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SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA

Riassunti

IL CONTROLLO SOCIALE

in sociologia, si parla di devianza nel momento in cui si vuole descrivere una serie di comportamenti

messi in atto da un singolo attore o da un gruppo di una determinata comunità, che si discosta dalle

aspettative o dalle credenze ritenute opportune e necessarie dalla maggioranza dei membri di

quella stessa comunità. la comparsa di un atto deviante mette in modo una reazione, che può

assumere svariate forme e che testimonia della necessità di controllo sociale da parte di ogni

società, in ogni tempo e in ogni luogo. Il controllo sociale è visto quindi come insieme dei meccanismi,

delle azioni reattive e delle sanzioni che una collettività elabora e impiega allo scopo sia di

prevenire la devianza da una norma di comportamento, sia di eliminare una devianza avvenuta, sia

infine di impedire che la devianza si ripeta o si estenda ad altri. Il controllo sociale, può in alcuni

contesti travalicare i confini dello strumento che consente di raggiungere scopi collettivi e divenire

una prassi sociale che indirizza, governa e orienta in una data direzione e può raggiungere i confini

dell’abuso e del dominio. Inoltre, i meccanismi, le azioni reattive e le sanzioni rappresentano le tre

fasi successive del controllo sociale. I meccanismi agiscono come una sorta di strumento di

prevenzione di possibili comportamenti devianti; nel momento in cui tali meccanismi preventivi

falliscano, verrebbero adottate le norme reattive, che possono andare dal semplice rimprovero

verbale all’uso della forza fisica. Infine, le sanzioni mirano a colpire la persona, gli interessi e i beni

del soggetto deviante, anche al fine di dissuadere egli stesso o altri dai reiterare simili atti.

Sebbene quindi, il controllo sociale sia presente in ogni società, da n lato la sua codificazione ed

intensità sono tanto più elevate quanto più grave è considerata la violazione della norma, e

dall’altro è possibile riscontrare anche una forte variabilità tra una società e l’altra in merito alla

gravità con cui viene considerato uno stesso atto deviante. Il controllo sociale, infine non è esercitato

solamente dalla maggioranza, in quanto esiste infatti la possibilità che esso venga messo in atto da

soggetti devianti a carico delle vittime dei loro atti.

La nascita e lo sviluppo del concetto di controllo sociale si colloca nel contesto storico ed accademico

delle critiche al modello dualistico di Tönnies di gesellschaft (società) e gemeinschaft (comunità).

Le comunità si riferiscono a quegli organismi naturali basati su aspetti di reciprocità, solidarietà e la

predominanza di interessi collettivi, che storicamente si esemplificano nelle società rurali pre-

moderne. Invece, le società si riferiscono a quei gruppi sorretti da scopi ed obiettivi individuali, e ne

sono il chiaro esempio proprio gli stati moderni. L’aspetto da sottolineare è che l’elemento di rottura

con questo impianto teorico è dato dal fatto di considerare che ogni società in qualunque stadio

essa si trovi, contiene al suo interno elementi essenziali ed articolati di entrambe le categorie, con

gradi e livelli di sviluppo diversi. Le teorie del controllo sociale si pongono in questo ambito come

un’analisi dell’interconnessione di tali variabili che si riferiscono o all’uno o all’altro tipo, società e

comunità (radici pensiero Comte).

Principali autori che si sono occupati del controllo sociale:

Herbert Spencer: è il primo scienziato ad impiegare il termine controllo sociale, all’interno di un suo

volume, con l’intento di spiegare l’effetto delle istituzioni cerimoniali.

Ross: sviluppò il termine introdotto da Spencer in un volume. Egli intuì l’idea che il controllo sociale

avrebbe potuto permettere di costruire un ponte concettuale per collegare le varie istituzioni

presenti in una società, e avrebbe potuto spiegare come le persone che vivono vicine riescano a

congiungere i loro sforzi con un notevole livello di armonia. Egli volse la sua attenzione verso i

meccanismi di persuasione e manipolazione, sia interpersonali che istituzionali. Nella sua definizione

di controllo sociale, coesistono due accezioni che hanno influenzato i sociologi fino ad oggi. La prima

ha una componente culturale ed è legata ad obiettivi di ordine sociale, mentre la seconda valorizza

la componente politica. Nel dettaglio, egli concepì un’idea di ascendente sociale, composto da un

lato dal controllo sociale, e dall’altro dall’influenza sociale. Con controllo sociale, indica l’ascendente

sugli scopi e sugli atti individuali che viene esercitato per conto e per interesse del gruppo, in una

modalità assolutamente non casuale, come potrebbe invece essere per il primo termine. Mentre il

