è stata attribuita ai Comuni. Gli enti funzionali sono, a loro volta,

suddivisibili in enti pubblici economici o non economici. Gli Enti Pubblici economici sono

persone giuridiche, che gestiscono imprese in via esclusiva o principale (ne sono stati

esempi ENEL, FS, Poste Italiane…). Sono entrati in crisi con le normative comunitarie,

che hanno vietato l’intervento dello Stato nell’economia che può alterare la concorrenza.

Per quanto riguarda gli Enti pubblici non economici, la giurisprudenza ha elaborato degli

indici di riconoscimento: perseguimento di fini pubblici, potere autoritativo, istituzione da

parte dello Stato (o altro Ente), ricezione di contributi pubblici, assoggettato al controllo dei

pubblici poteri.

4) Le società in partecipazione pubblica: rappresenta l’ultima fase del processo di

trasformazione delle imprese gestite da soggetti pubblici. Questa figura si è diffusa in

settori come siderurgia, meccanica, cantieristica, comunicazioni e idrocarburi, nei quali

l’IRI aveva costituito delle holdings che possedevano pacchetti azionari in grado di

controllare queste imprese. Era stato costituito un apposito Ministero, chiamato

“ministero delle partecipazioni statali” ma il sistema ha incontrato delle disfunzioni, tra le

quali, il vincolo di economicità delle imprese pubbliche e la ricapitalizzazione a carico dei

contribuenti, che hanno portato alla soppressione del Ministero e alla stagione delle

privatizzazioni;

5) Le autorità indipendenti: hanno due caratteristiche principali, elevata expertise tecnica,

ovvero sono richieste competenze tecniche maggiori rispetto alle agenzie, poiché svolgono

funzioni di regolazione, oltre che operative e Indipendenza rispetto al potere politico.

Infatti, la nomina dei membri dell’autorità indipendente, può essere di competenza

governativa ma sarebbe sottoposta a controlli da parte del Parlamento/organismi tecnici.

Inoltre i membri nominati rimangono in carica per un periodo lungo (es. 7 anni per i

membri dell’AGCOM).

3.8) I rapporti organizzativi tra le varie figure soggettive ed i loro uffici

Tra le figure soggettive ed i loro uffici i rapporti organizzativi sono differenti a seconda della

tipologia di ufficio. Infatti gli uffici sono distinguibili in meri uffici o uffici-organi.

I meri uffici svolgono attività che hanno una rilevanza solo interna alle figure soggettive, mentre

gli uffici organi compiono atti idonei a manifestare verso l’esterno la volontà. Questo è possibile

perché a capo degli uffici-organi ci sono soggetti che sono capaci di esternare la volontà e, possono

essere rappresentati organi monocratici o collegiali, a seconda del fatto che vi sia un unico soggetto

(es. il Presidente di un ente pubblico) oppure un collegio (es. un CDA). Gli organi collegiali sono

aumentati gradualmente e sono rappresentati dagli organi che formulano giudizi, quelli di

reclutamento del personale o di aggiudicazione dei contratti di appalto e seguono procedimenti

molto formalizzati per l’adozione delle loro decisioni.

3.9) Rapporto gerarchico e rapporto di direzione 14

La gerarchia è un rapporto che intercorre tra un ufficio sopra-ordinato e uno sotto-ordinato e tra

i rispettivi titolari. E’ una relazione organizzativa tra i membri degli uffici.

E’ caratterizzata da un insieme di poteri che l’ufficio sopra-ordinato può esercitare nei confronti

del sotto-ordinato:

1. Potere d’ordine: l’ordine è vincolante, e l’ufficio sotto-ordinato deve uniformarsi (unica

eccezione se il sotto-ordinato ritiene l’ordine palesemente illegittimo);

2. Potere di annullamento d’ufficio;

3. Potere decisorio dei ricorsi gerarchici;

4. Potere di controllo;

5. Potere di sostituzione – avocazione: l’ufficio sopra-ordinato può trasferire a sé le

competenze dell’altro ufficio.

Il rapporto di direzione non prevede gerarchia. Infatti l’ufficio sopra-ordinato invia delle direttive

all’ufficio sotto-ordinato e, questo può anche non uniformarsi motivando la decisione. La

direttiva può nascere da una proposta dell’ufficio sotto-ordinato in merito ai contenuti oppure da

uno schema prefissato dall’ufficio sotto-ordinato, il quale poi viene rielaborato dall’ufficio sopra-

ordinato.L’unico potere che l’ufficio sopra-ordinato può esercitare è quello di controllo.

3.10) Il coordinamento nei rapporti organizzativi di sopra-ordinazione

Il coordinamento riguarda quelle attività volte a realizzare forme di collegamento e di

armonizzazione tra le amministrazioni.

