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Riassunto esame Sociologia della devianza, prof. Prina, libro consigliato Devianza e Criminalità di William e McShane Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Sociologia della devianza, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dal docente Prina Devianza e Criminalità di William e McShane. Gli argomenti trattati sono: la teoria, i singoli atti criminali, in che cosa consiste una buona teoria.

Esame di Sociologia della devianza docente Prof. F. Prina

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ESTRATTO DOCUMENTO

Teoria cognitiva

Il miglior esempio di teoria cognitiva su base psicologica è quello proposto da Glenn Walters e

Thomas White [1989]. Muovendo una critica, Walter affermava che la criminologia non aveva

nell’individuo. La sua tesi era che le

riconosciuto adeguatamente il ruolo del processo cognitivo

condizioni sociali ed ambientali servono a limitare le opzioni individuali piuttosto che a determinare

il comportamento criminale. Se i fattori sociali ed ambientali sono uno sfondo per la scelta, allora il

comportamento può essere visto come modellato da questi fattori, mentre la razionalità individuale

dell’ attività modellata. Insomma “le condizioni di vita espongono gli individui

determina la forma in futuro” [Walters 1989].

a un maggiore (o minore) pericolo di commettere crimini

Walters e White sostengono congiuntamente che il comportamento criminale è il prodotto di un

pensiero erroneo, irrazionale e negano che i fattori ambientali determino tale comportamento, fatta

eccezione per la loro azione riduttiva delle opzioni. Focalizzando la loro attenzione sui criminali di

professione gli autori affermano che la maggior parte o la totalità di questi individui sono

caratterizzati dalle loro interazioni da irresponsabilità, autoindulgenza, invadenza interpersonale, e

infrazione delle norme sociali. I criminali di professione sembrano possedere modelli mentali simili

a quelli che caratterizzano la prima adolescenza quindi con una scarsa concezione della

responsabilità e dell’autodisciplina. L’arrestato sviluppo del processo cognitivo, sia che derivi da

cause costituzionali o ambientali, tende a destinare questi individui al fallimento e questo fallimento

non si applica solo a situazioni criminali ma anche ad altre situazioni come la scuola, il lavoro e la

famiglia.

Individuando otto “caratteristiche cognitive primarie” Walters e White hanno esaminato i modelli

mentali dei criminali di professione e scoperto che sin dall’infanzia costoro presentavano problemi

cronici di autogestione. A causa dei loro modelli mentali di tipo adolescenziale, questi criminali

razionalizzano il loro comportamento e sono assorbiti da un edonismo di corto respiro che sul lungo

periodo si rivela distruttivo.

Dimensioni della personalità

Un altro approccio allo studio della personalità criminale è stato elaborato da Hans Eysenck

[1977;1989] e l’autore afferma che vi sono tre tipologie di personalità criminale:

 Psicotico

 Estroverso

 Nevrotico

Di solito la criminalità viene messa in relazione con un alta concentrazione delle caratteristiche di

tutti e tre le tipologie. Rispetto all’età, i giovani rei sono al contrario degli anziani, con maggiori

probabilità di essere più estroversi che nevrotici. Criminali non più giovani palesano personalità

in tutte le età. L’autore svolge i suoi studi in diversi

nevrotiche mentre quella psicotica è distribuita

paesi arrivando a notare che i tratti “antisociali” (fumo, uso legale o meno di droghe) oltre alla

criminalità, sono correlati con vari tipi di personalità. Inoltre, egli collega lo sviluppo della

coscienza con un processo di apprendimento definito condizionamento nonché con un bisogno

elevato di uno stimolo esterno. I criminali si lasciano condizionare solo marginalmente, di

conseguenza sviluppano una propria coscienza molto lentamente.

dell’ apprendimento

Teoria teoria dell’

Infine, un altro noto approccio al comportamento criminale è quello della

apprendimeto specialmente quello di tipo sociale. Elaborata da Albert Bandura [1973] questa

teoria si aggiunge a quella di Burrhus F. Skinner ma in più include i concetti di imitazione e

modellamento del comportamento. In poche parole, la teoria dell’apprendimento sociale afferma

che noi impariamo osservando gli altri ricevere ricompense o punizioni in seguito alle loro azioni.

Quindi tendiamo ad imitare ed a usare come modelli i comportamenti che vengono ricompensati.

Questa teoria è stata usata nello studio delle aggressioni, delle violenze domestiche nel ruolo della

televisione ad incoraggiare l’aggressività. Vi sono in effetti dei riscontri empirici in merito

Implicazioni politiche. Le teorie positiviste vecchi e nuove sono gravide di implicazioni politiche,

anzi sono divenute la spina dorsale della riforma sociale. Sono state persino utilizzate per sostenere

che le persone sono congenitamente differenti degenerando in strategie di riforma sociale come il

programma di genocidio di Hitler. Poiché nella prima metà del XX secolo le teorie biologiche

hanno avuto poco seguito, di conseguenza pochissime politiche in materia di criminalità sono state

orientate biologicamente. Forse gli USA vi ci sono avvicinati con la “lotta alla droga”. Anzi almeno

due amministrazioni hanno considerato la droga come una delle principali cause della criminalità e

implicitamente si è ritenuto che le sostanze neurochimiche (gli stupefacenti) inducano le persone a

comportarsi in maniera alterata. Cioè la criminalità è il prodotto degli effetti delle droghe sul

sistema fisiologico e neurologico umano, quindi secondo questa prospettiva, eliminando le droghe, i

tassi di criminalità dovrebbero calare vistosamente.

Le prospettive psicologiche hanno registrato maggiore attenzione da parte dei policymakers

diventando l’approccio standard al comportamento criminale. Di fatto sono diventate delle correnti

all’interno del sistema giudiziario americano. E consuetudine che i rei vengano sottoposti a

trattamenti di vario tipo ed oggi questo servizio viene offerto anche alle vittime della criminalità. Le

forme più recenti di teorie psicologiche, specialmente gli approcci cognitivi, sono state accolte con

favore dai policymakers. La teoria cognitiva insiste sulle differenze negli schemi mentali tra

individui normali e “criminali” contribuendo così a pensare che il comportamento criminale derivi

da qualche carenza mentale dell’individuo. Nel senso comune si traduce in: “I cattivi si comportano

male e meritano di essere puniti”. I policymakers vedono nella pena un modo di inculcare nei

“cattivi” che il loro modo di pensare sia sbagliato e vada corretto, quindi nessun programma di

è necessario. Gli psicologi però non si sono voluti adeguare alla filosofia del “non

trattamento

trattamento” ed hanno sviluppato delle tecniche per insegnare ai rei come pensare razionalmente e

realisticamente.

LA SCUOLA DI CHICAGO

L’università di Chicago istituì il primo dipartimento di sociologia nel 1892, diventando in cinquanta

anni una delle forze dominanti del pensiero sociologico americano. I sociologi e criminologi che

lavoravano in tale dipartimento furono definiti la “Scuola di Chicago”. I lavori di tale scuola

diedero importanti contributi in ambito di psicologia sociale e e sociologia urbana ma noi

considereremo tale contributo solo in ambito criminologico.

Secondo tale scuola è che lo sviluppo ed il cambiamento del comportamento umano sono indotti

ambiente fisico e sociale. L’ambiente umano naturale era la città considerata un microcosmo

dall’

dell’universo umano. Attraverso la cosiddetta sociologia empirica, le persone venivano studiate sia

nella loro singolarità e sia nella vita aggregata, costruendo un quadro che da allora in poi avrebbe

l’impostazione di molte delle nostre teorie criminologiche.

improntato

IL CONTESTO DELLA SCUOLA

Contesto sociale

All’inizio del ventesimo secolo gli studiosi di scienze sociali si dovettero confrontare con molto

fenomeni sociali inediti come lo sviluppo di grandi città ed una rapida industrializzazione, anzi

l’urbanizzazione degli USA portò molti studiosi a ritenere che le città fossero la principale causa dei

problemi sociali del tempo.

Nel 1930 Chicago aveva raddoppiato la sua popolazione a seguito di ondate migratorie dovute in

poi a causa dell’innovazione tecnologica crollò la

particolare allo scoppio della guerra in Europa,

richiesta di manodopera mobile e non qualificata che fece emergere tutta una serie di problemi

sociali. Per cercare di arginare tale situazione, sorsero molte organizzazioni sociali proprio per il

timore che la criminalità si sviluppasse dai ghetti dove albergavano gli immigrati.

L’ultima ondata migratoria era di individui provenienti dall’ Europa meridionale ed orientale venne

ben presto considerata come la causa dei problemi che affliggevano la nazione, creando da parte dei

residenti una palese discriminazione. Questa situazione trasformò la città in un laboratorio per i

sociologi dell’ università di Chicago al fine di trovare una soluzione allo status quo.

Contesto intellettuale

del ventesimo secolo la criminologia americana si era ispirata a quella

Fino all’inizio europea

(inglese ed italiana) facendo proprie le spiegazioni positiviste della criminalità in particolare quelle

biologiche, in particolare al fatto che la labilità mentale e la ereditarietà fossero alla base della

delinquenza.

Tuttavia, poco per volta che la sociologia si inoltrava nella criminalità e prendeva sempre più piede

l’influenza tedesca che aveva un approccio sociale e culturale. Nel frattempo l’antropologia

dimostrava che la natura umana è un prodotto quasi completamente culturale e NON biologico e nel

contempo i sociologi americani cercarono (osservando e registrando la crescita della città) di dare

un risvolto sempre più scientifico e non solo filosofico ai lori studi sui problemi sociali ed in

particolare sui crimini.

LA PROSPETTIVA TEORICA DELLA SCUOLA

Contributi metodologici

Le tecniche di ricerca utilizzate dalla scuola furono due:

I dati ufficiali: ovvero i dati relativi alla criminalità, alla sicurezza sociale ed alla situazione

abitativa da cui si evidenziava che determinate zone della città erano comunque inclini alla

delinquenza anche se variava la composizione etnica delle stesse.

Le storie di vita: ovvero lo studio della psicologia dei popoli o etnografia. I sociologi

incontravano, parlavano e mangiavano con i soggetti oggetto del loro studio, in pratica per studiarli

vivevano con loro. Il loro obiettivo era quello di ricostruire una ecologia umana per interpretare le

persone a partire da come esse si comportavano naturalmente nel tempo e nello spazio. Per questo

la Scuola di Chicago fu anche definita Scuola “ecologica”.

Teoria ecologica e della disgregazione sociale

Il più importante contributo della S.d.C. fu l’approccio organico di Park. Park e Burges a seguito di

diverse ricerche giunsero alla conclusione che le città fossero un insieme di cerchi concentrici e più

ci si allontanava dal centro di queste zone concentriche e minori erano i problemi sociali riscontrati,

fornendo quindi una chiave di lettura della criminalità e della delinquenza.

La prima zona era il quartiere centrale degli affari con pochi residenti ma con molte fabbriche ed

poi vi era la zona di transizione che era l’area abitativa più economica della città, dove di

uffici,

norma risiedevano gli immigrati, si giungeva poi alla terza zona o zona dei lavoratori che era la più

costosa da un punto di vista abitativo.

Sulla base di alcune ricerche si evidenziò che nelle città la vita sociale è superficiale con relaszioni

transitorie e legami parentali ed amicali deboli. Gli studiosi della S.d.C interpretarono tale

situazione come un processo di disgregazione sociale, ovvero principale chiave di lettura posta

all’origine della criminalità.

A riguardo Sampson e Groves indicarono quattro elementi alla base di questo processo: 1)basso

status economico 2) presenza di diverse etnie 3) alta mobilità dei residenti 4)nuclei familiari

disagiati o spezzati.

Shaw e McKay notarono che il maggior livello di disgregazione sociale era concentrato nella zona

di transizione soprattutto la presenza massiccia di immigrati. Gli stessi svilupparono poi la teoria

della trasmissione culturale che sosteneva che i giovani che vivessero in aree socialmente

disgregate, avessero più probabilità di venire a contatto con individui criminali proprio per la

tradizione delinquenziale presente (e quindi trasmissibile) in queste aree.

Interazionismo simbolico

La teoria sociopsicologica dell’ i.s. è una delle teorie più feconde della S.d.C. e si basa sul fatto che

il comportamento umano sia il prodotto di simboli sociali scambiati tra gli individui.

