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Dalla guerra fredda alla grande crisi

Il nuovo mondo delle relazioni internazionali di Ottavio Barié

Durante la guerra fredda

La guerra fredda è stata un’epoca rivoluzionaria (più rivoluzionaria nelle sue conseguenze), che ha consentito trasformazioni storiche eccezionalmente importanti, in particolare nei rapporti tra gli stati e le società, ossia appunto nelle relazioni internazionali. Per esempio, la guerra fredda, a differenza della Rivoluzione francese, è riuscita a interrompere il corso plurisecolare delle guerre intereuropee. Essa però non può essere vista in termini restrittivi solo come “The Post Imperial Age”: l’era del crollo degli imperi coloniali ma anche come quella in cui si sono poste le basi per un trasferimento di potenza dall’Europa all’Asia, che si realizzerà nel XXI secolo.

Il bipolarismo, fase anomala del sistema internazionale

Il sistema bipolare delle superpotenze Usa e Urss costituisce un’anomalia della storia e come ha affermato fin dagli anni ’80 Carlo Maria Santoro, si differenzia da quelli che l’hanno preceduto non per le sue origini belliche bensì per due ragioni specifiche, non direttamente collegate alla preminenza delle due superpotenze:

  • La prima è che la radicale trasformazione della tecnologia militare, avvenuta durante la II GM, ha permesso alle due superpotenze che si stavano affermando nella fase finale del conflitto di prepararsi a svolgere un ruolo dominante, una volta ristabilita la pace;
  • La seconda ragione è data dalla “struttura guerresca”, ossia dall’intreccio di due momenti: uno concettuale-strategico e l’altro della tecnologia degli armamenti, che è divenuta “la modalità dinamica del sistema bipolare”.

Oltre a queste differenze di carattere militare ve ne sono altre di natura politica e/o economica: prima fra tutte, dai due poli dipendono due sottosistemi di “stati satelliti” che fanno parlare di sovranità limitata; inoltre entrambi dispongono di risorse geografiche, umane e naturali tali da creare un divario di potenza incolmabile per gli altri stati.

In epoche passate il sistema internazionale era già ben consapevole, anche nelle sue fasi di equilibrio, della presenza di potenze militarmente più forti di altre, come la Russia della restaurazione e il sistema bismarckiano del tardo ‘800. Ma la differenza che ha fatto del sistema bipolare qualche cosa di anomalo sta solo in parte nel divario di potenza militare convenzionale e nella disponibilità da parte dei due poli di armi atomiche in grandi quantità e a un elevato livello di perfezionamento tecnologico. Infatti, le anomalie del sistema dipendevano anche da altri fattori, fra i quali le posizioni delle due superpotenze nei confronti del mondo esterno: l’Urss vedeva in tale sistema un modo per affermare e garantire la propria condizione di potenza “diversa” in quanto comunista e quindi isolata mentre gli USA post-rooseveltiani potevano così creare un rapporto privilegiato con l’unica potenza considerata pericolosa e rappresentativa della parte del mondo che non erano riusciti a coinvolgere nel loro progetto globalista. Il sistema bipolare può essere dunque definito come: provvisorio, mutilo, ambiguo e instabile o meglio “non stabilizzante”, privo dei contrappesi del sistema dell’equilibrio di potenza ottocentesco e non dotato di un ordine giuridico e gerarchico tipico di un sistema imperiale. Inoltre l’inconciliabilità e la conflittualità dei due poli lo fanno apparire più come un “duello”, un “gioco” che un sistema.

