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Riassunto esame Sociologia delle devianza, prof. Prina, libri consigliati Il consumo di droghe, Scarscelli e La devianza come sociologia, Cipolla Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Sociologia della devianza del professor Prina, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente D. SCARSCELLI, Il consumo di droghe, Carocci, 2010 e di C.CIPOLLA, la devianza come sociologia, Francoangeli editore, 2012 . Gli argomenti trattati sono i seguenti: il controllo sociale, la devianza come sociologia, Herbert Spencer, Emile Durkheim. Vedi di più

Esame di Sociologia della devianza docente Prof. F. Prina

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ESTRATTO DOCUMENTO

Azione razionale e devianza ELSTER

L’azione sociale nella sua forma più elementare può essere studiata come l’esito di scelte individuali

che occorre spiegare. L’autore suggerisce che un modo relativamente semplice per spiegare

un’azione è scomporla in almeno due operazioni selettive. La prima operazione è l’analisi

dell’insieme di tutti i vincoli giuridici, fisici, economici che caratterizzano il contesto dell’individuo. Il

secondo filtro è il meccanismo che determina quale azione all’interno di quelle possibili, un individuo

sceglierà. Un attore può scegliere principalmente tra due criteri per fare la scelta migliore: o si

seguono determinate regole sociali, oppure ci si orienta in base ai propri desideri. In questo secondo

caso, l’azione diventa un bilanciamento tra ciò che si può fare e ciò che si vuole fare. si può

sostenere che un’azione è razionale quando l’attore sociale, di fronte a diversi corsi d’azione

intraprende quello che, a proprio giudizio, darà il risultato migliore. È possibile pertanto, definire

un’azione deviante, come razionale, se questa appare ad un attore, in base al proprio ordine di

preferenze, la scelta più adeguata per raggiungere determinati fini.

La teoria della scelta razionale BECKER

La decisione di compiere un reato viene quindi in quest’ottica considerata come una scelta di natura

strettamente razionale: il criminale agisce facendo un calcolo di costi e benefici. La teoria economica

della criminalità assume che i criminali siano così come i consumatori di libero mercato, attori

razionali mossi dal desiderio di massimizzare il proprio benessere. La probabilità di essere

individuati e condannati e la sanzione prevista rappresentano i costi ipotetici del comportamento

criminale, mentre i benefici sono costituiti dai vantaggi materiali e immateriali che sono ottenuti dalla

commissione del crimine. Secondo i teorici della scelta razionale i vantaggi che le persone possono

ottenere dalla commissione di un reato non sono soltanto strumentali ma consistono anche nel piacere

sessuale, nel divertimento, nella ricerca del prestigio sociale. Il processo decisionale che conduce un

individuo a compiere un reato deve essere scomposto in due distinti momenti: le decisioni di

coinvolgimento e le decisioni di evento. Le prime sono quelle relative alle scelte di essere coinvolti,

continuare o ritirarsi da un reato; le seconde invece sono decisioni di carattere strategico che

riguardano la selezione della particolare tattica da utilizzarsi nella commissione del reato. La teoria

della scelta razionale della devianza non è l’unico modello ad assegnare un rilievo particolare alle

variabili di contesto per spiegare i fenomeni criminali, ve ne sono altre due che mettono al centro

l’analisi dei fattori situazionali: la teoria degli stili di vita, e la teoria delle attività abituali.

LA TEORIA DEGLI STILI DI VITA

Centrale in questa prospettiva è il concetto di rischio collegato alla scelta di stili di vita che possono

lasciare più o meno spazio alla vittimizzazione. Gli stili di vita sono influenzati da almeno tre

elementi:

1. Dal ruolo sociale che le persone ricoprono nella società.

2. Dalla posizione ricoperta nella struttura della società: in genere più questa è alta minore è il

rischio di rimanere vittime di determinati tipi di reato.

3. Dalla componente razionale del comportamento.

Si corre il rischio di essere vittimizzati quanto più si frequentano certi luoghi ad alto rischio criminale

e quanto più ci si trova a contatto con individui inclini a compiere determinati reati.

LA TEORIA DELLE ATTIVITA’ ABITUALI

Elaborata da Bohen e Felson ha l’ambizione di spiegare la variazione nello spazio e nel tempo dei

tassi di criminalità e di vittimizzazione. L’assunto di base di questa prospettiva è che affinché possa

verificarsi un reato devono realizzarsi tre condizioni minime, contemporaneamente presenti in un

certo luogo e momento:

1. Una persona disposta a compiere un reato.

2. Un bersaglio interessante

3. L’assenza di un guardiano

L’assenza di uno degli elementi incide sull’attuazione del delitto. Le attività abituali cioè quelle che

svolgiamo regolarmente per soddisfare i nostri bisogni, mettono in contatto gli aggressori con le

vittime. La differenza nelle attività abituali così come le diversità sociali, espongono gli individui a

differenti rischi di vittimizzazione.

  16  

Le politiche

Per alzare i costi del comportamento criminale sono coerenti con le teorie di ispirazione utilitaristica

due forme di prevenzione del crimine:

Deterrenza: coloro che condividono l’assioma della scuola classica ritengono che si debba

• fare in modo che ogni criminale sia punito con una sanzione che procuri un costo che ecceda il

beneficio che potrebbe ricavare dall’atto criminale stesso.

Prevenzione strumentale: I criminologi che hanno focalizzato la loro analisi sulle condizioni e

• le opportunità che rendono possibile il comportamento criminale ritengono che i crimini

possano essere prevenuti intervenendo sulla specifica struttura di opportunità collegata ai

diversi tipi di rato, in modo tale da rendere la scelta del crimine più difficile e costosa.

Esempi di diversi casi sulla scelta razionale:

Il caso del tossicodipendente. consumo di droga come scelta razionale. Possibilità di

• interrompere il consumo o di proseguirlo. Nel caso di consumo di sostanze psicoattive la

funzione della deterrenza è minore. L’interruzione del consumo avverrebbe solo se l’individuo

agisse razionalmente e non per abitudine.

CAPITOLO II

IL PARADIGMA SOCIALE

Nel corso del XIX secolo emerge una visione che considera la devianza un prodotto sociale, “un fatto

sociale”. Questo paradigma rifiutando la spiegazione utilitarista, individua le radici del

comportamento deviante, in quelle condizioni che gli individui non possono controllare e che li

predispongono a certi comportamenti. Le cause di devianza non sono quindi riconducibili a

spiegazioni di tipo psicologico o biologico, ma andranno ricercate in condizioni che non solo si

pongono fuori dalla coscienza del soggetto, ma che sono anche dotate di un potere coercitivo con il

quale di impongono su di lui con o senza il suo consenso. All’interno del paradigma sociale del

crimine troviamo tre importanti tradizioni teoriche:

1. L’opera di Durkheim.

2. La scuola di Chicago.

3. La teoria struttural-funzionalista.

DURKHEIM devianza e anomia

Propone una visione relativistica della criminalità secondo cui è criminale un comportamento che

viene giudicato negativamente dalla maggior parte dei membri di una collettività poiché viola le

norme e i valori generali. Un atto, pertanto è considerato deviante solo facendo riferimento al

contesto culturale e sociale in cui si inserisce. Secondo l’autore la devianza è un fatto sociale

normale, presente in ogni tipo di società e svolge la funzione specifica di mantenere la coesione

sociale. Essa infatti, indirettamente rafforza l’ordine sociale, ricordando ai membri della società ciò

che è lecito e ciò che non lo è. Secondo questa prospettiva la devianza, non si manifesta solo

quando la società funziona male, ma al contrario può contribuire alla stabilità della vita sociale.

Inoltre la devianza svolge anche la funzione di aprire la società al mutamento sociale.

Secondo questa prospettiva quindi, un certo tasso di devianza è inevitabile in una data società, ciò

che deve essere considerato patologico è il rapido incremento del tasso di devianza nell’ambito di

una determinata collettività. L’aumento del tasso di devianza dovrà essere spiegato ricorrendo ad

uno specifico fatto sociale: la deregolamentazione anomia, che avviene nella società quando i

legami sociali si indeboliscono e la società stessa non è più in grado di regolare i sentimenti e le

attività degli individui (studi sul suicidio ogni società ad ogni momento della sua storia, ha una

caratteristica attitudine al suicidio).

I tre tipi di suicidio:

Anomico: i membri di una società sono maggiormente esposti quando il potere delle norme

• che dovrebbero regolarli si affievoliscono.

Altruistico: eccesso di attaccamento al gruppo a cui si appartiene.

