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Tutti a scuola

Capitolo 1

L’attuale situazione scolastica italiana evidenzia dati preoccupanti circa il grado di stress e scontento degli alunni, inoltre i sistemi scolastici risultano molto spesso inadeguati e differenziati al loro interno, dell’autonomia riconosciuta ai singoli istituti. La crisi dell’istruzione si pensa derivi da due fattori opposti: da un lato la perdita di autorevolezza, dall’altro l’eccessiva severità del sistema. Attualmente risulta quasi eliminato il modello classico proposto da Salvemini, Gentile, Croce, Gramsci e i fratelli Codignola.

Il processo di scolarizzazione in Europa occidentale

  • 800: processo di nazionalizzazione e creazione dell’obbligo scolastico;
  • Anni 60: l’istruzione appare fondamentale per lo sviluppo;
  • Anni 80: la globalizzazione e il neorealismo vogliono trasformare l’istruzione in un bene privato.

Italia

La situazione era più critica rispetto agli altri paesi, c’era un conflitto tra l’esigenza di educare e la paura di istruire. Il diritto di istruzione non compariva nello Statuto Albertino del 1848, comparirà solo un secolo dopo con la Costituzione Italiana. Il Regno Sabaudio aveva soltanto una legge sulla scuola elementare: la Legge di Gabrio-Casati del 1859 con la quale si crea il sistema di scuole del regno che iniziava dalla prima elementare. Essa istituiva una scuola elementare articolata su due bienni (di cui soltanto il primo era obbligatorio).

Dopo la scuola elementare il sistema si divide in due: Ginnasio (a pagamento) e le scuole tecniche. Le “scuole tecniche” permettano il proseguimento degli studi alla scuola superiore e in alcuni casi all'università, il sistema risulta comunque classista, dato il fenomeno dell'auto-esclusione, che portava alla rinuncia agli studi dei figli delle famiglie meno agiate. L’obbligo scolastico venne introdotto dopo l’Unità d’Italia (1861) dalla sinistra storica: nel 1877, con la Legge Coppino, la quale portò le scuole elementari a 5 anni, di cui 3 obbligatori, vennero anche inserite delle sanzioni per coloro che disattendevano l’obbligo.

Nonostante l’obbligo, la situazione rimane critica in quanto la scuola rimaneva solo per le élite, in proporzione era più frequentata ai gradi superiori che a quelli inferiori; vi erano inoltre profondi squilibri territoriali e di genere.

Post Unità

A partire dall’unità la questione scolastica assunse grande rilevanza ma solo con le insurrezioni di fine 800 che il paese inizia a confrontarsi con i problemi scolastici.

Età giolittiana

Contro la scuola giolittiana, con evidenti obiettivi di restaurazione, si schiera Gentile, il quale aveva come obiettivo fare dell’istruzione il veicolo di una fede alternativa a quella cattolica, necessaria per consolidare le basi dello stato liberale. Nell’intellettualità antigiolittiana quindi la scuola diventa un progetto politico vero e proprio. Nascono le prime organizzazioni dei docenti: Federazione Nazionale della Scuola Media (FNISM) e l’Unione Nazionale Magistrale (UNM), le cui attività rimarranno sempre ambigue.

Nel 1905 viene aperta una Commissione Reale che propose di unificare scuola tecnica e ginnasio in una scuola media unica senza latino. Tale proposta venne contrastata e bocciata da coloro che promuovevano il sistema a canne d’organo, il quale divideva l’istruzione media in percorsi di non pari dignità a garanzia delle gerarchie sociali; questa struttura rimase tale fino al 1962 con la creazione della scuola media unica. Il dissenso fu manifestato in particolare da Salvemini e Galletti. Un’altra questione aperta in quel periodo era quella dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola primaria. Gentile proponeva di insegnarla come una filosofia inferiore, da seguirsi nei percorsi superiori con la filosofia vera e propria. Tale proposta venne sconfitta da democratici e socialisti a favore della scuola laica.

