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Alle origini del linguaggio umano

Il punto di vista evoluzionistico

Nel 1866 la Société de Linguistique de Paris emana il divieto di presentare relazioni sul problema dell’origine del linguaggio. I motivi che continuano ad alimentare l’ostracismo nei confronti dell’origine del linguaggio sono più di ordine ideologico che empirico. Per Cartesio, l’anima razionale è la cosa che ci distingue dagli animali. Oggi al posto dell’anima si crede che il linguaggio sia qualcosa che ci distingue dagli animali. Pensare al linguaggio come a uno spartiacque tra umani e animali non ci permette di guardare alle capacità umane come a una forma di adattamento biologico dovuto alla selezione naturale.

L’argomento principale è l’idea che le fasi iniziali della comunicazione umana siano governate dalle abilità cognitive in grado di “radicare” fortemente gli organismi all’ambiente in cui vivono. Gli umani sono animali tra gli altri animali. Vi è l’idea che la comunicazione abbia molto a che fare con la navigazione nello spazio: in analogia a quanto avviene nel tentativo di raggiungere una meta quando si è in viaggio, il parlante costruisce il flusso comunicativo conferendo “direzione” e “orientamento” a ciò che dice e l’ascoltatore ricostruisce ciò che il locutore sta dicendo sforzandosi di mantenere sotto controllo la direzione e l’orientamento del fluire del discorso. L’origine del linguaggio deve essere analizzata in riferimento a nozioni come “sforzo di equilibrio” e “navigazione nello spazio”.

Complessità

Wallace (co-inventore della teoria della selezione naturale) nel 1869 sostiene che gli umani sono diversi dagli altri animali perché coscienza e cervello non possono essere spiegati riferendosi alle leggi naturali. Da quel momento, tutti gli oppositori di Darwin attaccano la sua teoria mettendo in risalto le proprietà più “nobili” degli umani. Se la teoria della selezione naturale fosse vera, il mondo organico sarebbe soltanto il prodotto accidentale del caso. Il cattolico Mivart con l’argomento degli “organi incipienti” (le differenze che distinguono le varie specie si sono sviluppate improvvisamente e non gradualmente) colpisce uno dei fondamenti della teoria darwiniana, il gradualismo (successione di lievi modificazioni).

Mivart dice che un 5% di occhio o un 5% d’ala non sarebbero serviti. Quindi organi di questo tipo avrebbero fatto la loro comparsa improvvisamente, per intero. La selezione naturale è incapace di spiegare l’origine di organi complessi in termini gradualistici. Siccome la complessità non può essere spiegata facendo appello alla selezione naturale, l’unica spiegazione possibile della presenza in natura di sistemi complessi è la loro dipendenza da un atto di creazione (carattere del tutto-o-nulla). Deve esserci dunque un progetto e un fine a cui questo progetto mira: è la dottrina del disegno intelligente (recentemente in auge grazie ai neo-creazionisti americani).

Lo stesso Darwin era convinto dall’argomento per analogia (se qualcosa è banale, allora è selezione naturale, se qualcosa è incredibilmente complesso, allora è creazione) quando studiava a Cambridge per diventare pastore anglicano.

Il “colpo da maestro” di Darwin

Darwin risponde all’argomento degli organi incipienti osservando che non è richiesto che un’ala o un occhio siano in grado di volare o vedere sin dallo stato iniziale, in quanto certi organi hanno cambiato funzioni nel corso del tempo. Darwin ha ragione: non è necessario che per avere un ruolo adattativo un organo debba essere pienamente efficace. L’efficacia non è una caratteristica del tipo tutto-o-nulla. Esistono diverse forme di occhio, alcune più sofisticate di altre, ma tutte ugualmente adatte alla vista. Un occhio che vede al 5% è un occhio migliore di uno che vede al 4% e così via. Vedere anche solo un po’ è sicuramente meglio che non vedere affatto, e aumenta le possibilità di sopravvivenza. L’evoluzione è interpretabile nei termini di una complicazione di stadi che vanno dal semplice al complesso.

A dare avvio al processo di costruzione dell’occhio è sufficiente un recettore sensibile alla luce. I creazionisti adesso attaccano Darwin sul concetto di semplicità: quanto è davvero semplice un recettore sensibile alla luce? Da che cosa ha avuto origine?