L’idea è che la mente ed il sé non sono innati ma bensì il frutto dell’ ambiente sociale. Secondo tale

teoria noi autodefiniamo noi stessi a partire dalla percezione di ciò che gli altri pensano di noi,

inoltre ogni situazione prevede un proprio ruolo con propri comportamenti, W.I.Thomas a riguardo

affermò che abbiamo diverse identità o autodefinizioni che dipendono dal contesto in cui ci

mentre Mead definì queste autodefinizioni come “l’altro generalizzato”.

troviamo, Ciò determina

quindi una relatività della vita sociale degli esseri umani, in primo luogo perché vi sono posti dove

un determinato comportamento è ritenuto “normale” mentre all’ esterno è considerato “deviante”

ed in secondo luogo perché le persone possono comportarsi in maniera difforme e dunque diventare

nuovamente “devianti”. (ad esempio In alcuni Stati americani con il rosso è consentito girare a

Da tale approccio si svilupperà negli anni settanta la teoria dell’

destra, in altri si viene multati).

etichettamento.

Il conflitto culturale

Vista la posizione relativista della S.d.C. fu naturale per la stessa riconoscere che il conflitto è

diffuso all’interno della società. Il conflitto (ispirato dagli scritti di Simmel un sociologo tedesco)

veniva considerato come un processo sociale innescato dalle differenze tra i valori e le culture tra i

vari gruppi di individui. A riguardo se ne occuparono Park, Wirth e Sutherland.

L’idea di Sellin si basava sulle norme di condotta ovvero delle regole che regolano il

comportamento e che sono imposte dai gruppi che detengono il potere politico e sociale imponendo

la propria definizione di crimine, tuttavia le persone prima o poi in modo casuale o intenzionale

tendono ad confliggere con tali norme.

Sempre Sellin sosteneva che vi fossero due forme di conflitto culturale: 1) il conflitto primario

ne conquista un’altra imponendo le sue leggi al popolo conquistato

quando ad esempio una nazione

e per un certo lasso di tempo tali cittadini violeranno tali norme proprio perché non vi sono abituati;

di una

2) il conflitto secondario che interessa culture minori (o subculture) esistenti all’interno

Ad esempio per alcune subculture il gioco d’azzardo e la prostituzione possono

cultura più vasta.

essere considerati comportamenti legittimi mentre la cultura dominante li dichiara illegali.

La teoria del conflitto elaborato dalla S.d.C. è stato cruciale per lo sviluppo della criminologia.

CLASSIFICAZIONE DELLA TEORIA

La S.d.C. aveva delle ispirazioni positiviste benchè con spiegazioni sociali “più nuove”. E’ difficile

dominante è quello del

stabilire se la S.d.C. fosse strutturale o procedurale, tuttavia l’orientamento

processo, ovvero il modo in cui le persone finivano per agire in risposta agli altri. I teorici di tale

scuole erano in linea di massima consensualisti tuttavia sapevano bene che quando un gruppo viene

a contatto con un altro gruppo possono scoppiare dei conflitti, la società come noto è composta da

vari gruppi culturali ergo il conflitto è un elemento ordinario della vita.

La S.d.C. ha prodotto prevalentemente microteorie (ad eccezione della teoria del conflitto culturale

che è una macroteoria) .

Riepilogo

Per la sua notevole influenza tale scuola fu la criminologia fino alla fine degli anni cinquanta.

Concetti fondamentali della Scuola di Chicago dall’ ambiente

1. Gli esseri umani sono esseri sociali, ed il loro comportamento è prodotto

sociale.

L’ambiente sociale fornisce i valori culturali per coloro che ci vivono.

2. L’urbanizzazione e la industrializzazione hanno prodotto pluralità di culture in competizione

3. tra loro.

La disgregazione nell’ambito urbano ha in particolare

4. colpito le famiglie, i gruppi amicali ed

i gruppi sociali.

5. Il perdurare della disgregazione accresce i potenziali conflitti.

6. Il comportamento deviante o criminale si verifica quando qualcuno mette in atto

comportamenti che confliggono con la cultura dominante.

7. La disgregazione e la patologia sociale colpiscono maggiormente le aree centrali della città e

diminuiscono mano a mano che ci si allontana da tali zone.

8. La criminalità e la delinquenza si trasmettono attraverso le tradizioni criminali sviluppatesi

nelle aree cittadine disgregate.

SVILUPPI ATTUALI ED IMPLICAZIONI POLITICHE

Gli studi della S.d.C. perdurarono per tutti gli anni quaranta. Poi emersero altre due teorie: quella

dell’etichettamento, e dell’

del controllo sociale anomia. Poi verso la fine degli anni settanta vi fu

una rinnovata attenzione alle teorie della S.d.C. e tale teoria è ancora attuale.

Alcune tematiche relative alla criminologia ecologica ricomparvero negli anni settanta con la

denominazione di design ambientale e criminologia geografica ed a riguardo Newman un

architetto elaborò il concetto di spazio difendibile che portò il governo federale a dare precise

disposizioni architettoniche per la costruzione di alloggi pubblici.

occorreva sforzarsi ad agire sull’ ambiente

Jeffery sosteneva a riguardo che per prevenire il crimine

fisico che in taluni casi può agevolare le attività criminali.

Alcuni criminologi come Hunter, facendo riferimento alla teoria della disgregazione sociale e del

design ambientale, hanno poi ritenuto che i quartieri degradati sono tali perché il disinteresse

sociale presente in quelle aree che ha determinato un clima di paura e criminalità, analogamente

Stark elabora la teoria dei luoghi devianti che pone in relazione i cambiamenti nel controllo e nella

struttura di un quartiere con le variazioni dei tassi di criminalità.

Relativamente poi alle implicazioni politiche la S.d.C. ha certamente avuto una influenza rilevante.

Molto importante fu il Chicago Area Project sviluppato da Shaw e McKay che per operare un

risanamento dei quartieri coinvolsero direttamente (tramite opportuni comitati) gli abitanti e tale

approccio si diffuse in tutti gli USA tanto ancora oggi è una valida soluzione ai problemi sociali e

di delinquenza diffusa.

Infine, i dipartimenti della polizia di Chicago da anni utilizzano una invenzione della S.d.C. ovvero

la spot map ovvero una mappa geografica delle città aventi strade criminali, modificata di recente in

hot spots.

TEORIA DELL’ ASSOCIAZIONE DIFFERENZIALE

versioni della sua teoria dell’ associazione differenziale. La prima

Edwin Sutherland presentò due

nel 1939 e la seconda nel 1947. Sutherland sosteneva che analogamente agli altri comportamenti,

quello criminale viene appreso all’interno in un “certo” ambiente sociale.

Per l’autore la vera differenza non è dunque tra il che cosa si apprende non nel come lo si apprende.

Sutherland criticava fortemente le teorie (molto diffuse negli anni venti e trenta) che volevano che

la criminalità derivasse da deficienze mentali e/o biologiche perorando quindi la causa della

criminologia sociologica. In essa al tempo erano molto diffuse le teorie multifattoriali che

spiegavano il crimine mediante molteplicità, e tale teoria è certamente la più importante del

Novecento.

IL CONTESTO DELLA TEORIA

Contesto Sociale

Molte intuizioni che diedero corpo alle teoria di Sutherland derivarono dagli eventi degli anni venti

e trenta dove l’FBI aveva iniziato a redigere dei rapporti annuali sui crimini portati a conoscenza

della polizia (Uniform Crime Reports) da cui si evidenziava che alcune categorie delinquevano più

di altre. La tipologia di tali individui coincideva con i dati ecologici della S.d.C. pertanto si riteneva

che la criminalità avesse più a che fare con la sociologia che con le discipline biologiche e

psicologiche. Anche la grande depressione diede opportuni spunti di riflessione evidenziando in

particolare con Sutherland che la criminalità ed i comportamenti devianti non sono da ricercare

nella labilità mentale (teoria molto diffusa negli anni dieci e venti) ma sono invece il prodotto di

opportunità, situazioni e di valori.

Contesto Intellettuale

Le principali influenze sul pensiero di Sutherland vennero degli esponenti della S.d.C. in particolare

di W.I. Thomas, infatti lo stesso curatore degli scritti di S. sostiene che la teoria del comportamento

criminale di S. altro non è che un adattamento della sociologia interazionista di W.I. Thomas.

in cui l’autore

Molto importante fu per Sutherland il libro Chic Conwell il ladro professionista

descriveva come si impara il mestiere e rappresenta come un gruppo che si associa seguendo canoni

diversi riesca comunque a svilupparsi isolando e rafforzando i propri valori. Appare in questo

lavoro per la prima volta la definizione di associazionismo differenziale suscitando però alcune

critiche.

Sutherland nel formulare la sua teoria si ispirò a tre delle principali concettualizzazioni della scuola

la teoria ecologica e della trasmissione culturale, l’interazionismo simbolico, la

di Chicago:

teoria del conflitto culturale. Il suo obiettivo era quello di dare una spiegazione sia del

comportamento criminale individuale, sia della variazione per gruppi sociali dei tassi di criminalità.

Le critiche mosse all’ autore lo spinsero a ben tre revisioni tra il 1939 ed il 1947 data della ultima

versione non ritenuta comunque conclusiva.

LA PROSPETTIVA TEORICA

La prima versione completa della teoria venne proposta nel 1939 nella terza edizioni dei Principi.

Essa si riferiva al comportamento criminale sistematico concentrandosi sia sul conflitto

socioculturale che sull’associazione differenziale. Nella sua versione conclusiva, Sutherland

eliminò il termine “sistematico” probabilmente poiché avvertì che quasi tutti i comportamenti

criminali sono sistematici.

L’ASSOCIAZIONE DIFFERENZIALE

Con tale termine S. intendeva dire che i contenuti dei modelli dell’ associazione variano a seconda

degli individui.

ORGANIZZAZIONE SOCIALE DIFFERENZIALE

Nella prima versione della sua teoria, Sutherland spiegava il processo attraverso il quale gli

individui diventano delinquenti. Al pari dei suoi mentori della S.d.C. Sutherland era convinto che il

conflitto fosse diffuso nella società., conflitto determinato dalla disgregazione della società.

LA VERSIONE DEFINITIVA DELLA TEORIA

L’ultima versione della sua teoria fu esposta nell’ultima edizione dei Principi del 1947. In essa

Sutherland abbandonò l’espressione di “disgregazione sociale” per usare invece quello di

“organizzazione sociale differenziale”. Tale versione si articolava in nove punti:

1. Il comportamento criminale viene appreso.

Tale apprendimento è il frutto dell’interazione con altri mediante la comunicazione.

2. Tale apprendimento avviene all’interno di gruppi di persone strettamente legate tra di loro.

3.

4. Tale apprendimento prevede: a) le tecniche relative alla commissione del crimine b)

l’orientamento specifico di motivazioni e pulsioni.

L’orientamento specifico di motivazioni e pulsioni viene appreso in relazione ad una

5. definizione favorevole o contraria alla legge.

6. Una persona diventa delinquente quando vi è un eccesso di definizioni a favore della

violazione rispetto a quelle contrarie ad essa.

7. Le associazioni differenziali variano per frequenza, durata, priorità ed intensità.

8. Il processo di apprendimento del comportamento criminale include tutti i meccanismi

coinvolti negli altri processi di apprendimento.

9. Se da un lato il comportamento criminale esprime bisogni e valori generali, non può però

essere spiegato attraverso di esso. viene appreso mediante l’associazione

In generale la teoria afferma che il comportamento criminale

con persone con cui si hanno rapporti intimi poiché certe capacità e valori non possono essere

Le tecniche sono i “come” di una

trasmesse con la sola lettura di libri o la visione di certi film.

definizioni sono i ”perché” o le ragioni per cui viene commessa.

azione mentre le

Secondo S. il comportamento criminale ha luogo quando le definizioni a suo favore prevalgono su

In sintesi la teoria dell’ associazione

quelle che incoraggiano il comportamento conforme.

differenziale non si concentra su chi si associa a qualcuno ma bensì sulle definizioni fornite da

queste associazioni.

CLASSIFICAZIONE DELLA TEORIA

La teoria dell’associazione differenziale è positivista perché si concentra sui criminali e sul loro

comportamento. Per Sutherland il vero problema è il comportamento criminale non come si forma,

si arriva alla norma legale o come si debba intervenire sul sistema penale. E’ una microteoria

perché viene applicata allo studio delle cause ovvero all’ eziologia del comportamento criminale. E’

comunque anche presente una componente macroteorica perché è altresì basata su concettio di

organizzazione sociale differenziale e sul conflitto sociale. E’ una teoria orientata verso il conflitto

poiché riconosce nella società la presenza di molteplici valori alcuni favorevoli ed altri contrari al

rispetto delle leggi. E’ una teoria più procedurale che strutturale poiché la versione finale verte sul

processo attraverso cui si diventa dei criminali, ed è questa parte della teoria che ha spinto molti

criminologi a collocarla nell’interazionismo simbolico.