• Egoistico: eccessiva individualizzazione

  17  

L’uomo ha bisogno di un’autorità morale che regoli la sua condotta e agisca da freno: quando una

società non agisce più come potere che regola il comportamento dei suoi membri e non è in grado di

porre dei limiti si cade in una condizione di anomia. La condizione di anomia è quel fatto sociale che

spiega anche l’incremento del tasso di criminalità.

LA SCUOLA DI CHICAGO

Rappresenta il gruppo di sociologi che opera agli inizi del XX secolo all’università di Chicago. Essi

studiano il comportamento umano adottando il paradigma ecologico e analizzando lo sviluppo

geografico e sociale della loro città. Secondo questa prospettiva gli esseri umani sono visti come

“animali sociali” modellati dalla loro interdipendenza con gli altri e dalla loro dipendenza dalle

risorse dell’ambiente in cui vivono. La comunità urbana che studiano è quella della città processo

di sviluppo della città.

La città come ogni sistema non si espande in modo casuale, ma si allarga in modo concentrico

seguendo un modello di sviluppo naturale basato sui processi di invasione e dominio. Al centro vi è

un quartiere commerciale e intorno ad esso una zona di transizione in cui si trovano imprese

commerciali. In questa zona vi sono i bassifondi caratterizzati dai delitti e dalla malavita. È una

zona caratterizzata da un’alta mobilità residenziale. La terza zona è abitata dagli operai

specializzati, quindi benestanti che lavorano nelle industrie. È la parte della città in cui sperano di

trasferirsi coloro che vivono nella zona di transizione. Nella quarta zona risiedono i membri delle

classi più agiate ed è la zona in cui mirano a trasferirsi coloro che vivono nella zona operaia. Al di

là dei confini della città vi è la zona dei lavoratori pendolari. I processi continui di invasione e di

assestamento suddividono la città in aree ben definite ciascuna con una propria identità sociale,

culturale o etnica. A causa di questo setacciamento della popolazione urbana, le persone che vivono

in aree naturali dello stesso tipo, essendo soggette alle stesse condizioni, presentano caratteristiche

simili. Si riteneva che ogni area giocasse una parte attiva nella vita della città considerata come

un’unità organica. I tassi di criminalità sono più elevati nella zona di transizione e diminuiscono

progressivamente allontanandosi dal centro della città. Le variazioni dei tassi di criminalità possono

essere spiegati solo facendo riferimento alle caratteristiche dei diversi contesti territoriali: è il livello

di disorganizzazione sociale della zona in transizione che determina tassi di devianza elevati.

Secondo questa prospettiva, simile a quella di Durkheim, la delinquenza è in un certo senso la misura

del mancato funzionamento delle organizzazioni della comunità.

Park utilizza il concetto di contagio sociale per spiegare il processo attraverso cui i devianti si

concentrano in determinati caratteri comuni di temperamento, sopprimendo quei caratteri che li

avvicinano ai tipi normali che li circondano. Un soggetto che frequenti regolarmente una regione

morale in cui si pratica il gioco d’azzardo potrà sviluppare uno stile di vita che rafforzerà e

giustificherà quello specifico comportamento deviante.

La città in quest’ottica può essere vista come un crogiolo di razze e culture nella quale vivono

persone i cui comportamenti sociali sono regolati da valori e norme che sono espressione di

differenti tradizioni culturali. La teoria del conflitto culturale che viene successivamente elaborata

da Sellin sostiene che le definizioni legali di ciò che è criminale e ciò che non lo è sono relative

poiché mutano nel tempo come risultato dei cambiamenti nelle norme di condotta. Queste regolano il

comportamento degli individui nella loro vita quotidiana. I gruppi sociali che detengono il potere

politico impongono le proprie norme di condotta e i membri delle culture subordinate possono

determinare una situazione conflittuale. Il conflitto si origina quando l’osservanza di alcune norme

della propria cultura induce il soggetto ad adottare un comportamento che viola le norme della

cultura dominante. Secondo questa teoria quindi, il deviante non è un soggetto patologico, ma è un

individuo che si è conformato alle norme di condotta della propria cultura. Sellin distingue inoltre

due tipi di conflitto culturale: primario e secondario. Il primo si verifica quando le norme di una

determinata cultura sono considerate devianti nell’ambito di un’altra cultura; quello secondario

invece si verifica nell’ambito della stessa cultura, quando i membri di una società definiscono

normale e non criminale un comportamento che altri membri della società considerano deviante.

Secondo Thomas i fenomeni sociali e i comportamenti individuali hanno sempre una causa composita

che contiene sia un elemento soggettivo sia uno oggettivo, che influenza dall’esterno l’operato degli

individui. Ogni azione è sempre preceduta da un atto di valutazione in cui l’attore definisce la

  18  

propria situazione. Il comportamento quindi dipende anche dal significato che essi attribuiscono allo

stesso. Una volta che il significato è stato assegnato, il comportamento è modellato dal significato

ascritto. teorema di Thomas: se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali

nelle loro conseguenze. Con la conoscenza dei significati che i soggetti attribuiscono al loro mondo,

la devianza cessa di essere considerata una patologia individuale. A questo concetto si viene così a

contrapporre quello di diversità, la quale può essere intesa come una variante o cambiamento

sostenibile.

Le politiche

Secondo le teorie descritte, sono le condizioni sociali e cultuali in cui vivono gli individui che

producono la devianza. Le politiche ispirate alle prospettive teoriche descritte hanno le finalità di:

Promuovere lo sviluppo di programmi che abbiano lo scopo di riorganizzare le condizioni di

• vita in particolari contesti territoriali per rafforzare i legami sociali e rendere più efficace il

controllo sociale informale. programma di prevenzione di Shaw e Mckay: il Chicago

area project. Aveva lo scopo di riorganizzare il quartieri realizzando attività creative per i

ragazzi e i residenti. Si ispirarono alle teorie ecologiche della scuola di Chicago, con lo

scopo di rendere più efficace il controllo sociale informale intervenendo sulle condizioni che

consentono di rafforzare i legami sociali tra i membri della stessa comunità, sulle capacità di

empowerment, sull’ambiente fisico, riorganizzando gli spazi di vita dei membri della

comunità.

Promuovere lo sviluppo di programmi che rimuovano o riducano il conflitto culturale,

• 

favorendo l’integrazione degli immigrati nella società in cui vivono. processo di

integrazione orientato da tre logiche:

1. La logica dell’immigrazione temporanea: l’integrazione dell’immigrato deve essere

limitata.

2. La logica dell’assimilazione: promuove l’omologazione culturale dei nuovi arrivati.

3. La logica pluralista: promuove le pratiche politiche multiculturali che implicano che i membri

di una stessa società accettino le differenze culturali e modifichino di conseguenza i propri

comportamenti.

Applicazione delle teorie a tre casi.

CAPITOLO III

IL PARADIGMA SOCIALE: LA TEORIA DELLA TENSIONE E LE TEORIE DELLE SUBCULTURE

Nell’ambito del paradigma sociale le teorie struttural-funzionaliste studiano la società come una

totalità di strutture sociali e culturali tra loro interdipendenti, ciascuna delle quali fornisce un

particolare contributo a favore del mantenimento di uno o più condizioni essenziali per l’esistenza e

la riproduzione del sistema sociale osservato. Il funzionalismo postula l’esistenza di uno stato di

equilibrio del sistema sociale, paragonabile alla condizione sana di un organismo. I membri

attraverso la socializzazione primaria e secondaria apprendono le norme condivise in modo

conforme alle aspettative di ruolo.

MERTON: riformula la teoria dell’anomia di Durkheim. Secondo Merton l’anomia non è condizione

che mini la capacità di una società di regolare il comportamento degli individui, ma è una

condizione della società in cui vi è un contrasto tra l’enfasi che si attribuisce alle mete indotte dal

sistema sociale e la scarsa importanza che si riserva ai mezzi legittimi che devono essere utilizzati

per raggiungerle. La devianza quindi in questo caso scaturisce dall’esistenza di norme forti, che

entrano in contrasto con la struttura sociale. (Merton non spiega i casi di devianza collettiva: bande

di delinquenti giovani).

Se ne occupano altri autori: Cohen, Cloward e Ohlin che considerano il comportamento

deviante come un adattamento collettivo piuttosto che individuale, appreso e consolidato.

