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Introduzione

Le scienze sociali, e in particolar modo la sociologia, hanno spesso posto attenzione ai comportamenti e ai fenomeni di "devianza", ossia l’allontanamento di individui o di gruppi dalle norme condivise dalla società. Nelle società industriali avanzate, ad aumentare l’interesse per lo studio della devianza, è la crescente paura del crimine, che provoca sentimenti di insicurezza. Il termine "devianza" è stato introdotto negli anni Cinquanta e subito entra tra le parole di uso comune. Venne definito all’interno della teoria funzionalista Il sistema della sociale e, in particolare, con l’opera più nota di Parsons. La devianza risulta come modalità di azione o stile di vita disdicevole, da prevenire, reprimere e controllare.

Tipi di devianza

  • Malati: tossicodipendenti, alcolisti, affetti da patologie causate da pratiche disdicevoli (malati di Aids). La devianza intesa come patologia.
  • Diversi: omosessuali, handicappati fisici e psichici. Devianza intesa come anormalità.
  • Traditori: eretici, transfughi, la cui devianza è definibile in termini di colpa.
  • Ribelli: contestatori, innovatori, rivoluzionari, anarchici, le cui scelte di vita sono connotate come ricerca di alternative.
  • Delinquenti: trasgressori di norme del diritto. Devianza intesa come reato o crimine.

Nell’opera di Sumner, troviamo una tipologia di modelli normativi costituita da folkways e mores. I folkways sono i modelli di comportamento sociale considerati più appropriati per rispondere a determinate situazioni. I mores sono costituiti dai folkways arricchiti da generalizzazioni etiche e filosofiche riguardanti il bene comune. Ogni violazione dei mores rappresenta, perciò, una minaccia all’esistenza ordinata della società.

Modelli normativi

  • Quella che differenzia le mete culturali che ogni società propone ai suoi membri, dalle norme istituzionali per conseguirle. (Merton)
  • Quella che distingue tra norme proscrittive, che vietano determinati comportamenti, e norme prescrittive, che orientano all’esecuzione di altri comportamenti.

Teorie e ricerche sociologiche sulla devianza

Riguardo le teorie e le ricerche sociologiche sul problema della devianza, si possono individuare due aree generali. Nella prima si collocano le teorie rivolte allo studio del fattore o della situazione determinante i comportamenti devianti. Nella seconda area si collocano le ricerche che intendono descrivere i processi di formazione, di sviluppo, di trasformazione dei comportamenti devianti e delle identità sociali di chi li mette in atto.

Nei diversi capitoli, sono presenti i principali paradigmi di interpretazione della criminalità e della devianza: utilitarista, positivista, sociale, costruzionista nelle due versioni dell’interazionismo e delle teorie conflittuali. Il paradigma indica il complesso delle posizioni che emergono e si affermano nei diversi periodi storici e i "salti" di prospettiva cui è dato assistere in concomitanza con il mutare delle condizioni sociali ed economiche e delle domande che vengono poste alla comunità scientifica. Importante attenzione viene data al concetto di anomalia, il quale termine designa gli elementi interni ai diversi paradigmi che costituiscono i problemi non risolti e in qualche misura ripresi come fondanti dal paradigma successivo.

Primo capitolo

Interesse e razionalità nel comportamento deviante

Dal paradigma illuministico alla teoria dell’attore sociale.

Scuola classica: La teoria criminologica della scuola classica del XVIII secolo, viene considerata come la prima teoria che abbia interpretato il problema dell’ordine sociale. Questa teoria è legata al contesto illuministico del Settecento, durante il quale ci fu il passaggio della pena, intesa come strumento per ristabilire la "lesa maestà" del sovrano, dello Stato e della religione, ad una visione razionale della pena retributiva e deterrente.

L’assunto del paradigma illuministico è quello della razionalità nella scelta di commettere il reato. Ciò comporta la concezione dell’individuo libero da condizionamenti e capace di scegliere deliberatamente l’osservanza o la trasgressione delle leggi, a seconda dei suoi interessi. Le finalità e i principi riformatori della scuola classica, si basavano sull’adesione ai diritti individuali naturali propri dell’Illuminismo: tutti gli individui sono uguali.

