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e specifico e allora deve essere un adattamento dovuto alla selezione naturale, o il linguaggio non è

un adattamento e allora non è un componente innato e specifico della mente umana

(significherebbe rinunciare alla grammatica universale). Secondo PeM, se si ha in mente di salvare

la grammatica universale, bisogna darwinizzare Chomsky. Solo in questo modo si mantiene insieme

biologia e modello del linguaggio. Secondo Cherniak, in appoggio a Chomsky, è possibile parlare di

strutture innate senza richiamare l’adattamento biologico. La tesi di Chomsky è che il linguaggio sia

caratterizzatile nei termini di una “differenza qualitativa” con gli altri sistemi di comunicazione animale per

via delle proprietà specifiche e irriducibili che lo caratterizzano. Chomsky rifiuta la selezione naturale in

quanto opera per funzioni (se devo svolgere una funzione, allora alla fine si avrà per selezione naturale una

struttura capace di svolgerla), ma il linguaggio non ricopre una singola funzione specifica. Il linguaggio, in

più, non è vero che serve a esprimere i pensieri (come credono i neoculturalisti), ma serve proprio a

costruire i pensieri.

3 - Sforzo

•• Darwin definisce il corrugatore (muscolo che governa la contrazione delle sopracciglia) “il muscolo del

pensiero”. Questo rimanda all’idea che il pensiero è un attività di equilibrio guidata da uno sforzo. Secondo

Darwin l’uomo aggrotta le sopracciglia soltanto quando, immerso nei suoi pensieri, incontra un ostacolo o

nel corso del suo ragionamento o nella realtà. Ogni individuo quindi cerca di guadagnare un equilibrio con

l’ambiente esterno, e il pensiero è uno dei modi in cui si manifesta questa attività. Alla base

dell’adattamento vi è lo sforzo verso l’equilibrio. L’organismo ha quindi un ruolo attivo

nell’evoluzione. L’adattamento è la strategia che ogni singolo organismo mette in atto per

equilibrare una situazione di squilibrio.

3.1 - Lo sforzo del comunicare

•• Il concetto di sforzo di equilibrio è fondamentale nell’origine e nel funzionamento del linguaggio. L’uso

effettivo del linguaggio è un processo di equilibrio governato da un duplice sforzo: quello dell’ascoltatore

che ricerca le intenzioni comunicative del parlante e quello del parlante che è impegnato a offrire gli indizi

migliori perché chi ascolta possa comprenderlo. L’origine del linguaggio è quindi legata ai processi di

produzione-comprensione linguistica. Si parte dal problema di Pinker sul primo mutante grammaticale:

come può essere compreso chi usa un sistema più complesso da chi dispone un dispositivo di

elaborazione meno complesso? Pinker dice che questo sia possibile “grazie all’uso dell’intelligenza in tutta

la sua potenza”. È intorno alla nozione di “sforzo cognitivo” che trova fondamento l’idea della

produzione-comprensione verbale come un processo di costruzione e non di mera decodifica

meccanica. Se fosse infatti vera la tesi della natura automatica e obbligata dei processi di elaborazione

linguistica, gli ascoltatori non dovrebbero provare alcuna sensazione di sforzo nel comprendere e i parlanti

non dovrebbero sforzarsi di farsi comprendere. I processi automatici sono infatti caratterizzati dalla

mancanza di sforzo di elaborazione. Se davvero l’uso del linguaggio fosse automatico (e quindi dovrebbe

esserci un modulo del cervello ad hoc capace di svolgere automaticamente questa funzione), allora

dovremmo elaborare qualsiasi discorso allo stesso modo, indipendentemente dal tipo di argomento

affrontato. Siccome empiricamente proviamo subito che non è così, bisogna rinunciare al modello

interpretativo modulare e ricercarne uno alternativo.

Siccome Darwin crede che lo sforzo cognitivo sia connesso all’attività di equilibrio dell’organismo che deve

far fronte a una nuova situazione ambientale, allora se pensiamo al linguaggio in termini di sforzo cognitivo

possiamo dire che la comunicazione sia una forma di equilibrio tra le intenzioni comunicative del parlante e

le aspettative che l’ascoltatore ha nel cogliere queste intenzioni. La cristallizzazione nel cervello di

capacità di elaborazione ad hoc per il linguaggio rappresenta un patrimonio di competenze e di

dispositivi che gli individui usano nelle soluzioni che richiedono velocità di elaborazione. È vero

che alcuni aspetti del linguaggio vengono “elaborati” senza sforzo (alcuni aspetti, non tutti). Il flusso

del parlato non è una semplice successione di frasi: produrre-comprendere un discorso non è produrre-

comprendere un enunciato dietro l’altro. Esistono dispositivi cognitivi che elaborano il flusso del linguaggio

e dispositivi cognitivi che analizzano gli enunciati. I processi nell’analisi del flusso del discorso sono alla

base dell’origine del linguaggio. Il linguaggio è un caso particolare dell’equilibrio adattativo che regola la

relazione tra organismo e ambiente.

