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Da Ercole a Fantozzi: analisi del cinema e della cultura di massa

Contro il cinema: Adorno

Discorsi sul campo italiano intellettuale: da una parte Adorno e dall'altra Gramsci. Adorno comprende i meccanismi della cultura di massa e conia la fortunata formula “industria culturale” con intenzione dispregiativa. Il discorso di fondo è: l'industria culturale pretende di regolarsi sui consumatori e di fornire loro ciò che desiderano, mentre al contrario, anziché adattarsi alle reazioni dei clienti, le crea o le inventa. Per Adorno, il cinema risponde a questa azione. Fa una distinzione di base (nonostante tutti i film siano dannosi): ci sono film d'intrattenimento e altri peggiori, quelli che pretendono di possedere una sostanza artistica, un messaggio. Questi sono peggiori perché: basta lodare un film soltanto perché è d'autore, come lodiamo un'attrice soltanto dall'aspetto fisico e diciamo abbia personalità, che confondiamo con la bellezza.

Questo collega Adorno a Benjamin: “quanto più il film pretende all'arte, tanto più dimostra di essere di princisbecche (brutte sorprese).” Tutte queste idee sono state già coniate da Benjamin tempo addietro, quindi sono idee datate, pensando che il film era un passatempo per alienati. Questa totale negatività può costruire un terreno utile a comprendere il fenomeno nel profondo. Uno degli uomini più intelligenti del cinema, Welles (un regista), ritiene che il cinema sia un macchinario con la capacità di scarso messaggio “degno di essere iscritto sulla capocchia di uno spillo.” Welles indubbiamente ama il cinema e lo ama nonostante i limiti da lui stesso enunciati, anzi proprio in virtù di questi ultimi.

Dalla parte del popolo

Pasolini ha sempre denunciato una certa indifferenza nei confronti di Gramsci. Gramsci sosteneva che il popolo tradizionalmente inteso non esiste più, non ci sono più le classi sociali. Pasolini così riflette sul ruolo dell'intellettuale in un mondo di massa “interclassista.”

Critiche del nuovo scenario del consumo

  • Presupposto ideologico: Parlando di industria e di prodotti si parla di merci. Ci sono due pregiudizi, uno cattolico contro il materialismo e l'altro marxista (il concetto di merce ruota attorno al valore d'uso e scambio).
  • Presupposto strategico: Più aumenta la disponibilità di beni più la domanda assume rilievo rispetto all'offerta. Il consumatore assume margini di autonomia e acquisisce una maggiore consapevolezza della funzione e del significato delle proprie scelte. Vale a dire che ha sempre meno bisogno di una figura di mediatore che preselezioni e lo aiuti nelle scelte di consumo. Ciò compromette la posizione dell'intellettuale.
  • Presupposto teleologico: Attraverso la convinzione che la cultura di massa sia diretta espressione dell'ideologia della cultura borghese, si arriva facilmente a concludere che la sua affermazione definitiva rappresenterebbe il compimento e il trionfo totalitario di quella rivoluzione borghese di cui già aveva trattato abbondantemente lo stesso Marx.

Una difficile integrazione

Punti di vista diversi da quello di Adorno iniziano a diffondersi già nella prima metà del '900. Ad esempio, quando Panofsky formula alcune considerazioni del tipo “Oggi non si può non negare che i film siano arte, anzi siamo l'unica arte davvero viva. Il cinema è a formare le opinioni, il gusto, il linguaggio. Se poeti e pittori fossero costretti a sospendere l'attività, pochissimi se ne accorgerebbero, al contrario del cinema.”

Ma è Umberto Eco che conia la formula destinata a riassumere l'universo della comunicazione di massa: “L'universo delle comunicazioni di massa è il nostro universo, le condizioni oggettive della comunicazione sono quelle fornite dall'esistenza dei giornali, della radio e della TV. A queste condizioni non sfugge nessuno, neanche l'indignato, che trasmette la propria protesta lungo i canali della comunicazione di massa sulle colonne del grande quotidiano.” Compito dell'intellettuale è allora analizzare questi messaggi e questi contenuti, valutare le condizioni e stimarne le conseguenze.

L'ottica di Eco rimane comunque legata ad una serie di opposizioni “proletario vs borghesia” (l'ambito del proletariato consuma modelli di cultura borghese ritenendoli di propria espressione autonoma).

Il contributo di Alberoni

Alberoni ha inaugurato un vero e proprio campo di studi. Alberoni giunge a introdurre una serie nel dibattito italiano di elementi così schematizzabili:

  • Il comportamento di consumo non dipende più da una serie di norme stabili.
  • L'affermazione di nuovi beni corrisponde a un rifiuto della propria posizione e ad entrare, come cittadini, nel nuovo mondo.
  • L'individuo è portato erroneamente a pensare di poter realizzare la felicità restando sé stesso.
  • Non esiste una frattura fra il capitalista e il lavoratore, ma una sorta di simbiosi, in quanto il produttore e il consumatore devono convergere verso un interesse comune.
  • Il processo di consumo è ormai programmato in funzione di una rapida sostituzione degli oggetti prodotti (l'idea di spreco).

