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L'archeologia nel Vicino Oriente

Lo scavo di un sito archeologico è un’operazione complessa, che richiede la cooperazione di numerosi specialisti. Oltre a un direttore con la responsabilità complessiva del progetto, occorrono archeologi che sorveglino e prendano nota delle operazioni di scavo, topografi che disegnino le piante degli edifici, fotografi, disegnatori e archivisti che documentino e classifichino gli oggetti trovati. Un ruolo importante è svolto anche dalla fotografia aerea, che permette di esaminare dal cielo estese porzioni di terreno. Oltre a scavare, gli archeologi cercano anche di ricostruire il paesaggio che in passato circondava il sito.

La prospezione del terreno è un metodo prezioso per scoprire la storia dell’occupazione di una regione, e anche per scegliere i luoghi dove compiere gli scavi in futuro. Uno dei compiti più urgenti è la datazione di ciò che si trova. Un attento esame dei diversi strati permette di stabilire in che ordine si sono formati. I manufatti usati in una particolare regione cambiano forma nel tempo: quando se ne conosca l’ordine cronologico, tali oggetti si possono usare per datare il luogo in cui sono stati trovati. In certi casi, le date si possono dedurre da fonti storiche usando come riferimento eventi astronomici, per esempio le eclissi. In altri, una stima dell’età di un oggetto può essere fornita dalle tecniche scientifiche che si servono degli anelli degli alberi o del radiocarbonio.

Una delle caratteristiche archeologiche principali della Mesopotamia è l’abbondanza di testi scritti, per lo più su tavolette di argilla cruda (riportate alla luce mezzo milione di tavolette cuneiformi, molte delle quali non sono state pubblicate). Le ricerche archeologiche sono costose; solo pochi progetti hanno avuto i fondi necessari per operare con tutti i crismi. Sebbene i governi di alcuni di questi paesi abbiano finanziato programmi di salvataggio su vasta scala prima di costruire grandi dighe sui fiumi, il numero dei siti distrutti aumenta ogni anno, e la loro testimonianza viene persa per sempre.

Parte prima: I villaggi

  • Geologia, paesaggi e clima

Il Vicino Oriente è stato chiamato ‘la terra dei cinque mari’, essendo circondato dal Mediterraneo, dal Mar Nero, dal Mar Caspio, dal Golfo Persico e dal Mar Rosso. Duecento milioni di anni fa i due antichi continenti di Gondwana e di Laurasia, che insieme con i bacini oceanici costituivano la crosta terrestre, cominciarono a spezzarsi e a muoversi l’uno verso l’altro. In mezzo c’era l’oceano della Tetide, con spessi strati di sedimenti marini. Quando entrarono in collisione, i due continenti si spaccarono in numerose “placche” costiere, i cui movimenti relativi determinarono le principali caratteristiche geografiche dell’odierno Vicino Oriente.

La placca arabica, infilandosi sotto la placca iranica, fu spinta verso il basso creando il Golfo Persico, le pianure della Mesopotamia, attraverso le quali scorrono il Tigri e l’Eufrate, e le ripide creste parallele dei Monti Zagros, a nordest della Mesopotamia. La catena del Tauro, nella Turchia meridionale, si formò in modo simile, quando la placca africana si infilò sotto la placca turca. Il paesaggio del Vicino Oriente è molto vario.

In Turchia due grandi catene attraversano il Paese da est a ovest: i Monti del Ponto, lungo il Mar Nero, e il Tauro, sul Mediterraneo. Tra le due catene sale, da ovest verso est, l’altopiano anatolico (500 m. sul mare). Ad est i Monti del Ponto e il Tauro si riuniscono e si incontrano con le due principali catene montuose dell’Iran: i Monti Elburz, che corrono a nord lungo la costa meridionale del Mar Caspio, e i Monti Zagros, che si stendono da nordovest a sudest e separano il bassopiano della Mesopotamia dall’altopiano iranico. Le cime di queste montagne arrivano a circa 4000 metri, e le più alte, che in realtà sono vulcani estinti, toccano quote ancora superiori. A sud delle regioni montuose della Turchia e dell’Iran, dove le ripide catene cedono il passo alle pianure della Mesopotamia, il paesaggio si fa meno selvaggio. Dal Golfo Persico, la pianura sale lievemente verso nordovest, lungo il corso dell’Eufrate, finché il fiume devia verso nord e penetra nel Tauro. La parte inferiore del bassopiano mesopotamico, essendo formata dal limo trasportato dall’Eufrate e dal Tigri e dagli altri fiumi che scendono dalle montagne del nord e dell’est, è quasi piatta. Nella parte alta il paesaggio è ondulato.

