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Il gioco dei bambini

Il gioco non è solo un modo per conoscere il mondo per i bambini, ma anche una forma di comunicazione e di espressione. In generale possiamo dire che il gioco riflette lo sviluppo ma, allo stesso tempo, contribuisce all’evoluzione delle funzioni motorie, sociali, cognitive ed affettive del bambino.

Modelli di descrizione e teorie del gioco

Caratteristiche descrittive

Secondo Robin, Fein e Vandenberg il gioco può essere inteso in tre modi diversi:

Il gioco come disposizione psicologica

Tale definizione prevede la combinazione di sei elementi diversi, la cui presenza differenzia il gioco da altre attività:

  • Motivazione intrinseca: al gioco non vi è altra giustificazione che il gioco stesso, non ci sono pressioni esterne o attese sociali, si gioca per il piacere di farlo;
  • Priorità dei mezzi sul fine: la fase preparatoria del gioco è più importante sia dell’esecuzione che del risultato;
  • Dominanza dell’individuo rispetto alla realtà esterna: il gioco è diverso dall’esplorazione (finalizzata all’acquisizione di informazioni) perché non è vincolato dalla realtà fattuale, e per questo stimola la fantasia;
  • Non letteralità del gioco: i bambini trattano gli oggetti come se fossero qualcos’altro, esplorando tutti i possibili significati;
  • Libertà dai vincoli: le regole non sono date, ma vengono negoziate nella fase preliminare;
  • Coinvolgimento attivo: ogni gioco richiede un impegno, anche se a livelli diversi a seconda del contesto, dell’età ecc.

Il gioco come comportamento osservabile

Piaget e Garvey hanno studiato il gioco utilizzando un sistema di classificazione basato sull’identificazione di specifici comportamenti, che fornisce una base descritta più attendibile. Piaget ha individuato tre forme di gioco: gioco di esercizio, simbolico e di regole. Queste ultime sono tutte accomunate dal processo di assimilazione (processo in base al quale la realtà viene adeguata all’organizzazione cognitiva che si ha a disposizione). Garvey, invece, facendo riferimento ai materiali utilizzati per giocare, distingue altre tre forme di gioco: gioco con gli oggetti, con le parole e con materiali sociali. Una distinzione importante, visto che si tratta di comportamenti osservabili, è quella tra esplorazione e gioco. L’esplorazione è un comportamento epistemico, finalizzato alla conoscenza; il gioco invece è un comportamento ludico, de-finalizzato; si pensa inoltre che il primo sia preliminare all’altro.

Il gioco come contesto

In base a tale prospettiva il gioco viene definito una situazione all’interno della quale leggere specifici fenomeni in rapporto al contesto in cui le condotte ludiche hanno luogo. Il contesto infatti rappresenta, secondo numerose ricerche al riguardo, una componente intrinseca del gioco.

Alcune teorie sul gioco

Jean Piaget

Colloca il gioco all’interno della teoria dello sviluppo cognitivo, in particolare, nel processo di formazione del simbolo (rappresentazione mentale) attraverso l’assimilazione. Il gioco ha due funzioni: consolidare capacità già acquisite attraverso l’esercizio e rafforzare la consapevolezza del poter agire sulla realtà.

Lev Vygotskij

Condivide con Piaget il fatto che il gioco implichi una rappresentazione mentale, ma lo collega al mondo degli affetti e delle motivazioni. Definisce il gioco come una risposta originale ai bisogni non soddisfatti e quindi come una fase di transizione nel processo di separazione del significato dall’oggetto reale. Per lui il gioco è la fonte principale dello sviluppo e, a differenza di Piaget, crede sia realistico e governato dalle regole.

Donald Winnicott

I suoi studi si basano sullo studio degli oggetti transizionali, cioè oggetti che forniscono conforto al bambino. Secondo lui, attraverso il gioco e l’illusione, i bambini cercano di conciliare il mondo interno con i vincoli della realtà esterna. Il gioco è quindi un esercizio di controllo sul reale.

George Mead, Gregory Bateson, Jerome Bruner

Mead, facendo riferimento al gioco simbolico e di ruolo, definisce il gioco come un processo di azione e reazione attraverso il quale il bambino consolida le nozioni di sé e di altro. Bateson invece considera il gioco come una palestra per l’esercizio delle abilità metacomunicative, che consentono ai bambini di agire in una realtà fittizia, che esiste soltanto nella loro immaginazione, come se fosse vera. Bruner, Jolly e Sylva hanno analizzato il rapporto tra il gioco ed il problem solving. Secondo loro le attività più strutturate servono per motivare il bambino alla ricerca e all’esercizio di strategie di risoluzione dei problemi; quelle meno strutturate invece servono per rafforzare le competenze sociali.