Semplici complessità

La complessità per i creazionisti deve chiaramente dipendere da un atto di creazione. Secondo Behe (creazionista) le presunte entità semplici poste alla base del processo evolutivo sono in realtà entità estremamente sofisticate. Più che complesse, sono irriducibilmente complesse. Se manca una parte di queste complessità irriducibili, tutto l’organo è non funzionante e quindi inutile (esempio della trappola per topi che se manca un componente allora non è una trappola per topi). In più, l’evoluzione, a ogni livello, presuppone l’esistenza di entità complesse sin negli stati iniziali. Behe quindi risponde all’evoluzionismo selezionata usando l’idea del disegno intelligente (irriducibilmente complesso) governato da un progettista divino.

La macchia fotosensibile usata da Darwin come punto di partenza nella sua concezione gradualista (“come un nervo sia diventato sensibile alla luce non ci riguarda più di come la vita stessa si sia originata”) mostra tutti i caratteri di una complessità irriducibile.

Fare a meno del progettista

Innanzitutto, non è possibile accettare la visione meccanicistica di Behe secondo cui a ogni organo corrisponde una sola funzione. Infatti, nel corso dell’evoluzione, alcuni organi nati per altri scopi finiscono per svolgere nuove funzioni. Infatti, l’argomento della trappola per topi funziona solo se si ammette una relazione univoca e deterministica tra struttura e funzione (a ogni organo corrisponde una e una sola funzione). Gould, con la teoria dell’exaptation (exattamento) dimostra che strutture diverse possono compiere funzioni diverse.

Darwin crede che oltre alla selezione naturale, anche gli “effetti dell’uso” rivestano un ruolo fondamentale nell’evoluzione: in base a come una specie usa gli organi, questi si modificheranno di conseguenza per facilitare le operazioni basilari (pesci piatti che hanno tutti e due gli occhi sul lato superiore della testa e la bocca sul lato inferiore, così da mangiare e vedere in alto senza staccarsi dal suolo).

La critica più generale che si può muovere a Behe riguarda la sua visione meccanicistica della natura organica (complessità irriducibile). Pievani infatti dimostra che i sistemi viventi e molecolari sono riducibili da un punto di vista evoluzionistico, perché possiedono versioni diverse in grado di svolgere funzioni analoghe e sono rimpiazzatili da sistemi alternativi.

Secondo Behe la teoria darwiniana comporta una visione dell’evoluzione come un processo guidato dal caso, ma dal punto di vista del caso, l’evoluzione è semplicemente impossibile (se un uragano si abbatte su un deposito che contiene tutti i pezzi per costruire un aereo, è praticamente impossibile che questo riesca a costruirlo). Il caso ha qualcosa a che fare con la teoria evoluzionistica (le mutazioni genetiche sono eventi casuali), ma sostenere che l’intera storia dell’evoluzione sia governata dal caso è un totale fraintendimento della teoria di Darwin.

Il darwinismo è “la teoria della mutazione casuale combinata con la selezione naturale cumulativa non casuale”. La teoria dell’evoluzione è l’opera combinata del caso e della selezione naturale, e in questo modo possiamo fare a meno del disegno teleologico (con un fine) affidato a un progettista divino o a fantomatiche e misteriose forze vitali interne. Se non vogliamo credere ai miracoli, il riferimento a modificazioni numerose, successive e lievi è l’unico modo di cui disponiamo per spiegare la complessità in natura.

Alcuni dicono che Hume abbia distrutto l’argomento del disegno divino un secolo prima di Darwin, ma Hume a differenza di Darwin non ha indicato alcuna risposta della complessità biologica. Solo con la selezione naturale sarà possibile disporre di un dispositivo in grado di spiegare la complessità in natura con un approccio scientifico. Prima di Darwin si poteva spiegare la complessità o con il caso o con Dio. Darwin ha sostituito l’architetto divino con l’orologiaio cieco.

Il linguaggio: una complessità irriducibile?