Riepilogo

La teoria di Sutherland è una delle più rinomate all’interno della criminologia. La teoria ha due

aspetti. Da un lato l’organizzazione differenziale spiega le variazioni interne ai tassi di criminalità

dall’ altro che l’associazione differenziale spiega il comportamento criminale individuale anche se

nelle nove proposizioni formulate da S. l’autore si è concentrato sul comportamento criminale.

In base a questa teoria, le interazioni che abbiamo con gli altri individui, unitamente ai valori che ci

trasmettono, sono alla base del comportamento criminale. Le definizioni le apprendiamo dalle

persone importanti intorno a noi (genitori, amici intimi, colleghi) e tali valori avversano la

criminalità, a meno che i valori favorevoli agli atteggiamenti devianti non abbiano un peso

maggiore, ed in tal caso diventeremo dei criminali, ma beninteso non verso qualsiasi atto illegale

ma piuttosto verso quelli sostenuti dalle definizioni.

CONCETTI FONDAMENTALI DELLA TEORIA DELL’ ASSOCIAZIONE DIFFERENZIALE

1. Il comportamento criminale viene appreso alla stessa maniera di altri comportamenti.

L’apprendimento ha luogo negli insediamenti sociali attraverso quanto le persone ivi

2. presenti ci comunicano.

La maggior parte dell’ apprendimento avviene comunicando con le persone per noi

3. importanti.

L’ambiente sociale a noi prossimo ci fornisce la base necessaria all’ apprendimento di due

4. cose: il modo di comportarsi ed i valori e le definizioni che lo riguardano.

5. I valori relativi a certi tipo di comportamento possono essere in contrasto con le leggi.

6. Il comportamento criminale si realizza quando si propende per valori relativi ad un

atteggiamento in contrasto con le leggi.

L’alto numero di gruppi e

7. culture della società permette di apprendere diversi valori o

definizioni.

8. Alcuni gruppi sociali hanno valori opposti alle leggi, per questo presentano tassi di

criminalità più elevati.

SVILUPPI ATTUALI ED IMPLICAZIONI POLITICHE

La teoria di Sutherland presenta tre tipologie di sviluppo:

1. La prima si sviluppò negli anni cinquanta concentrandosi sulle culture delinquenziali come

strumenti di trasmissione dei valori che portano alla criminalità, utile quindi a spiegare come

si formano le subculture delinquenziali.

2. La seconda avvenne a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta con influenze della S.d.C.

spiegando le relazioni di tipo interazionista simbolico all’interno dell’associazionismo

differenziale.

3. La terza diffusa verso la metà e la fine degli anni sessanta, tentava di spiegare i processi

attivi nell’ apprendimento dell’ associazione differenziale attraverso l’uso di teorie dell’

apprendimento sociale.

In ambito politico, la teoria di S. ha avuto implicazioni sia per lo studio che per il trattamento di

tipologie alternative di crimine. Le condizioni per la libertà condizionata includo il monito a tenersi

lontano dai gruppi criminali, analogamente i progetto per il contrasto della delinquenza giovanile

sottolineano l’importanza di evitare persone “indesiderabili”, praticamente tutti i modelli

contemporanei di educazione suggeriscono ai genitori di vigilare e controllare la scelta degli amici

da parte dei loro figli.

In un altro campo Sutherland diede il via alla ricerca nei confronti della criminalità dei colletti

bianchi definizione da egli stesso coniata, in cui si evidenziava che le persone provenienti dalle

classi alti apprendono al criminalità allo stesso modo di quelle della classi basse che di norma

commettono crimini di strada. Negli ultimi anni le ricerche sui colletti bianchi sono divenute un

vero pilastro della criminologia.

TEORIA DELL’ ANOMIA

Il concetto di anomia è strettamente legato al lavoro di due studiosi Emile Durkheim e Robert K.

Merton. D. introdusse tale termine ne La divisione sociale del lavoro per descrivere la

che avveniva all’interno di una società.

deregolamentazione In pratica quando vengono meno le

regole procedurali generali, le persone non sanno più cosa aspettarsi l’una dall’ altra. Questa

situazione di deregolamentazione o mancanza di norma porta inevitabilmente alla devianza. D.

utilizzò tale termine anche ne il suicidio in una condizione moralmente deregolata dove le persone

hanno uno scarso controllo su se stesse. Una società può divenire anomica quando le persone non

sanno porsi limiti alla corsa verso il successo o che relazioni avere con le persone che si incontrano.

Secondo D. ne La divisione sociale del lavoro è che le società si sono evolute da una forma

semplice e non specializzata (società meccanica) ad una complessa ed altamente specializzata

(società organica). Nella prima la gente si comporta e pensa in maniera simile, e quasi tutti (a parte

la divisione del lavoro in base al genere) svolgono le stesse attività lavorative, orientando i loro fini

nei confronti del gruppo. Nella seconda le persone dipendono le une dalle altre, D. in merito

deduceva che la società organica è basata sul contratto, le persone non sono più tenute insieme da

legami parentali ed amicali ma in maniera impersonale da relazioni contrattuali. In questo tipo di

società i legami sono continuamente spezzati quindi vi è costantemente un rischio di disgregazione

e quindi di anomia. Le cause della anomia sono da ricercare nel fatto che senza delle regole chiare

gli individui non possono trovare il loro posto nella società e tale processo produce frustrazione,

insoddisfazione, conflitto e devianza. Durkheim riteneva che in Francia ed in Europa dopo la

rivoluzione industriale si era in una condizione di anomia dovuta appunto alla crisi economica, alla

industrializzazione forzata ed alla commercializzazione. Durkheim riteneva inoltre che un periodo

di disgregazione sociale dovuto ad una depressione economica avrebbe accresciuto il grado di

anomia, i tassi di criminalità, suicidio e devianza.

Poi nel 1938, fu un altro sociologo Robert K. Merton a spiegare la devianza negli USA a seguito del

concetto di anomia. La sua formulazione era però alquanto diversa da quella durkmeniana.

Distinguendo le norme o valori sociali in due tipologie, M. parlò di mete sociali e di mezzi

Inoltre ridefinì l’anomia come una discrepanza o incongruenza tra

accettabili per raggiungerli.

mezzi e fini prodotta dalla struttura sociale che propone delle mete senza però fornire a tutti i mezzi

semplici per M. la devianza è il frutto dell’ anomia.

per conseguirle. Detto in parole

IL CONTESTO DELLA TEORIA

Contesto sociale

Al pari della rivoluzione industriale, la grande depressione degli anni trenta, fu utile per fornire ai

sociologi degli spunti analitici. Analogamente a quanto ipotizzato da Sutherland nella sua teoria

dell’ associazionismo differenziale, anche Merton riteneva che la criminalità non poteva essere

necessariamente una caratteristica intrinseca e patologica della persona. Un altro elemento che

degli anni trenta fu l’enfasi posta sui dati demografici da cui emerse che

influenzò la criminologia

certi segmenti sociali riportavano alti tassi di criminalità, ed erano gli stessi gruppi in cui poteva

l’anomia portava alla

essere notata una costante anomia. La ovvia deduzione fu dunque che

devianza.

Contesto Intellettuale

Merton negli anni trenta subì sostanzialmente l’influenza di due sociologi, il primo fu Pitirim

l’uso di Durkheim dell’

Sorokin ed al suo concetto di anomia dal lavoro che richiamava

espressione suicidio anomico ed il secondo fu Talcott Parsons secondo la prospettiva dello

strutturalfunzionalismo. Poi tramite gli scritti di George Simpson che aveva redatto la traduzione

anomia.

del libro La divisione sociale del lavoro approfondì il concetto di D. sull’

Secondo Parsons la società era come un equilibrio di forze analoghe ad un pendolo che determinava

l’ordine. Quando le componenti di una struttura sociale giungono ad uno squilibrio,

l’organizzazione sociale si sta disgregando ed il concetto di anomia di D. si inseriva perfettamente

nella cornice parsoniana.

Sempre durante gli anni trenta, Merton lesse alcune opere di Karl Marx che influenzarono Merton

nel mettere in evidenza l’eccessiva attenzione che il modello americano poneva sul successo

economico.

Infine, relativamente al domanda se la teoria di Sutherland e quella di Merton siano collegabili,

quest’ultima vedeva le due come complementari.

LA PROSPETTIVA TEORICA

La teoria dell’ anomia di Merton è basato sulla devianza più che sulla criminalità, infatti Merton usa

il termine devianza sia per riferirsi al comportamento criminale che a quello burocratico. Merton

notò che all’interno della società certe mete sono messe in risalto più di altre (ad esempio il

successo economico) e che la società ritiene legittimi certi mezzi per raggiungere tali mete (lavoro,

istruzione, ascesa sociale) tuttavia quando le mete (come nel caso americano) vengono enfatizzate

in modo pressante si creano le condizioni per l’anomia. Non tutti potranno infatti raggiungere il

successo economico tramite mezzi legittimi, pertanto, utilizzeranno anche dei mezzi illegittimi.

A causa della disgregazione sociale, certi gruppi sociali come le minoranze o le classi inferiori

possono essere svantaggiati nel cercare di raggiungere una posizione di successo, se le cause di tali

diseguaglianze sono imputabili alla struttura sociale allora Merton la considera anomica pertanto

stante la situazione la società americana poteva essere considerata anomica. Ovviamente

analogamente alla formulazione durkhmeniana, un mutamento delle condiziono sociali può

determinare un maggiore o un minore grado di diseguaglianza e quindi la quantità di anomia.

Inoltre M. fa notare che i mezzi legittimi non sono necessariamente il modo più efficiente per

raggiungere determinati scopi, altri mezzi benchè illegittimi o sottovalutati dalla società possono

essere più efficienti in tal senso. Le mete del successo non sono poi necessariamente le stesse per

tutte le classi sociali, tuttavia per Merton è l’enfasi posta sul raggiungimento della meta che è

importante.

I modi di adattamento

Merton presenta cinque modi o maniere di adattarsi alle sollecitazioni causate dal limitato accesso

ai mezzi ed alle mete socialmente approvate. Un individuo sarà conforme se dopo aver preso atto

che l’accesso alle mete ed ai mezzi è limitato continuerò a ritenerli legittimi. Merton ritiene che

moilte persone seguano questo tipo di adattamento diversamente la società sarebbe minacciata.

accettazione e sono dunque i “veri” modo devianti

Gli altri quattro modelli si allontanano da questa

dell’ adattamento.

 si verifica quando si mantiene l’enfasi sulle mete legittime ma si ricorre a

L’innovazione

mezzi illegittimi per raggiungerle, questo è il tipo di devianza più diffuso. Possono essere

spesso più efficienti di quelli legittimi, ad esempio per accumulare denaro è più semplice

fare una rapina in banca anziché risparmiarlo. Si dice che con l’innovazione “il fine

giustifica i mezzi”.

 Il Ritualismo ovvero quando si rinuncia alle mete per ricorrere solo a mezzi legittimi, il

lavoro ad esempio viene visto come una forma di sicurezza sociale più che un mezzo per

conseguire il successo.

 La Rinuncia ovvero quando si rinuncia sia alle mete che ai mezzi, la soluzione consiste

quindi nell’ abbandonare ogni tentativo di andare avanti nella vita, come fanno ad esempio i

vagabondi, gli alcolizzati ed i drogati. Nel 1938 Merton riteneva che questa fosse la

modalità di adattamento meno comune, oggi probabilmente è il più diffuso.

 La ribellione che una modalità di adattamento che nulla ha a che fare con le altre tre, poiché

punta sulla “sostituzione” delle mete e dei mezzi, secondo Merton in tale modalità gli

uomini escono dalla loro struttura sociale per cercare di realizzarne una nuova eliminando

gli obiettivi ed i parametri dominanti. Costoro sono dunque i ribelli ed i rivoluzionari.

CLASSIFICAZIONE DELLA TEORIA

La teoria dell’ anomia è positivista. Tuttavia a differenza di altre teorie colloca la patologia

all’interno della struttura sociale. Secondo M. in una struttura sociale patologica dove sia posta una

enfasi eccessiva sul successo senza però dare a tutti i membri della stessa la possibilità di

realizzarlo, induca una certa tensione su alcuni segmenti sociali, spingendoli verso la devianza. Per

suo interesse al concetto di tensione strutturale, la teoria dell’ anomia viene anche definita come

il

“teoria della tensione”.

L’anomia è poi una teoria strutturale poiché concentra la sua analisi sulla struttura sociale e sulla

L’anomia è poi una teoria ad ampio raggio, e pone nel

sua funzione nel creare la devianza.

contempo l’attenzione sulla struttura sociale, pertanto la si può considerare una macroteoria.