Il movimento per la riforma del diritto penale assunse reale importanza nel corso della seconda metà del XVIII secolo. Di tale movimento, alla sociologia della devianza interessano due componenti: la prima comprende la nuova concezione e pratica della pena e del sistema carcerario; la seconda, l’interpretazione dell’individuo di fronte alla legge.

Il delitto e la pena nel paradigma illuministico

Le radici del sistema carcerario affondano nell’epoca del mercantilismo, ma le sue prime forme di elaborazione e di promozione avvennero soltanto con l’Illuminismo. Il movimento riformatore reagì alla pratica carceraria che procedeva all’internamento di individui senza alcuna distinzione tra folli, condannati, vagabondi e anziani.

La richiesta di abolizione di queste arretrate condizioni carcerarie e delle varie teorie medioevali della pena, trovò la sua più nota formulazione nell’opera di Beccaria, Dei delitti e delle pene. Il fine delle pene non avrebbe più dovuto essere altro che quello di impedire al reo di fare nuovi danni ai suoi concittadini e di dissuadere gli altri dal farne uguali.

Uno degli obiettivi fondamentali degli esponenti della scuola classica, fu la formulazione di una definizione puramente legale del delitto. Ogni delitto è tale soltanto perché la legge lo definisce così. Per la scuola classica ogni trattamento arbitrario sarebbe cessato, una volta che la pena fosse stata determinata sulla base della natura del particolare reato e il trionfo della giustizia sarebbe consistito nel fatto che le pene non sarebbero più dipese dalla volontà del legislatore, ma dalla natura delle cose.

La pena inflitta a un reo si giustifica solo sulla base del danno che egli ha arrecato direttamente a un altro individuo e indirettamente alla collettività. Perché sia retributiva e deterrente essa dovrà colpire i diritti del reo nella stessa misura in cui il reo ha colpito i diritti altrui.

Gli interessi dell’homo economicus

La scuola classica era rivolta soprattutto alla riforma del sistema delle pene e delle procedure del diritto; meno allo studio del singolo delinquente. Nel saggio di Beccaria, comunque, troviamo elementi che compongono una concezione del crimine non come reazione a fattori e influenze esterne, ma come azione diretta ad ottenere benefici.

Gli uomini rinunciano all’originario isolamento in stato di natura e all’originaria indipendenza per una nuova condizione più sicura e tranquilla. A questa assunzione di Rousseau, si accompagna l’idea di Hobbes dello "scambio vantaggioso". Beccaria ribadisce più volte il principio della fondazione utilitaristica del diritto penale e dell’egoismo razionale dei singoli che scambiano una condizione di incertezza con una nuova condizione più sicura e tranquilla.

Altro tema dell’utilitarismo di Beccaria, è quello della felicità. Gli uomini, esseri sensibili, sono mossi dalla ricerca del piacere, dalla felicità e dalla paura del dolore. Ed è da qui che deriva un modello nel quale il calcolo dei costi-benefici introdotto dalle pene, dalle sanzioni e dal controllo sociale, scoraggiano ogni forma di criminalità e di devianza. Essenziale in questo momento, è il principio della proporzionalità tra delitto e pena, e della "pena minima necessaria".

Nella discussione delle modalità di applicazione delle pene, è ricorrente la discussione delle quattro dimensioni della prontezza, della proporzionalità, dell’infallibilità e della "dolcezza della pena". Una pena per essere giusta e utile, deve essere pronta e celere. Una pena è giusta se risparmia all’imputato inutili sofferenze e se non precede la sentenza per il minimo tempo necessario. È utile, inoltre, allorché riesca a produrre nell’animo umano, l’associazione del rapporto tra delitto e pena. Tale rapporto è tanto maggiore e duraturo quanto più è ravvicinato il tempo della pena al misfatto.

I principi di riforma, di razionalizzazione e di utilità dell’intervento dello Stato, trovarono un’analoga formulazione nel Panopticon di Jeremy Bentham, il quale diede forma al principio dell’utilitarismo di riforma morale e di rendimento economico nelle prigioni, ospedali, ecc. Da qui in poi, le teorie del sistema penale, non trattano più le funzioni di repressione indiscriminata, ma in quelle di controllo razionale.