Nel caso del coordinamento tra i rapporti di sopra-ordinazione, l’ufficio che ha poteri gerarchici,

o di direzione, coordina le attività degli uffici sotto-ordinati. Ne sono esempi il capo dipartimento

di un ministero che coordina l’attività degli uffici dirigenziali, o che coordina le attività delle

direzioni generali.

3.11) Il sistema di controlli nei rapporti organizzativi del nostro ordinamento

Il controllo può avvenire sia tra soggetti caratterizzati da un rapporto di sopra-ordinazione, sia

quando questo rapporto non è presente. Questo avviene quando il controllore svolge

istituzionalmente funzioni di controllo nei confronti di un’altra struttura, oppure può essere

interno alla struttura stessa ed è equi-ordinato.

I controlli hanno subito modificazioni profonde, sia per il giudizio sia per l’oggetto.

Per quanto riguarda il giudizio, non è più semplicemente “conformità alla legge” ma ad esso si

sono affiancati efficienza, efficacia, economicità. Mentre per l’oggetto viene controllata anche

l’attività che ha portato a un determinato risultato.

Ne sono esempi: il controllo dell’attività amministrativa e contabile, finalizzato a garantire la

legittimità; il controllo di gestione, che verifica efficienza, efficacia e economicità; la valutazione

della dirigenza ha ad oggetto le prestazioni del personale; il controllo strategico valuta l’adeguatezza

delle scelte. 15

CAPITOLO 4 – Il personale delle P.A.

4.1) Linee evolutive della configurazione pubblicistica e/o privatistica del rapporto di lavoro

Il rapporto di lavoro degli impiegati delle P.A. si è configurato diversamente nel corso del tempo.

Fino alla fine dell’800 il rapporto era di natura privatistica, regolato dal codice civile.

L’inizio del rapporto era costituito da un contratto e gli atti successivi (promozioni,

trasferimenti…) erano configurati come atti negoziali. Le controversie erano decise dal giudice

ordinario.

All’inizio del ‘900 vi è stata una “pubblicizzazione” del rapporto di pubblico impiego. Gli atti più

rilevanti tra le amministrazioni e i dipendenti avevano ora natura pubblicistica. Ulteriore spinta

in questo senso è stata data nel 1923 con una legge che ha attribuito al giudice amministrativo la

giurisdizione esclusiva sulle controversie tra dipendenti e P.A. (fatta eccezione per questioni

inerenti al risarcimento danni, che rimanevano al giudizio del giudice ordinario).

Nel 1957 è stato elaborato un “Testo Unico sugli impiegati civili dello Stato” che prevedeva una

carriera speciale per i dipendenti delle P.A. (dal reclutamento a tutte le configurazioni successive).

Il rapporto di lavoro era quindi predefinito dalla legge.

Dalla seconda metà degli anni ’60 si è avuta una progressiva privatizzazione del rapporto di

pubblico impiego, soprattutto per l’intervento delle organizzazioni sindacali, che hanno portato

allo sviluppo della contrattazione collettiva nei settori pubblici. L’intervento dei sindacati ha fatto

emergere lo squilibrio che era presente tra lavoro privato e pubblico, ed ha permesso

l’omogeneizzazione dei due rapporti per motivi di uguaglianza.

Negli anni ’90 è avvenuto il definitivo passaggio al regime privatistico con il riconoscimento della

contrattazione collettiva come fonte principale del rapporto di impiego presso le P.A.

4.2) Cosa si intende per privatizzazione del pubblico impiego e quali sono i profili pubblicistici che

ancora permangono?

Per privatizzazione del pubblico impiego si intende il cambiamento della sua regolazione da

pubblicistico a privatistico. Mentre prima la carriera del dipendente pubblico era standardizzata

dalla legge, oggi questo aspetto è stato superato dalla contrattazione collettiva, che ha assunto un

ruolo rilevante a partire dal 2001 (d.lgs. 165/2001).

Gli atti caratterizzanti il rapporto come assunzioni, promozioni e trasferimenti sono regolati da

atti negoziali.

Ci sono però delle eccezioni, per le quali vale il regime pubblicistico. Queste sono il concorso

pubblico per il reclutamento e i rapporti di impiego di particolari categorie di personale (es.

magistrati, personale militare, professori universitari…).

Sono previste anche delle deroghe che limitano o impediscono l’applicazione del regime

privatistico. Sono rappresentate dalla promozione per svolgimento di mansioni superiori, e dalla

limitazione del diritto di sciopero per i settori di servizi pubblici essenziali.

Infine, sono previste procedure ad-hoc, il controllo della Corte dei Conti sulle spese destinate al

personale e vi è una specifica agenzia che cura la negoziazione per diverse amministrazioni

pubbliche. 16

Le eccezioni si giustificano per la peculiarità delle attività svolte dagli impiegati pubblici, che

possono avere poteri autoritativi o svolgere attività inerenti a servizi pubblici essenziali.

4.3) Chi è il giudice competente a conoscere le cause del pubblico impiego?