Mentre la formazione dei rilievi dura centinaia di migliaia di anni, un altro importante cambiamento topografico avvenne invece in tempi brevi alla fine dell’ultima glaciazione. Durante il periodo glaciale vaste calotte di ghiaccio ricoprirono le regioni, intrappolando parte delle acque degli oceani e riducendo il livello del mare di più di 100 metri. Circa 16 000 anni fa il livello dell’acqua cominciò a salire. Nella maggior parte dei mari che circondavano il Vicino Oriente, il fondo è molto ripido, quindi i cambiamenti della linea costiera non furono grandi. Le acque del Golfo, invece, sono più basse: qui, i fiumi alimentati dal Tauro e dai Monti Zagros finirono con lo sfociare in mare molto prima di un tempo. Dopo che il mare fu giunto approssimativamente al suo livello attuale, si generarono le piatte pianure alluvionali della Mesopotamia meridionale e del delta del Nilo. Il livello odierno fu raggiunto all’incirca nel 4000 a.C., e da allora oscilla in una fascia di uno o due metri.

Per ricostruire il clima, una delle tecniche più utili è l’identificazione dei granelli di polline conservati nei sedimenti dei laghi antichi: da questi è possibile ricostruire i cambiamenti della vegetazione. Anche se non tutti sono d’accordo sul modo di interpretare i dati, che sembrano variare da regione a regione, è possibile tracciare un quadro approssimativo. Tra il 12 000 e l’8000 a.C., mentre il mantello glaciale si ritirava e il livello del mare saliva, la temperatura aumentò rapidamente di quasi 10 °C. durante il periodo glaciale le montagne settentrionali erano state caratterizzate da vegetazione in gran parte steppica e da clima freddo e arido; successivamente, quando il clima divenne più caldo e umido, si crearono le condizioni per la crescita di fitte foreste; circa 6000 anni fa querce e altri alberi ricoprirono le pendici dei Monti Zagros con boschi simili a quelli di oggi. Il clima caldo e umido che sostituì quello asciutto e freddo rese possibile la crescita di alberi anche più a sud. Tuttavia entro l’11 000 a.C. le precipitazioni diminuirono, e vaste zone si trasformarono in steppa o in deserto.

Si possono individuare quattro diverse fasce che attraversano la regione:

  • Zona montuosa: dove piante caducifoglie e conifere formavano boschi misti di querce, pini, cedri e ginepri, caratterizzata da inverni freddi e umidi ed estati secche.
  • Zona pedemontana: lungo la costa mediterranea e ai piedi del Tauro e dei Monti Zagros, gli inverni erano miti e umidi, le estati calde e asciutte. La vegetazione era costituita da foresta mediterranea non molto fitta.
  • Zona della steppa: lungo il margine orientale e meridionale delle colline pedemontane e sugli altopiani iranico e turco. Presenta inverni miti e secchi ed estati calde e secche, praterie aperte quasi prive di alberi.
  • Zona desertica: all’interno dell’Arabia e dell’Iran. Aveva inverni miti e secchi ed estati calde e secche, ma non vi cresceva nulla.

Nei luoghi dove l’acqua era presente tutto l’anno, si formarono habitat favorevoli, i quali, pur non essendo vasti, furono molto importanti per gli uomini primitivi.

  • I primi agricoltori (12 000-7000 a.C.)

Con la comparsa dell’uomo anatomicamente moderno (Homo sapiens sapiens), il progresso accelerò, portando alla colonizzazione di tutti i continenti entro il 20 000 a.C. La crescente capacità dell’uomo di dominare l’ambiente si palesò con tecniche di lavorazione della selce più avanzate e raffinate, con un minore nomadismo e con comportamenti sociali più complessi (dal 30 000 a.C., riti funebri e l’esecuzione di pitture sulle pareti delle caverne). Finché si dedicò alla caccia e alla raccolta, l’uomo sfruttò piante e animali, ma fece ben poco per proteggerli. In realtà, sin dagli inizi l’uomo tentò limitate forme di zootecnia, evitando di catturare gli animali giovani e i pesci piccoli, e proteggendo particolari specie.

Di vera e propria domesticazione si può parlare solo dal momento in cui l’esistenza stessa delle piante o degli animali dipende dall’uomo. Nelle prime fasi dell’agricoltura, l’uomo coltivò e allevò specie selvatiche di piante e di animali. Poi, generazione dopo generazione, il raccolto e la semina selettivi delle piante e l’allevamento selettivo degli animali produssero mutamenti che diedero origine a nuove varietà e nuove razze. È interessante domandarsi perché l’agricoltura sia nata proprio in questo periodo. In realtà, sarebbe stata possibile anche prima, durante l’alternarsi di periodi freddi e caldi delle precedenti glaciazioni. Solo dopo l’ultima, però, i raggruppamenti umani presentarono un’infrastruttura sociale e tecnica abbastanza progredita da metterli in grado di approfittare dell’opportunità offerta dai cambiamenti climatici e geografici.

