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CAPITOLO 1 – IL PROBLEMA DELLE ORIGINI DELLO STATO IN UNA PROSPETTIVA

ANTROPOLOGICA

Gli elementi che caratterizzano la comparsa di società statali sono la divisione della società in

classi, un governo centrale affidato a una èlite che gestisce il potere, la forza come meccanismo

di integrazione politica, la specializzazione nella vita lavorativa, società civili fondate sulla

residenza. Questo tipo di società è posto in contrasto con due livelli più semplici di integrazione

socio-culturale di cui il più elementare è rappresentato dalla banda per Service o dalle società

egalitarie per Fried, caratterizzate dalla piccola dimensione dei gruppi, divisione del lavoro per

sesso e età, scarsa formalizzazione delle funzioni economiche, politiche e religiose. Il secondo

livello è costituito dalle tribù che nella definizione di Service è rappresentata da società più estese

composta dall’unione permanente di più famiglie che condividono il luogo di residenza e che

possono coincidere con uno o più lignaggi che a loro volta si associano su un territorio più ampio

per scopi quali guerra o riti religiosi, mediante alleanze spesso fondate su un’idea di

imparentamento dei vari lignaggi consistente nella discendenza da un ipotetico antenato comune.

Fried alle società egalitarie faceva seguire le società di rango che occupavano posizioni di vertice

e che si collocavano tra la tribù di Service e la più evoluta forma di chiefdom (che prospetta

l’emergenza di istituzioni centrali preposte alla redistribuzione dei prodotti. Clan conico, sistema

di discendenza piramidale). Mentre Service si basava sulla natura sociale dei rapporti umani e

vedeva il grande salto nella comparsa di differenze di status e nell’avvento di una leadership

istituzionalizzata, Fried privilegiava le relazioni economiche e modalità di accesso alle risorse,

sostenendo che era la capacità di godere dell’accesso privilegiato ai beni primari da parte di un

gruppo di persone a determinare un vero cambiamento nella struttura e relazioni delle comunità.

Il problema della natura delle relazioni socio-economiche tra le èlites e il resto della comunità sta

nella caratterizzazione della redistribuzione come forma centralizzata di gestione della

circolazione dei beni, tipica del chiefdom. Il concetto di redistribuzione fu considerato capace di

caratterizzare una forma di società e si configurava come una sorta di scambio amministrato

contrapponendosi da un lato allo scambio basato sul dono, dall’altro allo scambio di mercato

regolato da domanda e offerta.

Con questo termine sono stati chiamati sistemi che vanno dalla gestione collettiva dei raccolti in

economie agricole a base sociale egalitaria (in cui i responsabili del controllo non hanno privilegi

ne coinvolgimenti economici) fino a forme di vero accentramento di attività e beni nelle mani di

classi privilegiate di persone, che redistribuiscono sottoforma di ricompensa per prestazioni di

lavoro o per rifornire di mezzi i produttori alle loro dipendenze.

L’individuazione di un tipo di organizzazione statale in formazione definita Early State (stato

arcaico) introduce l’idea di una trasformazione progressiva delle relazioni economiche e politiche

e del loro peso sociale. Caratteristiche di questa forma organizzativa sono la coesistenza di modi

di produzione tradizionali, basati sulla gestione da parte delle comunità dei mezzi di produzione

fondamentali con una nuova capacità di controllo sul territorio da parte delle èlites. Per esercitare

questo controllo la nuova gerarchia statale centralizza risorse e lavoro. La popolazione è dunque

suddivisa in due stati; chi governa e chi è governato. Non c’è ancora proprietà privata dei mezzi

di produzione, e l’impegno di risorse da parte della gerarchia statale è regolato da un apparato

amministrativo in continua espansione, con funzionari delegati a svolgere diverse mansioni.

Questi funzionari sono all’origine parenti del capo e in quanto tali rafforzano i loro privilegi

tendendo a diventare una sorta di aristocrazia.

L’evoluzionismo è stato il quadro di riferimento maggiormente seguito; Childe dava rilievo alla

componente dello sviluppo delle forze produttive, che si manifestava nella crescente produzione

di surplus alimentare. Flannery ha proposto l’uso di un modello che individuava nelle leggi di

funzionamento generale della società processi e meccanismo universali capaci di spiegare

l’evoluzione delle forme statuali come il frutto di alterazioni all’interno di sistemi in equilibrio. Una

tale visione riduceva le relazioni sociali a un insieme di meccanismi destinati al funzionamento

della società.

Le spiegazioni sulla nascita dello stato possono essere riferite a due fondamentali posizioni

contrapposte. Quella di Adams recepisce le principali acquisizioni del neo-evoluzionismo, e il suo

punto nodale è quello del ruolo da lui conferito alle istituzioni centrali emergenti, prevalentemente

religiose, di razionalizzazione della circolazione dei beni all’interno dell’unità sociale attraverso la

redistribuzione ritualizzata. L’ambiente della Bassa Mesopotamia, fatto di nicchie ecologiche

diverse in un territorio poco esteso, ha infatti favorito lo sviluppo della specializzazione regionale

nella produzione primaria rendendo necessaria la presenza di un coordinamento centrale per

migliorare l’efficienza della circolazione dei prodotti all’interno del territorio. Questo

coordinamento avrebbe pure stimolato l’intensificazione della produzione. Adams da anche

importanza alla costruzione di centri urbani come luogo di scambi e relazioni sociali a vari livelli.