La “privatizzazione” del rapporto di pubblico impiego ha portato alla devoluzione dei giudizi al

giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro. Ha pienezza di poteri nei confronti degli atti

negoziali della P.A., infatti può annullare o modificare gli atti (sono equiparati ad atti

privatistici). Interviene anche nei casi di condotta anti-sindacale della P.A. e nelle controversie

relative alla contrattazione collettiva.

Il giudice ordinario si limita a disapplicare un provvedimento amministrativo, quando questo

riguarda direttamente il rapporto di lavoro (es. riorganizzazione degli uffici); ciò avviene perché

è fatto divieto al giudice ordinario di annullarlo secondo quanto stabilito dall’allegato E legge 1865.

Il passaggio al giudice amministrativo avviene nei casi relativi a particolari categorie di personale o

ai concorsi di reclutamento.

4.4) Quali sono i rapporti tra contrattazione collettiva e pubblico impiego alla luce dei più recenti

interventi normativi?

A partire dal 2009 sono state introdotte delle limitazioni al ruolo della contrattazione collettiva,

rispetto a quanto fu stabilito nel 2001 con un d.lgs che le diede un importante ruolo.

Innanzi tutto, viene stabilito che per poter prevedere delle deroghe rispetto a quanto previsto

nella contrattazione collettiva, è necessario emanare un’apposita legge. Quindi, è ora necessario

un intervento legislativo ogni volta che si vogliono effettuare modifiche.

Sono stabilite anche delle materie che vengono sottratte alla contrattazione collettiva (es.

riorganizzazione degli uffici, nomina e revoca dei dirigenti…).

Il legislatore ha previsto anche dei cambiamenti sulle retribuzioni di soggetti che ricevono

retribuzioni derivanti da rapporto di lavoro con P.A., stabilendo come limite massimo di riferimento

il trattamento economico del primo presidente della Corte di cassazione.

Nel 2015 si è nuovamente intervenuti con la delega al governo di emanare decreti legislativi, con

il fine di riordinare la disciplina nel rispetto di principi e criteri direttivi. Ne sono esempi la selezione

di dipendenti in base all’abilità di risolvere casi concreti, individuazione di rapporti di lavoro

flessibili, potenziamento dei sistemi di valutazione. La corte di cassazione ha stabilito che questa

procedura deve avvenire con intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni.

4.5) La disciplina della dirigenza pubblica

Il rapporto tra dirigenza pubblica e organi politici si è evoluta nel corso del tempo in tre formule.

La prima è stata introdotta ai tempi di Cavour, e prevedeva una gerarchia tra gli organi di governo

e i dirigenti, infatti quest’ultimi erano meri uffici, cioè svolgevano un’attività con rilevanza

esclusivamente interna.

Dall’inizio del ‘900, l’importanza dei dirigenti è via via aumentata perché sono aumentati i

compiti che venivano loro affidati e ciò rendeva impossibile al governo poter seguire tutte le

pratiche. Questo ha portato all’elaborazione di una seconda formula, nella quale alcune

competenze vennero affidate ai dirigenti e solo su queste potevano emettere provvedimenti con

valenza esterna.

La terza formula, che ha valenza ancora oggi, è stata introdotta negli anni ’90 e si basa sulla

distinzione tra indirizzo politico e gestione amministrativa. Il governo ha il compito di definire gli

obiettivi da perseguire e verificare i risultati dell’attività amministrativa, mentre i dirigenti hanno

17

piena autonomia nel campo della gestione finanziaria, tecnica e amministrativa e sono

responsabili per la loro attività.

Si può, quindi, notare come si sia passati dalla gerarchia al rapporto di direzione, nel quale il

governo ha delle competenze prestabilite dalla legge (es. definizione obiettivi, priorità, programmi

e direttive generali…), mentre i dirigenti hanno una competenza che permette loro di organizzare

la propria attività con propri poteri di controllo, di organizzazione e di spesa.

4.6) Il meccanismo dello spoils system

Lo spoils system è un meccanismo che prevede l’automatica cessazione per gli incarichi

dirigenziali apicali e per gli incarichi ad esterni una volta decorsi 90 giorni dal voto di fiducia al

governo; e per gli incarichi di direzione degli uffici dirigenziali generali la cessazione dopo 60 giorni

dall’entrata in vigore della legge 145/2002.

Questo meccanismo ha però incontrato dei problemi sul piano della legittimità. Infatti la Corte

Costituzionale è intervenuta dichiarando illegittimo lo spoils system automatico, dal momento che

violava i principi di continuità e di buon andamento dell’attività amministrativa. Inoltre, si è

espressa sulla cessazione dei dirigenti: la revoca può avvenire solo per un’accertata responsabilità

mentre la cessazione automatica può avvenire solo per i dirigenti nominati dall’organo politico, in

virtù di rapporto di stretta fiducia e per gli incarichi apicali. 18

CAPITOLO 6 – Tipologia delle attività e situazioni soggettive

6.1) La funzione amministrativa

Il termine funzione può avere dei significati giuridici differenti.

