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Il gioco e lo sport, lo sport nel gioco

Nella nostra cultura il gioco è fortemente connotato da un’identità “infantile”, mentre lo sport tende ad assumere significati più “maturi”. A calcio si può giocare per strada o giocare in una società sportiva ed è ben diverso anche se il gioco è lo stesso, questo perché nel gioco c’è la libertà mentre nello sport c’è la disciplina (le discipline richiedono impegno, esercizio ed apprendimento costanti, ci deve essere un maestro che insegna ad un allievo: il setting sportivo e quello scolastico si somigliano perciò molto).

Il gioco secondo Callois e Huzinga

Per Callois lo sport è una delle forme con cui il gioco si esprime; il gioco è: libero (nessuno è obbligato a giocare), separato (circoscritto entro limiti di tempo e di spazio), incerto (il risultato e lo svolgimento non sono prevedibili), improduttivo (non crea né beni né ricchezza), regolato, fittizio. Lo sport rispetta tutte queste categorie solo se viene praticato per “gioco” e non per professione.

Per Huzinga l’Homo sapiens è anche Homo ludens in quanto il gioco è un fattore originario dell’uomo, infatti tutte le civiltà si reggono su principi di regole (in politica, in diritto, ecc.) proprio come fa il gioco. Per lui il gioco crea ordine e ha le sue regole: si è liberi “di” giocare ma non “nel” giocare.

Fair-play e maturità nel gioco

Per vivere sereni in società occorre avere “fair-play”, cioè la capacità di stare al gioco e nel gioco, di essere leali, di rispettare le regole, i compagni e gli avversari. Il gioco è un mezzo che aiuta a predisporre il soggetto al rispetto delle regole della civiltà; la formazione che passa ai bambini attraverso il gioco è una formazione di immersione in un campo di esperienza e di relazioni che permette loro di sviluppare il “fair-play” e quindi il constatare che bisogna creare e stare a determinate “condizioni”, maturità nel gioco.

Il rischio che la società e la sua cultura perdano il senso del gioco è un rischio grave che potrebbe sfociare nell’impossibilità di distinguere il gioco dal non gioco, nel vivere la vita stessa come un grande gioco (es. medium televisivi: il grande fratello rende una condizione di vita ambigua un gioco; le partite di calcio in TV in cui si ostentano infantili manifestazioni di esultanza o di rabbia contro l’arbitro o contro gli avversari: infantilismo nel gioco).

Le tipologie di gioco secondo Callois

Per Callois il gioco non è solo ordine e regola come per Huzinga, ma va dalla turbolenza alla regola: la “paidia” è il carattere autentico e originario del gioco tipico dell’infanzia caratterizzato dal piacere di manipolare, odorare, gustare, fantasticare, muoversi (soprattutto muoversi! Il gioco già dall’infanzia assume i tratti dello sport perché è ricco di movimento ma anche di gare, di competizione); il “ludus” è il gioco definito da regole create dai bambini (es. giocare a prendere, la tana è decisa dai bambini).

Il senso della regola e del suo significato viene prima del rispetto della regola: quando si cominciano a fare giochi regolati dal ludus le regole devono essere poche, chiare, facilmente memorizzabili. La regola a volte è necessaria per la buona riuscita di un gioco, altre volte è provvisoria (si può modificare). Il bambino ama darsi regole e rispettarle autonomamente (es. gioco del camminare solo sulle mattonelle bianche della cucina e non su quelle nere): è una prova della capacità di dirigere la propria attività e di autocontrollo. Desiderio, capacità e realtà sono le tre categorie che permettono al bambino di imparare a giocare limitando le sue richieste interiori (i desideri) in base a ciò che lui stesso può fare (capacità) con quello che ha a disposizione (realtà). Il gioco permette di fare continue negoziazioni tra il proprio mondo interno e il mondo esterno.

