Etica per una repubblica
Premessa
Oggi è essenziale garantire il pluralismo delle opinioni, ma non tutte le minoranze possono essere soddisfatte. Anzitutto deve venire la Repubblica e gli interessi da essa perseguiti, che coinvolgono la comunità generale e non singoli individui o loro gruppi o associazioni. Dunque, va ricercata un'etica repubblicana che orienti cittadini, legislatore, governanti e giudici.
L'esperienza, specie quella contemporanea, dimostra l'insufficienza della riduzione della doverosità alla dimensione strettamente legale: perché le leggi, anche quando sono ben redatte, non riescono da sole conseguire i loro scopi istituzionali. Cittadini liberi devono saper individuare e mantenere le linee della rettitudine a prescindere dall'ordine legale, che potrà essere anche incerto, confuso o lacunoso.
Secondo Aristotele in una qualunque repubblica le leggi sono necessarie, ma è pregiudiziale una disposizione etica diffusa verso le virtù civili. In questa prospettiva è soprattutto il principio di congruenza rispetto alla repubblica come forma di governo che deve guidarci nella costruzione di un'etica repubblicana.
Esistono dei criteri valoriali e di valutazione di atti e comportamenti rispetto al modello repubblicano di costituzione, che ci permettono di sapere e saper riconoscere chi sia o non sia un buon governante, giudice o politico.
Secondo Weber c'è la necessità di una responsabilità e una persona veramente responsabile è quella che prima di agire si interroga sulle conseguenze e riconosce e critica l'errore, accettandone la sanzione. Questo è il comportamento leale.
Limiti dell'etica pubblica corrente
La parola etica ha un'etimologia antica: deriva dal greco "ethos", che significa costume, consuetudine, abitudine. È stato osservato come il possesso di un ethos delineato ci renda tranquilli, ci rassicuri: se abbiamo un ethos nostro, nel quale ci identifichiamo, disponiamo di una linea di comportamento da seguire e non viviamo in uno stato di incertezza angosciosa, perché sappiamo ciò che, almeno per noi, è la cosa giusta. L'etica ha messo in campo, proprio a tal fine, un apparato normativo: criteri di valutazione e regole dell'agire, premi e sanzioni.
Essendo questo anche il campo del diritto, si pone il problema di distinguere tra diritto ed etica. Nell'antichità sono state in comunicazione diretta tra loro. Nell'antica Roma si elaborò un modello di giurista destinato a restare integro fino all'Illuminismo e alla rivoluzione francese. Il giurista è un intellettuale educato secondo i canoni dell'humanitas classica, è un uomo colto depositario del sapere sociale che non si riduce a un semplice repertorio delle regole vigenti. La sua qualifica più pregnante è quella di prudens perché sa deliberare correttamente. È stato educato secondo la lettura di opere come il Digesto e le Istituzioni di Gaio dove l'interrelazione tra rettitudine e diritto (rectum e directum) è una vera fonte delle decisioni proposte nelle scuole al fine dell'analisi e dell'addestramento. I libri romani di diritto destinati alla didattica insistevano sull'esistenza filosofica della iurisprudentia: filosofia pratica che è qualificabile come etica istituzionale di cui si indicavano i precetti primari, ossia vivere onestamente, non far male al nostro prossimo e dare a ciascuno il suo. Si discorreva intorno alla giustizia alla cui realizzazione, si ammoniva, tutto il diritto è finalizzato: perché il diritto (ius) è parola che deriva da iustitia.
Dunque, vi è una interrelazione tra diritto ed etica, che si rafforza con la religione cattolica e si interrompe quando rex superiorem non recognoscens.
Vari filosofi e pensatori hanno studiato e approfondito questa tematica:
- Hobbes: "La legge del sovrano contiene in sé le ragioni dell'obbedienza".
- Grozio: il diritto naturale si auto pone a prescindere dalla volontà divina ed esiste autonomamente.
- Bentham: non esiste un dovere in difetto di un corrispondente precetto e sanzione di legge.
- Fichte: "Si può pretendere solo la legalità dell'altro, non la sua moralità".
L'etica viene, quindi, relegata all'ambito della soggettività e questo ha come conseguenza l'affermazione del pluralismo etico. Ognuno di noi acquista dei propri principi etici che si confondono con la moralità, portando a dominare a livello pubblico la sola legalità. Questa è la vicenda dell'Occidente, anche se la relazione tra diritto ed etica è persistita nei paesi di Common Law, dove i giudici possono creare nuove norme facendole emergere dall'ethos della comunità.
Tuttavia, la sola lex non è sufficiente perché occorre un ethos pubblico, comunitario. Sono i cittadini stessi e per primi a dover sentire la preminenza dell'interesse generale. Vi è oggi una forte riduzione dell'etica pubblica ad una dimensione essenzialmente procedurale, quale garanzia di dialogo aperto alla considerazione delle ragioni di tutti i partecipanti.