Il linguaggio che si sviluppò tra 100 000 e 20 000 anni fa, ebbe una funzione fondamentale, rendendo possibile lo scambio di informazioni e la loro trasmissione alle generazioni successive. Secondo studi recenti, per procurarsi il cibo indispensabile per vivere gli agricoltori lavoravano più di chi viveva di caccia e raccolta; inoltre, l’agricoltura non era una fonte di approvvigionamento particolarmente facile o abbondante. La vita sedentaria, però, aveva il vantaggio di una riduzione della mortalità infantile, dato che le madri non dovevano spostarsi con la tribù, e di un controllo più diretto sulle fonti alimentari. In più offrì opportunità non previste, come le pecore, probabilmente allevate per la carne, la pelle e le ossa, che divennero un’utile fonte di latte e di lana.

Sembra che il Vicino Oriente abbia avuto una parte fondamentale nella nascita dell’agricoltura. I primi luoghi abitati furono caverne oppure accampamenti, o zone di lavoro, temporanei e all’aperto. Dopo l’ultima glaciazione si diffusero insediamenti più stabili, come dimostrano i ritrovamenti del periodo di Kebara in Palestina (dal 18 000 circa all’11 000 a.C.). Gli uomini della cultura di Kebara si dedicavano anche alla caccia di animali selvatici, spesso prediligendo specie particolari. La presenza di pietre per macinare, tuttavia, dimostra che le piante e i cereali erano parte integrante dell’alimentazione.

I chicchi dei cereali sono molto nutrienti, ma sono protetti da un rivestimento (glumette) indigeribile. Per renderli commestibili, gli uomini primitivi eliminavano la glumette arrostendo i chicchi sul fuoco, poi li cuocevano a bassa temperatura con acqua fino a formare una specie di pappa; altro sistema era quello di macinare i chicchi, di mescolare la farina così ottenuta con acqua e di cuocerla in forno ad alta temperatura.

Periodo natufiano (dall’11 000 al 9300 a.C.). Cultura più estesa di quella di Kebara, essendo diffusa in tutta la Palestina e in tutto il Levante; alcuni siti collegati a questa cultura sono stati trovati sull’Eufrate in Siria e ancora più a est. Le prove archeologiche che i cereali erano ormai un alimento fondamentale sono molto più chiare: negli insediamenti di questo periodo, assieme a macine, focolari e buche per immagazzinare i prodotti, sono stati trovati semi bruciati di orzo selvatico e di farro piccolo, spontanei, e anche di altre piante alimentari selvatiche, come ghiande, lenticchie, ceci e piselli. Oltre alla glumette, i cereali selvatici hanno anche una rachide (asse principale della spiga) fragile, che si rompe assai facilmente, provocando lo spargimento dei chicchi e rendendo difficile il raccolto. Quando l’uomo imparò a seminare e raccogliere i cereali, preferì selezionare varietà con rachidi più robuste, uno dei criteri usati per distinguere le varietà domestiche dalle spontanee. Nel Vicino Oriente sono state trovate due specie di frumento selvatico: il farro piccolo e il farro propriamente detto, il quale potrebbe essere un ibrido naturale del farro piccolo con un’altra graminacea selvatica. Entrambe le specie hanno dato origine a varietà domestiche.

Le varietà selvatiche di legumi come le lenticchie, le vecce e i piselli, di frutti come i fichi, le mele e le pere, oppure come le ghiande, le mandorle e i pistacchi sono quasi identiche alle domestiche anche se i frutti di queste ultime, con il passare del tempo, hanno raggiunto maggiori dimensioni. Gli ortaggi da foglia come il cavolo, la lattuga e lo spinacio, o gli ortaggi da frutto come i meloni e i cetrioli, la cipolla, l’aglio e i funghi, sono rari negli scavi archeologici, sicché la storia della loro coltivazione si può solo congetturare. Perciò gli archeologi si sono concentrati sui cereali.

Altra caratteristica che distingue i cerali da gran parte delle altre piante alimentari è la possibilità di immagazzinarli per lunghi periodi, a condizione di tenerli all’asciutto e al riparo da insetti e roditori. I chicchi si possono anche scaldare o essiccare per impedire la germinazione. Avendo un valore riconosciuto ed essendo un mezzo di scambio, i cereali possono essere utilizzati come denaro. Dunque l’immagazzinamento e, più tardi, la coltivazione dei cerali consentirono di accumulare beni, favorendo la formazione di una società in cui la condizione dell’individuo fu determinata dalla ricchezza.