3.2 - Lo sforzo adattativo

•• Parlare dell’equilibrio tra organismo e ambiente è parlare dell’adattamento che la specie ha perpetrato

attraverso il lento lavorio della selezione naturale. Comunque, l’organismo non è passivo nei processi

evolutivi, in quanto ogni organismo mette in atto qualsiasi strategia pur di sopravvivere, quindi ha un ruolo

attivo nel processo evolutivo. Il ruolo attivo del comportamento dell’organismo a fini selettivi è di primaria

importanza per dimostrare che il linguaggio sia una forma di adattamento biologico. Piaget considera

l’adattamento un tipo di equilibrio tra l’assimilazione (dell’esperienza alle strutture dell’organismo) e

l’accomodamento (delle strutture dell’organismo all’esperienza). Ogni comportamento è quindi una azione

intenzionale che ha come fine la trasformazione dell’ambiente. L’attività del fenotipo (quello che l’organismo

fa in base all’ambiente, ovvero lo sforzo verso lo stato di equilibrio) nell’evoluzione è in contrasto con la

selezione naturale (quindi “passiva”)? Insomma, l’organismo è attivo o passivo nel processo evolutivo,

o è sia attivo sia passivo? Secondo Haddington, il ruolo attivo dell’organismo è determinante per capire

come avviene la trasformazione adattativa, ma questa capacità attiva degli organismi di adattarsi a nuovi

stress ambientali viene usata dalla selezione naturale: la selezione naturale produce genotipi (ovvero:

modifica passivamente gli organismi) che modificano (attivamente) lo sviluppo secondo particolari stress

ambientali. L’assimilazione genetica sarebbe secondo Haddington solo una “simulazione” del lamarckismo.

Secondo Baldwin, l’adattamento è un processo che ha a che fare con lo sforzo dell’organismo nel tentativo

di riequilibrarsi con l’ambiente (quando l’ambiente muta, gli organismi lottano con tutte le forze pur di

mantenersi in vita). Quindi gli organismi direzionano i cambiamenti al livello del genotipo. In sintesi: se

l’ambiente cambia, gli organismi si attivano per adattarsi, quindi mutano attivamente il fenotipo

(selezione organica). Sarà poi la selezione naturale a ratificare passivamente l’adattamento al livello

del genotipo, rendendo la variazione ereditaria (selezione naturale). La selezione organica orienta

quindi l’evoluzione, ratificata dalla selezione naturale. L’ambiente non è più quello degli adattazionisti,

descritto come una entità cui l’organismo deve passivamente adattarsi, ma è il prodotto dell’attività

organica dovuto alle continue trasformazioni messe in atto dagli organismi. L’adattamento è infatti la ricerca

(con sforzo) di un equilibrio tra organismo e ambiente. Ma come si fa a costruire questa forma di equilibrio?

3.3 - Il “Sistema Triadico di Radicamento e Proiezione

•• Gli organismi si equilibrano all’ambiente o con “risposte stereotipate” (quindi cristallizzate nel genoma)

verso “vecchie” difficoltà o rispondendo in modo flessibile a nuove e impreviste difficoltà. Alcune forme di

equilibrio sono quindi automatiche e standardizzate, e rispondono selettivamente a uno stimolo. Che

caratteristiche deve avere un organismo per produrre comportamenti capaci di affrontare situazioni nuove e

insolite? Un organismo è tanto più flessibile quante più risposte alternative al problema è in grado di dare

(se la temperatura sale, possiamo toglierci la giacca, sventolare qualcosa, accendere il condizionatore…).

