Introduzione agli studi di filologia italiana
Manoscritti e stampe
La filologia si occupa sia di libri “manoscritti” sia di libri “a stampa”. In filologia italiana si ha a che fare con manoscritti di pergamena e di carta. La pergamena è un materiale molto costoso, che deriva dalle pelli animali, ma grazie alla sua robustezza sopporta abrasioni e lavaggi che ne consentono il riuso. Quanto alla carta, arrivò in Italia nel XII secolo, ma solo alla fine del secolo successivo si impose come materiale scrittorio. L’enorme convenienza economica della carta restrinse l’uso della pergamena a testi di particolare solennità, ricchi magari di miniature.
Per scrivere si usava un inchiostro a base di sali metallici, in grado di riflettere la luce ultravioletta, questo consente di recuperare parti del testo apparentemente cancellate. Inoltre, alcuni libri contenevano miniature, che non erano realizzate al momento della scrittura del codice, questo talvolta ha causato fraintendimenti.
Il punto di partenza è il foglio, essi vengono piegati a metà ed inseriti l’uno nell’altro, formando fascicoli di varia consistenza. Diversamente dall’uso attuale di numerare ogni singola facciata, l’uso antico è di numerare per carte (es. 40 carte equivalgono a 80 facciate), dovendo indicare di quale lato della carta ci si riferisce, si distingue il “recto” (r) dal “verso” (v). Nel caso di perdita totale o parziale di un fascicolo, il codice si dice “mutilo”. Un codice può essere cartaceo (carta), membranaceo (pergamena) o misto (sia carta sia pergamena).
Esistono discipline particolari che sono in grado di dare notizie preliminari spesso di fondamentale importanza sulla data, sulla provenienza, sulla storia, sull’autenticità stessa del libro. Tali discipline sono:
- Paleografia, che studia la scrittura;
- Codicologia, che studia la tecnica di confezione, la struttura e la rilegatura;
- Bibliografia testuale, che si occupa del libro a stampa come oggetto fisico.
La scrittura antica
Il copista si distingue in: copista “di mestiere” (motivato solo da ragioni economiche) e copista “per passione” (spinto da un interesse personale per il testo). Oggi ciascuno scrive in modo molto personale, ma non è sempre stato così; nel Medioevo scriventi di una data epoca e di un dato territorio avevano grande omogeneità nelle loro realizzazioni.
Lo studio dei caratteri grafici antichi si chiama paleografia. Alla disgregazione dell’Impero si accompagnò qualche sfaldatura della scrittura in tipi che spesso corrispondono alle coeve articolazioni politico-territoriali. Si ritornò a una certa unità verso la fine del secolo VIII, grazie anche al favore con cui Carlo Magno appoggiò il restauro della lingua, si diffuse così la scrittura “carolina”; tale scrittura, diffusa nel Sacro Romano Impero, comprendeva una varietà più accurata adatta ai libri ed una varietà usuale impiegata nei documenti. Questa opposizione si irrigidì quando la varietà libraria passò, tra XI e XII secolo, da un tratteggio rotondeggiante ad uno spigoloso, “littera textualis” definita in seguito dagli umanisti “gotica”.
Il tentativo degli umanisti di restaurare la cultura classica si manifestò anche nell’imitazione della scrittura usata in codici di età carolingia, fu ammirata la purezza della “littera antiqua” (minuscolo della carolina) anteriore alla corruzione “gotica” e forse alcuni umanisti arrivarono ad illudersi che quella fosse l’autentica scrittura dei Romani antichi. Per quanto riguarda la filologia italiana, si ha a che fare, nei secoli XIII-XVI, con scritture di tipo gotico, tardogotico, cancelleresco e umanistico; ci sono poi distinzioni geografiche, sociali e funzionali, tanto che esiste una minuscola “cancelleresca” e una “mercantesca” (scrittura d’uso quotidiano).
Le lingue volgari utilizzano l’alfabeto adibito a registrare i suoni del latino; il trasferimento provoca incongruenza, innovazioni, fasi di incertezza nella definizione di nuove equivalenze, variabili da zona a zona. Viene inoltre ristrutturato un elemento tipico delle scritture antiche, il sistema di abbreviazioni, riconducibili a due tipi fondamentali: il troncamento e la contrazione. Anche se si può riscontrare una certa continuità nel sistema delle abbreviazioni, è impossibile stabilire delle regole generali che valgano sempre. Quanto ai segni interpuntivi nei manoscritti medievali, si tratta d’una presenza incostante di cui vanno studiati di volta in volta modi, forme e funzioni. La ricerca nel campo dei manoscritti è agevolata dall’esistenza di numerosi cataloghi.