La teoria di Piaget sul gioco

Secondo Piaget a 1-2 anni il bambino gioca ripetendo sempre gli stessi semplici schemi motori (stadio motorio-individuale); in seguito il bambino condivide lo spazio di gioco con altri bambini ma continua a giocare da solo e ogni tanto interagisce con gli altri (stadio egocentrico): comparsa della “regolarità”, della routine, che prelude alla regola futura, che non deve essere tradita perché ciò creerebbe insicurezza e disorientamento; verso i 7 anni il bambino esercita il controllo delle regole, ha un bisogno sociale e rispetta le regole al fine di vincere in competizione con gli altri (fase della cooperazione); a 10 anni il bambino vede la regola come una sorta di principio supremo che va rispettato quasi in maniera ossessiva (fase della codificazione della regola).

Le quattro tipologie di giochi di Callois

Callois parla di quattro tipologie di giochi: Agon (i giocatori mettono in competizione le loro abilità), Alea (il gioco è basato solo sulla fortuna), Mimicry (giocare a far finta di, i travestimenti, le maschere), Ilinx (giochi in cui si prova il piacere del rischio). Lo sport è soprattutto Agon, ma è anche Alea (es. a calcio la palla rimbalza a volte in modo casuale e ciò conferisce allo sport un elemento di leggerezza aleatoria che il puro Agon non ha e insegna che non sempre un risultato finale è il frutto delle capacità e della preparazione, che a volte la fortuna e i fattori esterni incidono), è anche Mimicry quando si indossa la divisa di una squadra per vestire i panni del giocatore (la divisa della squadra in cui giochiamo o della nostra squadra del cuore), è anche Ilinx (es. andare in bicicletta velocemente o sullo skateboard).

Il ruolo del rischio nel gioco

Il bambino che gioca comprende sin dalla prima infanzia quale sia la dimensione ludica del rischio. Il bambino deve essere dotato di strumenti preventivi che gli permettano di giocare (es. andare in bicicletta con il casco) “correndo dei rischi” ma proteggendolo.

Spesso a scuola viene impedito al bambino di compiere attività ludiche (es. arrampicarsi sulle spalliere) perché l’insegnante teme di incorrere in denunce nel caso in cui si verifichi un danno fisico. Il danno educativo che si compie impedendo al bambino di affrontare esperienze di questo tipo è però di gran lunga maggiore, perché instaura in lui un sentimento di paura invece di fargli sviluppare strategie per evitare di farsi male (es. mettere un tappetone sotto la spalliera). Il bambino deve sviluppare il senso dell’avventura e della strategia. Lo “zero-risk” è dannoso e antipedagogico perché i rischi sono parte della vita stessa e bisogna imparare ad affrontarli. Allo stesso modo è importante non forzare nessuno a compiere esperienze rischiose: occorre rispettare il rifiuto.

La competizione nella scuola

Negli ultimi anni la competizione nella scuola è stata guardata con sospetto e diffidenza, ma occorre osservare i due modi con i quali la competizione può manifestarsi: competizione come logica governata dal vincere/perdere (che esalta l’individualismo) o come il confrontarsi in una sfida, basata su regole condivise, per dare il meglio di sé (che esalta il processo di questo confronto).

La competizione di per sé perciò non è né un valore né un disvalore, ma diventa un valore se si sviluppa secondo un piano pedagogico: il valore pedagogico della competizione sta nel mettersi in gioco accettando la possibilità di perdere, nel saper gestire le crisi e i conflitti, nello sviluppare fiducia in sé stessi. Eliminare la competizione a scuola sulla base di un principio di egualitarismo (rifiuto del voto, promozioni generalizzate…) è la facile scorciatoia di una scuola che non riesca a trasformare la competizione in un dispositivo pedagogico. Bisogna introdurre giochi sportivi, e talvolta competitivi, a scuola non per rendere “meno noiosa” la giornata, ma per creare una “sport literacy”, cioè una alfabetizzazione sportiva, un’educazione allo sport che coinvolgerebbe tutte le discipline e non solo le ore di educazione fisica. Per farlo occorre lavorare sin dalla scuola dell’infanzia, ponendo al centro il soggetto con il suo corpo in movimento (un movimento educato e orientato pedagogicamente).

Sportivi da bambini, ma dopo

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lorenza.talocchi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia del gioco e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Baglietto Carla.
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