Introduzione
Il termine filologia deriva, tramite il latino, dal greco, e significa originariamente “amore per la parola”, con riferimento alla parola scritta, cioè a testi brevi o lunghi conservati nell’Europa occidentale medievale e moderna, per lo più su pergamena o su carta.
La filologia come critica del testo (ecdotica) è un insieme di metodi e tecniche volti all’edizione di testi soprattutto letterari: infatti di molte opere non è giunto fino a noi l’originale, cioè il testo corrispondente con certezza alla volontà dell’autore, perché conservato dal manoscritto autografo (scritto dall’autore medesimo. Possono essere:
- Primi getti,
- Copie a pulito,
- Copie controllate) o idiografo (scritto da altri ma sotto diretta sorveglianza dell’autore).
Possediamo invece uno o più manoscritti al cui allestimento l’autore è rimasto estraneo, è quindi necessario vagliare l’attendibilità di questi testimoni dell’edizione originale.
Solo così si riesce a produrre un’edizione critica, cioè a formulare un’ipotesi criticamente fondata su com’era l’originale perduto. Criticamente fondata significa:
- Deve obbedire da un lato a regole ben definite ed esplicite
- Dall’altro deve essere articolata distinguendo al suo interno eventuali diversi gradi di probabilità
Impegno ancora maggiore esige l’allestimento di quel tipo particolare di edizione critica che è l’edizione genetica: essa comprende sia l’originale nella sua forma definitiva, sia varianti e stesure precedenti sicuramente attribuibili all’autore, come sono quelle conservate in manoscritti autografi.
Capitolo I: Manoscritti e stampe
Libro, volume, codice, manoscritto/stampa
Volume deriva dal latino “volumen”, da “volvere” avvolgere, e designava propriamente il rotolo di papiro avvolto mantenendo all’interno, e quindi protetta, la parte scritta. Col progressivo diffondersi di un più duttile materiale scrittorio, la pergamena, si passò già in età romana al libro nella sua forma moderna. Codice si usa nel linguaggio filologico come sinonimo di antico libro manoscritto. Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili è però necessario operare una distinzione fra:
- Un libro scritto a mano: designato come manoscritto
- Ed uno stampato: designato come stampa
La stampa a caratteri mobili è inventata da Gutemberg e inaugurata stampando dopo la metà del ‘400 una Bibbia. Il punto di partenza, ovvero la forma tipografica, veniva inchiostrata e impressa mediante il torchio sul primo lato (recto) di un foglio di carta; una volta asciugatosi l’inchiostro, sul secondo lato (verso) veniva impressa un’altra forma.
Prima di questa invenzione era inevitabile che un amanuense, specie se il testo era lungo, producesse una copia imperfetta, se non altro per distrazioni dovute alla stanchezza. Invece imprimendo su carta le pagine composte con caratteri metallici, diventò possibile produrre dieci, cento, mille copie identiche. Eppure qualche continuità con il passato ci fu:
- Qualora venga turbato il lineare processo tipografico è possibile che qualche diversità si produca tra le copie a stampa e la medesima opera.
- Il punto di partenza, cioè la forma tipografica, altro non è che una copia eseguita a partire dal manoscritto.
Gli strumenti per scrivere
La pergamena è materiale scrittorio costoso che tuttavia per la sua robustezza resiste all’abrasione o al lavaggio, eliminato così quello che vi era scritto, essa può essere riusata, producendo il cosiddetto palinsesto (“raschiato di nuovo”). Quanto alla carta, in latino con charta si designava in modo generico la superficie sottile sulla quale si scriveva. Il termine passa poi a designare la carta nel senso moderno della parola, inventata probabilmente dai cinesi, e diffusa in Occidente dagli arabi nel secolo XII.
L’allestimento del manoscritto
Un codice è formato per lo più da fascicoli o tutti di carta o tutti di pergamena e quindi lo si qualifica in forma abbreviata, rispettivamente con cart. e pergam. Nel caso che siano stati messi insieme fascicoli di materiale diverso, si ha un codice misto. Per quanto riguarda la consistenza, l’unità di misura è la carta.
- Qualora presenti perdita totale o parziale di un fascicolo, il codice si dice mutilo e, se la perdita si colloca subito all’inizio, acefalo (senza testa).
Amanuensi, copisti
Per designare chi scriveva a mano si usano come termini generali scriba o amanuense. Si parla di copista qualora si voglia fare specifico riferimento al lavoro di trascrizione da un manoscritto a un altro, e si distingue il copista per mestiere dal copista per passione:
- Il primo è portato a copiare in modo meccanico e impersonale.
- Il secondo è spinto da interesse personale verso il testo, tanto che talvolta non si perita di intervenire per correggerlo e migliorarlo.
Capita anche che l’autore stesso copi una sua opera, magari per donarla a un amico, oppure per proprio uso privato: si parla in questo caso di copia di servizio.