In più, l’organismo è flessibile se sa scegliere la risposta appropriata tra le diverse possibilità. In sintesi: la

flessibilità di un organismo si misura in riferimento alla sua capacità di fornire la risposta

appropriata alla situazione. Quindi un organismo è flessibile se sa esibire una forma di flessibilità

appropriata in base al contesto. Siccome il linguaggio è creativo (ovvero ci fa esprimere in maniera

appropriata in base al contesto), parlare di creatività umana in termini di flessibilità ci porta alla spiegazione

dell’origine e del funzionamento del linguaggio. Noi siamo flessibili e parliamo in modo appropriato perché

abbiamo due capacità fondamentali: la capacità di ancoraggio al contesto e la capacità di proiezione dal

contesto attuale a un contesto diverso. Queste due capacità fanno parte del Sistema Triadico di

Radicamento e Proiezione (STRP), garantito da tre sottosistemi di elaborazione: l’intelligenza ecologica (i

moduli legati alla rappresentazione dello spazio); l’intelligenza sociale (il modulo mentale che costruisce

uno spazio condiviso con gli altri organismi); l’intelligenza temporale (la capacità di viaggiare nel tempo per

costruire l’esperienza degli individui). Questi tre dispositivi di elaborazione sono strutturalmente

indipendenti e funzionalmente distinti (sono le proprietà dirette della concettualizzazione dello spazio, del

tempo e della socializzazione), ma possono operare insieme per la creazione di proprietà indirette come

proiezione e ancoraggio al mondo, necessari per rendere appropriato il comportamento al contesto.

•• Intelligenza ecologica (spazio): tutti gli organismi sono radicati all’ambiente fisico in cui vivono e agiscono

e le abilità cognitive della nostra specie dipendono da questo fatto. Gli organismi agiscono nell’ambiente e

trasformano l’ambiente a cui sono radicati. Per capire come un organismo sia radicato all’ambiente è

necessario considerare sia le capacità di rappresentare lo spazio sia le capacità motorie dell’organismo. Lo

sforzo adattativo è l’insieme di percezione e azione degli organismi nella realtà fisica. Con capacità motorie

non si intendono soltanto le capacità di movimento, quanto piuttosto un centro di elaborazione coinvolto

nella produzione e nel riconoscimento di “atti” (noi non ci limitiamo a muovere il corpo, ma afferriamo,

mordiamo, raggiungiamo qualcosa). Il cervello che agisce è un cervello che comprende (pre-

concettualmente e pre-linguisticamente). Secondo Gibson, un oggetto è riconosciuto per le “opportunità

pratiche che l’oggetto offre all’organismo che lo percepisce” (il manico di una tazzina da caffè è una parte di

oggetto che si presta a essere afferrata). Se è vero che gli oggetti sono riconoscibili e quindi

concettualizzabili per le opportunità pratiche che consentono, allora è vero che percezione e azione sono

unite, e che la percezione è una attività in cui l’organismo si radica all’ambiente trasformandolo

continuamente. La flessibilità comportamentale è strettamente dipendente dalla capacità degli

organismi di radicarsi al contesto. Eppure, non saremmo flessibili se non fossimo capaci di sganciarci

dalla situazione effettiva per proiettarci in situazioni contestuali alternative a quella attuale. Noi quindi ci

ancoriamo all’ambiente in cui viviamo e agiamo, ma lo facciamo flessibilmente in quanto siamo in

grado di proiettarci in altri contesti.

La posizione degli oggetti nell’ambiente è sempre connessa all’organismo che li percepisce e che si muove

nello spazio. Gli umani sono radicati flessibilmente all’ambiente perché sono capaci di sganciarsi dalla

situazione attuale costruendo proiezioni alternative alla situazione. Noi non solo siamo in grado di

proiettarci altrove, ma siamo anche in grado di “guardare con gli occhi degli altri” (come quando

controlliamo se il nostro nascondiglio è visibile dalla posizione in cui si trova chi ci sta cercando).

•• Intelligenza sociale: l’abilità di gestire i rapporti sia con gli organismi della stessa specie sia con quelli di

altre specie è affidata all’intelligenza sociale. Per relazionarsi con gli altri individui serve prima di tutto la

capacità di anticipare le mosse dell’altro. Il cervello nell’analizzare le relazioni con gli altri serve a “predire il

futuro”, ad anticipare le conseguenze dell’azione (propria o altrui).Rispetto agli individui singoli, i gruppi

risolvono molteplici problemi adattativi e hanno più possibilità di sopravvivenza. Il ruolo primario

dell’intelligenza creativa e sociale è quello di mantenere insieme la società. L’abilità di anticipare le mosse

dell’altro, in modo da intraprendere le giuste contromisure, è alla base dell’intelligenza sociale. Lo

strumento per eccellenza usato nelle strategie interpretative umane è l’atteggiamento intenzionale, che

consta nell’attribuire stati mentali agli altri. Secondo la Teoria della Mente di Premack, si ha la capacità di

mentalizzare il comportamento, ovvero di considerare gli stati mentali come cause dell’agire. Secondo la