Wright e Johnson propongono invece un modello di stato come organizzazione decisionale

gerarchizzata con funzioni amministrative specializzate. Questo schema pone come funzione

primaria dello stato quella di elaborare e trasmettere l’informazione circolante all’interno dell’unità

sociale che coordina, utilizzando un apparato di funzionari con compiti diversi.

Elaborazione sistematica di Algaze, che ha proposto una caratterizzazione delle strutture statali

mesopotamiche come società con una forte capacità di controllo su una varietà di risorse

dislocate in aree geograficamente distanti. Delinea uno sfruttamento delle regioni periferiche per

l’approvvigionamento di materie prime, di cui la Mesopotamia è priva.

CAPITOLO 2 – LO SCENARIO GEOGRAFICO

Quest’area comprende l’attuale Iraq, la Siria sett., la Turchia sud-orientale e il versante ovest dei

monti Zagros, ed è stata legata da una storia comune che e ha dato il termine di Grande

Mesopotamia. Presenta una diversificazione di aree ecologiche e climatiche, unite dal Tigri e

Eufrate e affluenti. Si possono riconoscere almeno 4 zone geografiche diverse;

a) La piana alluvionale meridionale, tra il Golfo Persico e le steppe della Jezira siro-irachena. Pur

avendo un clima arido e caldo, è caratterizzata da un’abbondanza d’acqua, con la conseguente

facilità d’irrigazione, unita all’abbondanza di terra ha fatto della piana alluvionale la zona a

maggiore produttività agricola, specie di cerealicoltura.

b) Gli altopiani ondulati della Jezira sono caratterizzati da clima e vegetazione steppici. La zona è

divisa dalla isoieta dei 200 mm di piovosità annua in due parti: quella più settentrionale vicina al

Tauro, contraddistinta da una maggiore abbondanza d’acqua che permette un’agricoltura secca

di buon rendimento, e quella meridionale che diviene sempre più arida procedendo verso sud, e

frequentata da nomadi.

c) Le colline pedemontane del Tauro a settentrione e degli Zagros a oriente, che delimitano le

grandi pianure alluvionale e steppica, sono bagnate da precipitazioni abbondanti e numerosi corsi

d’acqua e sorgenti. Dispongono di zone fertili adatte all’agricoltura.

d) Zona montagnosa dell’Anatolia sud-orientale, territori molto fertili. Le valli dei due fiumi sono

state un importante elemento di collegamento con le zone più pianeggianti della Mesopotamia.

Durante le fasi iniziali dell’affermazione dell’economia agricola e dei primi villaggi sedentari nel IX

e VIII mill, l’area comprende anche la regione siro-palestinese, mentre è esclusa la piana

alluvionale mesopotamica, ancora non occupata. Nelle fasi più avanzate del Neolitico e

Calcolitico Antico (VII-VI mill) la situazione si modifica e all’occupazione della piana alluvionale si

accompagna un grande sviluppo dell’economia agricola e nuove scelte insediative che

privilegiano le valli fluviali, mentre il diminuito ruolo della caccia e lo sviluppo dell’allevamento di

suini e bovini, tagliarono fuori le zone elevate dei monti Zagros.

CAPITOLO 3 – LE PREMESSE NEOLITICHE

Nel Neolitico Preceramico B si delineano nuclei regionali che in parte riproducono la distribuzione

geografica delle culture precedenti di cacciatori specializzati e agricoltori incipienti (Palestina,

versante occidentale degli Zagros, Gezira orientale) ma compaiono anche nuovi territori che pur

mostrando caratteri che consentono di distinguerle tra di loro, appaiono legate in vario modo. In

particolare due ambienti principali, uno occidentale che abbraccia il Levante meridionale, il Medio

Eufrate e il Tauro, e uno orientale che si riferisce alla tradizione degli Zagros. I rapporti che

legarono tra loro i singoli villaggi riflettono l’entità e l’ampiezza delle unità socio-politiche e il

carattere più o meno aperto verso l’esterno di queste entità. Di questi rapporti il problema è quello

di individuare le unità che interagiscono come soggetti diversi. L’aspetto più complesso

dell’analisi è quello di correlare società e culture e comprendere quali fattori condizionano di più

le principali manifestazioni della cultura materiale e i suoi cambiamenti. L’area in cui più si

manifestano elementi di novità è quello del Levante e Tauro sud-orientale, dove sono attestati siti

di dimensioni consistenti come Gerico e Ain Ghazal (Levante meridionale), Mureybet (Medio

Eufrate settentrionale), Cayonu nel Tauro e Bouqras (Basso corso del Medio Eufrate). Non

possiamo dire se la maggioranza dei siti avesse dimensioni simili o se solo in alcuni di essi si

concentrasse una maggiore popolazione. E’ possibile che ci fossero agglomerati a diversa

concentrazione a seconda delle possibilità agricole dell’area, dell’origine del sito e della sua

diversa rappresentatività sociale. Cayonu è l’unico che presenta anche aspetti di differenziazione

interna così da far ipotizzare un suo profondo radicamento nel territorio e un ruolo da sito madre,

forse residenza di un nucleo originario della comunità (confermato da edifici pubblico-culturali che

potrebbero indicare una funzione di luogo di raduno e sede principale di rituali collettivi per il sito).