  19  

MERTON: la teoria della tensione

Secondo Merton il comportamento deviante deve essere considerato un prodotto della struttura

sociale così come lo è il comportamento conformista. Secondo la prospettiva funzionalista gli attori

sociali agiscono facendo riferimento a modelli desiderabili contenuti nella società, e questi sono

infatti definiti culturalmente sia nelle mete sia nei modi accettabili attraverso cui queste mete

possono essere raggiunte. norme istituzionalizzate. Non tutti i soggetti per la posizione che

ricoprono dispongono dei mezzi che la struttura culturale propone per raggiungere quelle mete

proposte. Determinati gruppi sociali sono quindi costretti a sperimentare lo scarto tra le mete e le

limitate risorse di cui possono disporre per i propri fini. Quando in una società si da poca

importanza ai procedimenti istituzionali per raggiungere le mete si forma quella che Durkheim

definiva anomia. Per Merton, l’anomia è una condizione della società in cui è presente la

dissociazione tra le mete e le norme prescritte culturalmente e le capacità strutturate socialmente dai

membri di un gruppo di agire in modo conforme ad esse. Merton si chiede quindi come reagiscono

gli individui che vivono in un contesto culturale nel quale vi sia una tensione tra le mete da

raggiungere e le procedure istituzionalizzate per realizzarle. L’autore giunge così a descrivere

cinque tipi di adattamento individuale:

1. La conformità: è l’adattamento più comune e largamente diffuso. È il modo di adattamento

non deviante.

2. L’innovazione: si verifica quando gli individui ricorrono a mezzi proibiti ma che sono spesso

efficaci per il raggiungimento di un successo. L’individuo in questo caso ha assimilato la meta

ma non le norme istituzionalizzate per il suo raggiungimento. È solitamente il metodo

impiegato dalle classi sociali inferiori. In questa situazione sociale il perseguimento

economico può essere ottenuto soltanto ricorrendo ai mezzi non istituzionalizzati, spesso

proibiti ma certamente più efficaci di quelli che potrebbero essere utilizzati in modo

legittimo. (ladro).

3. Il ritualismo: in una situazione di anomia gli individui che hanno interiorizzato

adeguatamente sia i valori finali che quelli istituzionali siano indotti a reagire diversamente

dagli innovatori, ossia abbandonando la meta ma mantenendo la conformità al costume. Il

ritualista è un individuo che ha abbassato le proprie pretese, e rinuncia a perseguire la meta

di successo. È la strategia adottata dall’impiegato che rispetta scrupolosamente le

procedure. È un adattamento prevalente nelle classi sociali medie e inferiori.

4. La rinuncia: è il modello di adattamento meno comune e ha maggiori probabilità di

verificarsi quando un individuo ha interiorizzato adeguatamente sia le norme che le mete,

ma la sua posizione sociale non gli consente l’accesso ai mezzi legittimi per raggiungere il

successo economico. Egli potrebbe usare mezzi illegittimi ma l’interiorizzazione delle norme

gli proibisce di avvalersi di vie illegali. Questa situazione conflittuale viene risolta sia con la

rinuncia a perseguire la meta sia con l’abbandono di ogni procedura istituzionale. L’individuo

diventa un disadattato, è nella società ma non lo è davvero. (drogati, ubriaconi, vagabondi)

5. La ribellione: è un tipo di adattamento collettivo. I ribelli sono coloro che rifiutano le mete e i

mezzi e si adoperano per trasformare la struttura sociale. Facendo ciò essi sostituiscono le

mete e le norme istituzionali. È il modo di adattamento dei rivoluzionari.

COHEN: la teoria della subcultura

Cohen evidenzia come molti comportamenti criminali siano commessi da gruppi di adolescenti

piuttosto che da singoli individui, e come tali gruppi spesso condividano una subcultura, cioè un

insieme di norme e di valori che orienta le loro azioni e che si differenzia dalle norme e dai valori

dominanti. se si osservano i comportamenti dei giovani appartenenti alle bande, si può notare come

essi siano orientati dalla gratuità, dalla malignità e dalla distruttività. I loro comportamenti criminali

non sono motivati da considerazioni razionali, e sono inoltre caratterizzati da un tipo inequivocabile

di malignità che si manifesta nella ricerca della provocazione e nella soddisfazione di battere il

prossimo. Il punto di partenza di Cohen è di tipo psicogenetico: quando gli esseri umani si trovano di

fronte a un problema, mettono in atto strategie per affrontarlo. La subcultura delinquente

rappresenta una soluzione collettiva ai problemi di adattamento determinati dalla distribuzione

ineguale delle opportunità. L’autore individua l’origine di tali problemi di adattamento

  20  

nell’incapacità di raggiungere una posizione sociale di riguardo. Gli individui a cui mancano le

risorse, per ottenere considerazione devono affrontare un tipico problema di adattamento. Coloro

che condividono tale problema lo possono affrontare reagendo collettivamente, fissando nuove

norme e nuovi criteri di considerazione sociale. Tali nuovi criteri rappresenterebbero nuovi valori

sottoculturali in antitesi con quelli della cultura dominante.

Cohen identifica principalmente in America giovani maschi della classe operaia. Distanziandosi

da Merton, egli afferma che la fonte principale di tensione non sia dovuta alla difficoltà che tali

soggetti incontrano nel raggiungimento del successo economico ma nel raggiungimento di uno status

da cui derivi una considerazione sociale. I giovani della classe operaia non raggiungono una

condizione sociale di riguardo poiché i criteri di valutazione utilizzati nella società americana, sono

quelli della classe media che hanno notevoli differenze. Secondo Cohen i ragazzi della classe

operaia possono per affrontare il problema, scegliere tre soluzioni:

Impegnarsi nello studio per ottenere le credenziali che portano al successo: ragazzo di

• college.

Soluzione del ragazzo di strada

• Soluzione del delinquente.

Uno degli ambiti in cui i giovani competono inoltre è proprio il contesto scolastico. Una buona

reputazione scolastica si ottiene conformandosi ai valori tipici della classe media. Secondo Cohen

quindi i ragazzi della classe operaia non sono in grado di competere alla pari con i ragazzi della

classe media per l’acquisizione di uno status superiore. Per questa ragione essi sperimentano un

disagio psicologico caratterizzato da tensioni, frustrazioni, sentimenti di colpa, angoscia. Tale

condizione spinge alcuni ragazzi ad elaborare proprie norme di condotta che rappresentano

un’efficace soluzione collettiva ai problemi di adattamento sottocultura: rifiuto esplicito dei valori

della classe media e la loro antitesi reale. meccanismo psicodinamico della formazione reattiva.

Cohen inoltre specifica che la probabilità che un ragazzo con un problema di adattamento diventi

un criminale dipenderà dal tipo di legame che intreccerà con i membri della subcultura delinquente.

CLOWARD E OHLIN: struttura illegittima delle opportunità e bande delinquenti

Concordano con Cohen che la devianza rappresenta una soluzione a problemi di adattamento

determinati dalle tensioni profonde che vivono i giovani appartenenti alla classe inferiore. I due

autori però sostengono che i giovani che risiedono nei quartieri urbani abitati dalla classe inferiore

per realizzare le loro aspirazioni, hanno a disposizione anche una struttura illegittima delle

opportunità. introduzione di una nuova variabile: l’accesso differenziato alle opportunità

illegittime. La natura della risposta deviante che si sviluppa come ricerca collettiva di soluzioni ai

problemi di adattamento, è influenzata dall’ambiente in cui vive l’attore. Determinati ambienti

infatti, costituiscono fertili ambienti di apprendimento criminale per i giovani. Cloward e Ohlin al

contrario di Cohen elaborano tre dimensioni di adattamento collettivo, ognuna della quali è

promossa da una specifica forma di organizzazione sociale degli slums:

1. La subcultura criminale: consiste in un tipo di banda i cui membri utilizzano mezzi illegali

per procurarsi denaro.

2. La subcultura conflittuale: caratterizzata da un tipo di banda i cui membri ricorrono alla

violenza per acquisire uno status.

3. La subcultura astensionista: consiste in un tipo di banda in cui si consumano droghe.

Nella società americana i canali che i giovani hanno a disposizione per ottenere successo economico

sono la scuola, lo sport e lo spettacolo. Tali strade sono però limitate. In conseguenza allo stato di

frustrazione provato i giovani possono esplorare la possibilità di perseguire il successo attraverso il

ricorso ad alternative non conformi.

Poiché l’ambiente sociale influenza la natura della risposta deviante, il contenuto delle subculture in

varia con il variare di certe caratteristiche dell’ambiente in cui queste culture emergono. i due autori

hanno individuato tre tipi di subcultura delinquente che sono espressione di specifiche forme di

organizzazione sociale del quartiere. Essi utilizzano due variabili per classificare le forme di

organizzazione sociale degli slums che tendono a promuovere subculture delinquenti distinte:

Il grado di integrazione tra trasgressori di differenti livelli di età.