“Teoria della teoria”, il comportamento è inteso come un insieme di rapporti causali tra stati mentali e

azione (guardo in terza persona), mentre secondo la “Teoria della simulazione” l’attribuzione di stati mentali

a qualcuno dipende dal fatto che l’interprete si pone nella prospettiva di chi agisce vedendosi agire al suo

posto (“mi metto nei panni dell’altro”, guardo in prima persona). I modelli che si ispirano alla teoria della

simulazione sono compatibili con la teoria evolutiva dell’intelligenza sociale. Secondo alcune teorie, la

capacità di rappresentare gli stati mentali degli altri in termini meta-rappresentazionali (teoria della teoria; io

penso che gli altri pensano) può essere considerata una evoluzione dei componenti simulativi (teoria della

simulazione; mi metto nei suoi panni e io penserei in quella situazione) dovuta all’avvento del linguaggio.

Radicamento e proiezione rappresentano le due proprietà alla base della capacità di garantire la flessibilità

vincolata al contesto, propria del comportamento umano. Se le azioni umane non fossero radicate al

contesto, non potrebbero essere appropriate, e senza a capacità di sganciare l’agire dalla situazione

effettiva gli umani non potrebbero accedere a mondi diversi da quello attuale, limitando di molto la

flessibilità comportamentale che li caratterizza. Noi abbiamo capacità proiettive perché il cervello è una

macchina del tempo.

•• Intelligenza temporale: la sopravvivenza degli organismi è legata alla loro capacità di anticipare il

futuro. Più un organismo è proiettivo, più è flessibile. Vi sono diversi gradi di memoria: la memoria implicita

è rigida e dipende dall’esperienza precedente del singolo organismo (se incontro un problema già

incontrato in passato, mi comporto di conseguenza; le anticipazioni basate sulla memoria implicita sono

adattamenti che riguardano il singolo organismo e le strategie comportamentali che questo acquisisce nel

corso della sua esperienza); la memoria semantica riguarda la conoscenza delle caratteristiche stabili e

regolari dell’ambiente, e dunque permette l’anticipazione del futuro (riguardante però cose già vissute e

molto “regolari”) attraverso il ragionamento o grazie alla conoscenza di “modelli di comportamento”

(esempio: come comportarsi al ristorante). Secondo Corballis, la ricostruzione mentale di eventi passati e

la costruzione di eventi futuri può essere all’origine del concetto stesso di tempo e della comprensione di

una continuità tra passato e futuro. La facoltà mentale che permette di decentrare il proprio punto di

vista temporale e rivisitare il passato o simulare il futuro è stata definita Macchina del Tempo

Mentale (Mental Time Traverl, MTT). L’evoluzione della capacità di rievocare eventi unici del proprio

passato (memoria episodica) non serve tanto a fornire informazioni dettagliate sul passato di per sé, ma a

procurare informazioni particolari per costruire simulazioni di ciò che potrebbe accadere in futuro.

Comunque, la memoria episodica non riesce a fornire resoconti esatti di cosa sia accaduto in passato, in

quanto i ricordi sono spesso imprecisi e distorti. Le distorsioni sono così comuni che, secondo Addis, non

possono essere interpretate come un malfunzionamento del sistema, ma rappresentano un buon modo di

interrogarsi sulla natura della memoria episodica e sulla sua funzione adattativa. Le distorsioni

costruiscono scenari passati, e non si limitano semplicemente alla loro semplice ripetizione. La costruzione

di eventi è un processo creativo.

Comunque, la Mental Time Travel è il dispositivo di anticipazione del futuro più flessibile di cui disponiamo

e la flessibilità di questo sistema dipende dalla natura proiettiva delle sue rappresentazioni. Decentrando il

punto di vista del soggetto e proiettandolo in contesti temporalmente distanti da quello attuale, l’MTT dà

all’organismo la possibilità di radicarsi all’ambiente, applicando la flessibilità vincolata al contesto che è alla

base dell’agire in modo appropriato. Non sono solo gli umani a essere in grado di pianificare (molti animali

fanno fronte all’esigenza di procurarsi il cibo pianificando le loro attività, quindi anticipano un bisogno di

fame che avvertiranno solo in futuro). I comportamenti che dipendono dalla capacità di dissociarsi dal

presente e di proiettarsi in uno scenario mentale passato o futuro danno prova della proprietà di sganciarsi

dal contesto immediato e confrontarsi con simulazioni di “mondi possibili” alternativi. La costruzione di

scenari coinvolge la capacità di proiezione dal contesto attuale allo scenario simulato. L’MTT è essenziale

nella costruzione delle simulazioni per permettere all’organismo di guadagnare (grazie alle proiezioni) una

forma più flessibile di radicamento all’ambiente.

