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Storia del Mondo Islamico (VII-XVI secolo) Volume primo. C. Lo Jacono

Muhammad e l’affermazione dell’Islam

L’Islam si affermò nella penisola araba tramite la predicazione e l’attività politica di

Muhammad, il quale nacque a Mecca nel 570 d.C. da ‘Abd Allah e Amina, entrambi

appartenenti al clan dei Quraysh. La Mecca era un ambiente urbano, differenziato rispetto al

mondo tribale circostante, importante dal punto di vista mercantile e religioso.

Muhammad, prima dell’attività di predicatore, condusse una professione che riguardava i

commerci ed insieme allo zio compì numerosi viaggi di lavoro in Siria e Yemen.

Fu da subito considerato una persona affidabile, guadagnandosi la stima di Khadija, una

ricca vedova con cui si sposò. Dal loro matrimonio nacquero due maschi, i quali non

sopravvissero a lungo, e quattro femmine, tre delle quali morirono presto, senza aver

garantito una discendenza al Profeta. Sentendo la mancanza di un erede maschio e

comprendendo le mancanze economiche dello zio Abuu Taalib, Muhammad decise di

accogliere in casa il cugino ‘Alii, successivamente fervente devoto e sposo di Fatima,

l’ultima figlia rimasta in vita del Profeta. Successivamente, Muhammad prese con sé anche

Zayd b. Haaritha, uno schiavo quindicenne regalatogli dalla moglie.

La rivelazione e la predicazione a Mecca

La prima rivelazione raggiunse Muhammad all’età di 40 anni, durante uno dei suoi frequenti

ritiri spirituali sul monte Hiraa’, vicino Mecca. Egli vide che un angelo gli aveva comandato

di leggere un foglio che gli aveva posto davanti; ma essendo Muhammad incapace di

leggerlo, lo stesso angelo ripeté quelli che adesso sono i primi cinque versetti della Sura del

grumo di sangue. Scosso, mentre sentiva in lontananza la frase rivelatrice della sua missione

profetica, Muhammad si precipitò a valle per raggiungere la propria casa, dove trovò il

conforto e la fiducia di Khadija, primo essere umano a convertirsi all’Islam.

Muhammad ricevette subito dopo un’altra rivelazione, alcuni versetti della Sura del calamo,

e dovette aspettare altri tre anni prima di riceverne un’altra: da allora il flusso coranico fu

continuo. Il tono di queste prime rivelazioni era molto intenso e si esprimeva in una

drammaticità dei contenuti che annunciavano l’imminenza del Giorno del Giudizio e la

conseguente necessità di pentirsi dei propri peccati. In questi versetti, si ricordava inoltre

che Dio aveva mandato nelle diverse epoche e alle diverse comunità numerosi profeti ad

annunciare il messaggio divino, l’ultimo dei quali appunto era Muhammad, definito il

Sigillo dei Profeti.

Tuttavia, il messaggio non fu accolto dagli arabi primitivi per i quali era impossibile che Dio

fosse uno e unico, talmente abituati all’idea dell’esistenza di una pluralità di dei.

Neanche la famiglia del Profeta fu particolarmente contenta di questo messaggio divino,

tuttavia Muhammad raccolse il consenso del cugino ‘Alii, di Abuu Bakr, dell’omayyade

‘Uthmaan e di altri amici intimi. La mancanza di un largo consenso convinse Muhammad ad

operare in modo discreto per circa tre anni, durante i quali i temi delle rivelazioni

predicavano una solidarietà che andasse oltre i limiti di appartenenza al proprio clan o tribù.

Proprio questo, insieme ad altri temi sociali ed etici che andavano contro la pratica del

prestito usuraio, fecero indispettire i maggiori clan meccani che si dichiararono in aperta

ostilità con Muhammad. Egli godeva comunque del favore del suo lignaggio per l’obbligo

di solidarietà del gruppo verso qualsiasi membro offeso.

La piccola Egira

Muhammad dispose verso il 614 una piccola hijra a causa delle continue insolenze e

pressioni da parte dei clan ostili. Di questa hijra fecero parte 15 fedeli, i quali si recarono

nella cristiana Abissinia, dove furono ben accolti.

L’anno del dolore

Nel 619 Abuu Taliib e Khadija morirono, abbandonando il Profeta in uno stato di sconforto

e disperazione che lo portò a convincersi della necessità di abbandonare la Mecca, temendo

che il suo gruppo non fosse più così disposto a sostenerlo.

L’Egira

Nel 620 arrivarono a Mecca per la consueta fiera-pellegrinaggio, alcuni membri dei B.

Khazraj da Yathrib, che dopo aver ascoltato le parole di Muhammad, incuriositi, si

proclamarono musulmani, convertendosi. Questi nuovi convertiti proposero al Profeta di

trasferirsi da loro per compiere l’attività di hakam, arbitro, per mediare fra le tribù dei

Khazraj e degli Aws.