Fra le diverse ipotesi di superamento del sistema bipolare formulate, come quella che coinvolgeva la Cina maoista e parlava di “sistema tripolare” e un’altra che auspicava un’evoluzione verso un sistema multipolare di ambito mondiale anche nella collocazione geografica dei vari membri, destinata però ad essere rinviata all’avvenire, emergeva la fine del sistema bipolare causata dal crollo del polo “Unione Sovietica”. Pochi anni prima della fine della guerra fredda ci fu anche chi, come John Gaddis, parlò di bilancio positivo e di “periodo di libertà da una guerra fra grandi potenze più lungo della storia moderna”. Tuttavia l’obiezione che molti fecero a tale presa di posizione si basava sul fatto che nell’epoca della lunga pace si ebbero decine di guerre di ambito regionale nonché la guerra di Corea e del Vietnam. In ogni caso non ci fu un terzo conflitto mondiale e il fatto che il sistema bipolare facesse coincidere la guerra fredda con la pace (intesa come pace generale e pace nucleare) è divenuto un modo di vedere che ha guadagnato terreno da quando Gaddis l’ha proposto. Esso ha ottenuto una conferma indiretta anche nell’ambito della scienza politica quando il teorico del “realismo offensivo” John Mearsheimer ha rivelato che i sistemi multipolari sono più inclini alla guerra dei sistemi bipolari. Le conclusioni del politologo Mearsheimer si allineano quindi a quelle dello storico Gaddis, fondate sulla constatazione che il sistema bipolare ha evitato lo scontro tra le superpotenze nucleari e sull’ipotesi che la sua fine porterà all’emergere di nuove ma anche vecchie rivalità e al ripristino dell’instabilità delle relazioni internazionali, caratteristica della I metà del XX secolo.

Trasformazione e moltiplicazione degli stati e organizzazioni internazionali

Mentre l’evoluzione del sistema internazionale segue questo andamento anomalo e discontinuo, gli stati subiscono trasformazioni spesso contradditorie. Nella II metà del ‘900, nell’Europa centro-occidentale i poteri degli stati tendono a diminuire sul piano internazionale e ad aumentare sul piano interno con la creazione di istituzioni sovrannazionali “regionali”; America e Asia affermano invece la loro sovranità nazionale mentre nell’Africa e nell’Asia decolonizzate vi sono numerosi esperimenti di fondazione di nuovi stati. Inoltre un po’ dappertutto si avverte che lo stato ha lasciato spazio alla società, soprattutto economica: come ritiene Susan Strange se in passato gli stati erano padroni dei mercati, oggi sono i mercati a dominare i governi.

Durante la prima guerra fredda, il potere sovranazionale privato s’imponeva attraverso le grandi società multinazionali, in realtà di base nazionale e proprietà americana. Nel corso della seconda guerra fredda, con la crescita della prosperità dell’Occidente e dei paesi non occidentali ad esso legati, queste ultime si sono evolute nelle World Corporations rendendo le società stateless. Questo tuttavia non rappresenta l’unico caso in cui gli stati perdono terreno: bisogna considerare infatti il processo di impoverimento morale e di meccanizzazione culturale dei principi base che avevano ispirato l’idea di nazione e di nazionalità. Vi è però una differenza, per esempio, fra i movimenti di liberazione nazionale dell’800 e del primo ‘900 e quelli della fine del XX secolo come rileva lo storico britannico Eric Hobsbawm. Questi ultimi risulterebbero negativi e addirittura inclini alla divisione rispetto ai primi, come dimostra l’insistenza sull’etnia e sulla lingua combinate spesso alla religione. Se si considera lo stato-nazione europeo, vediamo che è stato soggetto dopo la II GM a pressioni e movimenti interni volti ad ottenere maggiori suddivisioni politiche, etniche e culturali. Alcuni esempi sono costituiti dalla creazione di strutture regionali o “subnazionali” autonome come la Catalogna in Spagna, la Scozia e il Galles in GB e dalla formazione di stati-etnie in seguito alla dissoluzione della Jugoslavia.

Gli stati risultano però “troppo piccoli per risolvere i grossi problemi e troppo grandi per risolvere i piccoli”. Di conseguenza essi si sono convinti della necessità di creare organizzazioni internazionali atte ad affrontare, su basi sovrannazionali più ampie e più solide, compiti che in passato essi stessi avevano rivendicato come loro speciale privilegio. Le organizzazioni internazionali assumono così una parte della gestione delle relazioni internazionali, in qualche caso di ambito geografico mondiale come il FMI e la BM e in altri di ambito regionale come la Nato nella regione dell’Atlantico del Nord e la Comunità europea nell’Europa centro-occidentale. Fra questi nuovi attori della politica internazionale della guerra fredda spicca senza dubbio l’Onu: considerata il punto di riferimento di ogni atto di politica estera nell’immediato dopoguerra. Tuttavia essa perse progressivamente tale posizione di centralità e di influenza in quanto compromessa non soltanto dai risultati del logorante confronto fra Occidente e Urss all’interno del CdS ma anche da diversi sviluppi avvenuti nel contesto di una comunità internazionale in fase di ampliamento e trasformazione. Protagonisti dell’altra crisi dell’Onu furono i nuovi stati nati dopo il 1945 dalla decolonizzazione di territori asiatici e africani. Questi ultimi divennero automaticamente membri delle NU, determinando difficoltà nel loro meccanismo istituzionale attraverso, per esempio, la formazione di un blocco di potere all’interno dell’AG che perseguiva intenti, spesso di non interesse per i due poli del sistema bipolare.