• Il grado di integrazione fra criminali e non-criminali.

  21  

La subcultura criminale tende a nascere negli slums integrati in cui vi sono stretti legami tra criminali

di differenti livelli di età e fra soggetti criminali e soggetti non criminali. Il comportamento criminale

è utilizzato per raggiungere il successo. Il comportamento criminale viene appreso interagendo con i

membri adulti delle organizzazioni criminali. In questi slums integrati esiste un’organizzazione

criminale stratificata in base all’età e gli adulti esercitano un efficace controllo sociale sulla condotta

dei giovani criminali.

La subcultura conflittuale si sviluppa negli slums caratterizzati da un’organizzazione sociale

precaria e instabile. Questi producono sui giovani di queste zone forti pressioni verso il

comportamento violento poiché gli adolescenti che sono orientati verso il conseguimento di una

posizione più elevata, ma che sono tagliati fuori dai canali istituzionalizzati tanto criminali quanto

legittimi, devono fare assegnamento sulle loro sole risorse per trovare una soluzione al problema di

adattamento.

La subcultura astensionista è caratterizzata dal consumo di droghe, cioè dalla continua ricerca del

piacere proibito. Sia le bande criminali che quelle conflittuali scoraggiano l’uso di sostanze

psicoattive. Questo adattamento è spesso considerato una soluzione individuale alle tensioni

strutturali attraverso cui le persone interrompono le loro relazioni con gli altri membri della società e

rinunciano a perseguire gli scopi convenzionali. I membri della subcultura astensionista vivono una

condizione di doppio fallimento in quanto hanno fallito nel tentativo sia di perseguire il successo sia

con i mezzi legittimi, sia con quelli illegittimi.

Le politiche

Le politiche di controllo in questo caso avranno l’obiettivo di ridurre o rimuovere tale associazione in

due modi:

Dal punto di vista strutturale, intervenendo sulla ineguale distribuzione delle opportunità per

• 

rendere più accessibili i mezzi legittimi a tutti i gruppi sociali. politiche strutturali

Dal punto di vista culturale, evitando di promuovere aspirazioni che enfatizzino il

• 

perseguimento del successo persone a qualsiasi costo. politiche culturali

Applicazione dei tre casi di studio.

CAPITOLO IV

APPRENDIMENTO DEL COMPORTAMENTO DEVIANTE

Secondo questa prospettiva teorica il comportamento deviante è appreso attraverso gli stessi

processi con cui gli esseri umani apprendono i comportamenti conformi: interagendo con altre

persone in un processo di comunicazione; gli individui acquisiscono le tecniche per mettere in atto il

comportamento deviante, le motivazioni, nonché le razionalizzazioni per giustificare tale

comportamento. I contenuti di ciò che si apprende invece dipendono dai modelli di comportamento

che sono trasmessi all’interno delle relazioni sociali che le persone intrattengono nei contesti in cui

vivono.

SUTHERLAND la teoria dell’associazione differenziale

Sutherland elabora una teoria sociologica del comportamento criminale rifiutando ogni tipo di

spiegazione della criminalità centrato sull’inferiorità psicologica e biologica del criminale.

Precisamente la sua teoria è basata su tre concetti: il conflitto normativo, l’organizzazione sociale

differenziale, l’associazione differenziale, grazie ai quali l’autore si propone di spiegare il crimine

rispettivamente a livello dell’intera società, dei gruppi, dell’individuo.

Il conflitto normativo

Rifacendosi alla teoria del conflitto culturale, l’autore ritiene che il crimine sia un fenomeno connotato

politicamente, in cui il gruppo che detiene il potere può stabilire ciò che è considerato criminale.

Secondo il principio del conflitto normativo i tassi di reato sono più alti nelle società e nei gruppi che

sono caratterizzati dalla presenza di estese subculture delinquenti, cioè di regole di condotta che

infrangono le norme imposte dal gruppo che detiene il potere politico. Secondo Sutherland i

criminali non si distinguono dai non criminali per le doti intellettive e per le caratteristiche di

  22  

personalità, poiché appunto apprendono il comportamento criminale nello stesso modo con cui

apprendono quello conforme. Il tentativo diventa quindi quello di individuare le condizioni che sono

sempre presenti quando il reato avviene e che sono sempre assenti quando il reato non si consuma.

Analizzando i dati statistici ufficiali spesso si trovano correlazioni statisticamente significative tra la

criminalità e determinati fattori (povertà, alcolismo dei genitori, malattia mentale, ecc). tale

associazione di variabili non è però un rapporto casuale. Il comportamento criminale può essere

spiegato individuando: 

I processi che agiscono nel momento in cui il reato di verifica spiegazione situazionale e

• dinamica. 

I processi che agiscono nella storia antecedente dell’autore del reato spiegazione storica

• evolutiva.

Entrambi i tipi di spiegazione sono secondo l’autore auspicabili; ma la spiegazione situazionale non

può non tenere conto della storia dell’autore del reato poiché le sue esperienze di vita avranno

avuto un ruolo fondamentale nel determinare il modo in cui egli ha definito la situazione. Secondo

Sutherland gli atti criminali vengono compiuti quando, nella definizione degli individui che li

commettono, si presentano situazioni che sono considerate appropriate per la condotta criminale.

Teoria dell’associazione differenziale spiega il processo attraverso cui il singolo giunge a

intraprendere un comportamento criminale:

1. Il comportamento criminale è appreso

2. Attraverso l’interazione con altre persone in un processo di comunicazione.

3. La parte fondamentale dell’apprendimento si realizza all’interno di gruppi di persone in

stretto rapporto tra loro.

4. L’apprendimento include: le tecniche di commissione del reato, lo specifico indirizzo dei

moventi, delle iniziative, delle razionalizzazioni e degli atteggiamenti.

5. L’indirizzo specifico dei moventi e delle iniziative viene appreso attraverso definizioni

favorevoli o sfavorevoli ai codici della legge.

6. Una persona diviene delinquente perché le definizioni favorevoli alla violazione superano le

definizioni sfavorevoli alla violazione della legge principio di associazione

differenziale.

7. Le associazioni differenziali possono variare di frequenza, durata, priorità e intensità.

8. Il processo di apprendimento avviene attraverso l’associazione con modelli di

comportamento criminale e non criminale che coinvolge tutti i meccanismi propri di ogni

apprendimento.

9. benché il comportamento criminale sia espressione di bisogni e valori generali, questi bisogni

e valori non possono spiegarlo dato che il comportamento non criminale è espressione dei

medesimi bisogni e valori.

Vi sono due fenomeni fondamentali che caratterizzano la teoria: il processo attraverso cui avviene

l’apprendimento del comportamento e il contenuto di ciò che si apprende.

La teoria dell’associazione differenziale permette di spiegare un tipo di criminalità fino ad allora

poco studiata: la cosiddetta criminalità dei colletti bianchi. La teoria di Sutherland mette in

discussione l’approccio tradizionale alla criminalità, dimostrando da un lato che non esistono gruppi

sociali i quali possano essere ritenuti immuni dal fenomeno criminale, dall’altro che le spiegazioni del

comportamento criminale fondate sulle patologie e sulla povertà, non essendo in grado di spiegare

questo tipo di reato, non individuano i fattori essenziali del crimine. Con l’espressione criminalità dei

colletti bianchi ci si riferisce a tutti i reati commessi da persone rispettabili e di elevata condizione

sociale nel corso della propria occupazione. Questi reati sono caratterizzati da comportamenti

premeditati, relativamente unitari e coerenti. Il criminale dal colletto bianco è il tipico uomo

pecuniario, privo di scrupoli per raggiungere i propri scopi, incurante dei sentimenti e desideri altrui

e delle conseguenze ultime delle proprie azioni. Le uniche distinzioni tra questo tipo di criminale il

ladro professionista riguardano il concetto che il reo ha di sé e l’opinione che la collettività ha di lui.

Il ladro si considera un criminale e non diverso è il giudizio della collettività nei suoi confronti, l’uomo

d’affari viceversa si considera un cittadino rispettabile e nel complesso questa è anche l’opinione

della collettività. Questi ultimi sono in grado di contrastare il processo di criminalizzazione

impedendo che i loro comportamenti criminali siano considerati una minaccia per la collettività.

  23  

Sutherland spiega anche questo tipo di criminalità con la teoria dell’associazione differenziale.