Un anno dopo vi fu un altro incontro, poco fuori Mecca, e da Yathrib giunsero dodici

delegati coi quali fu sottoscritto un impegno noto come Giuramento delle donne, per il fatto

che gli abitanti promettevano di proteggere Muhammad e i suoi fedeli come avrebbero fatto

solo per le donne e di credere in un solo Dio, non rubare, non uccidere le figlie, non dire il

falso, non disubbidire a Muhammad e non commettere adulterio.

A questo punto fu mandato a Yathrib un musulmano con il compito di divulgare il Corano.

Questo compito fu portato a compimento molto bene tanto che nel 622 quando vi fu un altro

incontro alla ‘aqaba durante l’hajj, da Yathrib giunsero molti più musulmani, rinnovando

l’impegno precedentemente preso di difendere Muhammad e gli altri musulmani e di

accoglierli a Yathrib. Questo fu chiamato il Giuramento di guerra contro Arabi e non Arabi.

La vera e propria Egira avvenne il 24 settembre del 622 e con essa nasceva una nuova

Comunità di musulmani, basata sui vincoli di fede.

La umma

Una volta arrivati a Yathrib bisognava decidere dove collocare l’abitazione del Profeta. La

tradizione vuole che fu lasciata libera una cammella che si fermò nella spianata di proprietà

di due giovani orfani di un clan affiliato ai Khazraj. Tutta l’area fu acquistata grazie ad Abu

Bakr e Muhammad dispose l’edificazione di una moschea, annessa all’abitazione che si

stava costruendo a oriente di essa e dove si trasferì con le due mogli Sawda e ‘Aa’isha, con

la qibla rivolta a Gerusalemme.

Fin da subito Muhammad si mostrò molto attivo e ciò portò anche alla creazione di un

documento che regolasse i rapporti tra i vari clan cittadini. Questo documento è conosciuto

come Costituzione di Medina e in esso si afferma che Muhammad è profeta e capo della

umma, della comunità dei musulmani, col vantaggio di essere l’unico arbitro nelle

controversie tra musulmani e non musulmani, anche se convertiti e appartenenti a clan

medinesi (Ansaar, ausiliari); inoltre la libertà di culto era garantita a tutti.

Gli Ebrei di Yathrib erano direttamente coinvolti dalla Costituzione per la loro importanza

economica, culturale e tecnologica e più volte Muhammad cercò di farsi conoscere da loro

come inviato di Dio, inserito nella loro stessa linea profetica, ma dotato di un messaggio

divino da far conoscere al mondo arabo. Inizialmente gli Ebrei furono incuriositi ma quando

i rabbini si accorsero delle profonde diversità dottrinarie e liturgiche, la curiosità si

trasformò in diffidenza e scherno.

La Costituzione era molto importante per i musulmani perché offriva loro protezione e

solidarietà per quanto riguardava lo strumento economico della razzia, poiché essi stessi

comprendevano di non poter pesare a lungo sulle risorse economiche della città che li

ospitava. Queste razzie erano rivolte a sconfiggere il paganesimo e consistevano in feroci

attacchi ai traffici meccani.

La jihâd. La vittoria di Badr

Sette mesi dopo l’arrivo a Medina, gli Emigrati compirono la prima jihaad contro i Meccani

pagani e i loro traffici che andavano intensificandosi. La jihaad più importante che ogni

musulmano deve compiere è quella contro gli aspetti negativi del proprio essere, ma questo

impegno può tradursi in azioni militari condotte “sulla strada di Dio per piegare i suoi

nemici al suo volere”.

Nel frattempo, le relazioni con gli ebrei medinesi non miglioravano e allora Muhammad

stanco delle continue critiche e convinto del fatto che rifiutavano il suo ruolo e il suo

messaggio, decise di spostare la qibla da Gerusalemme alla Ka’ba.

Durante il mese di ramadaan del secondo anno dell’Egira, si conseguì il primo successo

militare: l’imboscata presso i pozzi di Badr a settanta persone facenti parte di una carovana

di mille cammelli. La vittoria servì a migliorare non solo il morale dei musulmani, ma anche

il loro stato economico. Inoltre, il prestigio di Muhammad accrebbe e questo fece sì che

aumentassero anche le conversioni.

Il disastro di Uhud

Nel marzo 625 i Quraysh arrivarono a Medina con trecentomila uomini, guidati da Khaalid

b. al-Waliid, schierati sotto il monte Uhud, in attesa che gli assediati uscissero a combattere.

Mentre il Profeta, conscio della propria inferiorità numerica, era molto prudente, altri più

giovani volevano scontrarsi senza indugio, forti dell’immutabile favore celeste.