Affrontare il linguaggio in termini evoluzionistici significa affrontare la questione più generale della sua natura. In scienza cognitiva si usa il modello della grammatica universale proposto da Chomsky negli anni Cinquanta. Se si considera il linguaggio come una facoltà innata della mente-cervello, allora si fa riferimento all’adattamento biologico: il linguaggio sarebbe quindi un adattamento biologico prodotto dalla selezione naturale, ma questa idea è molto controversa, anche tra i naturalisti stessi, tant’è che molti sostenitori della grammatica universale rifiutano il darwinismo (Chomsky compreso) per via della tradizione cartesiana (si fa differenza qualitativa tra umani e altri animali).

Chomsky abbraccia la tradizione cartesiana per spiegare la creatività del linguaggio umano, e in particolare la creatività combinatoria (uso infinito di mezzi finiti). Cartesio distingue gli umani dalle macchine (e dagli animali) grazie all’aspetto creativo dell’uso del linguaggio. Chomsky, riprendendo Cartesio, dice che l’unica maniera per capire che qualcuno abbia una mente è osservare la sua capacità di usare il linguaggio in maniera normale. Parlare in modo appropriato alla situazione rende il linguaggio umano una capacità specifica della nostra specie.

Ma come può il linguaggio essere allo stesso tempo indipendente da stimoli e appropriato al contesto? Cartesio spiega il problema introducendo il concetto di anima, esterno al meccanicismo fisico. Chomsky non fa propria la soluzione dualista di Cartesio e a proposito del “problema di Cartesio” sostiene che si tratta di un problema che la mente umana può porre, ma non può risolvere per principio. In realtà, è risolvibile, ma non è risolvibile se si considera il linguaggio nei termini della grammatica universale.

Quando l’oggetto di analisi è il parlare nelle situazione d’uso effettive, lo studio relativo al “perchè” diciamo qualcosa in un certo contesto deve essere parte integrante dello studio relativo al “cosa” diciamo in quella situazione.

Adattamento

Se un elefante ci dicesse di essere molto orgoglioso del suo naso, noi gli daremmo ragione, in quanto è l’unico animale conosciuto ad avere un naso del genere, ma se in ragione dell’unicità del suo naso questo cominciasse ad avanzare pretese di un qualche statuto speciale nel mondo della natura, allora gli risponderemmo che qualsiasi specie animale si distingue dalle altre per un qualche tratto caratteristico. Allora perché gli umani dovrebbero essere speciali e distinti dagli animali per via del carattere di unicità del linguaggio? È possibile mettere insieme la tesi della “differenza qualitativa” degli umani rispetto agli altri animali con l’evoluzionismo? La tesi secondo cui il linguaggio è alla base della differenza qualitativa degli umani si fonda sull’idea del linguaggio come un sistema straordinariamente complesso.

La complessità del linguaggio

La complessità del linguaggio è duplice, in quanto il linguaggio è, secondo Pinker, un sistema composto di molte parti (realizzate fisicamente in circuiti nervosi intricati, disegnati da una cascata di eventi genetici coordinati precisamente nel tempo): è complesso sia il dispositivo che elabora l’informazione linguistica (ma in questo caso la complessità è spiegabile con la teoria dell’evoluzione come con qualsiasi altro organo) ed è complessa la capacità di inviare da una testa all’altra un numero infinito di pensieri precisamente strutturati. Insomma, ciò che rende davvero complesso il linguaggio è il passaggio dai pensieri alla sequenza di espressioni verbali. Quando si dice che il linguaggio è complesso, quindi, si fa riferimento alla competenza grammaticale, non al dispositivo che elabora l’informazione linguistica in sé.

In favore dell’innatismo della grammatica universale, diciamo che se qualcosa non può essere appreso allora deve essere innato. Noi produciamo-riceviamo una sequenza lineare di parole, ma la nostra mente coglie la struttura gerarchica che c’è in questa stringa lineare di parole. Skinner in Verbal Behavior teorizza il comportamentismo (tutto si basa sullo schema stimolo-risposta; il linguaggio è lineare). Chomsky dice che la composizione e la produzione di un enunciato non si risolve semplicemente nel mettere in fila una sequenza di risposte sotto il controllo di una stimolazione esterna in quanto l’organizzazione sintattica di un enunciato non è qualcosa che si trova nella struttura fisica dell’enunciato stesso: è il principio di dipendenza dalla struttura. Da questo principio deriva la complessità del linguaggio. Siccome lo “stimolo è povero”, nel senso che l’esperienza non ci dice tutto, grazie al principio di dipendenza dalla struttura la nostra mente riempie le mancanze dello stimolo. La dipendenza dalla struttura deve essere un principio innato della facoltà del linguaggio in quanto non si apprende.