Questo periodo è caratterizzato da concentrazioni di popolazione in insediamenti stabili con

carattere di sedentarietà che si comincia a manifestare dal precedente Neolitico Preceramico A

ed è legato al grande ruolo avuto dai cereali nella base alimentare di queste popolazioni che si

traduce in un consistente sviluppo dell’agricoltura a scapito di altre forme di sostentamento,

poiché richiede forte cooperazione all’interno del gruppo e la predisposizione di strutture di

immagazzinamento per una risorsa alimentare che sarà utilizzata nel corso del tempo.

E’ probabilmente dovuto a una minore enfasi sull’agricoltura e un maggiore sviluppo

dell’allevamento di caprovini la diversa connotazione insediativa delle comunità neolitiche degli

Zagros, dove ritroviamo solo siti piccoli dislocati a varie altitudini e indizi di rapporti consistenti tra

comunità residenti in diverse zone topografiche. A questo si aggiunge un notevole sviluppo di

architettura e una codificazione dei moduli abitativi. Le case sono costruite da unità molto regolari

di forma rettangolare allungata, ben distinte e separate tra loro da spazi più o meno ampi, hanno

dimensioni simili e omogenee, e lo spazio interno è suddiviso in settori (in genere tre) trasversali

all’asse longitudinale, adibiti a funzioni diverse. Si distinguono il modello del Levante meridionale,

con le pier houses [3], da quello del Tauro sud-orientale dove è documentata una sequenza di

tipologie architettoniche molto standardizzate che mutano nel tempo. Nel caso delle pier houses i

tre settori trasversali sono costituiti da una stanza quadrangolare, solitamente con focolare, che

dovette rappresentare l’area di soggiorno, e da due anticamere più strette separate da sezioni di

muro trasversali che lasciano un passaggio centrale.

Nel sito di Cayonu almeno tre tipi architettonici ben definiti e relativi sottotipi si susseguono in

gruppi di livelli sovrapposti, al di sopra di una prima fase rappresentata da strutture circolari con

elevato a cannicciata e fango. Nei primi 3 dei 4 tipi di strutture la forma generale a rettangolo

allungato, la dislocazione isolata dei singoli edifici, la ripartizione dello spazio interno in 3 o 4

zone trasversali rimangono invariate ma si modificano le sottopartizioni interne alle singole zone

e alcuni accorgimenti tecnici correlati con l’uso di questi spazi. In particolare la presenza nei primi

due tipi di case (a griglia e di tipo intermedio [3a-b-c]) di piattaforme o muretti di pietra paralleli e

distanza ravvicinata separati da stretti spazi vuoti o canaletti e finalizzati a isolare dal terreno il

pavimento di una parte o di tutta la casa, suggerisce una possibile correlazione di questo bisogno

con la necessità di proteggere il raccolto o altri beni alimentari immagazzinati all’interno dello

spazio domestico. L’assenza di questo nel terzo tipo (case a celle)potrebbe dipendere

dall’eventuale costruzione di un piano superiore o solaio. Il fatto che l’immagazzinamento fosse

essenzialmente domestico è confermato dall’assenza di magazzini comuni.

E’ difficile dire se fossero occupati da famiglie di tipo nucleare o allargato, ma le dimensioni non

molto grandi e la divisione interna in piccoli spazi fanno propendere per una divisione della

comunità in nuclei familiari ristretti e ben distinti tra loro. A Cayonu si osserva una leggera

differenza in grandezza delle case tra le due zone abitate del sito: quella occidentale, con

strutture più piccole e spazi maggiori tra le case impiegati per attività lavorative, quella orientale

con edifici maggiori riconoscibili soprattutto nella fase delle case a celle, presenta nella stessa

zona strutture particolari di natura pubblica e forse culturale. Va segnata una grande area aperta,

la plaza, destinata ad attività comuni come la macellazione, e forse anche rituali o azioni

ideologiche, come suggeriscono due file di lastre di pietra. Gli edifici culturali veri e propri sono

tre, costituiti da un’unica grande sala rettangolare con ingresso sul lato lungo, i muri ornati da

pilastri o contrafforti decorativi, il pavimento rifinito o anche colorato di rosso e decorato da strisce

bianche di materiale calcareo. Nella sala erano presenti elementi di natura culturale come grandi

lastre di pietra collocate verticalmente nel pavimento a mo’ di stele o disposte orizzontalmente

nella posizione di tavole per offerte o sacrifici. Nel più recente degli edifici, il terrazzo building,la

lastra era sostituita da una depressione circolare con bordo di pietre, recante tracce di sangue

umano. E’ l’edificio di fase intermedia dei crani o skull building, che presenta una fila di ricettacoli

costituiti lungo la parete di fondo e ricoperti da grandi lastre di pietra contenenti 70 crani umani

[4a]. Il culto dei crani è un elemento caratteristico delle comunità del Neolitico Preceramico B

anche nel Levante, dove crani umani erano esposti all’interno delle case, a volte su piedistalli

altre volte trattati con argilla, calce e bitume, così da ricostruire il volto o la capigliatura, con gli

occhi rappresentati da conchiglie o altro materiale inserito nelle cavità orbitali [6a]. Culto degli

antenati, legato al nuovo legame con il territorio, stabilitosi con l’affermarsi dell’agricoltura e il

bisogno di sottolineare ideologicamente l’appartenenza della terra e dei diritti su essa.