A causa di ciò non mancano contraddizioni:
- L'etica sembra imporre la supremazia dei diritti individuali anche quando ciò abbia un costo ingiusto per la comunità generale;
- Vi è una tendenza a competizione con prevalenza di diritti individuali protetti di gruppi privilegiati poiché manca un criterio risolutore.
Inoltre, l'etica pubblica si è oggi risolta nell'etica dei diritti di tutti degenerando in individualismo, causando la perdita di omogeneità nella società.
Concludendo, per un'etica pubblica dell'interesse generale occorre un forte radicamento in tradizioni consolidate in grado di superare la contingenza e le circostanze.
La Repubblica perfetta
Alcuni fra i maggiori teorici del repubblicanesimo moderno (Machiavelli, Montesquieu) individuano nella costituzione repubblicana di Roma antica la struttura giuridica di una Repubblica perfetta. Questo apprezzamento fu condiviso dai capi delle rivoluzioni settecentesche: dalla libera res publica civium romanorum furono suggestionati Robespierre e soprattutto Washington. Ad esempio, Robespierre legittima l'uccisione di Luigi XVI richiamandosi agli esempi della romanità, dalla cacciata di Tarquino il superbo per instaurare la repubblica all'assassinio di Cesare perpetrato cinque secoli dopo per restaurare l'ordine repubblicano violato. Washington, invece, rifiutò di divenire Presidente per la terza volta invocando Cincinnato che restituì il potere, salvata la patria, per fuggire il rischio che questo potesse radicarsi in un uomo solo.
Il modello romano è stato presente spesso per redigere il testo delle nuove costituzioni, come la costituzione americana del 1787 oppure per varie costituzioni rivoluzionarie in Italia di fine '700. Nel 51 a. C. Cicerone pubblicava il "De Re publica", un trattato storico politico volto ad illustrare le ragioni per cui la costituzione della res publica romana fosse da considerarsi ottima, perfetta. La modernità poté però approcciarsi dell'opera solo nel 1820 quando fu rinvenuta da un cardinale nella biblioteca vaticana. I suoi contenuti non possono quindi avere direttamente influenzato l'elaborazione del pensiero repubblicano moderno.
Per Cicerone un popolo può ritenersi libero quando non vi è alcuno sopra di lui che il potere di comandarlo: anche se esso avesse la fortuna di disporre di un buon re e dunque potesse godere di un buon governo, questo non basterebbe a farlo libero sarebbe solo ben amministrato. D'altra parte, la libertà non basta perché esista una buona Repubblica. In assenza di certi meccanismi istituzionali, la libertas repubblicana può ridursi ad un'apparenza: un popolo libero dovrà godere in pieno del potere di scegliere i propri governanti e questi ultimi dovranno essere costantemente soggetti a controllo per evitare o diminuire il pericolo di abusi o insorgere di fazioni dominanti e impegnate solo a conservare i propri privilegi.
Nel "De Re publica" s'insiste sulla necessità che in una Repubblica i poteri debbano essere divisi e distribuiti tra le diverse istituzioni di governo. L'equilibrio deve essere ricercato perché da esso dipende la stabilità dello Stato: deve esserci una corretta compensazione tra i diritti e i doveri dei cittadini e un giusto equilibrio tra i vari ordini o classi sociali. I poteri devono essere, dunque, differenziati in relazione alle varie funzioni di governo e di amministrazione: nessuno deve poter prevaricare l'altro e nessuno deve ritenersi immune da controllo. Per questa ragione anche i consoli dovevano confrontarsi e accordarsi con i tribuni plebei, perché questi ultimi avrebbero potuto opporsi a qualunque atto consolare, esercitando il potere di veto che la costituzione aveva loro assegnato.
Dividere il potere di governo secondo il tipo di attività, serve a moderare l'azione dei governanti e i governati stessi, una tendenza che nella costituzione romana è presente sin dalla monarchia dove compaiono accanto al re senato e assemblea popolare e dove il re diveniva tale non per eredità, ma in conseguenza a una scelta fatta dal senato e approvata dal popolo. Così, il precedente monarchico contribuisce a determinare il carattere della Repubblica di Roma antica che si organizza attorno a due elementi:
- I poteri pubblici fondamentali debbano essere distinti e attribuiti a organi diversi;
- I titolari del potere di governo e di alta amministrazione compresa la giustizia, debbano essere eletti e restare in carica per mandati brevi;
- La responsabilità di qualunque magistrato una volta che avesse terminato il mandato; l'operato dell'ex magistrato era soggetto a verifica e sarebbe stato possibile a qualunque cittadino inquisirlo in un processo pubblico per crimini commessi nell'esercizio delle sue funzioni.
La Repubblica non può essere egalitaria fino al punto di eliminare ogni distinzione tra i cittadini perché una Repubblica rettamente costruita non può essere giusta, non può non riconoscere e non ricompensare i meriti dei cittadini migliori. È necessario, però, che questi meriti siano stati acquisiti mediante azioni non in conflitto con l'interesse comune. Cicerone scrive che a governare la Repubblica dovrà essere la virtù, ma per ottenere ciò occorre che siano rispettati alcuni presupposti:
- Se il popolo vuole la propria salvezza, dovrà essere molto oculato nella scelta dei propri governanti;
- I governanti scelti dovranno appartenere al novero dei cittadini migliori;
- Una regola non scritta è che qualunque Repubblica dipende dalla natura e dalla volontà degli uomini al suo governo;
- Una Repubblica virtuosa deve avere dei governanti virtuosi.