1) Funzione amministrativa: indica un insieme di attività giuridicamente rilevanti nel loro

complesso: non solo gli atti che compongono l’attività, ma anche quest’ultima nel suo

insieme. Sono quindi compresi i non-atti, i meri comportamenti e le attività preparatorie.

Ricomprende le attività pubblicistiche e le attività autoritative. L’insieme delle attività

corrisponde alla procedimentalizzazione, e quando ciò avviene tutte le attività vengono

sottoposte ad un controllo (es. controllo del giudice sul procedimento amministrativo).

2) Funzione pubblica: consiste nel potere dell’amministrazione di dettare prescrizioni e

rappresentano manifestazioni della volontà dello Stato e, di regola, vengono poste in essere

attraverso provvedimenti amministrativi.

6.2) Nozione soggettiva e oggettiva di servizio pubblico

La nozione soggettiva indica che diviene servizio pubblico un’attività di prescrizione nel momento

in cui è assunta in mano pubblica. Quindi, ciò che conta è chi svolge l’attività (soggetto pubblico),

indipendentemente dalle caratteristiche oggettive, purché sia attività di prescrizione.

La nozione oggettiva si riferisce ad attività che hanno particolari caratteristiche,

indipendentemente dai soggetti che le svolgono (pubblici – privati).

Rientrano in questa definizione le attività di pubblico interesse (come navigazione.

illuminazione…) che necessitano regolazione pubblica. E’ il caso delle aziende municipalizzate, le

quali erano gestite da privati, ma dovevano sottostare a vincoli imposti dallo Stato. 19

La concezione oggettiva si è diffusa a partire dall’inizio del ‘900, quando fu emanata la legge sulla

“municipalizzazione” che permetteva ai Comuni di assumere nelle loro mani l’esercizio di alcuni

pubblici servizi di primaria importanza (es. trasporti locali).

La nozione si è allargata con l’art. 43 della Costituzione, che prevede che possono essere assunte

in mano pubblica le attività che si riferiscono a servizi pubblici essenziali. Se rimaneva in mano

privata, l’attività era soggetta all’art. 41 della Costituzione, che prevede che l’attività economica

può essere assoggettata a programmi e controlli previsti dalla legge.

6.3) I principi di fondo sui servizi pubblici

I principi riguardanti i servizi pubblici derivano dall’ordinamento in cui nasce il diritto

amministrativo, cioè l’ordinamento francese. Secondo quest’ultimo, il servizio pubblico è

sottoposto ai principi di continuità della prestazione, eguaglianza di trattamento, adeguamento

alle esigenze degli utenti, potere di espropriazione attribuito al gestore.

Attraverso le normative comunitarie si è specificato che i principi sui servizi pubblici devono

essere applicati anche sul piano del contenimento dei prezzi e delle tariffe. Questi principi si

ritrovano ad esempio nei servizi postali, di telecomunicazione o di energia.

E’ emerso a livello comunitario il concetto di servizio universale, che impone una serie di obblighi

e vincoli all’operatore che svolge l’attività.

Negli ultimi anni, oltre ai principi basilari, si è aggiunto quello di libera concorrenza grazie alla

gestione dei servizi di pubblica utilità affidati a soggetti privati. Questo permette una maggiore

tutela degli utenti dei servizi, dato che gli operatori economici sono divenuti più efficienti.

6.4) La regolazione pubblica dei mercati

Tra le attività di regolazione pubblica, la più intensa è rappresentata dalla gestione delle imprese

da parte dello Stato.

Recentemente, è stata elaborata una distinzione tra gestione di imprese pubbliche e regolazione

dei mercati; questo per il passaggio dalla figura di “Stato imprenditore” a quella di “Stato

regolatore”. L’ OCSE ha definito la regolazione, come quella serie di strumenti con i quali i pubblici

poteri disciplinano imprese e soggetti privati.

Le misure di regolazione possono essere settoriali, cioè che si riferiscono a settori specifici, come

ad esempio comunicazioni, energia, traporti, e nel nostro ordinamento sono adottate da autorità

indipendenti (es. CONSOB). Le misure possono anche riguardare tutti i settori, in questo si parla

di misure anti-trust, cioè interventi che mirano a tutelare la concorrenza in tutti i settori

economici. Fra i soggetti pubblici nazionali che possono emanare provvedimenti in questo senso

troviamo organi politici (i governi), organi giurisdizionali (i giudici) e organi amministrativi

(autorità indipendenti). Ma con l’avvento della globalizzazione, questa funzione si è allargata

anche ad altri soggetti come l’OMC, FMI, la BM e l’UE.