L’edificio di culto di Nevali Cori [4a-b]mostra forti analogie con le contemporanee strutture cultuali

di Cayonu, ed è difficile dire se rappresentassero entrambi un’espressione di culto locale a unico

uso del villaggio o se non possa riconoscersi in essi una funzione di servizio per una popolazione

più ampia. Altri tipi di rituale, come quelli attestati dal ritrovamento di statuine in calce o gesso con

i tratti del viso delineati da pittura rossa, bitume e conchiglie per gli occhi, la cui scoperta più

rilevante è quella di Ain Ghazal in Giordania, dove una trentina di statue a mezzo busto o figura

umana intera, erano raggruppate entro una fossa [6b]. Le comunità del Levante e Anatolia hanno

in comune il tipo di economia di sussistenza basato sull’agricoltura, il tipo di strutturazione del

gruppo con nuclei familiari ben definiti, il forte riferimento al culto, in particolare dei crani.

Fenomeni di conflittualità sono indiziati dall’esistenza di imponenti strutture difensive. Il caso più

conosciuto è quello delle mura dell’abitato del Neolitico Preceramico A di Gerico, con una torre.

Un secondo caso di mura difensive è attestato in un periodo successivo a Magzalia, nella Jezira

orientale.

Le relazioni occidentali sono indicate da vari elementi della produzione artigianale: a Bingol, in

Turchia, il repertorio di vasi in pietra molto simile a quello di Bouqras e ci sono anche oggetti di

tipo orientale come braccialetti in pietra e figurine di argilla che trovano confronti nel sito di Jarmo.

Ma è sul piano di architettura domestica che il legame con la zona occidentale diventa

significativo, troviamo infatti a Magzalia piccole strutture rettangolari su basamento di pietre con

sezioni di muretti divisori interni disposti trasversalmente all’asse longitudinale e lascianti ampie

aperture che ricordano le pier houses levantine. Nella fase recente compaiono case molto più

grandi con una planimetria identica a quella degli edifici del sito di Abu Hureyra sul Medio Eufrate.

Magzalia è molto più piccolo dei suoi contemporanei e la base di sussistenza si avvale di una

strategia mista in cui sia l’allevamento che la caccia hanno ruolo importante. Questo tipo di

economia sembra vicino a quello degli Zagros.

Nella regione del Medio Eufrate siriano agli inizi del VI millennio si manifestano gli ultimi sviluppi

delle culture del Neolitico Preceramico occidentale, prima di una crisi che vede l’interruzione di

quel tipo di crescita. L’economia di Bouqras oltre che sull’agricoltura è basata anche

sull’allevamento del bestiame, che vede anche la presenza di bovini e suini. Lo stesso

allevamento è documentato ad Abu Hureyra. Un’altra novità a Bouqras è la maggiore

diversificazione delle strutture abitative nella pianta e nelle dimensioni [7], che potrebbe suggerire

l’avvio di processi di differenziazione interna della società, con l’emergenza di gruppi sociali di

status diverso, e d’altro lato potrebbe indicare la comparsa della specializzazione architettonica,

cioè la costruzione di strutture adattate a specifiche funzioni. La novità più saliente

nell’architettura di Bouqras e El Kowm è la trasformazione della planimetria tradizionale della

casa, che si articola ora in moduli longitudinali, con una maggior varietà di partizioni interne.

Queste case, più grandi, configurano un nuovo tipo di utilizzazione degli spazi e una diversa

composizione del nucleo familiare che le occupava.

Dopo il 7000 in Palestina e Anatolia sud-orientale la maggioranza dei siti vengono abbandonati o

si riducono di dimensioni e complessità, come a Cayonu. In Palestina i grandi villaggi sedentari

del Levante meridionale vengono quasi tutti abbandonati, mentre altri insediamenti sorgono più a

nord, in regioni con maggiore abbondanza d’acqua. Questi siti però presentano caratteri

d’instabilità rilevabili nelle architetture che si impoveriscono e negli abbandoni. Un esempio è il

sito di Raman dove si ha un’alternanza di occupazioni con capanne circolari e case rettangolari.

In questo momento si diffonde l’allevamento di caprovini nel Levante e dei bovini a nord, mentre il

carattere dominante è la tenenza al nomadismo o semisedentarietà. Ain Ghazal continua a

essere occupato e si espande, in concomitanza con un incremento del ruolo dell’allevamento in

particolare delle capre. Lo sviluppo di Ain Ghazal potrebbe essere da mettere in relazione con

l’espansione di un’economia pastorale che sembra caratterizzare tutto il sud del Levante.