Infine l’anomia si può considerare una teoria funzionalista dove per funzionalismo spiega un

sociale sotto l’aspetto degli effetti e delle conseguenze che esso ha sulla struttura sociale

fenomeno

esistente.

Riepilogo

La teoria dell’ anomia di Merton benchè risalga al 1938 è molto influente tra glia pprocci

criminologici, ispira ipotesi e ricerche e ne sono apparse molte versioni modificate. Alcuni elementi

sono poi riscontrabili in molte prospettive criminologiche contemporanee. La teoria dell’ anomia

pone l’enfasi sulle mete da raggiungere, tuttavia i gruppi che godono di una maggiore possibilità di

accesso ai mezzi legittimi sono più conformi mentre i gruppi con minori possibilità presenteranno

dei tassi di devianza più elevati. La società americana basata su una diseguaglianza strutturale,

porterà alla devianza ed alla criminalità con tassi più elevati nelle classi inferiori.

CONCETTI FONDAMENTALI DELLA TEORIA DELL’ ANOMIA

1. Molti membri della società condividono un comune sistema di valori.

2. Il sistema di valori indica sia le cose cui possiamo aspirare (mete culturali) sia i modi più

appropriati per realizzarle (mezzi legittimi).

3. Se le mete ed i mezzi necessari alla loro realizzazione sono squilibrati si determina una

condizione di anomia

4. In una società disgregata vi sono diversi gradi di accesso a mezzi e mete, ovvero i primi non

sono distribuiti equamente.

5. Alcune società come quella USA possono enfatizzare certe mete in maniera eccessiva

6. Senza un accesso razionale ai mezzi socialmente approvati, i membri di una società

cercheranno di trovare altri modi per raggiungere una dato risultato. Queste soluzioni sono

dette “modi di adattamento”.

7. I modi di adattamento sono: Conforme che è la forma più comune di adattamento,

Innovativa in cui si cercano forme nuove per il raggiungimento delle mete, Ritualista in cui

l’individuo si concentra più sul mezzo che in cui l’individuo non

sulle mete, Rinunciatario

lotta più per realizzare le mete e non avrà più quindi un comportamento normale, Ribelle in

cui si rigetta la attuale struttura di una società tentando di crearne una nuova.

SVILUPPI ATTUALI ED IMPLICAZIONI POLITICHE

Sviluppi attuali

La teoria dell’ anomia è ancora alquanto rinomata anche se i sociologi tendono ad utilizzarla in

forma più generalizzata, come nel caso della teoria della tensione. A riguardo Albert Cohen

attribuisce a Travis Hirschi l’invenzione di questa categoria.

Queste teorie sono basate sulla motivazione ovvero le persone commettono atti delinquenziali o

criminali spinti da una motivazione, senza di questa mantengono un comportamento conforme.

La versione sociologica della teoria della tensione, tenta di spiegare da dove provengano tali

tensioni, ovvero nel modo in cui la società è organizzata ovvero nella sua struttura sociale, si può

pertanto definire questi approcci con l’espressione: teorie strutturali della tensione.

Inoltre, alcuni criminologi hanno criticato la teoria di Merton accusandola di mancare di un reale

supporto empirico, altri che la ricerca sia stata condotto solo attraverso microvariabili (individui)

trascyrando le macrovariabili (gruppi).

Aspirazioni ed aspettative

Alcuni recenti lavori seguono la scia mertoniana esaminando la discrepanza tra aspirazioni ed

aspettative, la prima è la meta ideale mentre la seconda è ciò che l’individuo pensa realmente di

raggiungere. La tesi è che la discrepanza tra questi due elementi produce frustrazione ed un alta

probabilità di comportamento criminale. (prima versione teoria della tensione)

Deprivazione relativa

Secondo un’altra impostazione, la discrepanza tra i ricchi ed i poveri determina diversi tassi di

in cui vi siano nel contempo individui molto poveri e molto ricchi c’è da

criminalità, in aree

aspettarsi tassi elevati di criminalità. In tal caso la teoria della tensione ha un effetto predittivo.

(seconda versione teoria della tensione)

Immediatezza dei fini

Ritenendo che lo schema mezzi/fini non sia sufficiente a spiegare la devianza nella classe media,

Elliot e Voss hanno aggiunto la delinquenza della classe media all’impianto teorico della tensione,

concentrandosi in particolare sui fini immediati (popolarità, prestazioni sportive, voti scolastici) più

che sul loro futuro. Occorre precisare che gli obiettivi immediati non sono legati alla classe sociale

nonostante il fatto che i giovani delle classi medie scelgano più facilmente quelli che sono più

difficili da raggiungere come ad esempio diventare un capoclasse. (terza versione della teoria della

tensione)

Teoria generale della tensione

La versione contemporanea più conosciuta della teoria della tensione è quella di Agnew e sostiene

che la teoria della tensione tradizionale tenga conto solo dei fini che hanno una connotazione

positiva. Bisogna quindi anche considerare il fine di evitare situazioni dolorose o negative. Un

giovane può ad esempio lasciare la scuola a seguito di voti negativi e questo può comunque

ingenerare alti tassi di delinquenza e di devianza.

Teoria istituzionale della tensione

Un secondo adattamento contemporaneo ci giunge da Steven Messner e Richard Rosenfeld afferma

che la teoria mertoniana tiene conto solo delle fonti economiche per ingenerare anomia mentre

secondo i medesimi anche quelle non economiche possono essere causa di anomia. Perché l’anomia

agisca occorre che vi sia un aumento del divario tra fini e mezzi ma nel contempo è necessario che

le istituzioni sociali siano nel contempo indebolite. Un ambiente anomico mina il controllo della

famiglia sui suoi membri e quindi la possibilità di intervenire sul comportamento deviante.

Implicazioni politiche

utili spunti dalla teoria dell’ anomia e della tensione non è difficile, metterle

Trarre in pratica è

un’altra cosa. Come detto la teoria dell’ anomia è una macroteoria pertanto la corrispondente

politica dovrebbe come scopo la modifica della struttura sociale dalle sue fondamenta.

Occorrerebbe pertanto eliminare la divisione in classi, il razzismo, i pregiudizi e tale politica fu

promossa su larga scala al tempo della grande depressione ed ancora durante gli anni sessanta.

Analogamente, la teoria della tensione auspica l’allargamento delle opportunità educative come il

per l’istruzione varato in California negli anni sessanta.

programma generale

Altri come KornHauser, Brown, Esbensen e Geis, ritengono che la teoria dell’ anomia potrebbe

come applicazione pratica quello di ridurre le aspirazioni orchestrando ad esempio una campagna in

cui si dice che il sogno americano è finito.

TEORIE DELLA SUBCULTURA

Le teorie criminologiche degli anni cinquanta e sessanta hanno avuto (tranne poche eccezioni) come

oggetto la delinquenza giovanile. Molti studiosi hanno cercato di spiegare quello che ritenevano

fosse la forma più diffusa di delinquenza, ovvero le bande analizzandone l’origine ed il contesto.

Nel contempo, i lavori sui conflitti naturali della S.d.C. trovarono una valorizzazione nel concetto

sociologico di subcultura.

I criminologi cominciarono a studiare le bande giovanili e le subculture delinquenziali, in

particolare in lavori separati, sia Cohen che Cloward, che Ohlin cercarono di coniugare il lavoro

della S.d.C. e di Sutherland con la teoria dell’ anomia di Merton. Entrambi gli approcci erano

relativi alla criminalità urbana, commessi da giovani di classe inferiore e di sesso maschile.

Date le differenze tra i vari approcci è però difficile caratterizzarli come una generica teoria delle

subculture.

IL CONTESTO DELLE TEORIE

Contesto sociale

Gli anni cinquanta sono caratterizzati da un periodo di prosperità e da una crescita dei consumi.

L’istruzione viene per la prima volta considerata come un diritto di tutti e le classi medie

cominciarono ad auspicare che tutti i loro figli potessero accedere ad una formazione universitaria.

Contestualmente, la massiccia urbanizzazione degli USA portava ad un progressivo deterioramento

delle aree centrali della città. Si vengono a sviluppare i primi sobborghi delle classi medie pertanto

anche se non voluti, confini economici e territoriali erano ormai operanti. La delinquenza

interessava gli strati sociali subalterni e le bande ne erano la forma più visibile. Secondo il sentire

comune, gli individui erano responsabili della loro situazione perché non si erano dati abbastanza da

fare. Poi negli anni sessanta, Lilly, Cullen e Ball hanno sottolineato che tale responsabilità altro

non evidenziava che la teoria di Merton nonché l’emergente approccio di Cohen, Cloward ed Ohlin

imperniato sulle opportunità differenziali.

Contesto Intellettuale

La tradizione intellettuale posta alla base degli studi sulle subculture degli anni cinquanta è

costituita dalla S.d.C. e dalla concezione mertoniana dell’anomia. Nel frattempo Sutherland era

diventato una figura eminente della criminologia diffondendo il lavoro della S.d.C. tramite i suoi

studenti e contestualmente anche le teorie di Merton ebbero la loro parte suscitando interesse verso

la struttura sociale e le differenze di classe.

Un ulteriore importante contributo, fu poi dato da Solomon Kobrin che con altri analizzò le bande

di strada studiando le relazioni tra le generazioni maschili all’interno di una comunità di classe

inferiore individuando un legame tra la gerarchia politica e l’organizzazione della criminalità

elaborando il concetto di comunità integrata.

LA SUBCULTURA DELLA DELINQUENZA DI COHEN

Il libro di Cohen Delinquent Boys (1955) fu il promo tentativo per cercare di spiegare come prende

avvio una subcultura delinquenziale ed il suo lavoro influenzò molti criminologi. Cohen non ravisò

nella delinquenza subculturale alcuna motivazione razionale per i furti, evidenziando che le bande

erano versatili, edoniste ed autonomiste. Cohen sosteneva che tutti i giovani erano alla ricerca di

uno status sociale, tuttavia non tutti possono competere in un regime di pari opportunità per

raggiungerlo. Questo determina una frustrazione da status determinando una reazione ostile ai

valori delle classi medie. Questo determina vari tipi di adattamento rispetto ai valori delle classi

medie ed è così che si viene a creare una nuova forma culturale, una subcultura delinquente.

Questi giovani che fanno parte di una banda, possono così ottenere uno status facendo i “duri” o

preoccupandosi solo di se stessi. Secondo Cohen le tensioni prodotte dalla disgregazione sociale o

dall’ organizzazione differenziale della società, creano disagio a molti giovani dei ceti subalterni,

senza dimenticare che l’autore formulò altresì delle teorie anche sulla delinquenza femminile e su

quella degli appartenenti alla classi medie di sesso maschile. In particolare le donne sarebbero

frustrate dal doppio standard sessuale a cui reagirebbero assumendo comportamenti devianti di

l’impulso di reagire alla

natura sessuale. Di contro gli uomini delle classi medie proverebbero

crescente responsabilità delle donne nel crescere i loro figli generando una subcultura

delinquenziale che esalta comportamenti maschili che ruotano attorno all’ automobile come il drag

racing (giri per rimorchiare ragazze o prostitute in automobile) o i Joy ridings che sono le corse

all’impazzata di auto anche rubate.

Classificazione della teoria

La teoria della subcultura di Cohen è anche detta della tensione o strutturale, ma solo in parte tale

definizione è appropriata infatti non la si può considerare né micro né macro ma bensì è una teoria

–ponte. Come detto le frustrazioni di non poter ottenere da parte dei giovani delle classi inferiori gli

status agognati, determina da parte degli stessi il bisogno di ricorrere a mezzi alternativi.

CONCETTI FONDAMENTALI DELLA TEORIA

1. I membri della società condividono i sistema di valori che pone alcuni al di sopra degli altri

2. Tali valori sottolineano fini che consentono di ottenere uno status

3. L classi medie hanno maggior opportunità rispetto alle classi inferiori

4. Le istituzioni come la scuola riflettono i valori ed i fini della classe media

5. I giovani delle classi inferiore a causa delle opportunità limitate hanno spesso valutazioni

negative in ambito scolastico, determinando un sentimento di frustrazione

6. I giovani delle classi inferiori si ribellano dunque ai valori delle classi medie

7. I giovani delle classi inferiori creano un nuovo sistema di valori opposto a quello delle classi

medie

8. La soluzione delinquenziale si diffonde attraverso la trasmissione dei valori da un giovane

all’ altro ed attraverso le generazioni sviluppando una subcultura delinquenziale

permanente.

LA TEORIA DELLE OPPORTUNITA’ DIFFERENZIALI l’autore sosteneva che

Questa teoria trae origine da un articolo pubblicato da Cloward (1959) in cui

la teoria dell’ anomia di Merton individuava solo una struttura di opportunità mentre ne esisteva

anche un’altra. Per raggiungere determinate mete culturali esistono anche una serie di mezzi

illegittimi detti struttura illegittima delle opportunità.