Dal manoscritto alla stampa
All’inizio il libro a stampa non ha sostituito il manoscritto, ma gli si è affiancato. In Italia la stampa venne introdotta intorno al 1460; nella foggia dei caratteri, nel persistente uso delle abbreviazioni, nella struttura della pagina, le prime stampe hanno un’impressionante somiglianza con i manoscritti coevi. Nuova era la scrittura, il “corsivo aldino”, ispirato a rari e raffinati codici umanistici. La produzione di manoscritti era di fatto libera perché non controllabile; invece al potere politico e religioso non sfugge l’attività degli stampatori, di qui nascono nuove forme di controllo, quali la censura laica ed ecclesiastica. Lo studio sistematico dei libri a stampa costituisce una disciplina specialistica, sviluppata soprattutto dagli anglosassoni, la filologia dei testi a stampa.
Premesse linguistiche
La varietà linguistica dei testi
La lingua della “Commedia” di Dante o del “Canzoniere” di Petrarca differisce dall’italiano contemporaneo molto meno, rispettivamente, della lingua francese e dell’inglese attuali. Tale situazione dipende dal fatto che l’italiano è stato, fino a dopo l’unità, una lingua più scritta che parlata: simile quindi a una lingua morta e come tale poco sensibile ai fattori del cambiamento. Ci sono poi opere letterarie, che nei secoli, rispecchiano, con geografica congruenza, la varietà e diversità delle parlate italiane derivate dal latino, in questi testi si tratta di un uso spontaneo dei vari dialetti, diverso da quello che sarà contemporaneo all’affermarsi di un “italiano” lingua comune delle persone colte: nel primo caso si parlerà di letteratura dialettale “riflessa”.
Grafie e fonetica
A parte qualche incongruenza, il nostro attuale sistema grafico è abbastanza funzionale, soprattutto se confrontato con quello inglese e francese; comunque sia, esso è ormai stabile e familiare a una vasta comunità di gente che legge e scrive. Ma nei manoscritti e nelle stampe, fino ancora all’Ottocento, si trovano grafie diverse, variabili a seconda delle epoche, delle regioni, degli ambienti culturali e degli stessi individui. Ecco alcuni esempi: l’uso della “h” nei latinismi grafici, la grafia di “ti” in parole come “conditione”, ben noto è il caso delle grafie di “u” e “v” ciascuna delle quali poteva avere indifferentemente valore vocalico o consonantico e solo nella metà del Seicento si afferma la distinzione grafica fra i due suoni, altre ragioni e altra storia ha l’uso della “j”, mera variante, nella scrittura antica, di “i”, digrammi e trigrammi sono stati adattati con varia fortuna come il nesso latino GN che rappresentava due suoni distinti (“g” e “n”) ma a poco a poco si trasformò nella nasale palatale.
Dal latino al volgare
Come succede sempre e dovunque, anche nel caso del latino la lingua effettivamente parlata era diversa da quella in cui si esprimevano scrivendo le persone colte (il cosiddetto latino classico). Nei primi secoli della nostra era già esisteva dunque una consistente realtà linguistica, alternativa al latino classico, alla quale si dà il nome complessivo di “latino volgare”, trattandosi di parlanti per lo più analfabeti, abbiamo del latino volgare testimonianze dirette piuttosto scarse. In quanto detto è implicito che, col passare del tempo, sulle caratteristiche unitarie del latino volgare si innestarono differenziazioni geografiche fino a costituirsi nella loro individuale fisionomia delle lingue e dei dialetti romanzi. La grammatica storica descrive proprio l’evoluzione dal comune punto di partenza ai vari punti di arrivo.
La trasmissione dei testi
- Originale=esprimente la volontà dell’autore, può essere autografo (scritto dall’autore stesso) o idiografo (scritto sotto la sorveglianza dell’autore);
- Testimone=copia, manoscritta o a stampa, di un’opera;
- Tradizione=insieme dei testimoni dell’opera, essa può essere diretta o indiretta (citazioni o traduzioni all’interno di un’altra opera).
Il testo originale, materialmente inteso, può essere scritto dall’autore (autografo) o sotto sua sorveglianza (idiografo). Dall’originale derivano le copie, si usa la parola “antigrafo” nel senso di copia da cui ne viene tratta un’altra. Quando l'originale è andato perduto e l’opera è conservata da una o più copie, manoscritte o a stampa, queste si designano indistintamente col nome di “testimoni”, nel loro insieme i testimoni costituiscono la “tradizione” dell’opera. Con “lezione” di un determinato testimone si designa un passo del testo tramandato così come compare in un tale testimone. Ci si occupa in questa sede di testimonianza scritta, non di quello orale. Accanto alla tradizione diretta che riguarda l’opera in quanto tale, esiste la tradizione indiretta costituita da eventuali traduzioni o citazioni all’interno di un’altra opera.
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