Il gioco nei primi due anni di vita

Le origini del gioco

Secondo J. Piaget il criterio dell’attività disinteressata, in base al quale si distingue il gioco dal non gioco, è troppo generico. Egli opera quindi una delimitazione definendolo un’assimilazione pura, un processo cognitivo attraverso il quale l’esperienza viene inglobata entro schemi mentali già acquisiti (assimilazione); ma il vero gioco per lui inizia quando non si ha più la necessità di apprendere ma soltanto si ha solo il piacere funzionale di esercitare un’abilità acquisita. Alle origini il gioco è puro esercizio di schemi, messi in atto per il piacere funzionale connesso. Tra il secondo ed il terzo mese di vita appaiono le prime attività ludiche, messe in atto attraverso il proprio corpo; il bambino impara la coordinazione, alla base delle funzioni manuali più complesse. L’ultima fase è quella che coinvolge la voce; attraverso i vocalizzi infatti i bambini giocano con la capacità di ripetere, produrre e differenziare i suoni.

Le interazioni ludiche faccia a faccia

Nel primo semestre di vita gli scambi sociali più frequenti sono le interazioni faccia a faccia con l’adulto, che avvengono in modo ciclico e ripetitivo; la figura prevalente è la madre. Le interazioni madre-figlio sono per Stern uno dei primi momenti ludici nei quali il bambino è coinvolto. La struttura regolare e ripetitiva di tali interazioni è fondamentale per tenere viva l’attenzione; alcune variazioni, purché contenute, sono necessarie per mantenere attivo l’interesse del bambino e non essere prevedibili. Inoltre il ritmo ridondante consente la formazione di aspettative e lascia al bambino la possibilità di verificarle. Tali interazioni avvengono a partire dal secondo mese, quando il bambino acquista consapevolezza delle proprie capacità sociali, così l’attenzione dei genitori si concentra sulla stimolazione al gioco e sul suo coinvolgimento sociale. La fase successiva a questa parte dai 5-6 mesi, quando il bambino inizia spontaneamente le interazioni con gli adulti, includendo anche alcuni oggetti.

Il gioco sociale nel primo anno di vita

Dai sei mesi in poi inizia a svilupparsi quello che Bruner definiva il gioco sociale, il quale coinvolge due persone, è caratterizzato da una struttura convenzionale tipica e prevede la presenza di regole. In questo caso il gioco si differenzia dalla realtà perché l’azione è decontestualizzata ed assume un interesse non strumentale e intrinseco. Lo sviluppo di tali giochi, secondo Bruner, preparava il terreno allo sviluppo del linguaggio. L’organizzazione in sequenza di tali giochi è inoltre fondamentale per lo sviluppo dell’autonomia del bambino, perché gli consente di riconoscere e anticipare gli eventi. Se inizialmente il ruolo della madre era esclusivo per la creazione del gioco, rapidamente il ruolo del bambino si modifica rendendolo protagonista in grado di prendere iniziative autonomamente. Tra gli otto e i nove mesi, dopo che la madre inizia a lasciargli maggiore iniziativa, il bambino inizia a contrattare i ruoli del gioco; questo favorisce l’acquisizione delle regole di interazione (alternanza dei turni e ruoli) e delle convenzioni linguistiche. Tali giochi danno quindi la possibilità al bambino di esplorare il confine tra realtà e finzione, in particolare nella fase di separazione della madre.

Il gioco sociale nel secondo anno di vita

Una fase di riorganizzazione delle modalità di gioco si verifica tra i 9 e i 12 mesi, quando il bambino inizia a sviluppare notevoli abilità sociali ed il suo vocabolario comunicativo si amplia. Il bambino sviluppa gesti comunicativi volti ad attirare l’attenzione dell’adulto e sono volti alla realizzazione di un unico compito evolutivo: l’autonomia. In questa fase i genitori stimolano comunque i bambini, ma in modo diverso rispetto a prima; comunque il gioco sociale nella forma madre/padre-bambino pone le basi per gli scambi sociali bambino-bambino, che avranno luogo dal secondo anno di vita. Interessante in questa fase è osservare le differenze tra gli stimoli del padre (esplorazione/azione) e quelli della madre (didattica/stimolazione tranquilla).

Le origini del gioco tra bambini

Già nel corso del primo anno i bambini sono aperti al contatto sociale con il coetaneo, in particolare con una modalità imitativa. Dal secondo anno a questa modalità si aggiunge quella complementare, che prevede come risposta alle iniziative del compagno un’azione diversa ma coerente. Alla base dei giochi sociali...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher education97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia e tecnica del gioco e dell'animazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Frison Daniela.
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