Estratto del documento

Capitolo 1. La filosofia nella scuola italiana

Le premesse

Le Indicazioni nazionali sui nuovi criteri di insegnamento della filosofia hanno sostituito il programma del 1944, che prevedeva questo insegnamento come storia della filosofia, scandita negli ultimi tre anni dei licei (antica e medievale; moderna; contemporanea). Nel 1944, gli Alleati si erano riproposti di defascistizzare la scuola italiana e il 28 luglio di quell’anno fu creata la Sottocommissione alleata dell’educazione, guidata da Carleton W. Washburne (pedagogista allievo di Dewey).

Nei programmi, entrati in vigore nell’a.s. 1945-46, prevalse su tutto l’esigenza della defascistizzazione: nel caso della filosofia, fu solamente tolta la Dottrina del fascismo introdotta da De Vecchi, mentre per il resto si mantenne l’impianto dei programmi del 1936, esito dei “ritocchi” alla riforma Gentile del 1923. Questa aveva posto la filosofia alla base di tutto l’insegnamento superiore (es. nessun compendio, ma solo opere dei filosofi), ma le idee radicali di Gentile furono presto smussate: da Fedele nel 1925 e poi, in maniera radicale, da De Vecchi, il quale introdusse la filosofia come storia della filosofia, con un manuale.

Nel programma del 1944 si ritrova quindi l’impronta di Gentile (“la filosofia non è qualcosa di avulso dalla vita (...) la successione storica è lo stesso sviluppo del pensiero”), ma soprattutto la scansione di De Vecchi (nascita della filosofia-fine della scolastica; Rinascimento-Kant; idealismo postkantiano-neoidealismo), a cui si aggiunge solo una coda fino al fenomenismo relativistico e al pragmatismo.

Lo stato dell'arte

Il testo del 2010 introduce alcune novità importanti, ma bisogna specificare che si tratta di Indicazioni e non di un programma esatto. Anche se questo lascia agli insegnanti una parte di libertà, le linee guida risultano comunque comuni (“Profilo unico”) per tutti e sei le categorie di licei (artistico, classico, linguistico, musicale e coreutico, scientifico, scienze umane). La filosofia non è quindi presente nella scuola nell’obbligo e, anche dopo, non lo è in tutte le scuole superiori.

Il documento riguardante la filosofia si divide in due parti. Nella prima, Profilo generale e competenze, troviamo alcune continuità e alcune novità: la filosofia va studiata in una prospettiva storica (“punti nodali”), ma con un margine di scelta per l’insegnante nello scegliere gli argomenti specifici (risulta meno vincolante del programma del 1944). La disamina storica deve fondarsi sugli autori e le loro opere, da leggere direttamente (“anche se solo in parte”), ma deve andare anche oltre, mettendo in relazione gli autori con alcuni problemi filosofici che sono ancora oggi di particolare interesse (“etica, questione della felicità, scienza moderna e filosofia, libertà e potere…”). L’approccio storico, quindi, si mescola con quello teoretico-problematico.

Nella seconda parte, Obiettivi specifici di apprendimento, vengono elencati sinteticamente i contenuti che gli studenti devono imparare e troviamo messo in pratica l’approccio di cui sopra: punti nodali e problemi fondamentali. Nel secondo biennio si va dalle origini a Hegel e gli argomenti imprescindibili sono Socrate, Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, la rivoluzione scientifica (Galilei), il problema della conoscenza (Cartesio, Pascal, Locke, Kant), l’idealismo tedesco ed Hegel (che viene posto quindi come autore non contemporaneo). Per il resto, gli insegnanti possono scegliere tra una serie di proposte. Tralasciando la criticità stessa di imporre un canone, questo canone è inoltre impreciso perché non specifica che cosa esattamente quanti e quali testi di un autore vadano affrontati (questo, del resto, lascia più liberi gli insegnanti).

Nell’ultimo anno sono imprescindibili Schopenhauer, Kierkegaard, Marx, il positivismo, Nietzsche, Freud e almeno tre autori o temi tra una lista (fenomenologia ed esistenzialismo, neoidealismo italiano, sviluppi del marxismo, temi e problemi di filosofia politica…) che accosta correnti di pensiero spesso incommensurabili (per durata o rilevanza) e spesso rimane talmente vaga che non si capisce a cosa si riferisca.

Punti di forza e problemi aperti

Le Indicazioni nazionali cercano quindi di conciliare l’insegnamento della storia della filosofia, l’insegnamento della storia della filosofia, l’insegnamento per problemi, la lettura dei testi, la dimensione politico-sociale… Se pure l’intento può essere positivo, c’è il rischio di una certa dispersione e disarmonia, e inoltre non si esplicita la giustificazione che dovrebbe stare alla base dell’insegnamento della filosofia.