Dopo aver schierato circa settecento musulmani, Muhammad ordinò ad una cinquantina di

arcieri di addossarsi alle pendici dell’Uhud e di non muoversi assolutamente, così da essere

in grado di proteggere la città da eventuali aggiramenti del fianco sud. Tuttavia, il

comandante avversario finse uno sbando e gli arcieri caddero nella trappola, avanzando per

raggiungere le retrovie avversarie, ma finendo travolti dalla cavalleria avversaria.

Lo stesso Profeta fu ferito durante la battaglia e perse i sensi, cosa che fu scambiata per

morte certa e ciò impedì ai Quraysh di assestare il colpo finale, lasciando così andare i vinti

che ripiegarono per tornare a Medina.

Il disastro di Uhud, si disse dopo, fu dovuto alla disubbidienza al Profeta, cosa che

provocava la collera di Dio. Da ciò, nacque l’assunto secondo cui ogni ordine del Profeta

godeva dell’autorità divina, come se venisse dato da Dio in persona.

L’assedio di Medina

I musulmani ripresero la loro strategia anticoreiscita, ma Abuu Sufyaan, conscio del periodo

di carestia in Hijaaz e del fatto che il nemico era una grave minaccia per i traffici meccani,

si convinse ad eliminare questa minaccia una volta per tutte.

Nel fronte antiislamico si erano aggiunti Nadiir, Ghatafaan e B. Sulaym, così le forze

meccane ammontavano a sette-diecimila Ahaabiish, mentre Muhammad poteva contare solo

su tremila medinesi, visto che i Qurayza rifiutarono di schierarsi al suo fianco.

Tuttavia stavolta la situazione era favorevole a Muhammad, non solo perché lo

schieramento avversario non era più guidato da Khaalid b. al-Waliid, ma anche perché il

raccolto estivo era già avvenuto e non si trovava sui campi a favore degli avversari. Inoltre

fu costruita una trincea a protezione dei possibili varchi e tutti i difensori, forti

dell’esperienza di Uhud, era pronti a non disubbidire alle indicazioni del Profeta, che

preferiva che tutti rimanessero allo scoperto, per evitare uno scontro impari.

Il Giorno del Fossato fu privo di scontri; quindici giorni passarono senza scontri e questo

insieme ad un insolito freddo, convinse gli assedianti a rinunciare al proprio proposito e a

ritornare in patria.

Il massacro dei Qurayza

Vi fu dunque un totale trionfo islamico poiché da quel momento poterono percorrere

liberamente le lande higiazene e attaccare i traffici meccani. Inoltre, Muhammad decise di

punire i Qurayza per aver rifiutato di collaborare con i musulmani, anche se sancito nella

Costituzione di Medina. Infatti, si venne a scoprire che gli ebrei non solo non avevano

rispettato il patto, ma avevano aiutato gli assedianti, vendendo loro una quantità enorme di

viveri. Ciò era una netta violazione del patto con i musulmani, in base al quale non doveva

essere fornito alcun aiuto ai nemici. Dopo circa due settimane di assedio alle loro fortezze,

questi decisero di arrendersi, decretando la loro stessa fine, poiché Sa’d b. Mu’aadh, a cui

Muhammad aveva affidato il compito di decretare la loro fine, decise che tutti i maschi

puberi venissero sterminati e le donne e i fanciulli resi schiavi.

L’accordo di al-Hudaybiyya

L’insuccesso dell’assedio di Medina convinse molte tribù a chiedere un’alleanza con

Muhammad, il quale pretese che i nomadi si impegnassero a versare una sorta di tributo in

cambio della protezione della umma islamica.

Il Profeta decise di compiere una ‘umra alla Ka’ba, nel marzo 628 con milleseicento soldati

e una settantina di bestie per il rituale sacrificio. Pur credendo che fosse lo scontro

definitivo, questo si risolse in una tregua sancita ad al-Hudaybiyya, secondo cui l’anno

successivo i medinesi avrebbero potuto effettuare la ‘umra, mentre i meccani si ritiravano

sulle alture circostanti per evitare scontri. Tuttavia nell’immediato i medinesi dovevano

ritornare nella loro città.

Questa tregua permise ai musulmani di ampliare il loro retroterra economico e politico,

mettendo sotto controllo le rotte battute dai meccani e staccando alcune tribù dai

filobizantini Ghassanidi.

Nel marzo 629 i Quraysh lasciarono campo libero ai medinesi per la ‘umra della durata di

tre giorni, come concordato nella tregua. I pellegrini girarono intorno al santuario in senso

antiorario, compirono i sette tragitti tra al-Safaa’ e Marwa, sacrificarono gli animali portati e

si rasarono la testa.