La spiegazione più diffusa per questo cambiamento dei modi di vita è stata per molto quella

dell’inaridimento del clima che avrebbe reso le zone del Levante meridionale particolarmente

inospitali per popolazioni agricole, ma resti paleobotanici provenienti dalla valle del Giordano

hanno smentito questa ipotesi, indicando un clima abbastanza umido alla fine del VIII millennio.

Lo scavatore di Ain Ghazal ha suggerito che le cause del cambiamento fossero intrinseche al

sistema: aumento di popolazione e eccessivo sfruttamento del terreno con conseguente perdita

di fertilità e esaurimento dei pascoli. L’economia pastorale seminomadica prenderà il sopravvento

nella Palestina meridionale, caratterizzando le società di quella regione per lungo tempo e

costituendo il tratto dominante anche delle culture calcolitiche della fase Ghassuliana.

Il modello socio-economico della Jezira continua a espandersi in modo lento ma costante. Dalla

cultura di Magzalia nascono nuovi aspetti culturali, chiamati culture di Umm Dabaghiyah-Tell

Sotto (7000-6500) e di Hassuna (6500-6100) contraddistinti da insediamenti piccoli di poche

case, occupati per periodi brevi, con economia integrata dallo sfruttamento di altre risorse il cui

ruolo e importanza variano da sito a sito a seconda della nicchia ecologica in cui il sito stesso è

inserito. Alla fine delle sequenze stratigrafiche di quasi tutti i siti principali si hanno livelli costituiti

da fosse, pozzetti e focolari senza resti di strutture abitative e in alcuni casi la successione di

livelli di abitato è interrotta da strati con solo attrezzature di immagazzinamento.

Le case (assenza di pianificazione urbanistica) sono meno standardizzate di quelle del Neolitico

Preceramico, più piccole e addossate l’una all’altra e forse con parti in comune che rendono

difficile stabilire i loro confini [8]. Altre novità sono la presenza di attrezzature domestiche esterne

alle case e condivise da più abitazioni, e la comparsa di grandi strutture regolari destinate

all’immagazzinamento collettivo [9]. Mancano edifici di culto.

Umm Dabaghiyah è contraddistinta da un grande complesso costruttivo in pisé composto di due

blocchi di stanzette quadrangolari prive di entrata, disposte su due file parallele e delimitanti su

tre lati lo spazio centrale aperto. Le case di 3 o 4 ambienti di cui uno destinato a cucina, lo

circondano.

L’associazione tra grandi edifici da immagazzinamento e la forte enfasi sulla caccia soprattutto

all’onagro ha fatto ipotizzare che il sito fosse occupato da un gruppo di cacciatori che ne

avrebbero fatto una stazione per il trattamento, conservazione e eventuale commercio della pelle

di onagro, ma anche della sua carne seccata. Qualunque fosse la destinazione specifica della

struttura, essa appare comunque come un grande magazzino collettivo di dimensioni

spropositate rispetto al numero di abitanti del sito e molto probabilmente adibito a contenere un

surplus di produzione relativo a una popolazione più ampia. Il surplus era affidato al controllo di

alcune persone che dovevano avere il compito di custodire e ridistribuire i beni che venivano loro

consegnati. Questa ridistribuzione poteva avvenire in base a criteri di razionamento fisso o di

bisogno, o come rassegnazione periodica di beni portati al magazzino comune da ogni singola

persona o famiglia. Anche nel caso di Jebel el Akhdar il magazzino comune veniva affidato a un

responsabile. I compiti del guardiano del magazzino erano di sorvegliare e proteggere il raccolto

anche contro infestazioni di insetti e segnare su una tavoletta di pietra custodita nel magazzino il

numero di prelievi che ogni famiglia faceva. La situazione di Umm Dabaghiyah sembra

richiamare questa organizzazione. E’ possibile che le poche case presenti appartenessero ai

guardiani del magazzino i quali possono anche aver svolto un’attività di caccia all’onagro o

averne gestito i prodotti per conto della comunità.

A questo tipo di gestione collettiva dei beni primari può essere legata anche la comparsa delle

prime concentrazioni di impressioni di sigillo nella valle del Balikh, dove nelle prime fasi del

Neolitico a ceramica (VII millennio) è stata messa in luce parte di un villaggio con un agglomerato

di strutture in pisé considerate grandi case ma che potrebbero essere complessi compositi,

ognuno costituito da un grande edificio da immagazzinamento con annessa un’abitazione [10]. Le

stanze 6-9 dell’edificio I, II e IV non presentavano tracce di attività domestica mentre nel caso

dell’edificio II contenevano grandi quantità di cereali carbonizzati che indicano una funzione di

immagazzinamento per tutta la struttura. Altri edifici caratterizzati da ambienti più grandi e meno

regolari con tracce di attività domestiche, cortili e forni, costituiscono piccole strutture di

abitazione addossate ai magazzini. Potrebbe trattarsi di un villaggio o un’area del villaggio adibita

all’immagazzinamento. Questa ipotesi si accorda bene con il ritrovamento di cretule, grumi di

argilla apposti su contenitori di vario tipo recanti le impronte ripetute di almeno 61 sigilli a stampo

diversi con rappresentazioni sia geometriche che animali [11] e concentrate in una o due

stanzette per ogni edificio. C’è un elevato numero di funzionari, ossia individui specializzati a

svolgere funzioni amministrative, o sealing agents, impegnati nell’invio di beni ad altri villaggi.