Secondo quest’ultima infatti il criminale dal colletto bianco apprende il proprio comportamento

interagendo con soggetti che definiscono tale comportamento favorevolmente ed è isolato dalle

definizioni negative di esso.

MATZA e SYKES la teoria della neutralizzazione

Studiando la delinquenza giovanile, gli autori contestano quelle teorie che raffigurano il ragazzo

delinquente come un soggetto il cui comportamento è regolato da un sistema di norme e di valori

opposto a quello che osservano gli adolescenti che rispettano la legge (teorie delle subculture). Non

si può trascurare il fatto che il mondo sociale e culturale del ragazzo delinquente è collocato nel più

ampio mondo di coloro che osservano le norme. Tutto ciò dimostra la presenza di una subcultura

della delinquenza ma non quella di una subcultura delinquente. Secondo Matza quindi la chiave per

l’analisi della subcultura della delinquenza può essere trovata nella sua considerevole integrazione

nella società più ampia e non nella sua debole differenziazione. I meccanismi di tale integrazione

sono due:

La neutralizzazione delle norme che si intendono violare mantenendo contemporaneamente

• l’adesione al sistema normativo e valoriale della società.

La convergenza sotterranea tra valori della subcultura della delinquenza e quelli della

• cultura dominante.

Secondo gli autori quindi molta delinquenza è basata su forme di giustificazione della devianza. Il

ricorso a tali giustificazioni precede il comportamento deviante e lo consente poiché rende operativi

i controlli sociali che dovrebbero inibire tale tipo di comportamento.

Tecniche di neutralizzazione:

Negazione della responsabilità: l’individuo non si ritiene responsabile delle proprie azioni

• perché queste sono prodotte da forze che lui non può controllare. (es. uso di droghe).

Negazione del danno: l’individuo è convinto che le proprie azioni non arrechino danno a

• nessuno. (es. stalking).

Negazione della vittima: l’individuo ritiene che non ci sia nessuna vittima perché questa

• meritava di subire il danno. (es. perché la vittima era omosessuale).

Condanna di chi condanna: il deviante sposta l’attenzione dal suo atto alle motivazioni di

• coloro che lo condannano. Egli scredita coloro che reagiscono alla sua condotta deviante.

Richiamo a lealtà più alte: il soggetto ritiene di essersi conformato alle richieste del suo

• gruppo (es. codice di fedeltà mafioso).

Gli autori sostengono che la cultura dominante sia caratterizzata dai valori sotterranei in cui si

riconoscono i giovani che appartengono alle subculture devianti. Secondo la loro prospettiva la

subcultura della delinquenza rappresenta una sotterranea tradizione della vita sociale

convenzionale. Per infrangere le norme, gli adolescenti non devono necessariamente entrare in una

banda poiché possono acquisire i valori sotterranei nella normale socializzazione. Secondo Matza

però il comportamento deviante si realizza attraverso un atto di volontà dell’attore, che nella scelta

tra infrangere la norma o non infrangerla opera individualmente. Nessuno è costretto a diventare un

deviante. Secondo l’autore la volontà può essere attivata da due condizioni: la preparazione, che

fornisce l’impulso per la ripetizione delel vecchie infrazioni e la disperazione, che offre la spinta per

commettere nuovi reati mai messi in atto precedentemente. Nel secondo caso lo stato d’animo

fatalista neutralizza il legame morale, e rende il deviante irresponsabile e promuove un senso di

separazione che a sua volta fornisce la spinta a commettere una nuova trasgressione.

Le politiche

Politiche di prevenzione attraverso la teoria dell’associazione differenziale e la teoria della

neutralizzazione. Nel caso della teoria dell’associazione differenziale il comportamento deviante di

dovrebbe prevenire evitando che le persone entrino in contatto con soggetti in grado di convertire

gli individui alla condotta trasgressiva attraverso la trasmissione di modelli normativi non conformi.

L’intervento non deve essere di tipo clinico ma orientato a modificare le relazioni di gruppo e del

potenziale deviante in modo diretto.

  24  

Per quanto riguarda la teoria della neutralizzazione le tecniche di prevenzione devono intervenire

soprattutto sui meccanismi di razionalizzazione, rendendoli inefficaci. Gli interventi di prevenzione

cercano di promuovere processi di comunicazione attraverso i quali si veicolino messaggi che

rendano inefficaci le tecniche di neutralizzazione.

Se il deviante ha già appreso al condotta trasgressiva le politiche di prevenzione devono essere in

grado di convertirla. rieducazione del deviante: si può ottenere attraverso due processi generali:

l’alienazione dell’autore del reato dai gruppi che sostengono i valori che conducono alla criminalità

e concorrentemente, l’assimilazione dell’autore di reato ai gruppi che sostengono valori che

conducono ad un comportamento rispettoso della legge:

1. Le persone vengono avvicinate direttamente nel loro contesto sociale.

2. Le persone vengono inserite in particolari organizzazioni.

Applicazione dei tre casi di studio.

CAPITOLO V

LA TEORIA DELL’ETICHETTAMENTO SOCIALE E LA TEORIA DELLA REAZIONE SOCIALE

Si argomenta che la reazione sociale dello stato contribuisca a proteggere la società perché da u

lato riduce i comportamenti criminali, e dall’altro rafforza la coesione sociale perché favorisce il

sorgere di sentimenti collettivi contro la trasgressione della norma, consolidando indirettamente il

consenso normativo circa il bene comune. Il controllo sociale sarebbe quindi indispensabile per

prevenire, contrastare e ridurre i comportamenti devianti nell’ambito di ogni società.

I teorici della reazione sociale e dell’etichettamento ribaltano questo ragionamento e spostano

l’attenzione sul ruolo del controllo sociale come causa della devianza e del crimine. Gli autori di

questi orientamenti spostano l’analisi dai comportamenti e dalle caratteristiche di quelli che

infrangono le norme ai processi attraverso i quali certi individui finiscono coll’essere definiti devianti

da altri. 

BECKER i gruppi sociali creano la devianza istituendo norme la cui infrazione costituisce la

devianza stessa, applicando quelle norme a determinate persone e attribuendo loro l’etichetta di

outsiders. Adottando questa prospettiva teorica, il focus dell’analisi si concentra su tre importanti

aree: La formazione delle norme

• L’applicazione delle norme

• Le conseguenze dell’etichettamento

La formazione delle norme

Se ci soffermiamo sulla formazione conflittuale delle norme, il diritto non è uno strumento che serve a

garantire l’integrazione sociale, ma è n mezzo che i gruppi dominanti utilizzano per mantenere i

propri privilegi e il controllo sui gruppi antagonisti. Ovunque vengano create a applicate delle

norme è molto probabile che sia riscontrabile la presenza di un individuo o di un gruppo attivo, il

quale per realizzare la propria impresa deve assicurarsi il sostegno degli altri gruppi e utilizzare i

mezzi di comunicazione per sviluppare un clima favorevole. Becker prende in esame la vicenda del

marijuana tax act approvato dal congresso degli stati uniti descrive il processo attraverso cui un

comportamento sociale tollerato divenne un crimine e descrive il ruolo di alcuni dirigenti in questa

vicenda. I consumatori di marijuana non trovarono spazio nel dibattito pubblico ne in quello

parlamentare per affermare le proprie ragioni contrarie alla promulgazione della legge.

L’applicazione delle norme

Le norme che sono state create devono essere applicate e la loro applicazione richiederà

l’individuazione delle organizzazione che avranno il compito di rilevare i comportamenti devianti, di

etichettare gli individui che si comportano in tal modo come devianti di un particolare tipo e di

riservare loro il trattamento considerato appropriato. La reazione sociale è selettiva poiché non è

orientata da criteri oggettivi ma è espressione delle scelte e degli interessi di coloro che hanno il

potere di etichettamento, infatti, tutti coloro che violano le norme sono etichettati come devianti, così

come occasionalmente possono essere etichettate come devianti persone che non hanno violato le

  25  

norme. Le differenze nell’abilità di creare le norme che si possono riscontrare tra i diversi gruppi

sociali, sono essenzialmente differenze di potere. Numerosi studi evidenziano infatti, come la

probabilità di essere stigmatizzati e di subire la reazione sociale è maggiore per gli individui che

appartengono a quei gruppi sociali che sono dotati di minore potere nella società, per i membri di

gruppi che risiedono in ambiti territoriali ritenuti criminogeni, per gli individui dal cui aspetto e

comportamento si può inferire che sono portatori di valori diversi da quelli dominanti.

esperimento di Chambliss: meccanismi selettivi che orientano la reazione sociale.