Le scritture antiche
Parlando di scritture antiche occorre pensare ad un’esigua minoranza sia di produttori che di consumatori. Alla disgregazione dell’Impero Romano si accompagnò lo sfaldamento della scrittura latina in tipi che spesso corrispondono alle coeve articolazioni politico territoriali: visigotica, merovingica, beneventana. Si ritornò ad una certa unità verso la fine del secolo VII con Carlo Magno e una nuova scrittura: la carolina. In Italia l’egemonia della scrittura gotica, a differenza di Francia e Germania, durò meno, perché all’inizio del Quattrocento il desiderio di restaurare la cultura classica portò tra l’altro all’imitazione della scrittura usata nei codici antichi. La chiamiamo scrittura umanistica.
Dal manoscritto alla stampa
All’inizio il libro a stampa non ha sostituito il manoscritto ma gli si è affiancato. Dal punto di vista del filologo-editore è bene tener presenti due considerazioni generali: avendo a che fare con manoscritti e con stampe di una stessa opera, non è detto che le stampe siano meno importanti solo perché di solito sono più recenti. Infatti le prime stampe riproducono spesso manoscritti antichi che non si sono conservati. In generale poi la priorità cronologica non è di per sé un criterio preferenziale, anzi spesso si constata che manoscritti e stampe conservano un’opera più o meno bene in modo indipendente dalla loro antichità. Di qui la norma: recentiores non deteriores.
Ecco dunque che, esistendo, per una o più pagine, stati successivi del testo, si hanno esemplari di una stessa edizione l’uno differente dall’altro. Capitava anche che venisse modificato il frontespizio e magari cambiata la dedica, in modo da mettere in vendita residui di magazzino spacciandoli per novità: si parlerà dunque di nuova emissione.
- Nel primo caso le diversità possono essere accidentali. Qualora ci siano varianti, occorre distinguere di volta in volta ciò che viene soppresso (cancellandum) da ciò che subentra al suo posto (cancellans), ciò che spetta all’autore da ciò che spetta al tipografo.
Archivi e biblioteche
Archivio: nasce con l’organizzazione stessa del vivere sociale, delle cui istituzioni pubbliche e private, politiche, religiose, economiche, raccoglie il sedimento scritto.
Biblioteca: le spetta il libro vero e proprio, contenitore di opere letterarie, scientifiche giuridiche, religiose, prodotte da un’attività creativa per lo più individuale.
Citazione e siglatura
I manoscritti vengono citati indicando la sede dove ora si trovano, il fondo particolare della biblioteca, la loro segnatura numerica. Di sigle è necessario servirsi quando, nel corso di studi preparatori e di edizioni, si deve far continuo riferimento a manoscritti e stampe quali testimoni della tradizione.
Capitolo III: La trasmissione dei testi
Originale, copie, tradizione
Il testo originale materialmente inteso:
- Può essere scritto dall’autore ➔ apografo
- O sotto la sua sorveglianza ➔ idiografo
- Oppure può consistere in un’edizione a stampa da lui controllata e approvata
Dall’originale derivano le copie, termine col quale si designano sia quelle tratte direttamente dall’originale, sia le copie tratte da altre copie:
- Per la prima copia tratta dall’originale si parla di apografo (anche se alcuni la intendono con il significato di copia generale)
- Per indicare una copia dalla quale se ne trae un’altra si usa spesso antigrafo
Quando l’originale è andato perduto e l’opera è conservata da una o più copie, queste si designano indistintamente con il nome di testimoni ➔ perché testimoniano com’era il testo prodotto dall’autore. Nel loro insieme i testimoni costituiscono la tradizione dell’opera. Essa può essere:
- Diretta: quando riguarda l’opera in quanto tale
- Indiretta: costituita da eventuali traduzioni o citazioni all’interno di un’altra opera (Es. fra i testimoni del De Vulgari Eloquentia c’è anche la traduzione italiana pubblicata da Trissino)
Parlando dei manoscritti, originale e autografo non sono parole sinonime: del Canzoniere di Petrarca abbiamo l’originale ma esso è solo in parte autografo, avendolo scritto per lo più il Malpaghini.
Errori e varianti
L’atto manuale della scrittura e maggiormente della copiatura è soggetto a veri tipi di imperfezioni:
- Aplografia (sperperare ridotto a sperare, statale ridotto a stale)
- Dittografia (il contrario)
Copiando è dunque normale introdurre alterazioni sia sul piano della forma (modificando la veste grafica, fonetica o morfologica di una parola) sia sul piano della sostanza (sostituendo una parola con un’altra). Alcune di tali alterazioni sono identificabili, altre non sono riconoscibili immediatamente e hanno una qualche aria di autenticità, smascherabile solo con il confronto con gli altri testimoni: si parla delle varianti (neutre, adiafore, equivalenti).
Al fraintendimento ottico si aggiungono componenti di tipo psicologico:
- Omeoarchia: scambio fra parole che iniziano allo stesso modo e proseguono in modo soltanto simile (tradizione diventa traduzione). Trascrivendo si tende a banalizzare, cioè a sostituire il più noto al meno noto, il facile al difficile. Perciò, dovendo scegliere tra più lezioni equivalenti, in mancanza di buoni argomenti d’altro genere, si preferirà considerare originaria la lectio difficilior, in quanto proprio la maggiore difficoltà spiega, come banalizzazione, la genesi delle lezioni concorrenti.
- Omeoteleuto o saut du me
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