Questa fu la base per la teoria proposta da Cloward e da Ohlin in un loro libro. Essi affermavano

che i giovani avevano più di un modo in cui i giovani potevano realizzare le loro aspirazioni che

nell’ accesso come nel caso della struttura legittima.

erano a loro volta ben strutturate e limitate

I due autori, ritenevano che ogni forma di subcultura delinquenziale dipendeva dal grado di

integrazione presente nella comunità. Proposero quindi tre tipi ideali di subculture di gang

delinquenziali. Nella prima, definita come subcultura criminale, è quella di una comunità

pienamente integrata, le bande giovanili funzionerebbero da apprendistato per le attività criminali

da intraprendere da adulti. Ad esempio l’impiego di minorenni come corrieri o spacciatori di droga

da parte dei trafficanti. Qualora fossero arrestati non rischierebbero pene gravi data la loro età.

Nella seconda definita subcultura conflittuale siamo invece in presenza di una comunità

disgregata che determina la mancanza di una struttura illegale ben organizzata ed esercita quindi un

debole controllo comunitario sui giovani. In sintesi una comunità disgregata produrrà una

subcultura della banda altrettanto disgregata.

Infine, sia nella comunità integrata che in quella disgregata, vi possono essere dei giovani che non

hanno accesso a nessuna delle due strutture di opportunità. Con il passare del tempo, questi

sviluppano ciò che i due autori definiscono la subcultura astensionista. Il loro principale obiettivo

è di assumere delle droghe e le attività delle bande di cui fanno parte è finalizzato ad ottenere i soldi

necessari all’ acquisto delle stesse. La locuzione più adatta in tal senso è di “doppiamente falliti”

poiché gli stessi non sono riusciti ad avere successo né in modo legale né in modo illegale.

In conclusione, questa teoria ampli l’approccio mertoniano ed include le osservazioni della S.d.C.

sostenendo inoltre che sono i modelli subculturali a determinare le forme di comportamento

delinquenti.

Classificazione della teoria

Questa teoria fa parte delle teorie della tensione e come la teoria di Cohen presenta elementi sia

procedurali che strutturali, anche se presentando elementi dell’ anomia, dell’ associazione

E’ una

differenziale e della prospettiva della S.d.C. tende ad essere strutturale. teoria-ponte

pendente però verso la macroteoria. Inoltre è sia positivista che consensuale.

DELLA TEORIA DELLE OPPORTUNITA’

CONCETTI FONDAMENTALI DIFFERENZIALI

1. Tutti i membri della società condividono un nucleo fondamentale di valori

2. Esistono canali prestabiliti legali ed illegali per raggiungere tali mete

3. Questi canali (strutture di opportunità) non sono egualmente accessibili da tutti i gruppi e

classi sociali

4. I membri delle classi medie ed alte godono di un accesso primario alle strutture di

opportunità legali, mentre gli individui delle classe inferiori godono di un accesso primario

alle strutture di opportunità illegali.

5. In ogni area urbana abitata da classi inferiori, il grado di integrazione di queste due strutture

l’organizzazione stessa della comunità, minore è la lori integrazione e maggiore

determina

sarà la disgregazione

6. Le comunità dotate di strutture di opportunità organizzate ed integrate forniscono alle

organizzazioni criminali gli ambienti necessari all’ apprendimento. In tali comunità la

subcultura delinquente maschile trae ispirazione da due tipi di forme ideali:

a) Quando i giovani maschi possono partecipare con successo alla struttura

illegale, la tipologia di banda subculturale riscontrabile sarà quella criminale

b) Qualora i giovani maschi possano accedere alla struttura illegale in maniera

limitata analogamente alla struttura legale il tipo di banda più diffuso sarà

quello astensionista, sono considerati “doppiamente falliti” ed attraverso la

banda risolvono i loro problemi di approvvigionamento della droga

7. Le comunità disgregate esercitano un controllo sociale debole e creano subculture

delinquenti disgregate. Quando ai giovani viene negata la possibilità di accedere ad

entrambe le strutture di opportunità, si diffondono bande con la subcultura del conflitto

votate ad atti di violenza e distruzione contro entrambe le strutture di opportunità.

ALTRE TEORIE DELLA SUBCULTURA

La teoria incentrata sulle classi inferiori di Miller

A seguito della pubblicazione del lavoro di Cohen, avvenuta nel 1955, Walter B. Miller esaminò i

quartieri di Boston giungendo però a conclusioni diverse. Essendo antropologo, conosceva bene

una tecnica di ricerca basata sull’osservazione diretta dei gruppi sociali nei loro luoghi

l’etnografia

di insediamento che gli permise di concludere che i valori delle classi medie fossero considerate

dalle bande medie meno importanti di quanto invece ritenevano Cohen e gli altri. Miller adottò il

concetto di preoccupazione focale piuttosto che descrivere le cose ritenute importanti da ogni

singola subcultura. Le preoccupazioni focali sono aspetti o dettagli di ogni particolare cultura che

richiedono attenzione e cura costante come ad esempio la maternità nella subcultura femminile.

Miller cercò di distinguere nella ricchezza e nella complessità delle subculture delle singole classi

alcuni elementi essenziali e descrisse sei preoccupazioni focali che caratterizzano le subculture dei

lavoratori non qualificati americani:

che designa l’attitudine a violare la legge o l’essere un problema per altre

1. La molestia

persone ovvero il “machismo” ovvero l’essere temerari, coraggiosi ed intrepidi

2. La durezza ovvero l’essere astuti, vivere alle spalle degli altri, ingannare e fregare le

3. La scaltrezza

persone che stanno attorno

L’eccitamento

4. che sottintende il vivere per il brivido, il rischiare

che caratterizzano la preoccupazione focale “destino”

5. La sorte e la fortuna

L’autonomia ovvero l’essere indipendenti, non affidarsi ad altre persone, rifiutare ogni tipo

6. di autorità

Queste preoccupazioni svolgono il loro ruolo quando si commettono atti legali o illegali. Inoltre

nelle subculture delle classi inferiori gli incentivi ad intraprendere la via del crimine sono

generalmente più forti che nelle altre classi mentre gli stimolo ad evitarle sono più deboli. Le forme

illegali di comportamento sono dunque più comuni tra i giovani delle classi inferiori che nelle classi

medie.

Miller notò poi che in molte famiglie delle classi inferiori i bambini crescono senza la figura

paterna, che causa problemi ai figli maschi che debbono apprendere e comportarsi come uomini e le

bande giovanili sono una soluzione a questo problema. La banda spesso fornisce benefici

psicologici difficilmente ottenibili all’interno dei contesti familiari o scolastici come il senso di

appartenenza e la possibilità di ottenere prestigio e rispetto. Indipendentemente dalla frequenza con

cui si viola la legge, questo tipo di condotta non è ritenuto anormale all’interno di questo contesto

subculturale.

CONCETTI FONDAMENTALI DELLA TEORIA INCENTRATA SULLE CLASSI INFERIORI

1. La società si compone di classi sociali diverse, le cui subculture o stili di vita presentano

differenze ma anche somiglianze.

2. Le subculture delle classi inferiori, medie e superiori differiscono tra di loro in modo

significativo

3. Poiché la cultura dominante è quella delle classi medie, le classi inferiori sono spesso poste

in conflitto con la cultura egemone

4. I valori delle classi inferiori servono a forgiare giovani adulti maschi che sono considerati

delinquenti dalla classe media ma apprezzati nelle classi inferiori

5. Le subculture delle classi inferiori danno importanza ad una serie di atteggiamenti che

l’eccitazione,

influenzano i comportamenti abituali: la molestia, la durezza, la scaltrezza,

al destino, l’autonomia

l’affidarsi

6. Molti maschi delle classi inferiori crescono in famigli privi di padre

7. Le bande giovanili forniscono ai giovani maschi delle classi inferiori il contesto necessario

per apprendere le caratteristiche fondamentali dei ruoli maschili

8. I crimini che vittimizzano la collettività sono in parte il prodotto degli sforzi compiuti dai

giovani delle classi inferiori per raggiungere le loro mete apprezzate dal loro milieu (ovvero

mezzo) culturale

La subcultura della violenza di Wolfgang e Ferracuti

L’ultima delle principali teorie della subcultura fu sviluppata nel 1967 da Marvin Wolfgang Franco

Ferracuti. Il loro lavori differisce in maniera sostanziale dai precedenti e deriva dai primi studi

condotti da Wolfgang sull’omicidio affermando che l’idea della subcultura della violenza risulta

. Tra queste vi era la cultura del conflitto, la teoria dell’

dalla combinazione di diverse teorie

associazione differenziale, le teorie dei sistemi sociali, culturali e della personalità.

La loro teoria può essere così riassunta: benché i valori di una subcultura siano diversi da quelli di

una cultura dominante, è bene notare che non necessariamente essi sono opposti o in netto conflitto

col resto della società. Coloro che fanno parte della subcultura della violenza condividono un

atteggiamento favorevole all’ uso di metodi violenti. Tale comportamento attrae soprattutto coloro

con età compresa tra l’adolescenza e la maturità. Inoltre coloro che commettono atti violenti ma che

non fanno parte di alcuna subcultura, rivelano tratti patologici molto chiari e manifestano sensi di

colpa ed ansie maggiori di quelle espresse dai componenti delle subculture violente.

Riepilogo

teorie della subcultura e dell’anomia hanno dominato la criminologia per tutti

Le gli anni cinquanta

e sessanta. I principali studiosi quali Cohen, Cloward e Ohlin si rifacevano sia alla tradizione della

S.d.C. che alla prospettiva anomica di Merton. L’aapproccio principale fu dunque basato sulla

riconciliazione di queste due scuole. Gli stessi si erano invero concentrati sullo studio delle bande

delinquenti tuttavia fu il concetto di subcultura il vero problema che dovettero spiegare. Per Cohen.

la questione più importante era quella di spiegare il processo attraverso il quale la cultura di un dato

gruppo si sviluppa, Cloward ed Ohlin tentarono invece di analizzare le forme che una subcultura

In entrambi i casi si riteneva che l’approccio mertoniano fosse corretto, che alcuni

poteva assumere.

gruppi sociali fossero svantaggiati nella corsa al successo e che bisognava solo spiegaarsi il

comportamento deviante che ne conseguiva. Miller poi interpretò il quadro delle subculture

analogamente agli altri studiosi, considerando però ogni subcultura come cultura in sé, senza però

per questo usare la categoria della tensione per spiegare la creazione di un nucleo di valori opposto

a quello convenzionale. Infine a Wolfgang e Ferracuti interessava focalizzarsi su cosa le singole

subculture fornissero ai loro membri.

Nel loro complesso, le teorie della subcultura spiegano come gruppi di individui sviluppino valori

simili e motivino razionalmente il loro comportamento, con l’obiettivo di spiegare le diverse forme

di criminalità o delinquenza.

SVILUPPI ATTUALI ED IMPLICAZIONI POLITICHE

Sviluppi attuali

Ad eccezione della teoria della violenza di Wolfgang e Ferracuti, queste teorie si basano sul legame

esiste tra le classi inferiori e la criminalità. La critica a questa impostazione teorica emerse alla fine

degli anni cinquanta quando venne introdotta una innovazione tecnologica nella misurazione della

devianza con l’emergere degli studi basati sulle chiedendo ai giovani di “auto

autodenunce

denunciare” i loro atti delinquenziali con questionari ed interviste. Molte di essere rivelarono che la

relazione tra classe e criminalità era molto debole, anzi Tittle, Villemez e Smith dopo aver rivisitato

l’intera letteratura scientifica hanno concluso che la stessa era un mito. Vi sono comunque pareri

discordanti, tuttavia con molta probabilità la tesi della relazione tra classe e criminalità non è del

tutto solida.

Come fatto notare da Brown e Brownfield non solo le variabili utilizzate per dimostrare l’esistenza

tra relazione tra classe e criminalità hanno fondamenti deboli ma quelle critiche rischiano di non

considerare che le teorie delle subculture non correlano necessariamente alti tassi di criminalità con

le classi inferiori. Una parte di esse è la underclass che ha opportunità ancora minori e quindi per

analogia dovrebbe essere coinvolta in attività criminali in misura ancora maggiore del resto delle

classi inferiori.