6.5) Il potere discrezionale della P.A. e i suoi limiti

Ad inizio ‘900 il potere discrezionale era definito come il potere della P.A. di adottare la scelta più

opportuna, nel perseguimento del pubblico interesse. Le amministrazioni potevano scegliere se

adottare un provvedimento (an), il contenuto (quid) e le condizioni (quomodo).

Successivamente, la definizione si è ampliata perché la P.A. non deve perseguire un unico interesse

pubblico, ma una pluralità di interessi. Infatti, quando prende una decisione, oltre che

dell’interesse primario, deve tener conto di altri interessi che possono essere pubblici, privati,

collettivi, diffusi. Ne è un esempio la costruzione di una strada pubblica, dove l’interesse primario

20

è la viabilità, ma possono esserci altri interessi come quelli diffusi alla salute o collettivi all’ambiente

(tramite associazioni).

Il potere discrezionale consiste, quindi, nella ponderazione degli interessi in gioco e la soluzione

che viene trovata deve essere bilanciata. Sull’attività vigila il giudice amministrativo, che però

esprime giudizi solamente sulla legittimità, non nel merito. Può quindi verificare la logicità della

decisione, la coerenza, la razionalità...

La giurisprudenza, con il passare del tempo, ha posto dei limiti al potere discrezionale. Ne sono

esempi le autorizzazioni di apertura delle banche o l’avvio di servizi di telecomunicazioni, che

sono stati regolati da normative comunitarie, le quali prefissano le procedure che deve essere

seguite per poterle svolgere. In questi campi si è quindi limitata la discrezionalità delle

amministrazioni. Un ulteriore limite è stato previsto nella legge 241/90, dove vengono imposti

criteri e modalità ai quali le amministrazioni devono attenersi per alcuni tipi di procedimenti (es.

concessioni di contributi, concorsi pubblici per reclutamento).

6.6) La discrezionalità tecnica

Mentre il potere discrezionale si basa sulla ponderazione degli interessi in gioco, prima che la P.A.

prenda la decisione, la discrezionalità tecnica comporta l’applicazione di regole tecnico-scientifiche

in riferimento a una determinata fattispecie, senza ponderazione degli interessi (es. concessione di

un’idoneità militare).

La giurisprudenza ha elaborato una particolare categoria di discrezionalità tecnica, che è la

valutazione tecnica complessa. Questa si presenta nei casi in cui le amministrazioni si trovino di

fronte a norme di carattere generale che contengono concetti giuridici indeterminati. Ne sono

esempi la valutazione dell’impatto ambientale, decisioni dell’autorità garante in materia di anti-

trust; essendo concetti dai quali non sono verificabili in modo univoco i significati, la P.A. ha una

discrezionalità più ampia.

6.7) Il potere negoziale della P.A.

Nell’attività privatistica e contrattuale, la P.A. si trova su un piano di parità rispetto al suo

interlocutore. Questo rapporto è regolato da norme di diritto privato.

Tuttavia, vi possono essere dei momenti pubblicistici che precedono la fase contrattuale/negoziale.

Ad esempio, la scelta del soggetto a cui affidare un appalto pubblico di lavori, servizi, forniture

deve seguire una particolare procedura. Stessa cosa avviene nel caso di accordo integrativo o

sostitutivo di un procedimento.

E’ regolato dal codice civile anche l’esecuzione del rapporto: in modo pieno per i contratti, e in

modo parziale per gli accordi integrativi o sostitutivi. In quest’ultimi valgono solo i principi di

correttezza, buona fede e diligenza.

La P.A. può, inoltre, recedere dal contratto anche se questo è già stato stipulato. Ciò può avvenire

quando sussistono motivazioni di pubblico interesse.

La competenza giurisdizionale è in capo al giudice ordinario, ma ci sono dei casi in cui è il giudice

amministrativo ad avere la giurisdizione esclusiva. Ne sono esempi le controversie in materia di

concessioni amministrative, o per gli accordi integrativi o sostitutivi di provvedimento.

6.8) Interesse legittimo e diritto soggettivo: profili storici 21

Inizialmente, l’amministrato era in posizione di soggezione di fronte al potere autoritativo delle

P.A.

In Italia, i primi passi verso il riconoscimento di tutela verso gli amministrati, si è avuto

attraverso una legge del 1865, che prevedeva la tutela giurisdizionale sia per i diritti soggettivi (si

faceva riferimento a controversie nelle quali fossero presenti questioni di diritto civile), sia nei casi

“non compresi”.

Questa legge, tuttavia, non ebbe particolare efficacia, perché secondo la giurisprudenza, la P.A.

quando esercita il suo potere autoritativo si trova di fronte a situazioni non conformabili come

diritti soggettivi, ma quest’ultimi sussistono quando la P.A. e l’amministrato si trovano in una

situazione di parità (es. rapporto contrattuale).

Nel 1899 fu istituita la quarta sezione del Consiglio di Stato, che aveva il compito di giudicare i

ricorsi per vizi inerenti all’eccesso di potere, incompetenza e violazione di legge.