Le conseguenze dell’etichettamento sugli individui

Cosa succede a coloro che sono stati etichettati?

LEMERT descrive il processo attraverso cui la persona etichettata riorganizza la propria identità e

la propria vita intorno ai fatti della devianza, distinguendo tra devianza primaria e secondaria. La

devianza primaria viene normalizzata poiché il soggetto razionalizza il proprio comportamento

come una deviazione temporanea, come una parte di un ruolo socialmente accettato. Viceversa

quando il comportamento deviante comincia a diventare un mezzo di difesa, attacco o adattamento

nei confronti dei problemi della reazione sociale allora si va in contro alla devianza secondaria.

Questa è quindi l’esito di un processo di interazione tra il deviante e coloro che lo stigmatizzano.

Concetto di carriera deviante è il percorso seguito da una persona in una determinata posizione

con il trascorrere del tempo. BECKER presenta un modello di carriera deviante articolato in quattro

fasi:

1. Prima fase: il primo passo di una carriera deviante è la commissione di un atto non

conforme. Le persone possono infrangere le norme sociali in modo inconsapevole, poiché ne

ignorano l’esistenza, o in modo consapevole (vocaboli motivazionali).

2. Seconda fase: sviluppo di motivazioni, interessi, definizioni favorevoli alla trasgressione di

determinate norme sociali. Le motivazioni non sempre preesistono al comportamento

deviante, ma possono essere acquisite nel tempo. 

3. Terza fase: etichettamento pubblico del soggetto come deviante passaggio da devianza

primaria a secondaria. questo etichettamento produce un cambiamento nell’identità pubblica

del soggetto: egli passa da persona screditabile a screditata (Goffman). Attraverso questo

processo che diventa una vera e propria profezia che si autoadempie, il deviante assume

progressivamente lo status e l’identità veicolata dall’etichettamento. La persona diventa ciò

che è stato definito. anche i trattamenti possono contribuire a sviluppare la devianza:

trattamenti negli ospedali psichiatrici, nelle carceri che consolidano lo status deviante

attribuendo ai soggetti delle etichette come persone istituzionalizzate, limitandone in questo

modo le opportunità di vita esperimento di Rosenhan sui dipartimenti psichiatrici e

istituzioni totali di Goffman). Definire una persona patologica ha effetti sulla carriera del

deviante (es. trattamenti con i tossicodipendenti).

4. Quarta fase: l’ultimo passo consiste nell’entrare a far parte di un gruppo deviante

organizzato. il soggetto stigmatizzato subisce varie forme di discriminazione che possono

condizionarne le opportunità di vita, allentare il legame sociale con i membri dei gruppi

convenzionali e favorire il legame con le persone contrassegnate dallo stesso stigma.

Studio sull’anoressia e sulla bulimia di Mclorg e Taub

Studio del percorso di affermazione della carriera di anoressica e bulimica. Secondo gli autori il

disordine alimentare era in una prima fase considerato dalle donne come un problema solamente

transitorio. Non appena però i sintomi del disordine divennero visibili ad esse furono etichettate dai

familiari e dagli amici come anoressiche e bulimiche compromettendo la propria identità personale.

Una volta che esse accettarono la nuova identità i loro ruoli cambiarono sostanzialmente e gli sforzi

diretti nei loro confronti per curare la malattia favorirono la perseveranza nella devianza e

l’associazione con altre bulimiche o anoressiche.

  26  

Esperimento di Schawartz e Skolnick per verificare le possibilità di occupazione di un lavoratore che

era stato coinvolto in attività criminali.

Quattro domande di lavoro diverse:

1. La persona era stata condannata per aggressione.

2. La persona era stata processata e assolta per lo stesso tipo di reato.

3. La persona era stata processata e assolto per aggressione con allegato di innocenza del

giudice.

4. Nessun precedente penale.

Riduzione consistente nella possibilità di trovare lavoro per coloro che in qualche modo sono stati

coinvolti in attività di tipo criminale.

 

Braithwaite stigmatizzazione positiva la vergogna reintegrativa: essa si basa su pratiche

sociali che esprimendo sentimenti di disapprovazione sociale per il comportamento deviante ma non

per il soggetto deviante, reintegrano il reo nella comunità, attraverso cerimonie riparative di de-

etichettamento, in l’etichetta stigmatizzante viene sostituita da una socialmente accettabile.

Le politiche

I teorici dell’etichettamento focalizzando l’attenzione sui processi di costruzione sociale della

devianza, svilupparono una forte critica non soltanto dell’intervento repressivo dello stato ma anche

di quello assistenziale, cioè di quello che è stato definito modello penale assistenziale: anche i

progetti di prevenzione possono generare processi di etichettamento e di stigmatizzazione. La teoria

dell’etichettamento ha ispirato tre tipi di politiche che sono state implementate per ridurre l’impatto

della reazione sociale sulla vita dei soggetti etichettati come devianti:

La depenalizzazione: i teorici della reazione sociale sostengono che si dovrebbero

• depenalizzare alcuni reati, soprattutto quelli senza vittima (tossicodipendenti, giocatori

d’azzardo, prostitute) in modo date la ridurre, limitando il grado di estensione del controllo

sociale, l’etichettamento delle persone.

La diversion: secondo i teorici della reazione sociale le persone dovrebbero essere

• allontanate dal sistema penale, facendo in modo che non vivano l’esperienza stigmatizzante

del procedimento penale, o qualora siano state giudicate e condannate evitando che vivano

l’esperienza negativa della detenzione (soprattutto per i reati commessi da minori il

processo viene sospeso e il minore viene messo alla prova per dimostrare una maturazione

personale). Per quanto riguarda gli adulti, i soggetti verrebbero allontanati dalla sanzione

penale per essere collocati in programmi di reinserimento sociale, di trattamento riabilitativo

(es. detenuti tossicodipendenti).

La de istituzionalizzazione: ottica centrata sullo studio delle istituzioni totali (Goffman). Le

• 

carceri non redimono, i manicomi non guariscono e gli orfanotrofi non educano

favoriscono processi di acquisizione di identità devianti. (Rif. Esperimento Rosenhan). Le

politiche di de-istituzionalizzazione avrebbero gli scopi di lasciare che le persone vivano nel

proprio ambiente sociale e familiare, e l’istituzione di luoghi aperti al trattamento, in cui è

favorito lo scambio sociale con il mondo esterno.

Applicazione degli studi ai casi.

LIBRO A SCELTA – IL CONSUMO DI DROGHE

CAPITOLO I

Droghe sostanze naturali o artificiali che producono effetti sul sistema nervoso centrale. MA

definizione più generale: è una droga la sostanza definita dalla società in un dato periodo di

tempo (analisi storica delle droghe).

KNIPE “droga è ogni sostanza che la gente ritenga capace di alterare, quando è assunta, le normali

funzioni del corpo.”

Le droghe sono sostanze psicoattive che vengono utilizzate per ottenere determinati effetti, che

dipendono dalle caratteristiche biochimiche delle stesse. Per comprendere che cosa spinga gli

individui a usare le sostanze devono essere considerate tre determinanti:

  27  

Il set: quando una persona decide di sperimentare l’uso di una droga la sua esperienza

• psicoattiva sarà influenzata da una serie di fattori soggettivi quali lo stato emotivo in cui si

trova al momento dell’assunzione, le conoscenze di cui dispone sulla sostanza e le sue

aspettative rispetto agli effetti che potrà sperimentare, il significato attribuito al consumo.

Diversi esperimenti hanno dimostrato come l’azione farmacologica di una droga sia sempre

influenzata dalle aspettative del consumatore in merito a ciò che proverà. Per diventare un

consumatore regolare si deve quindi imparare a interpretare gli effetti della sostanza. Tale

apprendimento avviene ovviamente nell’interazione con consumatori più esperti.

Il setting: il consumo di una droga è influenzato anche dal contesto sociale e culturale in cui è

• inserito l’individuo. Con il termine setting, si fa riferimento a più dimensioni: all’ambiente

fisico, al contesto sociale e culturale. Oltre che dal tipo di situazione in cui avviene

l’assunzione, l’esperienza di consumo è inoltre condizionata dal modello normativo che

orienta l’azione del singolo. Il consumo è infatti regolato da voleri e da norme a cui i

consumatori si devono conformare per non incorrere in sanzioni. Per quanto riguarda le

droghe legali (alcol) in Italia, il processo di socializzazione con la sostanza avviene

solitamente in famiglia; mentre per quanto riguarda le droghe illegali l’apprendimento

avviene all’interno di gruppi sociali di consumatori.