•• Le tre intelligenze, considerate insieme, costruiscono la flessibilità e l’appropriatezza del comportamento.

3.4 - Ancoraggio, proiezione e flessibilità

•• Gli umani sono ancorati flessibilmente all’ambiente che li circonda; gli umani sanno produrre risposte

appropriato al contesto perché mettono in atto quel particolare tipo di elasticità comportamentale definita

come “flessibilità vincolata al contesto”. L’analisi delle tre intelligenze alla base del Sistema Triadico di

Radicamento e Proiezione mostra che la flessibilità vincolata dipende sia dal vincolo imposto dal

particolare dominio cognitivo di ogni intelligenza del sistema triadico, sia dal vincolo importo dalla co-

operazione delle tre intelligenze alla base dalla flessibilità e dell’appropriatezza dell’agire umano.

La capacità di rispondere in modo flessibile e appropriato al contesto fisico e sociale dipende da un

“radicamento incrociato” delle tre intelligenze che convergono verso un ruolo funzionale comune.

La convergenza delle informazioni provenienti dalle tre intelligenze contribuisce a una valutazione più

efficace e più appropriata al contesto. È la possibilità delle tre intelligenze di operare insieme ciò che

spiega la flessibilità ancorata al contesto capace di spiegare l’appropriatezza comportamentale.

Tutti i sistemi cognitivi in grado di proiezione poggiano su capacità di radicamento (il radicamento è una

conseguenza diretta della corporeità; senza corporeità non potrebbe esserci radicamento, e senza

radicamento non potrebbe esserci proiezione, ma non tutti i sistemi capaci di radicamento sono in grado di

proiezione). Proiettarsi è sempre sganciarsi da qualcosa a cui si era ancorati. I tre sistemi cognitivi

trovano un punto di convergenza nella capacità di sganciare l’organismo dalla situazione attuale

per proiettarlo in situazione alternative nello spazio, nel tempo e nell’ambiente sociale. Possiamo

allora dire che il sistema triadico di radicamento e proiezione è il dispositivo che governa la

produzione dei comportamenti flessibilmente appropriati. Secondo Chomsky che riprende Cartesio, la

capacità di parlare in modo appropriato alla situazione è il tratto distintivo del linguaggio e della natura

umana. Con il concetto di “flessibilità vincolata al contesto” (che già spiega l’appropriatezza

comportamentale) possiamo spiegare anche l’appropriatezza del linguaggio.

4 - Orientamento

•• Per arrivare alla destinazione è necessario compiere due strategie complementari: la prima è orientata

verso la meta e rappresenta il tracciamento del percorso da compiere; la seconda riguarda invece il

superamento degli ostacoli che di volta in volta impediscono il raggiungimento della meta finale, facendoci

inevitabilmente fare delle deviazioni dalla giusta direzione e di conseguenza dobbiamo poi ristabilire la rotta

corretta da seguire. I processi alla base della costruzione del “filo del discorso” (verso un certo obiettivo

comunicativo) sono molto simili alla capacità di orientarsi e di dirigersi nello spazio con il fine di raggiungere

una meta. La comunicazione è governata da processi di orientamento e direzione e questi processi sono

alla base dell’origine del linguaggio umano come anche della comunicazione effettiva. Lo sforzo cognitivo

che si ha quando si cerca di trovare l’equilibrio comunicativo tra parlante e ascoltatore equivale allo sforzo

di mantenere orientamento e direzione nel flusso del parlato.

4.1 - Lo sfondo

•• Nelle Hawaii alla fine dell’Ottocento si sono stabiliti lavoratori parlanti lingue molto diverse e che hanno

dato origine al pidgin, codice espressivo caratterizzato da una forte povertà grammaticale. Secondo