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controllo sociale è definito come una funzione sociale necessaria, l’altra forma altro non è che un

mero incidente dovuto al fatto che le persone vivendo in uno stesso contesto si frequentano e

socializzano. Dunque, esempi di controllo sociale che rientrano in questa accezione possono essere

molti elementi facenti capo la cultura, quindi valori, opinione pubblica, diritto, ideali,

rappresentazioni collettive, forme di suggestione.

Durkheim: il sociologo riteneva che la criminalità fosse un fenomeno sociale normale capace di

contribuire al mantenimento della coesione sociale. In quest’ottica, la reazione punitiva della società

è dunque secondaria rispetto alla funzione primaria di rafforzamento della coesione sociale.

Scuola di Chicago Park e Thomas: fanno degli studi sulla città di Chicago, sulla distribuzione

della criminalità in alcune aree e quartieri. Proprio a partire dalle caratteristiche del contesto, viene

identificato il concetto di inadeguatezza sociale, con cui spiegano le variazioni dei tassi di

criminalità. L’inadeguatezza è spiegata come una situazione caratterizzata dalla diminuzione delle

regole sociali di comportamento esistenti sui membri individuali del gruppo e dall’assenza di nuovi

modelli normativi e nuove istituzioni in grado si sostituire le regole esistenti. Nei momenti in cui vi sono

cambiamenti sociali, vi è un indebolimento delle relazioni sociali primarie e conseguentemente una

minor possibilità di queste di esercitare un controllo sociale nei confronti dei membri.

Parsons: egli riteneva il controllo sociale come la risposta alla devianza all’interno della cornice

dell’ordine sociale che lui aveva concepito. Il controllo sociale si riferisce all’analisi di quei

meccanismi attraverso cui le tendenze devianti vengono neutralizzate. Secondo Parsons la devianza

è sempre frutto di una socializzazione difettosa, inadeguata. Nella sua concezione all’origine

dell’atto deviante si può trovare l’affioramento d un conflitto di ruolo con la conseguenza di mettere

in crisi il sistema interattivo nonché il sistema di reciprocità tra aspettative e comportamento.

All’interno dei meccanismi di interazione si trovano anche i meccanismi di controllo sociale che si

distinguono in:

Istituzionalizzazione: il meccanismo mediante cui si consente all’attore di contenere la

• dimensione conflittuale che esperisce.

Le sanzioni informali

• La ritualizzazione: tramite cui si prevengono e si controllano le tendenze alla rottura

• attraverso una riorganizzazione in modo positivo della reazione del soggetto dinanzi a un

atto critico.

L’istituzione secondaria: una valvola di sfogo consistente in una zona franca nella quale

• vengono legittimati alcuni comportamenti ritenuti normalmente devianti.

Isolamento: si mira a prevenire sia la formazione di strutture di gruppo deviante, sia la loro

• pretesa di legittimità.

Apparato punitivo: costituito dalla magistratura e dagli organi di polizia.

Hirschi: sostiene che nel momento in cui il legame dell’individuo con la società si affievolisce o

scompare del tutto, si manifesta il comportamento deviante. L’elemento essenziale delle norme è

l’attaccamento degli individui agli altri soggetti del gruppo.

LA DEVIANZA

Si considera “devianza” un comportamento sociale difforme alle aspettative di una collettività e tale

da richiedere o giustificare una reazione in quanto considerato, dalla maggior parte delle persone,

inaccettabile. Ciò che è considerato e definito deviante può inoltre variare in base al contesto

storico, socio-culturale, geografico e ancora, in termini situazionali.

Tra gli scienziati sociali, a inizio ottocento, si andava diffondendo l’idea di norma statistica quale

aspetto capace di misurare e dunque tradurre concretamente cosa è normale, e cosa non lo è,

basandosi principalmente su quel valore di scostamento rispetto alla tendenza centrale di una

distribuzione. I primi studi sul crimine sono rivolti al reo, a classificarne le caratteristiche, al fine di

formulare delle leggi con valenza universale, al pari delle scienze fisiche per i fenomeni naturali.