Il popolo dovrà saper scegliere i governanti migliori servendosi di alcuni indici di riconoscimento:
- Il buon governante non brama il potere, sa che il divenire console deve corrispondere solo all'adempimento di un dovere pubblico;
- Rifugge dalla ricerca di un vantaggio personale;
- È virtuoso nella vita pubblica come in quella privata;
- Propone delle leggi alle quali per primo si attiene;
- Si preoccupa solo del bene della Repubblica;
- Dice pubblicamente ciò che pensa, evitando di illudere o raggirare i suoi concittadini e non cerca di conquistarne il favore con elargizioni o spettacoli.
La mancanza di uomini degni al governo ci può consentire di conservare la Repubblica solamente a parole. Ogni cittadino dovrà impegnarsi affinché lo Stato sia riconsegnato alle misure di rettitudine e razionalità. La virtù deve essere operante in ogni dove, in una Repubblica ben ordinata, e non può solo essere studiata o predicata, ma deve essere applicata concretamente. Ogni cittadino dovrà quindi essere un esempio per gli altri, interessandosi alle vicende pubbliche e dando il proprio contributo al bene della Repubblica.
La Patria ha generato ed educato, ma non per questo il cittadino ha solo diritti verso la Repubblica, perché, invece, egli è obbligato a fornire ad essa attività e risorse. Il cittadino non dovrà avvertire lo Stato come un apparato a sua disposizione o uno strumento per soddisfare i suoi bisogni. Secondo Cicerone chi celebra la scelta di una vita dedicata al lavoro e allo studio, di disinteresse completo della vita pubblica giustifica in questo modo il disimpegno verso la vita pubblica e la stessa Repubblica, ritenendo che alla politica si dedicano per lo più persone indegne, corrotte, spietate, alla cui ingiuria un uomo per bene non può esporsi. Fanno eccezione gli studiosi di professione, che possono legittimamente scegliere il disimpegno politico, specie se attraverso i loro scritti sono in grado di contribuire alla costruzione di una Repubblica migliore.
Non può bastare la sola volontà delle persone per poter governare ai vari livelli del potere, occorre che prima sia valutata la capacità di ciascuno. Chi aspira a reggere le sorti di una Repubblica deve osservare due dettami, che si possono trovare ne "La Repubblica" di Platone:
- Tutelare gli interessi dei cittadini;
- Curare la Repubblica egualmente in ogni sua parte, evitando di incorrere nel rischio di creare divisioni e rivolte.
In ogni circostanza, l'aspirante governatore dovrà difendere l'onore della Repubblica e farne osservare le leggi senza eccezioni; dovrà rappresentare l'intera comunità, serbando sempre una condotta leale verso istituzioni e cittadini; dovrà servire lo Stato e non servirsi di esso in quanto dovrà interessarsi solo al bene comune.
Spirito pubblico e virtù repubblicana
Ne "La democrazia in America" Tocqueville descrive lo spirito pubblico degli americani, ma egli trae spunto dagli Stati Uniti per analizzare lo spirito pubblico come categoria generale, fondante del modello repubblicano di governo ed egli la identifica con il patriottismo. Per Tocqueville esistono almeno 3 specie di patriottismo:
- È la più naturale perché è spontanea: gli uomini per istinto amano la terra dove sono nati e vi collocano la propria patria;
- Implica la decisione razionale dei cittadini e insorge dall'eduzione e dall'orientamento della legge nazionale: l'individuo capisce che è parte di una comunità a cui non è facile sottrarsi e nemmeno conveniente contrapporsi oltre un certo limite in quanto benessere generale e benessere individuale sono interdipendenti;
- Può nascere quando l'amore della patria è scomparso o a causa della compromissione della tradizione dell'orgoglio nazionale, del dilagare della corruzione e dell'illegalità, per malgoverno e della diffusa sfiducia verso le istituzioni: se questo è il contesto in cui una Repubblica si trovi a versare, la salvezza potrebbe esserci offrendo ai cittadini una effettiva possibilità di partecipare alle decisioni sul governo della comunità generale o locale in cui essi sono inseriti.
Già al tempo di Tocqueville vi era un'evoluzione dell'idea di patria. Ciò si può osservare al terzo stadio quando egli lega la generazione della Repubblica all'illanguidirsi o al dissolversi del patriottismo, ma nell'Ottocento i processi di unificazione statale sembrano intrisi da uno spiccato patriottismo e, talora, dal nascente nazionalismo. La nostra contemporaneità sembra vivere il terzo stadio tocquevilliano, anche se non ovunque sembra essere scomparso il patriottismo e le istituzioni non dovunque appaiono deteriorate.
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