Tale scelta compromette l’appoggio della chiesa in campo politico, tanto che il ministro dell’istruzione Rava, nel 1908 si vede costretto a cedere sulla questione dell’insegnamento religioso, affidandolo ai comuni, nei casi in cui le famiglie ne facciano richiesta. Le mozioni a favore della scuola laica vengono sconfitte in parlamento per assicurarsi il sostegno dei cattolici alle successive elezioni a suffragio universale maschile del 1913. Infatti l’insegnamento della religione cattolica comparirà anche nei 7 punti del Patto Gentiloni del 1912 firmato da Giolitti e dai cattolici. L’Italia giolittiana accresce le spese per l’istruzione e promulga una serie di leggi per rafforzare il sistema di istruzione:

  • Legge Orlando del 1904, la quale innalza l’obbligo scolastico fino a 12 anni creando le classi 5° e 6° elementare. Questa legge però non riuscì a superare le differenze presenti tra nord e sud del paese e fra realtà rurali e cittadine; così venne creata una nuova legge.
  • Legge Daneo-Credaro del 1911, la quale prevedeva la statalizzazione della scuola elementare (così la competenza passò dai comuni allo stato); il ruolo direttivo è affidato al consiglio scolastico provinciale presieduto dal provveditorato agli studi.

Questa legge fu una delle più importanti dell’età giolittiana, voluta proprio da Giolitti per riallacciare i rapporti con i socialisti, segna un passo decisivo per il processo di autonomizzazione dell’istruzione pubblica. I risultati di questa legge risultano però controversi: l’analfabetismo scende ma la divaricazione tra aree sviluppate e depresse aumenta. Durante l’età giolittiana anche i cattolici intervengono sui mutamenti in corso, nel 1906 nasce un’associazione magistrale che farà concorrenza alla UNM, i cattolici puntano molto sugli insegnanti sia perché la maggior parte di loro erano donne, sia perché la didattica era affidata singolarmente a loro.

La Prima Guerra Mondiale enfatizza ancora di più il divario tra classe dirigente e popolare così i nuovi programmi pongono al centro l’istruzione popolare. Infatti è proprio nel 1919 che Gentile mette a punto il suo progetto politico basato sull’idea di poche scuole ma buone. Tale proposta è volta ad innalzare il livello degli studi e riscuote un consenso ampio.

Oneri scolastici

La scuola liberale di Gentile prevedeva, nell’interesse di tutti, che soltanto i più meritevoli fossero ammessi agli studi superiori, in pochi istituti statali modello. Con tale proposta Gentile crea un modello di scuola diverso e destinato a durare. Nel primo dopoguerra la situazione economica italiana era disastrata e lo stesso valeva per il bilancio della pubblica istruzione. La guerra però accentuò solo una situazione presente già in precedenza, scarsa disponibilità di denaro era l’ostacolo principale per la realizzazione delle grandi riforme. Salvemini nel 1908 indicava già che la disponibilità di denaro era critica.

Inoltre lo stato italiano fin dall’unità ha sempre concentrato le sue finanze per l’istruzione secondaria e sull’università (istruzione della classe dirigente), e non sulla scuola primaria.

Rapporto stato-chiesa

Lo scontro tra queste due autorità in merito alla questione educativa è sempre stato acceso fin dalla rivoluzione francese. Anche successivamente all’Unità d’Italia la chiesa non ha mai ridimensionato i propri obiettivi educativi; dall’altra parte la classe dirigente ha sempre preferito il compromesso allo scontro frontale con le autorità ecclesiastiche. Il peso della chiesa inizia quando Gentile nel 1923 si dichiara favorevole all’insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare. D’altra parte l’appoggio della chiesa cattolica è sempre risultato fondamentale, in funzione antisovversiva.

Proprio per questo, nonostante le numerose proposte, non vi è mai stata un’effettiva laicizzazione dell’insegnamento. Già nello Statuto Albertino (1848-1948) viene riconosciuto il cattolicesimo come religione di stato; questo viene confermato anche dai Patti Lateranensi del 1929 i quali estendono alle scuole di ogni grado l’IRC (già inserito con la riforma Gentile nell’istruzione primaria). Il concordato del 1929 viene poi inserito nell’articolo 7 della Costituzione italiana.

Scuola reale

Il modo di vedere la scuola è profondamente mutato nel tempo, l’idea prevalente era quella che la scuola fosse un luogo separato dalla società, risulta invece importante la necessità di un approccio che colleghi scuola e società (questo è indicato anche dalle più recenti normative sull’autonomia scolastica). In questo però viene sottovalutata la figura dell’insegnante e quella dello studente, viene persa di vista l’idea di scuola reale. I libri di testo ad esempio rappresentano uno strumento fondamentale per comprendere le influenze del mondo politico, culturale ed ecclesiastico nella scuola. I manuali hanno da sempre avuto un ruolo dittatoriale, influendo anche nei rapporti con le case editrici.