Scelta razionale e teoria situazionale della devianza

La prima teoria sociologica recente che ha inteso analizzare comportamenti criminali quali effetti di scelte deliberate, è la Rational Choice Perspective (teoria della scelta razionale). La teoria della scelta razionale presuppone che gli individui adottino delle strategie individuali libere nel compiere azioni criminali e valutino i benefici nel trasgredire una legge.

Nella formula Rational Choice Perspective, il primo termine definisce il pensiero strategico, l’elaborazione delle informazioni, la valutazione delle opportunità e delle alternative. Il secondo rileva la decisionalità del deviante. Il termine Perspective sottolinea, anziché il concetto di struttura di teoria finita, quello di ricerca, in modo tale da rimettere in discussione le posizioni tradizionali.

Il Rational Offender richiama l’homo oeconomicus, in quanto anch’egli è libero e indipendente da condizionamenti sociali esteriori. L’individuo caratterizzato da una mentalità criminale è quello che calcola la possibilità di avere dei vantaggi con l’infrazione della legge. La nozione di Reasoning Criminal implica una natura essenzialmente ordinaria, non patologica, di attività criminali. All'idea secondo cui esistono grandi differenze tra il gruppo omogeneo dei criminali e il resto della società, è contrapposta l’ipotesi che tra i due gruppi esistano alcune analogie e similarità.

Sono individuati due presupposti dal riproporsi della scelta razionale nella sociologia della devianza. Secondo Travis Hirschi, tali presupposti sono rappresentati dal formarsi dei concetti di disorganizzazione sociale e di controllo sociale. Il concetto di disorganizzazione sociale contribuì a togliere gli individui dalla loro posizione naturale o normale dentro la società. La prospettiva della disorganizzazione sociale presuppose, inoltre, che i bisogni degli individui potessero essere soddisfatti con mezzi illegali e che questi ultimi sarebbero stati scelti ogni qualvolta si fosse valutato qualche beneficio superiore al costo.

Il secondo presupposto è costituito dalle teorie del controllo sociale formatesi attorno agli anni 1960. Hirschi afferma che il processo di formazione della devianza è da porre in relazione, prima che con la posizione del deviante nella società, con la forza del "legame sociale". Un adolescente ha tanto più probabilità di percorrere una carriera deviante, quanto minore è il suo legame con i genitori, educatori, ecc.

I sostenitori della scelta razionale giungono a due conclusioni riguardanti le somiglianze e le differenze fra le due teorie.

  • La teoria della scelta razionale e quella del controllo sociale condividono la stessa immagine dell’uomo, quale animale razionale, un’immagine diversa da quella del positivismo sociologico dell’uomo come animale sociale. Entrambe rifiutano la trasformazione operata dai positivisti del criminale in un organismo che reagisce irrazionalmente alle spinte dell’ambiente.
  • La differenziazione tra le due teorie si vede quando una tende a focalizzare i crimini specifici, la decisione di rapinare o di uccidere, mentre l’altra tende ad ignorare qualunque distinzione all’interno del crimine. La teoria della scelta razionale si concentra su ciò che Clarke e Cornish definiscono come evento, mentre la teoria del controllo sociale si concentra su ciò che definiscono come coinvolgimento.

L’approccio della scelta razionale è basata sulla correlazione tra decisione di commettere un crimine e particolare condizione favorevole. Una ricerca di Dermot Walsh ha rilevato che nel caso di crimini quali il furto, solo una minoranza di ladri è rappresentata da "specialisti". La maggior parte è costituita da individui che agiscono in base a scelte "situazionali" e ad opportunità che si presentano di volta in volta.

La teoria della scelta razionale considera per ogni crimine e criminale un insieme di fattori background, quali esistenti alla radice del crimine. L’età, la costituzione fisica, il sesso, l’appartenenza a bande, sono variabili situazionali, cioè correlate al crimine piuttosto che alla criminalità. Le cause del crimine possono essere interpretate come fattori che influenzano le decisioni di impegnarsi in atti criminali.