Ma Skyes e Matza hanno poi criticato la teoria di Cohen ritenendo che i giovani delle classi

inferiori non hanno bisogno dell’ opposizione di valori per commettere atti criminali. Sono invece

necessari una serie di razionalizzatori o netralizzatori che aiuti ad aggirare i valori convenzionali. I

due criminologi hanno anche asserito l’esistenza di altri valori detti valori sotteranei posti

all’interno della cultura generale. Non sempre un individuo persegue i valori dominanti per questa

ragione, i valori opposti alla classe dominante che Cohen considera come patrimonio esclusivo

delle classi inferiori possono in realtà essere condivisi da giovani con origini sociali diverse.

Altri criminologi come Yablonsky hanno invece sostenuto che queste teorie dovrebbero essere

utilizzate gruppi poco coesi e comportamenti meno strutturati di quelli indicati nelle teorie delle

subculture. Y. Osservò che a parte il loro capo gli altri membri non erano così legati alle bande di

cui facevano parte, definendo queste bande poco coese come quasi-gruppi. l’ipotesi

Il tentativo più famoso di rifarsi ai concetti subculturali fu dopo gli anni sessanta con

della meridionalità.(1969-1971) Questa ipotesi quale estensione della teoria della subcultura della

violenza riflette il tentativo di comprendere la distribuzione del tasso di omicidi. Si basa sull’

assunto che le regioni meridionali degli USA abbiano un tasso di omicidi più elevato sostenendo

che i maschi del sud hanno una subcultura più incline alla violenza che al dialogo. A riguardo il

tema è ancora dibattuto.

Un’altra spiegazione è quella di Fischer (1975) che teorizza che la densità di popolazione sia un

elemento che influisce direttamente sulla partecipazione alle attività devianti.

Implicazioni politiche

Le teorie della subcultura hanno dimostrato di avere importanti implicazioni politiche. Sia Kennedy

che Johnson con l’intento di risanare le città dalle fondamenta tentarono di applicare i concetti

principali della teoria delle opportunità lo stesso Ohlin ricoprì un incarico presso il Department of

Health, Education and Welfare con il compito di ridefinire l’azione federale contro la delinquenza

giovanile.

Inoltre il progetto subculturale più famoso degli anni sessanta, fu il Mobilization for Youth Project

(MFY) avviato a New York sotto la direzione di Richard Cloward. Questo progetto benchè avesse

un budget di ben dodici milioni di dollari, da un lato riuscì ad offrire lavori part time ed a fornire

scolastici ma dall’ altro non seppe però offrire migliori opportunità di vita.

testi

Le teorie della subcultura hanno poi ispirato diversi progetti come quelli di Silverlock e Provo

basati sull’ idea che alcuni gruppi di delinquenti assistititi da un adulto potessero assumere

comportamenti più conformi. Si tratta della cosiddetta interazione di gruppo guidata.

TEORIA DELL’ ETICHETTAMENTO

All’inizio degli anni sessanta all’ interno della criminologia si verificò una svolta storica. La teoria

dell’ etichettamento, benchè si sviluppasse da teorie precedenti, poneva le domande relative alla

criminalità da un ottica diversa sfidando le precedenti definizioni di devianza. Il punto nodale

secondo questa teoria era che in passato gli studiosi avevano prestato troppa attenzione alla

devianza individuale trascurando come la società reagisse ad essa. Questa posizione teorica fu

denominata scuola della reazione sociale. Questa teoria si avvicinava dunque alle posizioni della

scuola classica e poneva attenzione alle agenzie preposte al controllo del crimine (polizia,

magistratura, ecc.). Questa teoria rese consapevole la criminologia che il suo oggetto ovvero il

crimine era relativo e che fino ad allora la criminalità era stata analizzata basandosi sui valori delle

classi medie.

Dunque, in base a questa teoria i criminologi avevano sopravvalutato sia gli atti devianti che le

caratteristiche individuali dei devianti. I teorici di questa teoria pongono in discussione la

convinzione diffusa che fa coincidere la natura dei criminali con le azioni che commettono.

Se in uno stato un comportamento non è reato mentre in un altro stato è un reato in cosa siamo in

presenza ? L’individuo è cattivo nel secondo stato o la causa è da ascrivere ad una diversa

legislazione penale ? Alcuni criminologi hanno affermato che questa non è una vera prospettiva

teorica ma piuttosto una prospettiva tesa a sensibilizzare, peraltro gli stessi fautori non si

definiscono teorici dell’ etichettamento ed ancora questa è in realtà una articolazione dell’

A prescindere che l’etichettamento sia o meno una teoria, esso ha

interazionismo simbolico.

esercitato una influenza profonda sia sulla criminologia che sullo studio della devianza in generale.

IL CONTESTO DELLA TEORIA

Contesto sociale

Alla fine degli anni cinquanta, la società civile prese coscienza della diseguaglianza razziale e dei

diritti civili. Gli afroamericani cominciarono a lamentarsi dei trattamenti che dovevano subire nei

teatri, nei ristoranti e negli autobus. A riguardo la Corte Suprema prese allora importanti decisioni

in materia di diritti civili con nuovi programmi che avevano lo scopo di evitare che i giovani fossero

l’etichetta “delinquenti”.

stigmatizzati con di La popolarità di questa teoria fu accresciuta dai

all’uguaglianza degli individui.

programmi di Kennedy e Johnson volti alla Great Society ovvero

Contesto Intellettuale

dell’ etichettamento è un erede dell’ interazionismo simbolico della S.d.C. Fu proprio

La teoria

Howard S. Becker allievo di Herbert Mead e W.I. Thomas uno dei maggiori esponenti di questa

teoria. Lilly, Cullen e Ball sostennero che il concetto di profezia che si autoadempie di Merton fu

determinante per la popolarità dell’ etichettamento. Infatti una falsa etichetta può diventare “verità”

per coloro che sono pronti a credervi. Verso la fine degli anni cinquanta sono molto in voga le auto

denunce che per la prima volta furono pubblicate nell’ opera di Short e Nye poiché ritenevano che

la statistiche ufficiali e quelle giudiziarie non fossero una immagine fedele degli autori di atti

delinquenziali e lo scarto tra queste ultime e le autodenunce lasciava intuire che la descrizione del

criminale era in realtà quella degli individui che più di altri attiravano le agenzie di controllo.

LA PROSPETTIVA TEORICA

Le origini della letteratura dell’ etichettamento

fanno risalire la teoria dell’ etichettamento ad un libro del 1938 di Frank

Molti criminologi

Tannembaum Crime and the Community, in cui la drammatizzazione del male non deriva tanto

adattamento di un individuo alla società ma piuttosto all’ adattamento di un

dalla mancanza di

individuo ad un particolare gruppo. Secondo T. quando un bambino viene sorpreso a commettere un

atto deviante, gli viene affissa una “etichetta” che ne modifica l’autoimmagine e gli altri reagiranno

ad essa non al bambino. L’affissione delle etichette era quindi la causa reale della devianza.

Definizione di criminalità

Secondo Becker nessuna delle precedenti teorie (basate su interpretazioni statistiche, patologiche o

relativiste) dava una giusta descrizione della realtà deviante. Per B. la devianza dipende dal punto

da cui si osserva, inoltre perché vi sia devianza è necessario che vi sia una reazione all’ atto

di vista

commesso ovvero deve essere scoperta da chi non ritiene tale comportamento conforme. La

domanda “perché le persone diventano devianti ?” diviene dunque “come è che le persone vengono

etichettate come devianti ?”

I soggetti della reazione

Il concetto di devianza di Becker non partiva dal soggetto deviante bensì da coloro che mettono in

L’interesse per l’etichettamento venne incentivato dallo studio di Kitsuse e

.

atto una reazione

Cicourel che misero in discussione l’uso che i criminologi avevano fatto delle statistiche ufficiali (in

per determinate l’incidenza della criminalità all’interno

particolare degli Uniform Crime Report)

della società affermando che i dati ufficiali consentono di comprendere più l’attività della reazione

che quella della criminalità stessa.

L’etichettamento come risultato della reazione sociale

L’approccio dell’ etichettamento può essere diviso distinto in due parti: la spiegazione del come e

del perché gli individui vengono etichettati e gli effetti dell’ etichettamento sul comportamento

la causa dell’ etichettamento che

deviante. La prima versione consiste in realtà nello scoprire

diviene in tal modo una variabile dipendente e l’elaborazione più famosa è quella di Becker che

parla di creazione della devianza intendendo che le regole, le circostanze, le caratteristiche

del “pubblico”

individuali e le reazione servono a separare gli atti devianti da quelli che non lo

sono benchè i due comportamenti possano sembrare identici. Non è necessario che il

comportamento esista ciò che conta è che coloro che “reagiscono” che esista. E’ dunque

credano la

reazione ad un certo comportamento che crea la devianza. Il problema centrale è capire perché gli

outsiders (come B. definiva i devianti) vengano scelti ed etichettati.

Becker, dopo essersi chiesto se un comportamento era o meno deviante e come lo stesso venisse

percepito dai soggetti della reazione definì quattro diversi casi di devianza:

1) Ingiustamente accusato dove si viene ingiustamente accusati sia quelli non commessi sia quelli

conformi contro i quali vi è una reazione come se fossero devianti;

2-3) Deviante puro e conforme che indicano gli atti la cui percezione e realtà coincidono

4) Segretamente deviante ovvero gli atti che sono devianti ma che non vengono portati a

conoscenza di nessuno o non sono considerati tali ed a riguardo B. riteneva che questi fossero

abbastanza diffusi.

In base a questo approccio, molte questioni relative alla devianza dovevano essere spiegate in modo

completamente diverso, se era vero che la maggior parte di persone arrestate erano giovani maschi

delle classi inferiori, la nuova scuola della reazione si chiedeva perché la polizia reagisse più

prontamente verso questo tipo di persone rispetto ad altre.

L’etichettamento come causa della devianza

I sostenitori dell’etichettamento si interessarono anche della conseguenze subite dalle persone

etichettate. In tal senso l’etichetta diveniva una variabile indipendente che spiegava il

comportamento deviante. Due sono le modalità di questo processo: 1) l’etichetta attrae l’attenzione

l’etichettamento dell’ individuo 2) la persona interiorizza

di chi etichetta che osserva e rafforza

l’etichetta arrivando ad autodefinirsi deviante. In entrambi i casi si può arrivare ad una espansione

della devianza dando avvio ad una carriera deviante.

Le persone etichettate sono più visibili rispetto alle altre, è difficile per un ex detenuto sfuggire

all’attenzione delle agenzie di controllo, di conseguenza i comportamenti successivi verranno

osservati ed rietichettati. Una volta che si è stati etichettati come devianti le possibilità di riuscita

nel mondo conforme si assottigliano considerevolmente e la via verso il successo può avvenire solo

attraverso canali illeciti, ecco perché a volte la criminalità rappresenta per talunio individui l’ultima

possibilità a loro disposizione.

studio svolto da Schwartz e Skolnick nel 1962 vengono illustrati gli effetti criminogeni dell’

In uno

etichetta di deviante. Vennero redatte quattro domande di lavoro identiche tranne che nella sezione

riguardante l’eventuale coinvolgimento in atti criminali ove vennero indicati diversi livelli di

coinvolgimenti criminali. Ogni domanda venne poi redatta in 25 copie presentate ad un ufficio di

collocamento ma solo un datore di lavoro prese in considerazione la domanda del condannato

evidenziando non soltanto i precedenti penali riducono la possibilità di trovare lavoro ma qualunque

cenno alla loro esistenza produce lo stesso effetto.

Bisogna però notare che non tutti i tipi di etichettamento hanno una valenza negativa, uno studente

che sta cercando di laurearsi vuole godere dello status che tale titolo comporta, di fatto la vita è

basata sulle etichette. Una seconda forma di etichetta è rappresentata da ciò che Lamert definì come

la devianza secondaria ovvero alla reazione individuale che si assomma a quella sociale. In un

certo senso la devianza viene acquisita attraverso un processo di scambio reciproco che si conclude

quando la persona etichettata accetta l’etichetta come una identità reale, da questo si deduce che il

deviante entri a far parte di una subcultura che produce ulteriore devianza, il processo di

etichettamento letteralmente crea la devianza secondaria.

Ad esempio se un giovane viene sorpreso a provare della marijuana sarà etichettato come

“consumatore di stupefacenti”. Se viene nuovamente scoperto le persone cominceranno a trattarlo

come un “tossico”, a quel punto il giovane potrebbe accettare tale definizione e frequentare gruppi

di tossicodipendenti, ed ecco che entra in gioco la devianza secondaria. Per questo motivo alcuni

criminologi sostengono che per ridurre la criminalità giovanile sia meglio non intervenire quando

vengono scoperti atti di delinquenza.