La forte crescita numerica degli stati ha avuto conseguenze per l’Onu anche sul piano etico-politico, rendendo impossibile condizionare l’inserimento degli stessi a una reale osservanza dei principi di governo occidentali dei diritti umani, di libertà e autodeterminazione dei popoli, espressi nella Carta Atlantica e fatti propri nella dichiarazione del 1 gennaio del 1942. Inoltre queste nuove adesioni non facevano altro che accrescere la presenza di stati a regime autoritario o che non andavano oltre la professione ufficiale di principi democratici. Nonostante ciò le NU riuscirono ad assolvere comunque parte dei loro compiti e soprattutto ad impedire o reprimere l’insorgere di conflitti interni e di guerre fra stati. Per esempio, il conflitto più sanguinoso della seconda guerra fredda fra Iran e Iraq si concluse grazie all’impegno del segretario generale Pérez de Cuéllar.

Una “terza ondata” dell’espansione della democrazia?

Per capire gli effetti della moltiplicazione degli stati durante la GF e le particolarità della cosiddetta nozione di “terza ondata di democratizzazione alla fine del XX secolo” elaborata da Samuel Huntington, la storiografia e la scienza della politica fanno riferimento a precedenti lontani.

Partendo dalle importanti esperienze delle Rivoluzioni francese e americana, gli storici vedono nel costituzionalismo moderato dell’Europa occidentale del primo ‘800 l’elemento di superamento sia dell’Antico Regime sia della democrazia rivoluzionaria repubblicana/napoleonica e non solo. Il costituzionalismo moderato fu infatti la base di una politica di promozione e di espansione del liberalismo al resto del continente, a cominciare dal Portogallo, Spagna e poi Italia. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 il liberalismo europeo si trasforma in liberalismo democratico o democrazia liberale; con la I GM si avvicina alla democrazia americana e terminata la guerra s’impegna ad estendere il sistema di governo liberaldemocratico all’Europa orientale e a combattere i regimi antidemocratici totalitari di destra e di sinistra.

La scienza della politica parte anch’essa dal primo ‘800 seguendo la proposta di Huntington, il quale divide il processo di democratizzazione in tre “ondate”:

  • La prima inizierebbe nel 1828 e terminerebbe nel 1926, seguita da un flusso antidemocratico che arriverà fino a metà della II GM, quando verrà sopraffatta dalla seconda ondata. L’inizio del processo di democratizzazione in piena età della Restaurazione in Europa viene fatto dipendere dall’introduzione del suffragio universale maschile nei vecchi stati dell’Unione americana e dall’ammissione di nuovi stati che l’hanno già previsto nel loro processo costituzionale. Si tratta quindi di un inizio scelto considerando come unico criterio per valutare una democrazia il “parametro elettorale” e che dipende da una svolta politica avvenuta in un singolo paese, gli USA. A questo punto ci si chiede se si possa parlare di “via americana” alla democrazia, tesi che andrebbe ad avvalorare il cosiddetto “eccezionalismo” americano, ossia la capacità degli USA di proporre già nel primo ‘800 una democrazia in atto. Questa tesi trova poi un appoggio prestigioso in Alexis de Tocqueville e in particolare nell’opera “Démocratie en Amérique”, in cui l’autore afferma di aver scoperto nell’America un’immagine della democrazia stessa, delle sue tendenze e del suo carattere.
  • La seconda ondata diversamente dalla prima e analogamente alla terza, viene fatta iniziare in Europa, con la caduta del fascismo in Italia nel 1943 e quindi con la democratizzazione del primo dei tre maggiori stati a regime autoritario della II GM, seguita nel dopoguerra dalla democratizzazione degli altri due: Germania e Giappone. Con l’inizio della decolonizzazione in Asia e Africa le cose però cambieranno: se la seconda ondata è iniziata in paesi europei in cui le forze politiche postfasciste e postnaziste sono riuscite a ricostruire in buona parte le rispettive democrazie, in Asia e in Africa si è riusciti a creare stati indipendenti e sovrani ma non delle vere e proprie democrazie. Infatti, gran parte di questi stati ha adottato sistemi rappresentativi più spesso a partito unico che multipartitici; altri sono divenuti dittature militari o civili appoggiate dall’Occidente (Madagascar e Somalia) o dall’Oriente sovietico o cinese (repubblica democratica del Congo e Tanzania); altri ancora invece sono precipitati in guerre civili e/o di decolonizzazione con interventi militari più o meno pesanti da parte dei due blocchi. Solo una piccola parte è passata da regimi dinastici assoluti ad aperture verso sistemi costituzionali. Di conseguenza è difficile stabilire una separazione netta fra la seconda ondata e il riflusso antidemocratico che ne fece seguito negli anni ’60-’70. Nei primi anni ’70 si verificano infatti le crisi più gravi come l’apice dell’apartheid in Sudafrica e le guerre by proxies nelle ex colonie portoghesi dell’Angola e del Mozambico. Allo stesso tempo però la seconda ondata ottiene punti a suo favore grazie all’indipendenza dell’India, che diventa nel 1947 la più grande e la più popolosa democrazia. La sua storia costituisce un importante caso di studio per gli storici e gli scienziati politici. Costretta alla dominazione inglese e allo sfruttamento economico, all’umiliazione sociale e al razzismo ad essa collegati, essa vide la realizzazione di una modernizzazione della società che permetterà poi all’India indipendente di collocarsi fra le economie produttive e avanzate, anche grazie alla costruzione di reti ferroviarie che hanno favorito tanto lo sviluppo economico quanto l’avvicinamento fra popoli diversi. Tuttavia la travagliata vicenda politica del Pakistan, in cui nonostante gli sforzi di una parte politica progressista è prevalso un sistema di governo autoritario, ci mostra che l’Asia della decolonizzazione è stata coinvolta fino ad un certo limite nella seconda ondata. Sicuramente la parte del mondo in cui la tesi della seconda ondata e susseguente riflusso risulta più confortata è l’America Latina, in cui un più grande numero di stati passano dall’autoritarismo alla democrazia. Infatti nel 1960, 9 dei 10 stati sudamericani di lingua spagnola avevano governi eletti democraticamente ma solo Venezuela e Colombia sono riuscite poi a conservarli nel 1973. Dire però che l’Argentina partecipò al riflusso antidemocratico a causa del golpe militare del 1966, come se quindi avesse fatto parte in precedenza della seconda ondata, è errato dal momento che la storia politica argentina è stata dominata da una delle più grandi forme di autoritarismo populista: il peronismo. Tutte queste perplessità ci portano a concludere che la seconda ondata di democratizzazione presenta una situazione di incertezza e instabilità.
  • La terza ondata, iniziata nell’Europa meridionale nel 1974 con la rivoluzione portoghese “dei garofani”, viene considerata come il più importante sviluppo politico globale del secolo XX, in quanto fase decisiva per l’espansione della democrazia nel mondo e il superamento, anche se non totale, dell’imposizione storico-ideologica sovietica.

Sottosviluppo, decolonizzazione e Terzo mondo

Se il sottosviluppo è il risultato di diverse cause combinate fra loro da molti secoli, la decolonizzazione di buona parte dell’Asia e dell’Africa viene convenzionalmente collocata in un breve periodo di pochi decenni dopo la II GM. Il sottosviluppo però non viene soltanto da lontano ma molto spesso persiste o addirittura si aggrava dopo la decolonizzazione. Ciò ci fa capire che alla conquista dell’indipendenza politica non corrisponde necessariamente la fine dell’arretratezza economica e sociale. Questo è uno dei motivi che porta a parlare di “Terzo mondo”, unito alla posizione sullo sfondo della situazione internazionale in cui vengono relegati questi paesi dal confronto degli altri due mondi: l’Occidente capitalista e l’Oriente sovietico. Fu un giornalista francese a coniare il termine “Terzo mondo”, ispirandosi probabilmente al Terzo Stato della Rivoluzione francese. Tuttavia questa espressione ha mantenuto nei decenni gli equivoci sulle differenze facilmente riscontrabili fra i due continenti più spesso collocati nel Terzo mondo, Asia e Africa.

In sostanza, sottosviluppo e Terzo mondo appaiono inseparabili mentre la decolonizzazione può essere con

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

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