Le caratteristiche biochimiche della droga: diverse classificazione delle droghe in base

• all’effetto che producono (criterio farmacologico):

1. Droghe che deprimono il sistema nervoso centrale: alcol, barbiturici, la benzodiazepine e i

solventi. In piccole dosi rendono le persone più rilassate. In dosi elevate inducono sonnolenza,

perdita di coscienza. Assunte in modo regolare creano dipendenza.

2. Droghe che riducono il dolore: i narcotici naturali (sono tutte le sostanze che derivano

direttamente dal papavero: oppio, morfina e codeina) l’eroina è un narcotico

semisintetico, mentre il metadone è un narcotico di sintesi. Narcotico = torpore. Queste

droghe riducono il dolore, producono uno stato di euforia e una sensazione di benessere.

Assunte in modo regolare creano dipendenza, tolleranza e astinenza.

3. Droghe che stimolano il sistema nervoso centrale: le amfetamine, le metamfetamine

(ecstasy), la cocaina, la nicotina e la caffeina. Rendono i consumatori più vigili, più energici,

meno sensibili alla fatica, in grado di svolgere attività fisiche per lungo tempo. Riducono il

senso di fame. Creano dipendenza.

4. Droghe che alterano la funzione percettiva: gli allucinogeni sintetici e naturali. La marijuana

e i funghi allucinogeni sono allucinogeni naturali. Tra quelli sintetici che provocano distorsione

sensoriale LSD e gli acidi. Queste droghe producono sensazioni di benessere e di euforia,

aumento della loquacità, aumento dell’appetito, sonnolenza, distorsione del tempo, perdita

di memoria a breve termine, diminuzione della concentrazione.

Quello farmacologico non è l’unico criterio per classificare le droghe; lo statuto illegale o legale

delle sostanze è uno dei modi in cui le droghe vengono classificate. Studio di Becker sul

marijuana tax act del 1937 negli stati uniti.

Storia delle droghe

Il consumo di sostanze naturali psicoattive è praticato fin dall’epoca preistorica. Procedendo con

un’analisi di tipo storico si nota come le sostanze vegetali, che oggi vengono considerate un

problema sociale, essendo parte delle tradizioni culturali di molti popoli, siano state per usate anche

per scopi socialmente accettati. Escludendo le droghe sintetiche più recenti si può parlare dell’alcol,

la canapa, la coca, il tabacco, l’oppio, il caffè e il te.

L’alcol

Il consumo di alcol prodotto dalla fermentazione dei cereali e dell’uva è molto antico. Le piante con

cui si può produrre una bevanda alcolica sono numerose. La birra in Mesopotamia veniva già usata

circa 6000 anni fa non soltanto come alimento, ma anche come farmaco e come sostanza psicoattiva

nell’ambito di rituali religiosi. Il vino inoltre aveva funzioni sociali importanti sia per i greci sia per i

romani, era infatti utilizzato oltre che come alimento, per scopi ricreativi e terapeutici. Il vino era

considerato come uno spirito neutro, capace di generare effetti positivi o negati a seconda dello

stile di consumo e del contesto. Questa convinzione sulla neutralità delle droghe viene messa in

  28  

discussione con la cristianizzazione dell’impero romano. Nel XII secolo gli arabi scoprirono la

distillazione dell’alcol puro. Tale scoperta permise di preparare bevande alcoliche di alta

gradazione. Nel medioevo e nel rinascimento si diffuse il consumo di bevande alcoliche che cominciò

a suscitare molta preoccupazione. Fu nella prima rivoluzione industriale che il consumo divenne un

problema sociale, per la sua diffusione tra i lavoratori delle manifatture. Nel 1736 in Gran

Bretagna fu emanato il Gin act volto a ridurre la domanda di liquori rendendoli più costosi. Nel

1919 fu approvato un emendamento alla costituzione degli Stati uniti che prevedeva la proibizione

delle bevande alcoliche (abrogata nel 1933). non ebbe risultati, anzi ci fu una crescita nel

contrabbando di alcolici e la creazione di organizzazioni criminali.

La canapa

Proviene dall’Asia centrale e cresce nelle zone con un clima temperato. Tra i preparati della canapa

più conosciuti vi sono la marijuana e l’hashish. I cinesi inventarono la carta utilizzando le fibre di

questa pianta. In un testo medico cinese, la pianta compare come farmaco che poteva essere

utilizzato per il trattamento di diverse malattie, anche se di questa sostanza ne ignoravano gli effetti

psicoattivi: si pensava che un uso regolare potesse far comunicare con gli spiriti e alleggerire il

corpo. In India l’uso della canapa come pianta psicoattiva risale almeno a 4000 anni fa. La

coltivazione della canapa era presente anche in Europa circa 5000 anni fa. Nel XI secolo venne

 

fondato l’ordine degli hashishins cavalieri europei in Europa introduzione con le crociate. Tra il

XII e il XV secolo vennero promulgate alcune norme che ne proibivano l’uso: in Spagna, in Francia

(reintrodotta da Napoleone). Agli inizi del novecento la canapa, si poteva come le altre droghe,

acquistare in farmacia oppure ordinare per posta. Poco alla volta però diventò dominante la

posizione proibizionista rispetto al consumo: Harrison narcotics act (USA), marijuana tax act.

L’orientamento proibizionista si diffuse nel mondo soprattutto dal 1961 con la convenzione unica

sugli stupefacenti, che inserì la canapa tra le sostanze psicoattive che presentavano un forte rischio

di abuso. Oggi è la sostanza psicoattiva illegale più consumata al mondo.

L’oppio e i suoi derivati

L’oppio è una sostanza che si ricava dal papavero. In una tavola dei sumeri risalente al III millennio

A.c. vi è il primo riferimento scritto a questa droga, con un ideogramma che significa gioia o

allegria. Gli egiziani menzionano il succo di oppio come importante analgesico e sedativo. L’oppio

ha avuto un ruolo importante inoltre nella medicina greca e successivamente per i romani. Nella

cultura araba l’oppio era utilizzato non soltanto come medicinale ma anche come euforizzante per

ottenere lo stesso effetto che i greci e i romani perseguivano con il vino. In Europa il primo farmaco

moderno a base di oppio risale al seicento: è il laudano utilizzato per alleviare i dolori. Nel 1803 fu

isolato l’alcaloide principale dell’oppio, la morfina. La diffusione dell’uso della siringa ipodermica

nonché una maggiore disponibilità di oppiacei fecero cresce il numero di consumatori dipendenti da

tali sostanze. Il potere farmacologico della morfina divenne evidente dopo la guerra di secessione

americana e quella franco-prussiana in cui migliaia di soldati ne erano diventati dipendenti. nel

1874 fu sintetizzata la diacetilmorfina. Verso la fine del XIX secolo si iniziò a commercializzare un

farmaco contro la tosse: l’eroina. Dopo un po’ di tempo ci si accorse che a parità di dosaggio

l’eroina era anche più potente della morfina.

XIX secolo tra Cina e Inghilterra guerra dell’oppio. Nel 1912 ebbe luogo la prima convenzione

internazionale sull’oppio che raccomandò che agli stati misure per regolamentare il commercio della

sostanza. Harrison narcotics act 1914. L’orientamento proibizionista caratterizzò successivamente

la legislazione internazionale che rese illegale l’uso di oppiacei in tutto il mondo in pochi decenni. In

Italia il consumo di oppiacei rimase contenuto fino alla metà degli anni 70, poi divenne un fenomeno

socialmente rilevante il consumo di eroina. Verso la fine degli anni 80 diminuì il consumo di eroina

anche in seguito alla diffusione dell’AIDS, che fu largamente sostituito da quello della cocaina.

La coca

Utilizzata nelle regioni del sud America da oltre 2000 anni. In queste culture la coca era usata sia

per scopi medici, sociali, facilitare lo stato di trance degli sciamani, per ridurre la fatica e la fame.

Masticando le foglie della pianta si assume solo una piccola quantità che è la cocaina. Tra gli inca

era molto diffusa soprattutto tra i più ricchi. Solo i sacerdoti potevano usare la coca per alterare il

proprio stato di coscienza (diffusione regolamentata). Con la scoperta dell’America arrivarono in

Europa la coca e il tabacco e si diffusero attraverso il medico italiano Mantegazza, che ne scoprì le

  29  

proprietà farmacologiche. La foglia di coca divenne molto popolare in Europa sotto forma di tonici

e bevande. Alla fine del 1800 esistevano oltre cento bevande (anche la coca-cola) che contenevano

estratti di cocaina o cocaina pura. Questa droga fu tra le prime proibite negli stati uniti in quanto si

riteneva che contribuisse alla maggior parte dei crimini a sfondo sessuale. Harrison narcotics act.