La conquista di Mecca

La tregua con Mecca durò 22 mesi a causa dello riaccendersi dell’ostilità tra i Bakr b. ‘Abd

Manaat b. Kinaana (alleati dei Quraysh) e i Ka’b b. ‘Amr, un clan dei Khuzaa’a, alleato con

Medina. Uno dei Bakr era stato ucciso in territori Khuzaa’a e i primi decisero di vendicarsi,

finché la situazione si calmò grazie all’intervento di alcuni arbitri che avevano stabilito che i

Khuzaa’a pagassero il prezzo di sangue per le uccisioni seguite al primo omicidio.

La reazione di uno dei Ka’b a certi versi satirici proclamati da un certo Bakr contro il

profeta, portò all’uccisione di alcuni Ka’b, mentre gli assassini si rinchiusero in città. Ciò

fornì il pretesto a Muhammad per rinunciare alla tregua.

In città entrarono quattro contingenti, uno dei quali affidato allo stesso Muhammad, con

l’ordine di uccidere quanti resistevano con le armi e quanti era scritti in una ‘lista nera’.

Successivamente, il Profeta si recò alla Ka’ba dove tocco la Pietra Nera con il bastone, girò

sette volte in senso antiorario intorno al tempio e fece distruggere la statua di Hubal e ogni

possibile segno del politeismo, salvando solo il maqaam Ibraahiim (la stazione di Abramo),

un macigno che si diceva servì al patriarca e al figlio Ismaele per riassettare la Ka’ba dopo il

Diluvio Universale.

La conquista della Mecca fu poco cruenta ma comportò la schiavitù di tutti i suoi abitanti.

Venti giorni dopo ritornò a Medina.

La vittoria di Hunayn. L’epilogo

Nel 631, grazie ad una rivelazione, si ebbe una nuova fase di non tolleranza contro qualsiasi

attacco dei pagani all’Islam, punito con la morte.

Nello stesso anno, Muhammad compì il suo primo hajj, chiamato poi “d’addio”. Tornato a

Medina, fu colpito da violente emicranie e malgrado ogni cura, morì l’8 giugno del 632.

Capitolo secondo. Il califfato “ortodosso”.

La successione del Profeta

La morte di Muhammad rappresentò uno shock di non poco conto poiché lasciava tutti i

musulmani, in particolare i suoi Compagni, privi dell’interprete del messaggio divino, in

grado di risolvere i problemi che si affacciavano all’interno di una comunità guidata da

regole divine. Sebbene nel Corano si faccia uso del termine khaliifa, esso è comunque

collegato alle figure di Adamo e David e non assume il termine di ‘successore’.

Alcuni secoli dopo lo sciismo sosterrà che il Profeta prima di morire aveva designato come

suo successore il cugino ‘Alii, tuttavia il fatto è negato dalla maggior parte dei musulmani,

insieme alla credenza secondo cui l’Ahl al-Bayt, la Famiglia del Profeta, godi di un primato

politico.

Il califfato di Abuu Bakr

La sera della morte del Profeta alcuni Ausiliari decisero di riunirsi nella corte coperta

(saqiifa) per riprendere in mano la gestione della città, volendo eleggere come guida il

sayyid dei Khazraj, Sa’d b. ‘Ubaada. Tuttavia alcuni Emigrati, messi al corrente della

situazione, li raggiunsero per realizzare un accordo per la gestione della Umma. E’ con

queste premesse che durante questa occasione verrà messa in atto l’idea di creare un istituto

califfale: infatti fu significativo il gesto di Abuu ‘Ubayda e di ‘Umar che proclamarono

Abuu Bakr come il miglior uomo per guidare la umma, ottenendo il consenso dei presenti.

Questa scelta votata a favore di Abuu Bakr fu dettata anche dal fatto che non contava tanto il

censo, la capacità guerriera o politica, quanto l’anzianità di fede (saabiqa) e l’intimità con il

Profeta (qaraaba). Abuu Bakr rispettava queste caratteristiche: era stato amico intimo del

Profeta fin da prima della Rivelazione, fu forse il primo uomo adulto a convertirsi, e insieme

ad ‘Umar fu il suo più intimo collaboratore.

Abuu Bakr inoltre era un uomo molto generoso e autorevole e ciò gli permise di acquisire il

favore della maggior parte dei musulmani, sebbene altri, come ‘Alii, per qualche tempo non

lo riconobbero come successore del Profeta.

In particolare, ‘Alii era stato escluso a priori dalla carica a causa della sua giovane età,

perché a pari di Abuu Bakr poteva vantare una certa intimità con il Profeta, per aver dormito

nella stessa casa ed essere diventato non solo suo genero, ma anche fratello di fede all’arrivo

a Medina.

La guerra della ridda

La morte di Muhammad portò ad un periodo di grave conflitti e scontri con molte trib&ugrav

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/10 Storia dei paesi islamici

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher morreale.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Islamistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Lagdaf Souadou.
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