Status egemone ed interpretazione retrospettiva

Lo status egemone e la interpretazione retrospettiva sono altri due concetti importanti della teoria

dell’ etichettamento. Secondo quanto sviluppato da Hughes e Becker lo status egemone mette in

rilievo il fatto che in ogni persona vi siano tratti preponderanti che mettono in ombra altre

caratteristiche. Gli status egemoni sono le caratteristiche primarie di una persona, mentre gli status

ausiliari sono altri aspetti comunque importanti ma secondari. Status egemoni sono: il sesso, la

professione e l’omosessualità, lo status di criminale.

Quando si parla di devianza, lo status di “criminale” risulta sempre egemone, un ragioniere che ad

esempio ha ucciso l’amante di sua moglie in un momento in cui ha perso la testa, benché magari

quello sarà l’unico atto di devianza della sua vita, sarà marchiato per sempre dallo status dominante

di “assassino” e questo di norma vale per tutti i criminali che soffrono dell’ imposizione dello

stereotipo criminale.

L’interpretazione retrospettiva ci dà una idea di come le identità possano essere ricostruite per

lo status egemone di “criminale”

adattarsi alla nuova etichetta. Quando un individuo acquisisce

queste determinerà una reinterpretazione di tutti i fatti ed eventi dello stesso al fine di ricondurli alla

sua nuova identità di criminale. Questa interpretazione retrospettiva sarà attuata non solo da chi sta

intorno a tale individuo ma anche dalle agenzie di controllo stesse. Se accidentalmente un genitore

colpisce suo figlio con una mazza da baseball, e le forze dell’ordine dopo la denuncia di abuso di

minore dell’insegnate si recano a casa dello stesso e parlano con un vicino che magari interpreta

erroneamente una precedente discussione come appunto abuso di minore. Questo è il classico

esempio di interpretazione retrospettiva.

CLASSIFICAZIONE DELLA TEORIA

Esistono due forme di etichettamento: la prima si può considerare un effetto (reazione sociale)la

seconda come causa (devianza secondaria).

teoria dell’etichettamento è principalmente

La procedurale per via del suo interessamento a come le

persone vengono etichettate, vi sono però alcuni elementi di tipo strutturale quando si occupa delle

tipologie di individui suscettibili di etichettamento, è poi una teoria classica perché pone

l’attenzione sul ruolo della criminalità, della legge e delle procedure piuttisto che sul

benchè l’approccio classico sia di solito strutturale,

comportamento criminale, per questo motivo

tuttavia come già detto questa teoria si interessa di meno agli atti criminali.

Bisogna però dire che il concetto di devianza secondaria di Lemert segna un ritorno ai concetti

positivisti, poiché l’accento viene posto sull’ attore individuale.

Tale teoria è poi chiaramente una variante dell’ approccio conflittuale, si può definire una

microteoria poiché verte sugli effetti delle reazioni sociali al comportamento individuale.

Riepilogo è la combinazione di filoni teorici diversi, si ispira all’interazionismo simbolico ma è

Questa teoria

difficile individuare un nucleo originale. Almeno due sono i concetti principali:

1. Quello di reazione sociale, ovvero delle differenti reazioni alla devianza

della devianza secondaria, ovvero l’effetto che comporta per la persona che viene

2. Quello

etichettata

E’ una teoria che ha spinto i criminologi a mettere in discussione i valori delle classi medie usati per

descrivere la devianza e la criminalità. Anche alcune riforme della giustizia penale come la

sono debitrici dell’ etichettamento.

diversion

CONCETTI PRINCIPALI DELLA TEORIA DELL’ ETICHETTAMENTO

1. La società è caratterizzata da una molteplicità di valori che possono tra loro sovrapporsi

2. La natura di ogni comportamento individuale si stabilisce facendo ricorso ai valori. Un

comportamento deviante viene riconosciuto mediante la reazione sociale ad esso.

La devianza è un attributo della reazione, senza reazione non c’è devianza

3. come deviante ed etichettato anche l’individuo

4. Non appena un comportamento è percepito

che si comporta in quel dato modo viene considerato deviante

5. Il processo di reazione sociale ed etichettamento ha più possibilità di essere innescato

quando le persone etichettate hanno minore potere sociale

6. I soggetti della reazione sociale (individui, gruppi, agenzie di controllo) tendono a tenere

sotto controllo le persone identificate come devianti, per questo motivo i tassi di criminalità

più elevata sono riscontrati in questi individui

l’individuo etichettato con l’etichetta. Un individuo etichettato come

7. Gli altri identificano

criminale rimarrà tale le altre caratteristiche non comprese nell’ etichetta saranno ignorate.

Oltre a diventare deviante per gli altri l’individuo può definirsi tale in base all’etichetta

8. Una modifica della concezione di sé conduce all’interiorizzazione degli aspetti devianti, con

9. tutti i loro contributi

Gli atti di devianza successivi (devianza secondaria) scaturiscono dal vivere e dall’ agire

10. secondo la nuova identità di deviante e dalla condivisione della subcultura deviante.

SVILUPPI ATTUALI ED IMPLICAZIONI POLITICHE

Sviluppi attuali

della teoria dell’ etichettamento sono diventate parte della criminologia con aggiunte e

Le idee

chiarificazioni. Edwin Schur individua tre diversi gruppi soggetti delle reazione della devianza:

L’altro significativo

1. gruppo informale composto da coloro che più di altri esercitano

autorevole influenza sul singolo, tali persone detengono il potere informale di

etichettamento

2. Le agenzie del controllo sociale tra cui spiccano le autorità pubbliche, posseggono il potere

formale di etichettamento e possono condizionare negativamente la vita di ogni individuo

3. La società in senso lato in grado di stabilire il confine tra i buoni ed i cattivi sollecitando

l’azione delle autorità

aggiunge che in ogni gruppo possono esserci dei sottogruppi ed un’altra categoria che

Schur

avrebbe potuto aggiungere è l’autoetichettamento, non è inusuale che ognuno di noi, con gradi

diversi, sia in grado di autoetichettarsi.

Tuttavia la teoria dell’ etichettamento non è stata esente da critiche, alcuni criminologi sostengono

che questa teoria è troppo semplicistica e manca di riscontri empirici. Invece, uno degli argomenti a

favore di tale teoria è che l’etichettamento costituisce una parte importante della nostra vita non

solo in accezione negativa. Un altro modo per considerare le etichette è quello di chiamarle

categorie. Se categorizziamo le cose non ci confrontiamo con i singoli oggetti o eventi ma con le

loro generalizzazioni, il problema è come attuiamo questo processo e quale effetto esso ha sul modo

in cui vediamo le persone.

Alcuni come LaFree (1988) ha articolato maggiormente questa teoria per ovviare alla critica che le

teoria non si occupa dei reati mala in se (ovvero di comportamenti ritenuti di per sé criminali).

una ovvia estensione dell’ etichettamento.

Altri hanno concentrato i loro studi sulla vergogna

Questo aspetto è presente anche negli studi sulla deterrenza sia come effetto dell’autoetichettamento

autostigmatizzazione) che dell’ etichettamento-stigmatizzazione

(o dell’ subito da altri.

Una ulteriore articolazione è stata sviluppata da Melossi (1985) definita come la teoria fondata

dell’ etichettamento. Melossi ritiene che attraverso l’etichettamento le teorie critiche tornano alle

origini, egli propone un approccio integrato in cui le motivazioni di un attore vanno collocate

all’interno di un contesto storico-sociale definito.

Infine Gusfield (1981) ha incluso l’etichettamento tra le forze sociali necessarie a mantenere

l’ordine sociale individuando quattro tipi di etichette:

1. Devianti malati applicata alle persone incapaci di controllare i loro comportamenti ed i cui

comportamenti sono così devianti che nessuna persona normale ne sarebbe capace (es.

massa) L’ordine sociale trae forza da questa etichetta perché sottolinea l’anormalità

omicidi

di tale comportamento.

2. Devianti pentiti applicata alle persone definite in passato devianti ma che si ravvedono.

Tipicamente sono persone che praticano volontariato in soccorso ad altri devianti (es.

Anonima alcolisti). L’ordine sociale trae forza dal loro rimorso reso pubblico.

3. Devianti cinici applicata a quelle persone che sono consci di comportarsi in maniera

criminali comuni) L’ordine sociale

deviante ma non se ne curano e non se ne pentono. (es. i

è minacciato da questa etichetta poiché essi violano leggi e regole.

4. Devianti nemici applicata a coloro che non soltanto ritengono non vi sia nulla di deviante

sono ingiuste. L’ordine sociale

nel loro comportamento, ma anche che le regole della società

è minacciato da questa etichetta violando le regole e tentando di stabilirne delle nuove e

cercando altresì di convincere altre persone a seguirli.

Secondo Gusfeld, il tipo di “reazione” alla devianza dipende dal tipo di etichetta che applichiamo ai

devianti.

Implicazioni politiche

Come per le teorie della tensione, anche in quelle dell’ etichettamento è possibile trarre proposte

concrete. Nuove politiche relative alla giustizia minorile si sono ispirate a queste teorie sviluppando

quattro sperimentazioni:

1. La diversion che discende dalla tesi che le etichette causano problemi futuri quindi è bene

evitarle. Pertanto è bene evitare azioni giudiziarie nei confronti dei minori venno invece

(diverted) allontanati da questo sistema. Ebbero grande seguito negli anni settanta anche per

il sovraffollamento delle strutture carcerarie minorili, in particolari verso reati minori e

delinquenti occasionali non certo verso delinquenti abituali. Risulta però che la diversion

l’etichettamento anzi il numero di minori in tal senso è aumentato.

non ha ridotto

L’equità processuale

2. che sosteneva che le caratteristiche individuali possono dare luogo a

reazioni diverse determinando un diverso trattamento nel corso del processo. I critici

auspicavano allora che anche ai minori fossero garantite le stesse regole esistenti nel sistema

giudiziario adulto. peraltro non auspicata solo per i minori. L’obiettivo era quello di

3. La depenalizzazione

sottrarre i minori ad alcuni illeciti che se li avessero commessi in età adulta non sarebbero

stati puniti (es. vagabondare, avere rapporti sessuali, ecc.). A riguardo il sistema venne

corretto facendo in modo che tali minori fossero sottratti al sistema giudiziario ed affidati

invece ai servizi sociali. Altri auspicarono di escludere i rei che non avessero causato

vittime, in tal senso verso la metà degli anni settanta molti rei di ebbrezza e comportamenti

molesti furono affidati alle case di cura.

4. La deistituzionalizzazione in cui la reclusione prolungata di malati di mente venne

dichiarata inumana verso la fine degli anni sessanta. I pazienti neuropsichiatrici vennero

dimessi dai manicomi e posti in strutture sanitarie aperte. Analoga politica fu fatta poi in

relazioni alle carceri minorili

Alcuni criminologi sono poi arrivati a suggerire delle misure di de-etichettamento in cui la

precedente etichetta negativa viene sostituita con una positivi o quantomeno neutrale.

TEORIA DEL CONFLITTO

Le teorie del conflitto sorsero nello stesso periodo di quelle dell’ etichettamento. Entrambe sono

relativa alla natura “politica” della nozione di reato e studiano la genesi e l’applicazione delle

norme penali. Benchè Georg Vold moderno teorico del conflitto scrivesse nello stesso periodo dei

primi teorici dell’ etichettamento, lo stesso ebbe una accoglienza tiepida. Grazie alla sua

connotazione politica meno netta, la teoria dell’etichettamento, fino agli anni settanta godette di una

maggiore popolarità rispetto a quella del conflitto.

Le teorie del conflitto si basano sul fatto che sia conflittualità più che il consenso a caratterizzare

la società, e questo consente in tal senso di avere approcci teorici diversi. Da un lato le teorie

pluraliste sostengono che in ogni società esistono gruppi diversi, di dimensione variabile e durata

spesso temporanea che lottano per la tutela dei loro interessi. Dall’ altro lato le teorie del conflitto di

classe secondo le quali nelle società vi sono fondamentalmente due classi che tentano di assumere

l’uno sull’ altro una posizione dominante.

Per i teorici del conflitto, ritengono che il consenso sia aberrante e comunque temporaneo destina a

trasformarsi in conflitto e con costi alti per mantenerlo. Le teoria del conflitto non si interessano

molto del comportamento individuale ma piuttosto della genesi e della applicazione delle norme.

IL CONTESTO DELLA TEORIA

Contesto sociale

Tra il 1965 ed il 1975 gli USA attraversarono un periodo inquieto. Il successo del movimento dei i

diritti civili diede forza ad altri gruppi “senza potere” come le donne ed i gay che iniziarono a

manifestare.

Inoltre tra il 1963 ed il 1968 le manifestazioni contro la guerra del Vietnam si erano moltiplicate. Le

forme di protesta con cortei (dapprima tipici degli studenti e degli afroamericani) ora iniziarono ad

essere organizzati anche da altri gruppi, quali insegnanti, medici ed anche membri del clero.