Il documento contiene comunque diversi elementi di novità, riconducibili a quattro nuclei:

  • La storia della filosofia non è più l’unico ineludibile riferimento, ma si è introdotto anche l’approccio per problemi.
  • Si menzionano le competenze che gli studenti devono acquisire, e quindi anche sul ruolo dell’insegnamento della filosofia nello sviluppare la loro “forma mentis”.
  • Non si pretende più l’esaustività e gli insegnanti sono quindi chiamati a ragionare ogni anno sugli argomenti opzionali che vorranno trattare, quindi su come impostare il corso.
  • Viene enfatizzata l’importanza della lettura dei testi e dello sviluppo delle capacità argomentative.

Al di là di questi elementi, però, i presupposti di fondo rimangono gli stessi che hanno dominato per tutto il dopoguerra. In particolare:

  • La filosofia viene insegnata soltanto nei licei.
  • Rimane l’impostazione storico-autoriale.
  • La necessità dell’insegnamento della filosofia viene giustificata presentando la filosofia come “sapere critico”, ma solamente come assunto, senza dare una giustificazione (il libro vuole proprio spiegare “perché” va insegnata la filosofia).
  • La criticità serve ad essere buoni cittadini (approccio pragmatista del 1944).

Capitolo 2. Perché si insegna filosofia a scuola?

Già: perché?

Nel documento del 2010, per quanto venga sottolineata l’importanza delle competenze, essa viene comunque ricollegata alle conoscenze e, quindi, e alla lettura degli autori: attraverso questa lettura, gli studenti dovrebbero “imparare a pensare”, con tutto ciò che questo può significare.

Dare ragione di una presenza

Per decidere come insegnare la filosofia, è innanzitutto necessario stabilire che cosa si intenda con filosofia, ma qui non ci si inoltrerà in una indagine metafilosofica e si partirà dal “perché” la filosofia va inserita nei programmi scolastici come disciplina autonoma.

Negli anni Settanta, in Italia si è proposto di sostituire la filosofia con le scienze sociali: seppur figlia del clima ideologico del periodo, questa proposta lascia ancora oggi un nervo scoperto. L’impostazione “museale”, ossia la filosofia soltanto come storia della filosofia, non sembrava infatti adatta a insegnare a pensare in modo critico, cosa che avrebbero invece potuto fare le scienze sociali. In effetti, non è chiaro come lo studio del pensiero dei filosofi possa creare una mentalità filosofia.

Questo problema è comune anche all’estero. Nei diversi Paesi, l’insegnamento della filosofia viene giustificato secondo due approcci. In Francia e Gran Bretagna con l’“argomento logico”: serve a sviluppare la correttezza del ragionamento, la chiarezza dell’argomentazione… In Spagna, in Germania, ma anche in Francia, si usa invece l’“argomento politico”: la filosofia per sviluppare l’etica e diventare bravi cittadini. Questi approcci, ovviamente, non si escludono a vicenda, ma sarebbero invece da mescolarsi.

Insegnare il senso critico

Entrare a contatto con il pensiero filosofico può creare una forma mentis “filosofica”? E, nel caso, come avviene ciò? Che ciò sia vero, lo afferma l’esperienza di chiunque abbia studiato filosofia, ma come si spiega razionalmente la sua capacità superiore di sviluppare senso critico rispetto ad altre materie?

Platone, nell’Apologia di Socrate, afferma che una vita senza ricerca filosofica, cioè senza analizzare criticamente tutta la nostra esperienza, non merita di essere vissuta. Aristotele, poi, dice che il filosofare sorge dalla meraviglia di fronte a ciò che, pur avendolo sempre avuto davanti, iniziamo a guardare in modo nuovo. Ci sono poi innumerevoli altri casi in cui la filosofia è stata connotata come capacità di “pensare criticamente”, e questa linea viene seguita anche per giustificare l’insegnamento della filosofia nel mondo.

Già nei primi del Novecento Dewey (How We Think) presentava lo sviluppo del “pensiero riflessivo” (critico) come il compito vitale dell’educazione e molti altri hanno affermato lo stesso. Martha Nussbaum (1997, 2010), sostenendo l’importanza di un’educazione umanistica in un periodo in cui in tutto il mondo l’istruzione tende sempre di più verso i saperi scientifici e tecnici, ha posto proprio il senso critico come elemento distintivo delle prime e presupposto di base per avere cittadini liberi (al posto di tecnici obbedienti). Le discipline umanistiche formano il senso critico mediante tre canali: conoscenza fattuale (storia e altre), educazione alla logica del pensiero (filosofia), coltivazione dell’immaginazione narrativa (letteratura e arti). Seguendo questa linea, la filosofia non è quindi astratta, ma, contribuendo alla formazione del pensiero critico, che a sua volta crea dei liberi cittadini, costituisce un fondamento essenziale per la vita democratica.