Insegnanti

L’idea che molto spesso si ha è quella che sia una missione più che un mestiere, una professione o una funzione pubblica. L’idea gentiliana si basava sul fascino e sull’autorità del docente, rimasta ancora fino ad oggi. Spesso però questo mestiere gode di uno status basso e per questo viene sottopagato, l’insegnante non gode di nessuna stima e anche per questo in Italia abbiamo assistito ad una femminilizzazione precoce delle insegnanti. Inoltre vi è una sostanziale differenza tra maestri e professori, sia in termini di stipendi, sia in termini di stima rivolta verso queste figure.

La scuola non è un’istituzione astratta disegnata dalle leggi (tenute comunque in considerazione) perché a progettarla ci sono uomini e donne in carne ed ossa. È il luogo dove si forma l’identità individuale e collettiva e per questo rappresenta un’avventura sentimentale.

Capitolo 2

Giovanni Gentile

Giovanni Gentile era uno dei più autorevoli esponenti del neoidealismo italiano e fu il ministro della pubblica istruzione del governo di coalizione formato da Mussolini in seguito alla marcia su Roma del 1922. Gentile venne chiamato al governo per varie ragioni: innanzitutto era gradito dai cattolici (dei quali Mussolini voleva l’appoggio), inoltre era ben visto nel mondo della cultura e poteva catalizzare un vasto numero di consensi. I suoi principali collaboratori furono: Ernesto Codignola e Lombardo Radice, i quali lo aiutarono per la realizzazione della nota Riforma del 1923, considerata l’atto di nascita della scuola odierna.

Mussolini definì questa come la più fascista delle riforme, anche se in realtà era fascista soltanto nella forma e apparentemente liberale nella sostanza. La scuola di Gentile non era infatti una scuola fascista, nonostante venne fatta in quel periodo; la vera scuola fascista sarà quella proposta da Bottai nel 1939 con la Carta della scuola e mai realizzata. Tale riforma era comunque un successo per Mussolini, il quale fece della politica scolastica il cardine per completare l’opera di nazionalizzazione dell’Italia. Attraverso tale riforma inoltre Mussolini ottenne un grande consenso dalla piccola borghesia.

La riforma

Dalla fine del 1922 all’autunno del 1923 si susseguirono una serie di decreti che ridisegnarono l’intero sistema scolastico; la legge fondamentale fu però la riforma dell’istruzione media, la quale prevedeva l’introduzione dell’esame di stato e la riduzione dei posti nelle scuole medie statali. La riforma prevedeva anche di potenziare la scuola primaria e la sottrazione degli asili al ministero degli interni per formare delle scuole materne, affidate ad enti pubblici, comitati o privati. La scuola di Gentile prevedeva quindi:

  • Scuola materna (affidata ad enti pubblici, comitati o privati): la cui offerta era molto inferiore al fabbisogno.
  • Scuola elementare: che durava 5 anni, vennero però inseriti due esami; uno al termine della classe terza e uno al termine della quinta.
  • Scuola media inferiore: che prevedeva varie opzioni
    • Ramo tecnico: istituto tecnico inferiore, che durava 4 anni.
    • Ramo classico: ginnasio, che durava 5 anni ed era diviso in inferiore e superiore. Era l’indirizzo più rinomato, il cui fine specifico era quello di preparare a qualsiasi indirizzo universitario. Era la scuola per la classe dirigente.
    • Ramo magistrale: istituto magistrale inferiore, che durava 4 anni ed era diventato la scuola femminile per eccellenza.
    • Scuole di scarico di durata triennale, che erano: la scuola complementare e il corso integrativo (la cui gestione era affidata ai comuni, quindi nella maggior parte d’Italia non si diffuse). Queste due alternative sono prive di ulteriori sbocchi.
  • Corsi superiori: durata triennale, consentiva l’accesso a tutte le università
    • Liceo classico: di durata quadriennale, consentiva l’iscrizione a tutte le facoltà tranne lettere e filosofia e giurisprudenza, dove si formava la classe dirigente.
    • Liceo scientifico: secondo ciclo dell’istituto tecnico: di durata quadriennale e diviso in due sezioni, commercio e ragioneria una e agrimensura l’altra.
    • Liceo femminile: di durata triennale, aveva lo scopo di sfollare gli istituti magistrali. In tutti i corsi inferiori era presente il latino, inoltre vi erano test in ingresso ed in uscita ad ogni passaggio, così da selezionare i migliori ed eliminare i mediocri.