Vi era tra i giovani un diffuso spirito che metteva in discussione le classi medie che rifiutavamo gli

stili di vita dei loro genitori ritenendoli ipocriti e moralmente corrotti. Persino il codice penale

veniva considerato un mezzo dei gruppi di potere per promuovere i loro interessi. Mentre si

discuteva sulla depenalizzazione dei reati senza vittime la polizia arrestava gli attivisti per i diritti

civili. Poi lo scandalo Watergate gettò un ulteriore ombra di sospetto sulla integrità complessiva

dello stato americano e le stesse istituzioni apparivano ormai corrotte.

Contesto Intelletuale etichettamento. Gli

Per alcuni versi le teorie del conflitto furono un diretto sviluppo di quelle dell’

scienziati sociali, reagendo agli avvenimenti dell’ epoca, cominciarono ad interrogarsi sulla natura

in larga parte ignorati dalla teoria dell’ etichettamento.

delle strutture sociali e sul sistema legale

All’ inizio del ventesimo secolo con Bonger (1916) vi era anche stato un tentativo per creare una

teoria criminologica che combinasse marxismo e psicoanalisi, ma la spinta più forte per lo sviluppo

delle versioni conservatrici del conflitto furono gli scritti di Coser (1956) e Dahrendorf (1958-1959)

LA PROSPETTIVA TEORICA

Vi sono diverse versioni della teoria del conflitto in particolare prenderemo in considerazione tra la

versione conservatrice e quelle critico-radicali.

La teoria del conflitto: la versione conservatrice

Queste teorie ruotano intorno al concetto di potere. I conflitti nascono tra gruppi per il controllo di

eventi o situazioni particolari. Le questioni sociali sono dunque un campo di battaglia ed il

problema delle risorse si rivela cruciale. Chi detiene il controllo del territorio, dei mezzi finanziari e

del potere politico potrà combattere con successo ed essere vittorioso.

Lo scontro può insorgere tra i gruppi per questioni economiche e politiche ed ognuno cercherà

ovviamente di orientare l’esito a suo favore. Per influenzare le decisioni occorrono risorse, ad

per influenzare l’attività legislativa ricorrendo a volte anche alla

esempio assoldando dei lobbisti

corruzione. Di norma coloro che occupano le posizione più elevate nella scala sociale dispongono

di più potere e possono imporre i loro valori alle classi inferiori. Secondo i teorici del conflitto,

questo spiega perché i valori dominanti sono espressi dalla classe media e perché le leggi siano

sempre espressione di questa classe.

La legge costituisce poi in sé una risorsa. Se riflette i valori di un gruppo, lo stesso potrà utilizzarla

a suo beneficio. Inoltre coloro che hanno interesse e valori opposti a quelli dei “vincitori” sono più

spesso oggetto dell’ attenzione dei rappresentanti della legge. Su questo aspetto la teoria dell’

etichettamento e del conflitto si incontrano soprattutto in merito al processo di reazione che attira

l’attenzione degli apparati repressivi sui “perdenti”.

In caso poi di equilibrio di potere tra i vari gruppi può svilupparsi un rapporto di scambio. Vediamo

ora tre teorie che affrontano questa forma di conflitto.

Vold (1958) sottolinea che la società è composta da gruppi tra di loro in competizione e questo

rafforza i legami all’interno di ogni singolo gruppo. Vold analizza poi il conflitto all’ interno della

legislazione penale ed afferma che l’incapacità da parte dei gruppi di minoranza di influenzare

significativamente il processo legislativo, comporta la criminalizzazione dei loro comportamenti

dinanzi alla legge.

è un altro teorico del conflitto che vede l’ordine sociale come il prodotto del tentativo

Austin Turk

dei gruppi dominanti di controllare la società. Egli in un articolo invoca la necessità di studiare la

criminalità in maniera opposta rispetto alle teorie del comportamento criminale, ritenendo che la

criminalità possa invece essere studiata solo attraverso lo studio della legge penale. Inizialmente

Turk indica le condizioni che consentono di definire un individuo come criminale all’ interno di una

relazione autorità-soggetto. Più semplici sono gli individui e più alta è la probabilità di una loro

interazione conflittuale con l’autorità, i giovani infatti incorrono più spesso degli adulti nelle maglie

della giustizia. la coercizione o l’uso della

Secondo Turk vi sono due modi per controllare la società: il primo è

forza fisica. Và però detto che più una popolazione è costretta ad obbedire a delle leggi e più sarà

difficile controllarla. Quindi i gruppi dominanti debbono cercare di mantenere un delicato equilibrio

tra coercizione e consenso.

La seconda forma di controllo è più sottile, poiché inerisce al sistema legale ed ai tempi di vita. Le

procedure modellate sugli interessi dei gruppi dominanti si trasformano quindi in una forma di

controllo sociale.

Un altro concetto sviluppato da Turk è quello del controllo dei tempi di vita. Dopo un periodo di

coercizione, una società trova un nuovo equilibrio mediante nuove regole. Se la coercizione e l’uso

della forza prevalgono in un dato momento ed in una data società, ricorrendo a forme di controllo

più sottili si avranno tassi più elevati di criminalità.

Richard Quinney, un altro teorico conflittualista, presentò in un libro la sua teoria della realtà

sociale del crimine che si articolò in sei proposizioni dove si evidenziavano sia le impostazioni di

Vold che dell’interazionismo simbolico. Al pari dei teorici dell’ etichettamento Quinney riteneva

che il crimine fosse il prodotto della reazione sociale ed in particolare di coloro che detengono il

potere politico che non solo reagiscono a certi comportamenti, ma definiscono anche le condotte

criminali, creando altresì le norme penali. Il crimine può dunque essere pensato come il prdotto di

definizioni legali costruite attraverso l’esercizio del potere politico. I mass media costruiscono una

realtà sociale in cui certi comportamenti sono presentati come naturalmente legali ed altri come

naturalmente criminali ma in realtà i cittadini non comprendono che queste definizioni sono

costruite apposta per loro.

La prospettiva radicale della teoria del conflitto

Le prospettive radicali sono più complesse poiché spaziano dall’ anarchismo, al marxismo, dal

materialismo economico alla teoria della diversità dei valori, al New Left Realism (relaismo della

nuova sinistra) tuttavia, la maggior parte delle teorie del conflitto in versione radicale, si richiama

agli scritti di Karl Marx.

Una prima versione delle teorie radicali del conflitto è rappresentata dal lavoro svolto da William

Chambliss a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. La sua analisi della legislazione inglese sul

vagabondaggio né è un esempio.

Poi in una pubblicazione del 1971 intitolata law, Order and Power scritta con Robert Seidman,

Chambliss intraprese una analisi di stampo marxista del sistema penale americano. In questa analisi,

gli autori affermavano che le classi dominanti controllavano le risorse della società , usando la legge

come mezzo di controllo. Il dominio di classe avveniva in due modi: creando leggi penali

focalizzate sul comportamento delle classi inferiori e diffondendo il mito della legge come

strumento al servizio degli interessi di tutti, aggregando così le classi inferiori a cooperare al proprio

controllo. I due articolarono la teoria in una serie di proposizioni che mirava ad evidenziare che il

sistema penale favorisce i potente a discapito dei deboli. Nel 1975 Chambliss aveva completato la

sua svolta teorica ed analitica verso una posizione nettamente marxista.

Criminologia marxista

Come è noto, Marx si occupò solo marginalmente della criminalità, tuttavia i criminologi radicali

adottarono il suo modello generale di società nelle loro analisi. Il filosofo tedesco attribuiva le cause

del conflitto sociale sia alla scarsità di risorse che alle diseguaglianze storiche alla base della loro

distribuzione, in particolare del potere. Queste determinava uno squilibrio tra le due classi

economiche della società ovvero il proletariato (la classe operaia) e la borghesia (la classe che

aveva la ricchezza sfruttando il lavoro del proletariato).

L’oggetto della contesa era il controllo dei mezzi di produzione (ovvero il possesso ed il controllo

della proprietà privata). Marx auspicava che le classi sfruttate poco per volta avrebbero preso

coscienza della loro condizione, si sarebbero unite per scendere in campo contro le classi dominanti.

Questo conflitto si sarebbe poi tramutato in rivoluzione ed avrebbe portato ad una società senza

classi di stampo socialista priva di forme di sfruttamento economico.

I criminologi marxisti individuano poi tre connessioni tra la lotta di classe e la criminalità:

1. La legge è uno strumento in mano alle classi dominanti. Le definizioni di crimine nelle

norme penali riflettono gli interessi dei gruppi sociali dominanti e servono a perpetuare la

proprietà privata, principio fondativo del capitalismo.

2. Tutti i tipi di criminalità (nei paesi capitalistici) sono il prodotto delle lotte di classe.

L’enfasi sulla ricchezza e sulla proprietà privata sfocia come conflitto tra le classi e tra i

gruppi interni alle classi. Di contro la classe operaia è costretta ad assumere comportamenti

criminali poiché è privata dei mezzi di produzione, anche se non tutti i criminologi marxisti

si identificano in questa posizione.

3. La spiegazione della criminalità attraverso la relazione con i mezzi di produzione. Spitzer

individua in merito cinque categorie sociali potenzialmente problematiche:

I. I poveri che rubano ai ricchi

II. Le persone che si rifiutano di lavorare

Le persone dedite all’uso di stupefacenti

III.

IV. I soggetti che rifiutano la scolarizzazione o la famiglia

V. Gli attivisti fautori di una società non capitalista

Fino a che tali categorie calme non è necessario utilizzare le risorse scarse per controllarli ma se una

di esse divenisse più attiva, divenendo quindi una minaccia per le classi dominanti, in tal caso il

controllo dei suoi membri diverrebbe fondamentale.

Concetti principali della criminologia radicale

Le versioni marxisti e radicali della criminologia, utilizzano altri cinque concetti:

E’ il concetto più diffuso,

1. Classi sociali e stratificazioni. esse sono un elemento costitutivo

del capitalismo che genera borghesia e proletariato.

Si impernia sul concetto di classe e si riferisce all’intera struttura

2. Economia politica.

economica. In essa si distinguono le istituzioni e le strutture economiche ovvero i modi in

cui le grandi multinazionali, i sistemi monetari e le borse vengono organizzate per assicurare

il profitto alla borghesia. Le diseguaglianze economiche creano diseguaglianze sociali che

influenzano le relazioni individuali.

E’

3. Disgregazione familiare. uno dei prodotto della diseguaglianza. Colvin e Pauly (1983)

affermano che nei luoghi di lavoro se si è soggetti ad un controllo autoritario si sviluppano

alienazione ed ostilità. Tali esperienze si riproducono in altre relazioni sociali come la

scuola e la famiglia. Situazione negative in ambito lavorativo creano famiglie disgregate,

con il rischio di trasmettere queste frustrazioni ai loro figli ed in tal caso i bambini corrono

seriamente il rischio di essere coinvolti in atteggiamenti delinquenziali particolarmente seri.

E’ un fattore cruciale per molte teorie

4. Condizioni economiche. radicali. La variabile più

associata al crimine è certamente la disoccupazione, infatti secondo Spitzer, alcuni di questi

disoccupati possono divenire “dinamite sociale”. Per evitare che questi divengano un

problema per l’economia capitalista se ne affida il controllo al sistema penale.

E’ lo sfruttamento capitalista della differenza

5. Plusvalore. tra i costi di produzione ed il

valore del prodotto. Se gli operai lavorano più a lungo per lo stesso salario o se possono

essere rimpiazzati da macchinari che riducono i costi, la quantità di plusvalore realizzata si

accresce. Questo porterà non solo alla disoccupazione ma anche alla sottoccupazione ma nel

contempo si accresce il valore del prodotto. La combinazione tra la crescita di popolazione

marginale e quella del valore, crea condizioni particolarmente favorevoli ai crimini contro la

proprietà.

Realismo di sinistra

Negli anni ottante è emersa una nuova forma di criminologia radicale rappresentata dagli scritti di

Jock Young in G.B. e di Walter Dekeseredy negli USA. La versione inglese è ricondotta al

disincanto dei radicali sulla possibilità di modificare e riformare la società nonché alla svolta

conservatrice del partito laburista. Questa versione mirava a tradurre le idee radicali in una politica

(da cui “realismo”) ed è simile alla teoria dell’ etichettamento di Melossi. Nel

sociale realista

frattempo analoghe idee si diffondevano negli USA.


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AUTORE

ConteJan

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell' amministrazione e consulenza del lavoro
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ConteJan di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Prina Franco.

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