Bickerton il pidgin è una prova a favore della grammatica universale di Chomsky, in quanto poi dal pidgin

povero si struttura il creolo complesso grammaticalmente: situazioni di questo genere sono spiegabili

soltanto facendo riferimento all’innatismo dei componenti linguistici. Ma come si può comunicare usando un

codice espressivo così povero? Secondo Pinker, siccome il pidgin non offre ai parlanti le normali risorse

grammaticali per trasmettere messaggi, allora le intenzioni del parlante devono essere “completate”

dall’ascoltatore. Allora, la comunicazione pidgin rappresenta un caso limite di un processo tipico della

comunicazione umana a ogni livello: infatti, la relazione tra le intenzioni dei parlanti e lo sforzo degli

ascoltatori nella costruzione di un equilibrio comunicativo è centrale negli scambi comunicativi. Dire che il

linguaggio è fondato sullo sforzo di equilibrio tra le intenzioni del parlante e le aspettative

dell’ascoltatore significa dire che i processi di comprensione linguistica devono essere svolti da

uno specifico “lettore della mente”, un dispositivo cognitivo capace di cogliere le intenzioni di chi

parla. Solo considerando un lettore della mente possiamo spiegare come la comunicazione possa

funzionare anche in casi di codice molto povero. Se si lavora su messaggi deteriorati possiamo spostare

l’attenzione dal codice in sé ai processi che vengono messi in atto per colpare le lacune della codifica.

Allora, si scopre che gli scambi verbali sfruttano gli indizi che il parlante offre all’ascoltatore per ricostruire le

proprie intenzioni comunicative. La tesi standard sull’origine del linguaggio vede un percorso di sviluppo dal

semplice al complesso, mentre secondo Ferretti la genesi del linguaggio segue un percorso di sviluppo dal

complesso al semplice e i costituenti di base del linguaggio vanno individuati nei processi funzionali che

rendono possibile il fluire della comunicazione già prima dell’avvento di un codice espressivo vero e

proprio. Il “discorso” (la successione ordinata delle espressioni comunicative) precede l’origine delle singole

espressioni prese isolatamente.

4.2 - Parlare attraverso indizi

•• Secondo la Teoria del significato di Grice, quello che conta di più nella comunicazione non è tanto ciò

che il parlante dice, ma ciò che vuole dire (quando diciamo “che bell’amico che sei”, non sempre

intendiamo fare un complimento). Allora, la comunicazione è la ricostruzione nella testa di chi ascolta

delle intenzioni comunicative del parlante, non semplicemente il trasferimento di un pensiero dalla

testa del parlante a quella dell’ascoltatore. Infatti, secondo la Teoria della pertinenza di Wilson, le

parole non sono elementi linguistici da decodificare, ma “indizi” che il parlante offre all’ascoltatore per

ricostruire nella propria testa l’intenzione comunicativa del parlante. Questa idea della comunicazione

fondata su indizi è in linea con la visione della produzione-comprensione verbale come attività che

comporta uno sforzo di equilibrio. Secondo Wilson il linguaggio rende manifesta a un destinatario la propria

intenzione di rendergli manifesta una informazione (comunicazione ostensiva, quindi due livelli di

intenzioni: l’intenzione di comunicare e l’intenzione di far intendere di voler comunicare; intenzione

comunicativa e intenzione informativa). Il primo sistema di elaborazione nella comunicazione a essere

chiamato in causa è il lettore della mente, dispositivo alla base dell’intelligenza sociale. Baron-Cohen dice

che gli autistici sono incapaci di vedere gli altri come individui che agiscono sotto l’effetto dei propri stati

mentali, quindi non riescono a predire il comportamento delle altre persone. La teoria della pertinenza,

secondo (la) Frith, spiega i deficit di comunicazione negli autistici: la comprensione del linguaggio dipende

sia dall’analisi del significato letterale di ciò che viene detto sia dalla ricerca dell’ascoltatore dell’intenzione

comunicativa del parlante. Secondo Baron-Cohen, quando ascoltiamo un enunciato prestiamo sì

attenzione alle parole reali usate dal parlante, ma solo per capire quale sia il succo di quello che il parlante

voleva dire o voleva che noi capissimo. Tenendo conto delle aspettative dell’ascoltatore, il parlante si

attiene al principio di pertinenza. Siccome gli autistici ripetono più volte informazioni che l’ascoltatore già

conosce, o non riescono a fermarsi al momento giusto o interrompono il parlante nel momento sbagliato,

allora vuol dire che la comprensione dipende dalla capacità di mentalizzazione. Il lettore della mente

costruisce il tessuto narrativo. Comprendere il linguaggio significa comprendere le intenzioni del parlante.

L’intenzione comunicativa può essere considerata alla base della costruzione del flusso del parlato.