L’uso dei sigilli nasce in un ambito di gestione collettiva dei beni, che dovevano essere perciò

identificati, protetti e controllati.

Contatti ampi sia all’interno della Jezira che con regioni circostanti sono documentati dalla

circolazione di un elemento nuovo, la ceramica, i cui movimenti non sono da mettere in relazione

con scambi commerciali, ma possono essere dovuti ad altri meccanismi e modalità di contatto.

Questo manufatto è significativo per la sua grande capacità di riflettere caratteri e tradizioni

specificatamente culturali. La sua fabbricazione consente enormi possibilità di variazioni e si

formano veri e propri caratteri stilistici e modelli tipologici che influenzano fortemente l’aspetto

dell’oggetto. La ceramica delle fasi Hassuna e proto-Hassuna è già caratterizzata da due classi di

produzione, una grossolana, per usi domestici, e una fine prodotta sia con la stessa argilla locale

della grossolana sia con una diversa, ma proveniente dalla stessa fonte [12].

CAPITOLO 4 – LA PRIMA ESPANSIONE DEI CONFINI TERRITORIALI

Alla fine del VII millennio si manifesta in tutta la Jezira un aumento di popolazione indiziato dalla

crescita dei siti e da un’espansione dai nuclei originari di maggiore occupazione verso territori

non precedentemente occupati. E da una forte omogeneizzazione culturale documentata dalla

presenza in tutta la Jezira e nelle aree limitrofe di gruppi culturalmente imparentati tra loro, che

compongono la cultura di Halaf. L’origine di questa che appare la prima cultura mesopotamica a

grande estensione geografica è da alcuni considerata un apporto di popolazioni estranee alla

regione, da altri era vista come nata nel cuore della cultura Hassuna sull’Alto Tigri e da lì diffusa

verso ovest e nord. E’ chiara la distinzione tra una fase antica e una tarda, sulla base della quale

si può osservare che la prima espansione interessa tutta la Jezira e l’area sud-anatolica

probabilmente fino alla fascia a ovest dell’Eufrate, mentre solo nella seconda fase la continua e

progressiva estensione a nuovi territori ha portato a occupare le zone più periferiche e

ecologicamente diverse dell’Anatolia più settentrionale da un lato e delle aree a sud di Mosul

dall’altro.

I siti halaf mostrano uno schema di insediamento simile a quello del periodo precedente, siti

piccoli le cui dimensioni si distribuiscono lungo una curva continua, che non consente di

individuare categorie qualitativamente diverse né gerarchie. Delineano la presenza di

insediamenti di breve durata e villaggi abitati in modo più continuo. La brevità delle sequenze

documentate e la frequente presenza di siti molto vicini tra loro, suggerisce anche per i gruppi

Halaf una tendenza alla mobilità. L’agricoltura investiva nelle colture cerealicole e leguminose,

mentre la presenza del lino domestico indica una buona padronanza della tecnologia agricola. Un

ruolo importante aveva anche l’allevamento del bestiame, specialmente caprovini, ma anche di

bovini e suini, ma il carattere peculiare è il ruolo assegnato alla caccia, soprattutto di animali della

steppa.

Uno degli aspetti di maggiore novità nella società Halaf riguarda l’assetto architettonico degli

abitati, dove compare una struttura circolare spesso con anticamera allungata che le conferisce

un aspetto a buco di serratura, simili alle tholoi. Questi edifici si trovano in tutti i siti Halaf ma sono

presenti anche edifici rettangolari. Mentre le strutture circolari sono varie per forma, dimensioni,

tecniche, quelle rettangolari si raggruppano in due soli tipi: grandi edifici a più ambienti, isolati,

unici, e piccole strutture ausiliarie con o senza divisioni interne, annesse alle tholoi o collocate

nelle loro vicinanze. Alcune sono troppo piccole per essere abitazioni, altre troppo monumentali,

alcune hanno il focolare altre no, alcune attrezzature domestiche altre no, alcune erano rivestite

di uno spesso intonaco di argilla semicotta che ne isolava l’interno e che ha fatto ipotizzare per

esse una funzione di magazzino. La struttura abitativa a Sabi Abyad doveva essere il grande

edificio rettangolare [15a], ma il complesso ha tuttavia un’ala costituita da piccole cellette che

ricordano le strutture di immagazzinamento dei periodi precedenti, mentre l’altra ala mostra un

ampio cortile in cui erano conservati in contenitori scavati nel pavimento più di mille oggetti

ovoidali di argilla di cui una concentrazione si era già osservata nel grande edificio-magazzino di

Umm Dabaghiyah. L’edificio sembra l’unica struttura presente di questo tipo e che si mantiene

inalterata per lungo tempo, mentre le tholoi vengono spesso ricostruite.