Anche se formalmente non riconosciuta come giudice, la quarta sezione del Consiglio di Stato

rappresentava un giudice speciale, un giudice amministrativo.

Questo permetteva la nascita della definizione di interesse legittimo, ovvero quell’interesse

dell’amministrato a che l’interesse pubblico fosse perseguito secondo legalità, e la sua distinzione

rispetto al diritto soggettivo. Infatti, la giurisdizione dell’interesse legittimo era in capo alla

quarta sezione del Consiglio di Stato, mentre quella del diritto soggettivo al giudice ordinario.

Nella seconda metà del ‘900, vi è stata un’ulteriore evoluzione dell’interesse legittimo come

situazione sostanziale, cioè che preesiste alla decisione amministrativa. Questo ha portato al

diritto al contradditorio, prima che la decisione venga presa dalla P.A.

Infine, vi è stata un’evoluzione anche nel risarcimento danni ingiusti causati dalla P.A. che erano

previsti solamente in presenza di lesione di diritti soggettivi e non di interessi legittimi. La piena

riconoscibilità si è avuta quando si è ammessa la tutela risarcitoria anche in assenza di un diritto

soggettivo pre-esistente (come nel caso di interesse legittimo oppositivo all’espropriazione, il

diritto soggettivo pre-esistente è il diritto di proprietà). E’ il caso degli interessi legittimi pretensivi,

come quelli che sorgono quando la P.A. nega un’autorizzazione.

La giurisprudenza ha riconosciuto la risarcibilità, ma deve emergere un illecito nella procedura

che l’amministrazione ha seguito.

6.9) Il diritto affievolito

La questione del diritto affievolito rientra nel caso in cui un diritto soggettivo, di cui un soggetto

privato è titolare, affievolisce di fronte al potere autoritativo della P.A.

Questo può avvenire nel caso di espropriazione per pubblico interesse, dove il diritto di proprietà

non è più un diritto soggettivo pieno, in quanto prevale l’interesse pubblico.

Il privato ha interesse affinché la procedura che l’Amministrazione segue, avvenga secondo

legalità.

6.10) Il riparto di competenza tra giudice ordinario e giudice amministrativo

La distinzione tra interesse legittimo e diritto soggettivo, è stata possibile attraverso l’istituzione

della quarta sezione del Consiglio di Stato, che ha rappresentato un vero e proprio giudice

amministrativo. 22

Il giudice ordinario si occupava delle questioni di diritto soggettivo, mentre la quarta sezione del

Consiglio di Stato si occupava degli interessi legittimi, cioè quelli riguardanti l’interesse affinché

le procedure delle P.A. siano conformi alla legge.

Questa distinzione si è affievolita nel momento in cui è sorta la giurisdizione esclusiva. Infatti,

quando il giudice amministrativo agisce in giurisdizione esclusiva, ha anche competenze di diritti

soggettivi, quindi in questi casi giudica entrambi gli ambiti.

Recentemente, la Corte Costituzionale ha stabilito che la giurisdizione esclusiva può essere

affidata soltanto quando l’amministrazione che viene contestata agisce in veste di autorità.

Questo ha quindi limitato l’affidamento al giudice amministrativo di questioni di diritti

soggettivi.

La giurisprudenza costituzionale ha trovato fondamento nel Codice del processo amministrativo,

dove viene assunto come criterio generale per l’attribuzione della giurisdizione il potere

amministrativo autoritativo.

CAPITOLO 7 – Il procedimento amministrativo

7.1) Il procedimento amministrativo: i principi generali 23

Il procedimento amministrativo può definirsi come una sequenza di atti (adottati da P.A. e da

privati) che sfociano in un provvedimento amministrativo, o una misura sostitutiva consensuale.

I principi generali del procedimento amministrativo sono dettati dalle Legge 241/1990:

3) Principio di legalità: l’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge. Oltre

ai fini, la legge può determinare anche forme, modalità, contenuti dell’azione

amministrativa;

4) Principi di economicità, efficacia ed efficienza: costituiscono corollari del principio di buon

andamento dell'azione amministrativa (dall'art. 97 Cost.), che impone alla p.a. il

conseguimento degli obiettivi legislativamente prefissati con il minor dispendio di mezzi;

5) Principio di imparzialità: la P.A. deve tenere conto di tutti gli interessi in gioco, soppesarli

nel prendere la decisione;

6) Principio di pubblicità e trasparenza: soddisfano l'esigenza di un controllo democratico da

parte dei cittadini sull'attività della P.A., stante l'obbligo ad essa imposto di pubblicare,

comunicare o rendere accessibili notizie, documenti, atti e procedure.