Consideriamo il furto nei sobborghi di classe media, con due schemi di Cornish e Clarke:

Primo schema

Il PRIMO SCHEMA riguarda il modello di coinvolgimento iniziale. Ci sono due punti focali di decisionalità. Il primo punto (punto 7) riguarda la presa di coscienza dell’individuo di commettere il furto per soddisfare bisogni di denaro, beni e divertimento. I punti precedenti indicano la molteplicità di fattori che portano l’individuo a questo stadio.

Possiamo individuare fattori di tipo psicologico (intelligenza, temperamento), sociale (sesso, classe, educazione, ambiente circostante) e ambientale (famiglia disunita o criminale, cresciuti in istituti). Questi fattori sono considerati fondamentali nel determinare i valori e le attitudini che predispongono l’individuo alla devianza criminale. Il secondo punto (punto 8) riguarda la decisione di perpetuare il furto, la quale risulta da un insieme di fattori quali un’esperienza criminale diretta/indiretta; una valutazione primaria che il criminale si fa prima di commettere il furto, come il grado di sforzo, l’ammontare del beneficio, la probabilità e la severità della pena; influenzato da alcune situazioni, come il bisogno urgente di soldi, l’ubriachezza, la persuasione delle persone.

Secondo schema

IL SECONDO SCHEMA descrive l’ulteriore sequenza del decision making, in base al quale il ladro sceglie un furto specifico. La zona scelta è quella della classe media, con un facile accesso, poca vigilanza, case poco protette e la presenza di giardini. La casa colpita è una casa isolata particolarmente ricca, dove non c’è nessuno in casa, formata da balconi e finestre, nonché da coperture intorno come cespugli.

Il ladro esclude di commettere il furto se si trova in una zona esclusa, sconosciuta, lontana, con un servizio di guardia di vicinato, e non colpisce la casa dove sono presenti allarmi, vicini ficcanaso, senza accessi secondari, con serrature alle finestre e in presenza di cani da guardia. La prevenzione situazionale del crimine rende sicuramente più difficile l’esecuzione del crimine.

La teoria del deterrente

La teoria del deterrente si è sviluppata a partire dal 1960. Il principio fondamentale è che la punizione rappresenta un freno efficace alle azioni criminali, ma più in generale, essa pone l’interrogativo sul rapporto tra criminalità e il sistema delle pene. Questa teoria, basata su dati statistici, afferma che la frequenza dei crimini varia in modo inverso della certezza e severità della pena.

L’individuo, così come non è insensibile ai benefici delle sue azioni, così non lo è alle pene. Ne consegue che il criminale non è tutto diverso da noi. Tutti i nostri comportamenti sono regolati anche dalla previsione di andare incontro a sanzioni severe e certe. Alcuni comportamenti sono compiuti o evitati in base alla sola ragione della previsione della pena.

La teoria del deterrente ha 4 punti:

  • Secondo Beccaria, le pene dovevano essere adeguate alla gravità di ogni singolo reato, e ogni qual volta la pena eccede, la nocività del reato diventa inutile e ingiusta, poiché il potere deterrente della pena non è connesso direttamente al grado di severità della pena. Secondo la teoria della deterrenza, maggiori sono le pene, minore sarà il numero di reati.
  • Secondo CHAMBLISS, è possibile costruire una tipologia di comportamenti devianti in relazione all’efficacia deterrente della pena. Tale tipologia è costruita distinguendo da un lato i comportamenti devianti in espressivi e strumentali; dall’altro il grado di coinvolgimento nel delitto come stile di vita.
  • Secondo CHAMBLISS, la deterrenza si disporrà da un massimo a un minimo secondo un ordine dei quattro tipi della tabella: III (comportamento strumentale con basso grado di coinvolgimento), I (comportamento strumentale con alto grado di coinvolgimento), IV (comportamento espressivo con basso grado di coinvolgimento), II (comportamento espressivo con alto grado di coinvolgimento).
  • I meccanismi attraverso cui agisce la deterrenza sono sia di tipo COLLETTIVO (dissuasione generale), che INDIVIDUALE (dissuasione specifica). La deterrenza collettiva è efficace quando riesce a dissuadere i potenziali devianti dal commettere un reato facendogli prendere sul serio le minacce previste dalla legge. La deterrenza individuale agisce quando l’individuo è convinto...
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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lujio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e sociologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Garreffa Franca.
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