Nella riforma i corsi popolari della legge Orlando vengono trasformati con i corsi integrativi a carico degli enti locali e le scuole di arte e mestieri vengono trasformate in licei artistici o istituti d’arte.

Gli insegnanti

Con la riforma viene riconosciuta la giusta importanza agli insegnanti, ai quali viene fatto molto affidamento nei nuovi programmi di Radice. Non viene risolto però il problema degli stipendi, il quale rivela la condizione di inferiorità dei docenti secondari rispetto ad altri funzionari statali laureati. La questione economica era legata in particolare alla presenza femminile, contro la quale il fascismo applicherà anche misure drastiche: esclusione dalla cattedre più importanti. Ai docenti era imposta una formazione letteraria e filosofica, i docenti secondari in particolare venivano formati nelle università (pubbliche e private erano sullo stesso piano), successivamente era richiesto il superamento di un esame di stato.

I maestri venivano formati nell’istituto magistrale, al quale si affianca la scuola di metodo per insegnanti della materna. L’istituto magistrale non era equiparato al ginnasio, inoltre le materie erano ridotte e il tirocinio eliminato per dare spazio all’insegnamento della filosofia e della pedagogia. Il maestro però rimane comunque un tecnico del popolo destinato a rimanere nel popolo, ribadendo così la differenza tra insegnanti primari e secondari.

L’intenzione di Gentile era quella di riqualificare il corpo docente sulla base di prove selettive, liberando la scuola dagli elementi indesiderati e reclutando i migliori attraverso nuovi concorsi. Per i docenti secondari prima, e primari dopo venne inserito anche l’obbligo di giuramento al regime. Vennero inoltre sottoposti ad un controllo continuo sia come docenti che come italiani da parte dei presidi. Contro gli insegnanti vennero inoltre attuati numerosissimi esoneri, gran parte per motivi politici (antifascismo). Questo per attuare il risanamento del corpo docente privilegiando i meriti dell’uomo e del cittadino rispetto a quelli dell’insegnante e dello studioso (il confine tra pubblico e privato si fa labile).

I presidi erano scelti personalmente dal ministero e divennero i capi assoluti dell’istituto. Gli venne affidato il compito di stendere delle note informative sull’attività degli insegnanti e l’ingrato compito di respingere le domande di iscrizione eccedenti. Nonostante la presenza dei provveditori, i capi d’istituto divennero subito referenti diretti dell’autorità centrale. Ai presidi era inoltre richiesta l’iscrizione al partito e una sincera devozione al regime.

L'amministrazione scolastica

La riforma di Gentile provoca un preoccupante ritorno al passato, si tratta di una restaurazione della legge Casati, riallacciandosi comunque anche alla Daneo-Credaro e ad altri disegni di legge mai discussi. Il governo di Mussolini grazie al regime dei pieni poteri infatti rielabora in senso autoritario tutto l’apparato amministrativo burocratico, conferendogli una struttura piramidale e verticistica che consenta l’irradiamento del potere dal centro verso la periferia. Vengono eliminate le direzioni generali, ridotti gli ispettori centrali, sostituiti i provveditori provinciali con altri regionali, in tali posizioni vengono inserite persone di fiducia. Vengono inoltre eliminate tutte le associazioni sindacali degli insegnanti. Il provveditore regionale è il garante del sistema educativo, inoltre ha il compito di vigilare personalmente sui direttori didattici. Tale figura si rivela comunque molto debole e vulnerabile, in quanto rimane comunque al di sotto dei prefetti e priva di vere libertà. Nel 1935 infatti torneranno ad essere provinciali.

I problemi di bilancio

Costituirono un vero ostacolo per il progetto di Gentile il quale pensava che, riducendo le spese per l’istruzione superiore, si potesse investire maggiore denaro per la lotta.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

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