7.2) Le fasi del procedimento amministrativo

Il procedimento si articola in diverse fasi:

1) Fase dell’iniziativa: comprende l’obbligo a procedere, ovvero l’amministrazione è tenuta ad

avviare il procedimento e a porre in essere tutte le attività necessarie; l’obbligo di provvedere,

la P.A. ha il dovere di portare a conclusione il procedimento attraverso l’emanazione di un

provvedimento, o consensualmente con un atto sostitutivo di provvedimento; l’obbligo di

comunicare l’avvio del procedimento al soggetto destinatario;

2) Fase dell’istruttoria: destinata all’accertamento dei fatti e all’acquisizione di tutti gli

interessi rilevanti ai fini della decisione. Retta dal principio inquisitorio (controllo

dell’identità dei soggetti intervenuti) e dal principio di partecipazione (tutti gli interessati

hanno diritto ad essere ascoltati);

3) Fase decisionale: si adotta il provvedimento, o l’accordo consensuale sostitutivo di

provvedimento;

4) Fase integrativa dell’efficacia: quando la misura decisoria è sottoposta a controlli, il cui

esito positivo rende operativa la misura;

5) Fase conclusiva: deve essere previsto un termine entro il quale l’amministrazione ha

l’obbligo di concludere il procedimento. Se questo termine non viene rispettato il

funzionario incorre nella responsabilità disciplinare (nei casi più gravi responsabilità

penale), con la valutazione negativa della retribuzione di risultato e a seconda della gravità

la sostituzione del dirigente.

7.3) L’avvio e la conclusione del procedimento: le caratteristiche

Il procedimento può essere avviato d’ufficio o su istanza di parte. Nel primo caso sono avviati

dalla stessa P.A. e riguardano per lo più poteri amministrativi in grado di restringere la sfera

giuridica di un soggetto. Nel secondo caso, l’istanza è presentata da un soggetto privato alla P.A.

con l’intento di veder emanato un provvedimento a lui favorevole.

L’amministrazione competente è tenuta a porre in essere tutte le attività necessarie nella sequenza

procedimentale, finalizzate all’emanazione del provvedimento finale/accordo sostitutivo (obbligo

di procedere). Una volta aperto, la P.A. è tenuta a concludere la procedura con l’emanazione di

un provvedimento/accordo sostitutivo (obbligo di provvedere). 24

L’amministrazione è tenuta a comunicare al soggetto destinatario (e a quelli interessati) l’avvio

della procedura (obbligo di comunicare l’avvio del procedimento).

Deve essere fissato il termine entro il quale la procedura deve concludersi e al quale

l’amministrazione è tenuta ad uniformarsi. Nel caso in cui non venga rispettato, il funzionario

incorre nella responsabilità disciplinare (nei casi più gravi responsabilità penale), con la valutazione

negativa della retribuzione di risultato e a seconda della gravità la sostituzione del dirigente.

Il procedimento si conclude con un provvedimento amministrativo, o con un accordo sostitutivo

consensuale tra le parti. Si può concludere anche con il silenzio, il quale ha valenza procedimentale

nei casi indicati dalla legge. Il silenzio è collegato all’inerzia della P.A. e può essere silenzio

inadempimento, nel caso assuma il significato di inadempimento dell’obbligo di provvedere,

silenzio assenso, se il procedimento si conclude con un provvedimento tacito di accoglimento o

silenzio rigetto se si conclude con un provvedimento tacito di rigetto.

7.4) Il silenzio della pubblica amministrazione

Il silenzio ricorre quando la P.A. è inerte di fronte ad un’istanza da parte di un privato. Può essere

silenzio assenso quando l’inerzia dell’amministrazione dopo il termine prefissato, è da intendere

come provvedimento di accoglimento della domanda. Inizialmente era uno strumento di carattere

eccezionale, per poi diventare di carattere generale previsto dalla legge. Sono però previste delle

eccezioni, che corrispondono al silenzio rigetto, ovvero casi in cui la legge prevede che il silenzio

dell’amministrazione corrisponda ad un provvedimento tacito di rigetto (es. richiesta di accesso

ai documenti amministrativi).

Al di fuori dei casi previsti dalla legge, il silenzio è da intendersi come silenzio inadempimento. La

P.A. è inadempiente in quanto non ha concluso il procedimento (obbligo di provvedere).

In questi casi è possibile presentare ricorso presso il giudice amministrativo, dove il ricorrente

richiede di accertare l’obbligo dell’amministrazione a provvedere. Il giudice può ordinare un

termine entro il quale l’amministrazione deve uniformarsi, o nei casi di attività vincolata, può

ordinare l’adozione di un determinato provvedimento (es. un’autorizzazione).

7.5) Le forme di tutela esperibili dal cittadino in caso di inerzia della P.A.

Nel caso di inerzia della pubblica amministrazione (silenzio inadempimento) il privato può

rivolgersi al giudice amministrativo, richiedendo che venga accertato l’obbligo

dell’amministrazione a provvedere. Il giudice può ordinare un termine entro il quale

l’amministrazione deve uniformarsi, e nei casi di attività vincolata, può ordinare l’adozione di un

determinato provvedimento (es. un’autorizzazione).