Capitolo 3. Perché si insegna filosofia a scuola: gli argomenti

Quel che si dice in giro

Nella letteratura prodotta in Italia, tra gli argomenti portati a sostegno dell’insegnamento della filosofia nella scuola, troviamo quello logico e quello politico già menzionati sopra, e in più quello culturale.

L'argomento culturale

Studiare la filosofia è importante perché questa costituisce una parte ineludibile di una cultura completa, cultura che viene intesa come comprensiva anche di una capacità critica. In questa linea si inseriscono tendenzialmente quegli approcci che promuovono l’insegnamento della storia della filosofia e che considerano i contenuti, le conoscenze, come un indispensabile punto di partenza.

L'argomento etico-politico

Studiare filosofia è importante perché insegna ad ascoltare le ragioni degli altri: attraverso un approccio storico (si entra nella testa dei grandi filosofi, cercando di comprendere sfaccettature e validità delle loro posizioni, pur nella consapevolezza che c’è spesso una grande distanza rispetto al pensiero odierno), prendendo in considerazione alcune questioni fondamentali (come in Francia), o seguendo il metodo pedagogico di Socrate (come propone la Nussbaum: l’individuo si fa carico delle proprie idee). L’apertura alle posizioni degli altri trova la sua principale applicazione nell’ambito politico e sociale (democrazia, multiculturalità…)

L'argomento logico

Studiare filosofia è importante per imparare a pensare con la propria testa. Questo perché la filosofia genererebbe una mentalità aperta, un pensiero libero e una mente acuta. Alcuni evidenziano maggiormente la dimensione narrativa e simbolica della filosofia (pensare la complessità), altri quella logica e argomentativa, ma in generale c’è l’idea che studiare filosofia insegni a “sapere fare” qualcosa, cioè ad applicare questi schemi mentali a tutti i problemi. In generale, questa argomentazione è quella più “antistorica”, nel senso che dà meno importanza alla storia della filosofia e ai testi degli autori, per privilegiare il ragionamento autonomo.

Buoni argomenti?

Tutti e tre gli argomenti sono alla base dell’insegnamento della filosofia a scuola, e anche se spesso negli studi e nei documenti istituzionali vengono considerati con pesi diversi, raramente se ne esclude del tutto uno, tendendo piuttosto a metterli insieme, anche perché sono strettamente interconnessi tra loro. Nei paragrafi successivi si metteranno in luce alcuni passaggi deboli e assunzioni che li caratterizzano.

Analisi e critica degli argomenti

Avere una cultura

Dire che la filosofia è parte essenziale di una cultura completa sembra un’ovvietà, ed è sicuramente vero, ma è bene approfondire la questione.

  • “Quale cultura?”: si dà per scontato che la cultura di cui si parla sia quella occidentale, dato che di questa fa parte la filosofia. Tuttavia, non si può neanche restringere a scala regionale questa tesi, perché perderebbe la sua aspirazione universalista.
  • “Cultura umanistica”: anche ammettendo che la cultura occidentale sia “la” cultura in senso assoluto, anche al suo interno ci sono però delle divisioni, e si trova ad esempio l’idea che la cultura sia prima di tutto quella umanistica, ma sempre per assunto. E il nesso così stretto tra filosofia e cultura è tipico della cultura umanistica (dall’umanesimo italiano). Se assumiamo questa impostazione, non possiamo evitare però di stabilire una gerarchia e di porre al suo vertice la filosofia, come organizzatrice di tutte le conoscenze.
  • “Conseguenze e rischi”: proprio la posizione di vertice della filosofia l’ha resa il primo obiettivo di quegli attacchi antiumanistici maturati in Italia negli anni Settanta, che si rivolgevano contro un sistema educativo ritenuto classicista e classista. A sostegno di queste tesi gioca anche il fatto che, nonostante la filosofia sia ritenuta parte di una cultura in senso generale, essa venga insegnata solo nei licei, a confermare quell’idea di scuola elitaria. Come affermare, di fronte a ciò, la necessità della filosofia?

Comprendere le ragioni degli altri

L’idea che lo studio della filosofia insegni ad entrare nel pensiero di un’altra persona (che sia un filosofo antico o un interlocutore), favorendo anche una democratizzazione della società, è supportata anche da statistiche, ma anche in questo caso sono opportune delle puntualizzazioni.

  • “Solo la filosofia?”: dialogo, comprensione, apertura ecc. vanno persi se non si insegna la filosofia? Dal punto di vista contenutistico, anche la letteratura spinge ad immedesimarsi; dal punto di vista del “medium”, le arti figurative e la musica implicano uno sforzo di traduzione del linguaggio che nella filosofia non c’è; o ancora, se si guarda alla rilevanza etico-politica degli effetti...
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

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