Di notevole importanza, in questo campo, fu il contributo di E.Durkheim, il quale considera la

distinzione tra cosa è normale e cosa non lo è come espressioni oggettive provenienti dallo stesso

ordine sociale: essi sono “fatti sociali”. Se tuttavia i reati risultano assimilabili agli altri fatti sociali,

essi sono anche normali e non anomalie da ricondurre al singolo o da specificare risalendo a cause

singolari. Sono testimonianze di reazione sociale, inevitabili ai fini della stessa coesione sociale. Lo

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studio sul suicidio è emblematico: il ricorso ai dati serve esclusivamente a chiarire come anche il più

individuale e solitario degli eventi sia profondamente determinato da caratteristiche macrosociali. In

questo quadro, ciò che è sanzionato da reazione sociale svolge anche una funzione necessaria e

positiva, quando la sua incidenza non è eccessiva: chiarisce e rafforza quali sono gli stessi sentimenti

su cui poggia la coesione sociale di una determinata società. Secondo questa impostazione, la

normatività sociale è intrinseca alla stessa coesione sociale. La rottura tra legame morale e legame

sociale espressa da Durkheim nel concetto di “anomia” rappresenterà uno degli stimoli di analisi più

interessanti per lo studio della devianza della nuova società moderna.

Altri contributi importanti sullo studio della devianza arrivarono dagli studiosi della scuola di

Chicago, nei primi anni del 1900 che si concentrarono su un approccio di tipo ecologico. La città

rappresentava il “laboratorio” per lo studio dell’ampio spettro di social problems, attraverso

importanti indagini sulla delinquenza, sulla prostituzione, la questione razziale, l’alcolismo e

l’immigrazione.

A Parsons si deve l’entrata a regime della nozione di “devianza” nel lessico sociologico. Operando

una fusione tra approccio durkheimiano e impostazione consensualista, il sociologo teorizza come

ogni sistema sociale si regga su un necessario accordo e accettazione di norme e valori. Nell’ottica

funzionalista di Parsons, l’integrazione morale e il mantenimento dell’ordine sociale scaturisce dalla

conformità delle funzioni degli individui rispetto al loro ruolo sociale. Pertanto verranno definiti

devianti tutti quegli individui che si discostano dai valori dominanti di uno specifico sistema sociale.

La devianza è tutto ciò che risulta oggettivamente in disaccordo con le norme e i valori su cui poggia

una struttura sociale; essa è nociva e il singolo agente è un soggetto male adattato, e possibilmente

da riadattare con la funzione di mantenere l’assetto su cui poggia la stessa società.

Al lavoro teorico di E.Sutherland va riconosciuta un’ampia riflessione sul continuum tra

comportamento normale e deviante non più intesi come dicotomici, quanto piuttosto in termini di

occasioni di apprendimento. Questo autore sosteneva infatti che il comportamento criminale, in

maniera analoga a quello lecito venisse appreso nel corso dell’interazione continuativa con un

determinato contesto socio-culturale. Nel suo studio pionieristico su “il crimine dei colletti bianchi”

effettuato rispetto alla delinquenza economica, commerciale e finanziaria, viene mostrato come

soggetti che non vivono ai margini della società, ma anzi in perfetto adattamento, potessero

comunque delinquere. Tali crimini erano infatti commessi nel corso delle loro attività, da persone

rispettabili e proprio in virtù di questo, riuscivano a ottenere la più completa rimozione dei simboli

esteriori del crimine. In questo modo si evidenziò un numero oscuro di pratiche criminali che non

erano normalmente riconosciute come tali e non erano registrate dai dati ufficiali.

L’attenzione al ruolo processuale della definizione di devianza trova il suo riscontro più interessante

intorno agli anni ’60 con la teoria dell’etichettamento sociale. Secondo quest’ottica la devianza non

rimanderebbe alla qualità dell’atto commesso da una persona, ma piuttosto sarebbe conseguenza

dell’applicazione di un’etichetta di consapevolezza o indesiderabilità attribuita con successo nei

confronti di un soggetto. In questo senso, un comportamento deviante è un comportamento che la

gente etichetta come tale. L’applicazione dell’etichetta, comporta a sua volta, l’attribuzione di

stigma e il confluire in quella che Becker definisce carriera criminale obbligata. Chiarisce questo

meccanismo Lemert indicando una distinzione tra devianza primaria e secondaria, in seguito a cui il

soggetto finisce con il riconoscersi nella etichetta attribuita e a comportarsi come ci si aspetta da lui.