Oltre al rimedio giurisdizionale, il privato può richiedere l’intervento di un commissario, nominato

dalla stessa P.A., che ha l’incarico di concludere il procedimento in un termine pari alla metà di

quello inizialmente previsto e non rispettato.

La mancata emanazione del provvedimento nei termini, in ogni caso, costituisce valutazione della

responsabilità del dirigente amministrativo. Nei casi di inosservanza dolosa o colposa, può essere

previsto il risarcimento da danno ingiusto. La competenza è del giudice amministrativo, in

giurisdizione esclusiva. Infatti, il ritardo costituisce una violazione del principio costituzionale del

buon andamento, e secondo un parere del Consiglio di Stato vi è una presunzione semplice di

colpevolezza: l’amministrazione deve fornire prove per evitare il risarcimento del danno.

Secondo una parte della giurisprudenza invece, è il privato a dover provare la colpa della P.A. 25

E’ stata di recente prevista anche una tutela indennitaria, che è calcolata in base a meccanismi

fissati dalla legge, ma sottoposta alla condizione della nomina del commissario da parte della P.A.

e che quest’ultimo non abbia concluso il procedimento entro il termine prefissato.

Le somme corrisposte a titolo indennitario vanno detratte dal risarcimento.

7.6) Il responsabile del procedimento amministrativo

La figura del responsabile del procedimento è stata introdotta dalla legge 241/90, dove viene

previsto che “le P.A. sono tenute ad individuare per ogni tipologia di procedimento l’unità

organizzativa responsabile”. Il responsabile consente agli amministrati di avere un interlocutore

certo, conoscendo le sue generalità.

L’identificazione del responsabile avviene attraverso un apposito atto del dirigente dell’unità

organizzativa, che può attribuire la responsabilità per tutta la procedura, ma anche per

l’emanazione del provvedimento finale. Finché non viene identificato il funzionario responsabile,

è il soggetto a capo dell’unità organizzativa ad essere il responsabile.

Il responsabile adotta ogni misura per l’adeguato e sollecito svolgimento dell’istruttoria: valuta i

prerequisiti di ammissibilità, i presupposti, accerta i fatti (semplice o complesso a seconda della

procedura), può avviare delle procedure di ispezione (possibile solo se è presente un fondamento

normativo), può proporre l’indizione della conferenza di servizi e assicura il regolare andamento

del contraddittorio procedimentale.

Se il responsabile non è competente per l’emanazione del provvedimento finale, l’organo

competente non può discostarsi dall’istruttoria se non indicandone la motivazione.

Nel caso di conflitto di interessi, la legge anti-corruzione ha disposto l’obbligo di astensione, e il

dovere di segnalare situazioni di conflitto all’autorità competente.

7.7) Le garanzie di partecipazione al procedimento

La garanzia riconosciuta al privato di poter far valere la propria “voce” rappresenta la finalità

principale che si intende realizzare con il procedimento.

La garanzia prende corpo con la comunicazione di avvio del procedimento (ove non sia impedito

per particolari esigenze). E’ rivolta ai destinatari diretti del procedimento, ai soggetti (diversi dai

destinatari) ai quali possa derivare pregiudizio dall’emanazione del provvedimento finale.

L’amministrazione può comunque disporre dei provvedimenti cautelari prima della

comunicazione (es. revoca di un’autorizzazione).

La comunicazione deve essere personale, ove non sia possibile, si può ricorrere a forme di pubblicità

stabilite dall’amministrazione (es. pubblicazione in quotidiani).

La comunicazione deve contenere: l’oggetto, l’ufficio e il soggetto responsabile, il termine di

conclusione e l’ufficio dove si può prendere visione dei documenti.

Tuttavia, la normativa prevede la non annullabilità del provvedimento per mancata

comunicazione, nel caso in cui l’amministrazione dimostri che il risultato non avrebbe potuto

essere diverso.

Vi è poi la facoltà di presentare memorie da parte dei soggetti interessati. Il principio generale

prevede che le memorie siano presentate per iscritto, ma la legge o l’amministrazione possono

disporre un’audizione orale in particolari casi (es. procedure dell’Antitrust).

Una volta acquisite le memorie, l’amministrazione deve tenerle in considerazione e deve

dimostrarlo nella motivazione all’interno del provvedimento finale. In caso di mancata

osservanza sorgerebbe un vizio di eccesso di potere per incompleta istruttoria. 26


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Amministrativo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente: Lezioni di Diritto Amministrativo, d'Alberti.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: Evoluzione storica; I principi del diritto amministrativo; L'organizzazione; Il personale; Tipologia delle attività e situazioni soggettive; Procedimento amministrativo; Provvedimento amministrativo, Moduli consensuali; Responsabilità della P.A.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia e management
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Desmond00093 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto amministrativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico delle Marche - Univpm o del prof D'Alberti Marco.

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