La coca diventa la droga più consumata dalla fine degli anni ‘80. 2006 = 0,3% della

popolazione mondiale l’hanno consumata almeno una volta (= x eroina).

Il tabacco

Originario del sud America e dell’Australia. Utilizzato come medicinale e come allucinogeno in

pratiche sciamaniche. scoperta dell’America. Diffusione nel XVI secolo soprattutto per polmoniti,

emicranie, febbre. Si diffuse entro il XVII secolo in tutto il mondo. Conseguente crollo del prezzo, e

spostamento da bene di lusso a bene di consumo diffuso. Il consumo di tabacco fornì un’importante

fonte di reddito per gli stati attraverso la tassazione. Il consumo di tabacco non fu tollerato in tutta

Europa (esilio e tortura in Russia; Germania; Cina pena di morte). In Iran nel 1670 il commercio

di tabacco veniva sanzionato versando piombo fuso nella gola dei venditori. Nel 1828 venne isolato

l’alcaloide del tabacco, la nicotina. A partire dalla fine del XVIII secolo il tabacco venne sempre

meno usato per scopi medici, ma divenne sempre più popolare l’uso ricreazionale e sociale

(introduzione sigarette).

Il caffè e il tè

La pianta del caffè è nativa dell’Etiopia. Utilizzato nello Yemen per stare svegli durante le veglie

delle preghiere. Attraverso il commercio giunse pian piano fino in Europa. Prima casa del caffè

1645 a Venezia. Gli europei esportarono il caffè nelle colonie. aumento del commercio e del

prezzo. Nel mondo arabo e europeo si diffusero critiche contro il consumo del caffè, e alcune

autorità religiose arabe emanarono delle leggi per far chiudere le case del caffè (considerate

centri di sovversione e di peccato). Le critiche diminuirono in quanto il caffè venne poi considerato un

buon sostituto al consumo eccessivo di alcolici.

Il tè è una pianta nativa della Cina e contiene caffeina e teina. È uno stimolante. In Inghilterra del

XVIII secolo il suo consumo divenne un rituale praticato da quasi tutte le donne che non potevano

entrare nelle coffè house. Il suo consumo è ancora molto diffuso in Cina e in Giappone, dove avviene

attraverso pratiche d’uso ritualizzate.

Approccio funzionalista: quali funzioni assolve l’uso di droga nella società?

Durkheim fatto sociale.

Funzioni ricorrenti dell’uso di droghe nelle società:

Funzione terapeutica: droghe per curare le malattie.

• Funzione sociale: le droghe facilitano le relazioni sociali. Fungono da lubrificante sociale.

• Funzione che si può manifestare sia in modo manifesto che in modo latente (il consumo

rafforza la coesione dei membri del gruppo es. pausa caffè).

Funzione ricreazionale: le droghe hanno la capacità di provocare stati di benessere e

• euforia. È una delle funzioni più ricorrenti nelle società occidentali.

Funzione strumentale: le droghe hanno la capacità di produrre l’attivazione di determinati

• stati mentali o comportamenti. La droga è assunta in questo caso per migliorare le

prestazioni personali e non per scopi farmacologici o per ridurre il dolore.

Funzione religiosa: sostanze assunte nell’ambito di rituali cerimoniali per facilitare il contatto

• con entità trascendenti. + funzione sociale.

Funzione alimentare: droghe assunte per scopi alimentari, spesso componenti tra alcune

• diete (uso della foglia di coca, l’uso di bevande alcoliche nelle culture mediterranee).

CAPITOLO II

STILI DI CONSUMO E CONSUMATORI

L’organizzazione mondiale della sanità definisce l’uso di droga un atto attraverso cui un soggetto si

autosomministra una sostanza psicoattiva senza subire effetti negativi. Tale comportamento diventa

abuso nel momento in cui l’assunzione di droghe produce danni fisici, psicologici e sociali

all’assuntore stesso. Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM IV l’abuso

di sostanze psicoattive è una modalità patologico d’uso di una sostanza, dimostrata da ricorrenti e

  30  

significative conseguenze avverse e correlate all’uso ripetuto della stessa. L’uso regolare e

prolungato può indurre nel consumatore uno stato di dipendenza fisica. Il tossicodipendente, nel

momento in cui interrompe bruscamente l’uso della sostanza sperimenta una condizione di malessere

fisico, quella della sindrome di astinenza. Si fa riferimento nel dibattito pubbilico, a un altro tipo di

dipendenza, quella psicologica. Il consumatore sarebbe indotto da una pulsione psichica a usare la

sostanza per provare piacere o per evitare il disagio provocato dall’astinenza.

Per definire il confine tra uso e abuso di droghe, si possono individuare sostanzialmente tre criteri: il

criterio socioculturale, quello legale e quello medico-biologico.

Criterio socioculturale

Questo criterio definisce abuso ogni comportamento che viola quelle norme sociali, ritenute vincolanti

dalla maggioranza dei membri di una collettività, che dovrebbero regolare l’uso delle diverse

sostanze. Facendo riferimento a tale criterio normativo, un comportamento di consumo sarà

considerato adeguato in relazione alle norme sociali e ai valori che si adottano per valutare:

In che misura l’uso di droga influenza la capacità di un soggetto di adempiere in modo

• convenzionale ai proprio ruoli sociali.

Quale tipo di esperienze l’assunzione di droga consente di fare al consumatore.

Criterio legale

Adottando questo criterio, l’uso di una sostanza classificata tra quelle illegali si configura sempre

come abuso. Viene etichettato come patologico l’uso di qualsiasi sostanza illegale, ignorando la

dimensione storico-culturale del fenomeno.

Criterio medico-biologico

È considerato abuso ogni comportamento di consumo che si presume determini un danno psicofisico

sull’assuntore (tasso di alcol nel sangue).

Stili di consumo

Importanza dell’eterogeneità del fenomeno. Le dimensioni che caratterizzano gli stili di consumo

sono principalmente la quantità di droga e la frequenza con cui la si assume, la varietà delle

sostanze consumate e la modalità di assunzione. Gli effetti di una sostanza dipendono in primo

luogo dal dosaggio nonché dalla potenza e dalla purezza della sostanza che si consuma. Anche la

frequenza con cui si usano le droghe e la varietà delle sostanze assunte contribuiscono a

determinare il tipo di effetto e il tipo di danno che gli assuntori possono sperimentare. L’assunzione

contemporanea di più droghe viene adottata da quei consumatori che intendono o potenziare

l’effetto psicoattivo o di ridurlo: vi sono droghe infatti che hanno effetti sinergici, e droghe che si

comportano esattamente all’opposto, cioè riducono o cancellano l’effetto delle altre sostanze. Anche

la modalità di assunzione incide in quanto a seconda di essa la sostanza raggiunge più o meno

velocemente il cervello (differenze tra assunzione per via endovenosa, inalazione, per via orale). Gli

stili di consumo sono però caratterizzati da altre quattro importanti variabili:

Quando: il momento della giornata e il giorno della settimana in cui avviene (durante

• l’orario di lavoro, durante il weekend)

Dove: luoghi in cui si può consumare la droga in condizioni igienico-sanitarie migliori rispetto

• ad altri.

Con chi: le persone con cui si usa la droga possono condizionare lo stile di consumo.

• Perché (cap.III)

I consumatori

Focalizzandosi su uno specifico criterio di classificazione ci si interessa al grado di compromissione

della funzionalità sociale del consumatore e il suo livello di coinvolgimento nella subcultura della

droga. In questo modo si può immaginare di collocare i consumatori lungo un ipotetico continuum ai

cui estremi vi sono:

I tossicodipendenti di strada: la cui via è dimensionata sulla droga, sono soggetti che

• interrompono la carriera scolastica, hanno una vita lavorativa discontinua, commettono vari

reati per procurarsi la droga.

I consumatori che sono in grado di adempiere ai propri ruoli sociali in modo

• convenzionale.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Sociologia della devianza del professor Prina, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente D. SCARSCELLI, Il consumo di droghe, Carocci, 2010 e di C.CIPOLLA, la devianza come sociologia, Francoangeli editore, 2012 . Gli argomenti trattati sono i seguenti: il controllo sociale, la devianza come sociologia, Herbert Spencer, Emile Durkheim.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale (BIELLA - CUNEO - TORINO)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eleonora.demarco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Prina Franco.

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