Comunque, il lettore della mente non basta a spiegare gli aspetti della comunicazione, in quanto

rappresenta soltanto il percorso lineare verso cui tendono parlante e ascoltatore nella costruzione del

flusso del parlato. Ma in questo percorso intervengono continuamente ostacoli con cui parlante e

ascoltatore devono fare i conti nel tentativo di stabilire un equilibrio reciproco. I continui riaggiustamenti

reciproci tra parlante e ascoltatore si avvalgono di dispositivi di radicamento al contesto e di controllo della

dimensione temporale del discorso. In sintesi: l’analisi del discorso implica un dispositivo di

elaborazione più complesso del lettore della mente: il sistema triadico di radicamento e proiezione.

I giudizi intuitivi che guidano la comprensione del parlato dipendono dal controllo della direzione e

dell’orientamento del fluire del discorso, valutando costantemente l’appropriatezza di ciò che viene detto.

Nel caso degli schizofrenici, i sistemi di orientamento e direzione che guidano la produzione-comprensione

del discorso sono fortemente compromessi. Dalle produzioni degli schizofrenici capiamo che i continui

riaggiustamenti messi in atto da parlante e ascoltatore sono controllati da un dispositivo di valutazione che

controlla continuamente la coerenza di quanto si dice. Il lettore della mente è importante in questo

processo, ma da solo non basta. A fare il “controllo di conformità” è il Mental Time Travel, dispositivo alla

base dell’intelligenza temporale. La produzione-comprensione del flusso del parlato implica capacità di

elaborazione che sfruttano la dimensione temporale del linguaggio, in quanto il discorso fluisce nel tempo.

Se l’ascoltatore non capisce ciò che il parlante vuole dirgli, deve dissociarsi dal presente e assumere

flessibilmente la prospettiva del passato per ri-analizzare quanto detto in precedenza. A volte l’ascoltatore

può capire ciò che il parlante stia per dirgli, ma non gli ha ancora detto. Per valutare il ruolo del MTT

nell’elaborazione del discorso è quello degli amnesici, che non riescono a mantenere il filo del discorso in

quanto hanno compromessi i sistemi di pianificazione del flusso del parlato. Negli schizofrenici il sintomo

chiave del disturbo linguistico è la mancanza di progettazione ed esecuzione. Insomma, non riescono a

direzionare e a orientare il fluire del parlato. I deficit in questione riguardano la compromissione dell’MTT, in

quanto è compromessa la memoria episodica. Se si compromette anche un solo sotto-componente del

Sistema triadico, ne risultano danneggiate le funzioni di radicamento e proiezione. Il carattere automatico e

obbligato del funzionamento di alcuni dispositivi innati che si occupano dell’elaborazione del linguaggio è

fondamentale nei processi di produzione-comprensione linguistica, ma non è il solo. Se il linguaggio

riguardasse solo la microanalisi, la comprensione del discorso potrebbe essere interpretata come la

semplice elaborazione di un enunciato dietro l’altro. Le patologie dimostrano che la macroanalisi non è

sufficiente a spiegare la comunicazione (gli schizofrenici producono enunciati in maniera perfetta, corretti

grammaticamente e quindi dotati di coesione, ma deragliano continuamente, producendo discorsi

incoerenti). La coerenza alla situazione, la capacità di riaggiustare continuamente la comunicazione per

superare gli ostacoli è permessa grazie ai dispositivi di radicamento e proiezione. Il sistema triadico di

radicamento e proiezione ha quindi un effetto decisivo nella coerenza del flusso del parlato. Un

deficit a uno dei componenti del sistema triadico ha effetti sulle capacità di navigazione e orientamento

necessarie per costruire un discorso coerente alla situazione. Gli autistici hanno carenze nell’intelligenza

sociale, gli schizofrenici nell’intelligenza temporale, mentre gli affetti da sindrome di Williams hanno

carenze nell’intelligenza ecologica (non riescono a rappresentare correttamente l’informazione visivo-

spaziale; hanno conoscenza delle associazioni linguistiche, ma non sanno collegare le parole al mondo). Il

radicamento delle parole al mondo ha a che fare con il sistema di rappresentazione spaziale alla

base dell’intelligenza ecologica. Se si indagano le proprietà pragmatiche come l’appropriatezza del

linguaggio, le questioni più interessanti da indagare riguardano il livello della macroanalisi. La coerenza alla

situazione con cui valutiamo l’appropriatezza del fluire del parlato dipendono direttamente dai processi di

radicamento e proiezione alla base dell’unità funzionale di questo sistema. I sistemi di elaborazione

coinvolti nel fluire del parlato sono alla base sia dell’uso del linguaggio ma anche dell’origine del linguaggio.