L’identificazione del linguaggio con la grammatica universale ci dice che il linguaggio sia un dispositivo indipendente e autonomo dalle altre capacità cognitive. Il modello di linguaggio di Chomsky si concilia quindi perfettamente con la concezione modularisja della mente proposta da Fodor. Secondo Fodor ogni modulo è un sistema di elaborazione dedicato a uno specifico tipo di informazione e impermeabile alle informazioni provenienti da altri moduli (la retina degli occhi non reagisce agli stimoli uditivi neanche se si urla a squarciagola). Prima di Fodor si pensava che la mente fosse un risolutore generale di problemi adatto alla soluzione di qualsiasi tipo di compito. Siccome gli organismi hanno sempre a che fare con problemi specifici e determinati, è ovvio che la selezione naturale abbia selezionato risolutori di problemi particolari, sistemi di elaborazione specifici dedicati alla soluzione di alcuni compiti e non di altri. Il funzionamento dei moduli è automatico, involontario e obbligato. La mente è come un coltellino svizzero (Cosmides e Tooby) e la grammatica universale è solo una delle lame di questo coltellino.

La trasformazione dei suoni in significati è un processo automatico, involontario e obbligato (come quando sul treno non riusciamo a non prestare attenzione alla conversazione del* nostr* vicin*. La comunicazione verbale può veicolare una quantità straordinaria di informazione in quanto è un sistema di elaborazione estremamente veloce. Secondo il modello del codice (di Shannon e Weaver), il pensiero (messaggio) viene codificato dal parlante in una successione di suoni che l’ascoltatore decodifica al fine di poter condividere il pensiero (il messaggio) che il parlante gli ha comunicato. A fondamento del modello del codice vi è l’idea che il pensiero sia principale rispetto al linguaggio. Il linguaggio può esprimere il pensiero perché la sua struttura ne rispecchia la forma. Il linguaggio quindi ha la struttura che ha perché serve a esprimere i pensieri. La comunicazione avviene quando io dico ciò che ho in mente e l’ascoltatore comprende quello che gli dico. Ma come è possibile trasformare il pensiero in linguaggio?

Secondo Fodor esiste un modulo di analisi specifico per le forme logiche e grammaticali. Le informazioni relative al contesto, in un modello di questo genere sono per esempio irrilevanti. Per Fodor importante è quanto il parlante dice. Siccome il modulo del linguaggio si attiva solo in presenza dello stimolo appropriato, la comprensione è la conseguenza automatica e obbligata dell’attività di elaborazione di questo modulo. Il linguaggio è come una forma di istinto, e propri come gli istinti il linguaggio è un dispositivo innato. Dire che il linguaggio è una facoltà innata significa dire che è un adattamento biologico dovuto alla selezione naturale.

Secondo Chomsky il linguaggio, che è innato, non è un adattamento biologico e quindi non è il prodotto della selezione naturale, in quanto crede che la grammatica universale sia un fenomeno tutto-o-nulla, che non si accorda con il gradualismo necessario per la selezione naturale. Chomsky cede che il linguaggio sia un sistema irriducibilmente complesso e quindi incompatibile con la selezione naturale.

Il linguaggio come adattamento

Secondo Chomsky, neocartesiano, il linguaggio umano costituisce l’elemento chiave della differenza qualitativa tra gli umani e gli altri animali, ed è completamene differente da qualsiasi altro sistema di comunicazione animale. Al massimo, possiamo dire che i gesti umani siano l’evoluzione dei sistemi di comunicazione animale, ma non il linguaggio umano, che si basa su principi totalmente differenti. Al contrario, Pinker e Bloom sostengono che la grammatica universale deve essere considerata il prodotto della selezione naturale. L’idea che il linguaggio sia veloce, automatico e obbligato è alla base della concezione modularista e del modello del codice. Allora, se il linguaggio è davvero veloce, automatico e obbligato, deve essere un adattamento biologico.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Ferretti Francesco.
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