Le teorie vengono formulate quando si avverte ancora l'impulso del boom economico, sono processi che accompagnano la società italiana del periodo. Un insieme di soggetti in precedenza prudenti, tradizionalisti e conservatori, inizia ad assumere in massa atteggiamenti attivi, irrispettosi verso tutto ciò che impedisce di raggiungere l'obiettivo di stare meglio. Si cominciano a desiderare nuove cose, il boom induce singoli aggregati a una serie di comportamenti rivoluzionari (perdendo i valori ideologici).

Sebbene il testo di Alberoni non si occupi quasi mai direttamente del ruolo dei media in questi processi, vi è un riferimento, si discute il demonstration effect, grazie al quale si giunge alla comprensione del significato di un bene partecipando al suo uso in un contesto d'azione dotato di senso, le modalità di tale partecipazione vengono individuate nella visione di tale uso da parte di amici o parenti e nell'esperienza fatta attraverso la visione filmica. I due contesti vanno di pari passo, gli stimoli dei mass media sono filtrati dalle relazioni interpersonali con altri individui dello stesso ambiente. I media possono assumere nei confronti del pubblico una vera e propria funzione didattica.

La mediazione che rende tollerabile questa situazione è assicurata dall'elaborazione immaginaria del reale, all'insieme delle forme di rappresentazione che trovano nei mass media il canale principale di diffusione. Il testo di Alberoni fornisce un quadro dello stato della teoria relativa al contenuto e al consumo intorno alla metà degli anni '60 (e sulle future polemiche).

Il prodotto culturale

Ci sono film che manifestano messaggi e stile. Sono rivolti a un pubblico che sceglie di andare a vedere alcuni piuttosto che altri. A questo punto interviene lo storico, quando si tratta di selezionare le pellicole degne di nota (sembra quasi un critico). Adorno ha sempre pensato che quando un giudizio è a stabilire ciò che deve essere privilegiato, si ha la morte dell'arte.

Si hanno così, con questa canonizzazione, delle etichette quali “genere” o “commerciale.” Tutti i film sono commerciali, in quanto puntano a vendere i biglietti e a recuperare l'investimento attraverso l'incasso, e tutti i film sono di genere, perché se ne deduce che determinate pellicole siano meno belle di altre e quindi rivolte per un determinato pubblico.

Il successo di un film, scrive Spinazzola, è sempre legato a delle ragioni. Il pubblico è un insieme di soggetti che esternano i propri pensieri, anche attraverso la funzione cinematografica, un agire dotato di senso.

Prodotti culturali e il ruolo di Colombo

Colombo traccia uno schema del rapporto fra produttore e destinatario. In pratica, chi produce questi tipi di oggetti, in un'ottica commerciale, lo fa in funzione di un pubblico, ovvero di un consumatore, sforzandosi di interpretarne il gusto. Nel compiere questa operazione, si possono seguire più strade (basandosi sull'intuito oppure adottare le indagini di mercato). A questo punto, abbiamo un oggetto che aspira a raggiungere un consumatore e deve individuare i canali distributivi più idonei e affidarsi a ulteriori prodotti culturali, per ottenere il proprio scopo di vendita. Abbiamo un oggetto nelle mani del consumatore, che ha margini di autonomia per decretarne il successo in termini di gradimento.

Lo schema di Hall parte dal presupposto che il prodotto circola, e quindi viene distribuito a diversi tipi di pubblico. Perché abbia degli effetti, ha bisogno di un significato. Ci sono due elementi (per Hall):

  • Il processo di comunicazione fra produttore e consumatore non può essere racchiuso all'interno di un anello chiuso e lineare, ma la struttura è più aperta (produzione, circolazione, distribuzione, consumo e riproduzione).
  • Il messaggio deve venire decifrato (intrattenere, istruire, persuadere).

Il cinema e la cultura popolare (alto e basso)

Hall evoca anche un altro tema strettamente connesso agli oggetti di cui ci occuperemo: l'annosa questione della cultura popolare. Fino a un certo punto, la distinzione fra cultura d'élite e cultura popolare è conseguenza diretta di una stratificazione sociale rigida e dai contorni ben chiari. Da una parte una cultura sofisticata, che richiede competenze, ed una spiccata sensibilità estetica. A fronte di questa, vi è una cultura elementare e tradizionale, che fornisce schemi basilari. Poiché le due culture convivono nello stesso spazio e nel tempo, ne consegue che ciascuna delle due si evolve in contrapposizione all'altra, per manifestare la propria superiorità (soprattutto quella dal basso).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Donato-93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del cinema italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Manzoli Giacomo.
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