Gli abitanti di molti siti natufiani cacciavano anche particolari specie di animali selvatici: gazzelle, capre, caprioli, daini, cinghiali, buoi selvatici, volpi, iene e lepri. Con il passare del tempo il processo di domesticazione modificò non solo le piante ma anche gli animali; oggi le differenze nelle ossa permettono agli zooarcheologi di distinguere le varietà selvatiche da quelle domestiche. Altri segni di domesticazione sono: presenza di animali fuori dei loro habitat naturali, differenze di dimensioni, cambiamenti nella composizione delle greggi, cambiamenti nelle proporzioni delle diverse specie. Alcune di queste differenze, tuttavia, potrebbero essere state causate anche da mutamenti climatici (dopo l’ultima glaciazione le dimensioni di molti animali si ridussero).

Le ossa animali trovate nei siti natufiani appartengono prevalentemente a specie selvatiche. Tuttavia gli archeologi hanno trovato ossa appartenenti al “migliore amico dell’uomo”, il cane domestico. È stato rinvenuto uno scheletro di una vecchia sepolta con un cucciolo di 3-5 mesi. Molte ossa di animali trovate nei siti sono rosicchiate, altro indizio della presenza di cani. Tuttavia, dal momento che le ossa di cane sono relativamente rare, è probabile che questi animali fossero allevati non per cibarsene ma per la caccia.

La difficoltà di spostarsi con le riserve di cereali e la necessità di attrezzature pesanti come le macine, favorirono, nel periodo natufiano la formazione di insediamenti stabili, occupati tutto l’anno oppure solo per certi periodi. I villaggi, o gli accampamenti, si trovavano nelle zone in cui crescevano i cereali selvatici; campi temporanei venivano stabiliti altrove per le necessità della caccia. Talvolta gli insediamenti erano sul terreno aperto, talvolta su terrazze antistanti caverne o ripari sotto la roccia.

Su terreno aperto le abitazioni erano semplici capanne circolari, con tetti sorretti da pali di legno, spesso infossate più di un metro per facilitarne la costruzione e migliorarne l’isolamento. Il pavimento in genere era rivestito di pietre e munito di focolare. Sotto al pavimento di alcune capanne sono stati scoperti degli scheletri umani, ma per lo più le sepolture erano lontane dalle abitazioni. Alcune tombe erano individuali altre contenevano parecchi scheletri. I doni funebri erano rari ma non gli ornamenti personali (trovati copricapi, collane, braccialetti da polso e da caviglia fatti di perle, di conchiglia o di osso).

Periodo protoneolitico. I siti protoneolitici sono meno comuni di quelli natufiani o di quelli del periodo successivo, forse in virtù del fatto che lo sfruttamento eccessivo del terreno e la diminuzione delle precipitazioni ridussero le fonti alimentari naturali, provocando prima la diminuzione della popolazione e poi accrescendone la dipendenza da piante coltivate e animali domestici. I resti più straordinari sono quelli venuti alla luce a Gerico, nella valle del Giordano. Qui, intorno al 9000 a.C., nelle vicinanze di una ricca sorgente, nacque un villaggio formato di capanne circolari di circa 5 metri di diametro. Come le abitazioni del precedente periodo natufiano, erano parzialmente infossate; per entrare bisognava scendere un breve andito munito di gradini. Le pareti erano di mattoni di fango con la parte superiore arrotondata, fatti a mano e seccati al sole: il più antico esempio noto di uso dei mattoni crudi, che nel Vicino Oriente sono ancora oggi il normale materiale di costruzione.

I mattoni di fango hanno molti vantaggi: si fanno in fretta, costano poco, sono facili da usare, sono strutturalmente solidi e forniscono un buon isolamento. Vengono però facilmente erosi dall’acqua che scorre e hanno bisogno tutti gli anni di un’accurata manutenzione. Nell’antichità, quando un edificio cadeva in rovina, i mattoni crudi non venivano riutilizzati: si preferiva spianarlo ed ergervi sopra una nuova costruzione. Così si formò il monticello tipico dei siti archeologici del Vicino Oriente, che in arabo si chiama tell, in persiano tepe, in turco hüyük. A Gerico sono stati individuati circa venticinque strati di costruzione che formano una collinetta alta dieci metri. Sui resti di alcune capanne furono costruiti un grande muro e, sul suo lato interno, una torre di pietra che si ergeva sul fianco occidentale del villaggio. Nell’ipotesi che il muro racchiudesse l’intero insediamento ma non la sorgente, che sgorga più a est, Gerico avrebbe occupato una superficie di tre o quattro ettari.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/05 Archeologia e storia dell'arte del vicino oriente antico

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Elendil di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e Storia dell'arte del vicino Oriente Antico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Rova Elena.
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