Centrali di questo approccio sono sia l’elemento di casualità nell’attribuzione di chi diviene e chi non

diviene deviante, sia il peso determinante della reazione sociale in termini stigmatizzanti, sino a

indicare un vero e proprio ruolo attivo nel creare devianza da parte di chi invece dovrebbe

sanzionarla. istituzioni totali (Goffman).

Un ultimo tassello è costituito dalla cosiddetta “nuova criminologia”. Questa se da un alto

riconosceva il peso dei fenomeni di criminalizzazione come contributo attivo nel definire situazioni di

devianza, pone anche in luce l’eccessivo rischio che si incorreva nell’indicare i comportamenti devianti

come sostanzialmente inesistenti. Adottando una lettura marxista, questo approccio sottolinea

tuttavia diversamente l’esistenza di una componente razionale attiva e volontaria con cui gli individui

possono scegliere di adottare un comportamento deviante rispetto al sistema. Al convincimento di

base che le persone siano egoiste e che commettano azioni in base ad un’analisi di costi-benefici,

consegue che il rispetto della legge è frutto esclusivo di una scelta razionale.

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FOLLIA

La follia e la salute mentale sono concetti fortemente legati alla storia e alla cultura del tempo.

Excursus storico della malattia mentale (Foucault)

La concezione di follia che ha attraversato il Medioevo e il Rinascimento s’incunea all’interno della

ragione e si rispecchia nell’arcaica dicotomia tra bene e male. L’individuo folle era un personaggio

che si caratterizzava per la sua libertà di circolare ed esprimersi. Nel medioevo, la figurazione del

folle era quindi spesso accostata a un sapere impenetrabile e allo stesso tempo spaventoso.

Con l’avvento dell’Epoca Classica e della Modernità si assiste a quel processo che ha portato al

grande internamento. È in questo passaggio che l’autore colloca l’origine di quella frattura

irreparabile e di quel profondo mutamento che ha visto il massiccio confinamento dei folli negli

ospedali e negli edifici sanitari un tempo destinati ai malati di lebbra. All’interno di queste istituzioni

mediche i malati vivono per la prima volta l’esperienza dell’internamento e i folli divengono i nuovi

segregati. Questo processo caratterizzò l’Età classica e inevitabilmente portò anche ad un repentino

cambiamento sia della concezione religiosa medioevale, che della posizione della chiesa stessa, che

attraverso le sue riforme contribuì al mutamento anche della concezione di povertà. La follia è

percepita nella povertà e nella conseguente incapacità di integrarsi e lavorare. Dunque, in periodo

di crisi, accanto al folle veniva isolato e rinchiuso anche il disoccupato, che aveva il diritto ad essere

nutrito, accettando però la costrizione fisica e morale dell’internamento.

L’ultima metà dell’Ottocento si caratterizzò per l’applicazione della scienza come strumento per

incrementare e verificare la propria conoscenza ed è in questo contesto che iniziò a svilupparsi

l’approccio positivista. Questo è fondato sull’osservazione sistematica, l’accumulazione di prove e di

fatti obiettivi all’interno di una cornice deduttiva. Nello specifico, le teorie del positivismo biologico

vedevano nei fattori biologici ereditari le cause dei comportamenti degli individui criminali.

Il maggior esponente di questa corrente fu C.Lombroso il quale tentò di spiegare le differenze

fisiche e mentali attraverso osservazioni metodiche, raccogliendo dati tramite varie misurazioni su

diversi soggetti, tra cui i malati mentali, giungendo a sostenere che i criminali sono affetti da

anormalità fisiche multiple di natura atavica o degenerativa. opera: “l’uomo delinquente”

I suoi studi portarono l’autore all’individuazione di un prototipo biologico: il “delinquente nato”.

Nella sua classificazione egli distingue vari tipi di criminali tra cui il malato di mente e il mattoide,

ovvero colui che si presenta in apparenza come un genio ma che in realtà ha ideazioni patologiche.

Di conseguenza, nel corso

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eleonora.demarco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Prina Franco.
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