Anche se non abbiamo edifici interpretabili come magazzini collettivi, è probabile che vi fossero

ancora forme di gestione comune di almeno una parte dei prodotti primari e forse una conduzione

collettiva del governo del gruppo. In questo contesti si sviluppano la glittica e i vari strumenti di

annotazione e anche se la documentazione è molto più numerosa e le forme e i motivi dei sigilli si

arricchiscono di molti tipi, prevalgono ancora le rappresentazioni geometriche, indicando ancora

una debole necessità di differenziare in modo chiaro i singoli individui. La grande novità del

periodo Halaf è lo sviluppo di una ceramica dipinta di alta qualità, la cui manifattura implica buona

competenza tecnica e un notevole dispendio di energie. E’ generalmente fatta con impasti

depurati e fini inclusi minerali che consentono di ottenere un prodotto raffinato ma richiedono

buon controllo della cottura che doveva avvenire in forni predisposti. La decorazione è ricca e

complessa, composta di motivi geometrici e figurativi stilizzati arricchiti da elementi naturalistici

animali e umani, realizzata con due colori, divenendo verso la fine del periodo policroma. L’ampia

diffusione della ceramica dipinta smentisce l’ipotesi che possa trattarsi di un prodotto destinato

alle élites, ma la mancanza di standardizzazione e il grande impegno di tempo e lavoro richiesto

mettono in discussione che si tratti di una produzione finalizzata solo allo scambio. Circolava non

solo dai centri maggiori a quelli minori ma anche tra centri produttori stessi. Il fatto che la

ceramica fabbricata nei centri maggiori circolasse di più potrebbe essere attribuito al numero più

elevato di persone nonché fabbricanti di ceramica che vi risiedevano e si muovevano. La

presenza di ceramiche Samarra della Mesopotamia in vari siti della Jezira e Anatolia sud-

orientale, come pure ceramiche occidentali scure brunite che raggiungono il Khabur e Mosul, si

intensifica nel VI millennio, quando esemplari delle produzioni dipinte delle varie regioni della

Mesopotamia si muovono su grandi distanze superando il circuito interno del proprio ambito

regionale. Ceramiche Samarra si continuano a trovare nei contesti antichi di Halaf mentre la

stessa ceramica Halaf raggiunge la costa mediterranea e la regione centro-mesopotamica.

La ceramica dipinta Halaf non consente di distinguere stili propri e delle singole aree, dunque la

società Halaf appare composta da gruppi autosufficienti ma correlati dalla condivisione degli

stessi simboli e modelli culturali di comportamento.

Tra la fine del VII e inizio VI millennio nel cuore della Mesopotamia centrale si insediavano per la

prima volta dei gruppi che sembrano richiamare la tradizione delle società del Neolitico

Preceramico anatolico-levantino. Questa cultura è stata chiamata Samarra dal sito a nord di

Baghdad. Dalle presenze di ceramica Samarra in territorio Hassuna si è ipotizzata una sua

derivazione dagli aspetti Hassuna o addirittura dal neolitico di Jarmo. Le caratteristiche delle

comunità Samarra segnano l’impianto di una nuova tradizione. Nel sito di Tell es-Sawwan i primi

due livelli di abitato mostrano i più antichi edifici, costituiti da due ali di stanze separate da un

blocco centrale composto da una lunga sala rettangolare, divisa in due o tre parti, e da due stretti

corridoi ai lati. Appaiono destinati a nuclei familiari allargati. L’altro elemento nuovo riguarda la

tecnologia costruttiva con l’uso di mattoni crudi di forma e dimensioni fisse. E’ uno dei pochi siti

del Neolitico antico in cui compaiono mattoni crudi fabbricati entro forme.

Nella seconda fase di occupazione di Tell es-Sawwan le case diventano più piccole con forma a

T, con due blocchi di stanze accostati uno perpendicolarmente all’altro, che includono il primo una

serie di stanzette disposte sui due lati di un ambiente centrale quadrangolare, l’altro per lo più

delle salette allungate o piccoli corridoi. La comparsa nella fase III A di un muro di cinta

rettangolare circondato da un fossato e racchiudente almeno il nucleo principale dell’abitato fa

pensare alla possibilità che questa funzione dovesse già essere in atto al momento della

costruzione del muro e che esso fosse finalizzato alla protezione dei raccolti. Una traccia di muro

di cinta è riconoscibile a Songor A, nella regione del Jebel Hamrin, che ha restituito edifici di

dimensioni ridotte che consistevano in una serie di stanze su file parallele e comunicanti tra loro.

Mentre la ceramica Samarra ha viaggiato soprattutto verso nord, verso la fine del periodo si ha la

presenza di una ceramica dipinta a Choga Mami, chiamata Transitional per distinguerle. E’

probabile che l’occupazione di Ubaid 0 individuata a Tell Oueili e correlabile al periodo Samarra

tardo e Choga Mami T. non rappresenti il primo insediamento di gruppi umani nella zona. Alcuni

siti sono diventati famosi per i loro resti architettonici, e il più importante è Eridu, dove nell’area

alla base della ziqqurat della fine del III millennio furono riportati in luce 14 livelli del VI e V

millennio che hanno costituito la sequenza di riferimento per le varie fasi del periodo Ubaid. Sono

evidenziate 4 fasi e i resti architettonici più consistenti appartengono alle ultime due.