4.3 - Alle origini del linguaggio

•• Alcuni sistemi di elaborazione linguistica alla base del funzionamento effettivo del linguaggio sono la

chiave di accesso allo studio della sua origine. Il sistema triadico è a fondamento dell’origine del linguaggio.

Si parte dall’idea che i processi alla base dell’origine del linguaggio siano simili a quelli dei codici

fortemente deteriorati (come la comunicazione pidgin). La comunicazione può andare avanti anche in

assenza di un codice pienamente strutturato. I dispositivi di radicamento e proiezione possono infatti

mantenere in vita la comunicazione anche nel caso dell’origine del linguaggio. Il sistema triadico proietta i

pochi indizi espressivi disponibili nel caso del linguaggio nascente in una rete di strutture relazionali

(spaziali, sociali e temporali) così da far funzionare quella lingua anche senza una grammatica. La

comprensione è possibile perché il sistema triadico costruisce un filo di continuità (una

connessione temporale alla base del flusso comunicativo) tra gli indizi espressivi ancorandoli

costantemente al contesto spaziale e sociale. Se si dà un filo di continuità agli indizi espressivi delle

prime forme di comunicazione verbale significa dare loro un carattere discorsivo. Questo spiega non solo

l’avvento del “simbolo”, ma anche del “sistema simbolico”. Secondo Deacon non si può parlare di

linguaggio senza un sistema simbolico (altrimenti non ci potrebbe essere referenza tra un simbolo arbitrario

e l’entità che rappresenta). Non è possibile avere il codice senza i simboli (arbitrari e astratti), quindi i

simboli vengono prima del sistema simbolico. Ma allora da dove viene il pensiero simbolico? Donald

distingue tre tipi di cultura fondati su tre diversi sistemi rappresentazionali: la cultura episodica dei primati

non umani (inesorabilmente “inchiodati” al presente), la cultura mimica di Homo erectus e la cultura

simbolica di Homo sapiens (capaci di sganciarci dal qui e ora per proiettarsi in situazioni esperienziali

distanti nel tempo e nello spazio; secondo alcuni la proiezione nel futuro è il tratto distintivo della nostra

specie). Grazie al linguaggio verbale possiamo dissociarsi dalla situazione presente e proiettarci verso altre

situazioni. Ma come spieghiamo l’avvento dell’arbitrarietà e dell’astrattezza tipiche dell’espressione

simbolica? Siccome le proprietà dei simboli dipendono dai sistemi cognitivi che li producono-interpretano,

allora l’avvento va ricercato proprio nei sistemi cognitivi alla base. Secondo Donald l’erectus ha capacità

intellettive in grado di svincolarlo dal qui e ora. La sua cultura mimica (rappresentazione della realtà con

forme espressive visivo-motorie) è l’anello di congiunzione tra la cultura episodica e quella simbolica, ma

non indica come sia avvenuta questa evoluzione. Comunque, la rappresentazione mimica presenta

caratteristiche essenziali per l’avvento del linguaggio. Se la mimesis è alla base dell’origine del linguaggio,

allora dobbiamo prendere in considerazione la tesi di de Condillac sull’origine gestuale della

comunicazione verbale. Riconoscere l’importanza del gesto (e non del suono) da cui deriva la parola

è essenziale in una prospettiva continuista (infatti i segnali animali hanno un carattere involontario

che non si accorda con l’intenzionalità del codice simbolico). Infatti, se guardiamo ai simboli verbali

arbitrari degli animali e astratti degli umani, senza il ponte della comunicazione gestuale, la differenza tra

linguaggio umano e comunicazione animale sembra incollatile. Nei primi esperimenti sulle grandi scimmie

si è cercato di insegnare loro il linguaggio verbale, ma è stato un disastro. Si è poi provato a insegnare loro

la lingua dei segni, e bonobo e scimpanzé hanno imparato questa comunicazione proto-linguistica basata

su un codice visivo-motorio e su uno specifico sistema di elaborazione. La parte del cervello coinvolta nella

produzione linguistica è anche coinvolta in funzioni motorie come l’articolazione complessa della mano e

l’apprendimento senso-motorio. La scoperta dei neuroni specchio avvalorano l’idea che le origini del

linguaggio umano vadano interpretate in termini di adattamenti visivo-manuali più che uditivo-vocali

(secondo Corballis, la trasmissione dell’origine del linguaggio è più del “passa mano” che del “passa

parola”). La comunicazione testuale deve essere considerata solo come il precursore che “prepara la


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Ferretti Francesco.

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