A Tell Oueili sono stati messi in luce 3 livelli di Ubaid 0, corrispondente alla fase tarda di Samarra

e al Choga Mami T. E’ caratterizzato da grandi edifici tripartiti di una tipologia dai caratteri propri.

Si osserva una diversa suddivisione degli spazi interni, indizio di una significativa differenza nella

loro funzione e quindi nell’organizzazione della vita e delle attività della famiglia. L’elemento

caratteristico è l’evidenza data alla sala centrale, grande e indivisa e con il focolare,e un numero

inferiore di stanze laterali, grandi, dotate di due file parallele di piccoli pilastri o basamenti in

mattoni crudi, probabile appoggio per sorreggere il tetto. Il secondo tipo di costruzione

caratteristico di Oueili è una struttura costituita da uan serie di piccole celle affiancate e elementi

paralleli a griglia in mattoni crudi, interpretata come la struttura basale di un granaio volta a

isolare il pavimento dal terreno.

Come nel caso di Samarra si tratta di villaggi agricoli sedentari (presenza granai) di non grandi

dimensioni, costituiti da poche famiglie allargate, vincolate da rigide regole sociali e di

comportamento. L’eventuale presenza di accumulazione di surplus è diversa dalla gestione

collettiva generalizzata dei prodotti e presuppone l’esistenza di figure o istituzioni sociali con

l’autorità per assumerne la responsabilità e in grado di costituire un forte elemento di

identificazione per il gruppo o gruppi che a esse fanno riferimento. Un altro elemento come

premessa agli sviluppi di Ubaid è l’apertura verso l’esterno dei gruppi meridionali e la

propensione a instaurare rapporti con le comunità della Mesopotamia e Khuzistan.

CAPITOLO 5 – L’ESPANSIONE DELLA CULTURA UBAID E LA CREAZIONE DELLA GRANDE

MESOPOTAMIA

Tra la fine del VI e inizi V millennio si assiste a un fenomeno di omogeneizzazione culturale in

tutte le regioni sul Tigri e Eufrate e si delinea la Grande Mesopotamia. Nel periodo Ubaid si

creano al suo interno dei legami fortissimi dovuti a contatti diretti, basati su un graduale

spostamento di popolazione meridionale verso nord.

Lo sviluppo degli aspetti di Ubaid 3 e 4 nella Bassa Mesopotamia mostra elementi di novità che

segnano l’avvio di un processo di emergenza di élites sociali e una continuità nelle caratteristiche

dell’economia primaria e nell’assetto degli insediamenti. L’insediamento è di tipo disperso e

costituito da siti piccoli che si addensano più a sud intorno ai siti di Ur e Eridu. Compaiono rari

insediamenti di dimensioni maggiori in ognuna delle zone della piana, come Tell Oueili , Uruk e

Tell Uqair, interpretati come località centrali, sede di pellegrinaggi o luoghi per gli scambi, in cui

interagivano le varie componenti di una società costituita da unità specializzate nello sfruttamento

di risorse alimentari. Tra queste unità Adams ipotizza la presenza di un’importante componente

pastorale o seminomadica. Tell Oueili è un villaggio con un’agricoltura irrigua basata sui cereali

ma che produce anche lino e conosce la palma da datteri, un allevamento di bovini e suini,

attività di pesca, documentata da resti di pesci d’acqua dolce e salata e dalla presenza di stazioni

Ubaid interpretate come approdi. La ceramica Ubaid ritrovata in questi siti era stata fabbricata in

Mesopotamia e gli insediamenti consistevano in tracce di frequentazione temporanea di piccoli

gruppi che si portavano appresso parte delle loro suppellettili, mentre fabbricavano sul posto gli

oggetti più di uso quotidiano. Come per le fasi più antiche, non ci sono tracce di attività

amministrativa collegata a questa gestione e si può ipotizzare che le vaste strutture di

immagazzinamento fossero o la concentrazione in un’unica area dei magazzini di una o più

famiglie allargate gestiti autonomamente, o il luogo per l’accantonamento del surplus della

comunità destinato a riserva alimentare nei momenti di difficoltà e a forme di redistribuzione in

particolari occasioni. Nel caso della seconda ipotesi la gestione di un surplus in nome della

comunità potrebbe avvenire in due modi: mediante persone incaricate di questo dalla comunità e

quindi responsabili di fronte a essa del loro operato.

A Eridu è stata messa in luce una sequenza di edifici monumentali in mattoni crudi ricostruiti più

volte su una piattaforma di mattoni. Questi edifici, pur ripetendo lo schema della pianta tripartita

caratteristica delle case, con la grande sala centrale e due file di stanze più piccole lungo i lati

lunghi, ne modificano la distribuzione degli spazi e i rapporti volumetrici interni, il tipo di

circolazione tra ambienti, gli accessi. La sala centrale diviene l’elemento principale della struttura


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Maya E.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze archeologiche
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Maya E. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Preistoria e protostoria del vicino oriente antico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Frangipane Marcella.

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