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Ridere del mondo – Emilio Russo

Storia interna delle Operette (1819-1824)

Non solo 1824

Nel 1819 Leopardi scriveva a Giordani di voler scrivere “alcuni miei disegni intorno al comporre certe operette […] ma penso, troppo liberali perché sia prudente scriverne apertamente”. Diciotto mesi più avanti, nel settembre 1820 Leopardi confessa “In questi giorni, quasi per vendicarmi del mondo, e quasi anche della virtù, ho immaginato e abbozzato certe prosette satiriche”. Accade così che il 1824 come anno decisivo per le Operette morali sia un dato veritiero e insieme parziale. Leopardi annota puntigliosamente le date del 1824 a margine di ciascuna operetta, nel manoscritto autografo oggi conservato a Napoli (A). Il lavoro si prolunga poi nel 1825-1827 e spinge poi fino agli anni fiorentini, e persino alle correzioni dei mesi napoletani. Il 1824 è una stagione del suo silenzio poetico ed è segnato dall’evoluzione verso una visione più radicalmente negativa, che conoscerebbe proprio tra le pagine del “libro filosofico” lo snodo decisivo.

La scelta di Luciano

Le prime menzioni di progetti ricollegabili alle Operette sono spesso sotto il segno di Luciano, l’interesse di Leopardi per lo scrittore greco riguardava in primo luogo questioni linguistiche, in particolare la ricerca di una lingua di immediatezza comica, egli infatti è inteso come autore di una lingua elegantissima, capace di estrema ricchezza. Nel corso del 1821 Leopardi è infatti impegnato nel progettare un “enorme lavoro sulla lingua”, del quale parla in diverse lettere al Giordani: “Dialoghi Satirici alla maniera di Luciano, ma tolti i personaggi e il ridicolo dai costumi presenti o moderni”, inoltre precisa di non voler scrivere dialoghi tra morti (come Monti e Bellini), si tratta piuttosto di rinnovare quell’impianto, ripreso da Luciano, con personaggi e costumi ricavati da un passato più prossimo, fino a giungere dunque alla contemporaneità o dialoghi tra animali. Al centro del Disegno Leopardi colloca l’idea di un genere misto, duttile fino a diventare indefinibile, egli rivendica la necessità di creare un “linguaggio comico” come anche una lingua pertinente alla “Satira”, l’uno e l’altra di fatto assenti nella tradizione italiana, una lingua “al tempo stesso popolare e pura e conveniente”. Ancora una ripresa possibile da Luciano, con l’intenzione di descrivere orizzonti e contesti svuotati della presenza umana, straniati e rovesciati. Le “Operette morali” nascono tra il 1819-20 come un progetto in primo luogo di ordine letterario e linguistico.

Dal progetto alla stesura: 1820-1821

Dopo l’annuncio inserito nella lettera al Giordani, il progetto delle Operette si inabissa tra le carte leopardiane. Nell’estate del 1821 Leopardi registra sullo Zibaldone “a volere che il ridicolo primieramente giovi, secondariamente piaccia vivamente, e durevolmente […] deve cadere sopra qualcosa di serio, e d’importante. […] Ne’ miei dialoghi io cercherò di portar la commedia a quello che finora è stato proprio della tragedia, cioè i vizi dei grandi, i principii fondamentali delle calamità e della miseria umana, gli assurdi della politica, le sconvenienze appartenenti alla morale universale, e alla filosofia, […] così a scuotere la mia povera patria, e secolo io mi troverò avere impiegato le armi dell’affetto e dell’entusiasmo e dell’eloquenza e dell’immaginazione nella lirica, e in quelle prose letterarie ch’io potrò scrivere: le armi della ragione, della logica, della filosofia, ne’ Trattati filosofici ch’io dispongo; e le armi del ridicolo ne’ dialoghi e novelle Lucianee ch’io vo preparando”. L’elenco degli argomenti è tanto ambizioso quanto esteso: si passa da temi civili alla condizione infelice dell’uomo, dalle incongruenze della politica alle irregolarità della morale e della filosofia, l’elemento di raccordo di questi temi è il loro profilo “tragico”. A distanza di dieci mesi dall’annuncio relativo alle “prosette satiriche”, le Operette si sganciano dunque dalla esclusiva matrice di sperimentazione stilistica e linguistica e assumono un impegno più ampio. Al 1820-21 vengono ricondotte le operette: “Dialogo… Filosofo greco, Murco senatore romano, Popolo romano, congiurati”; “Dialogo tra due bestie” e “Dialogo di un cavallo e un bue”. Successivamente Leopardi fa una lista di generi che mancano alla tradizione italiana, in particolare il “filosofico, il drammatico, e il satirico. Molte e forse troppe cose ho disegnato nel primo e nell’ultimo: e di questo (riferito al genere satirico) disponeva di colorirne qualche saggio ben presto. Ma considerando meglio le cose, m’è paruto di aspettare”. Il cantiere delle Operette è dunque stato portato avanti, tra la fine del 1820 e l’inizio del ’21. Dopo questo improvviso segnale si perdono le tracce dell’opera: il libro emergerà compatto e in buona misura definitivo attraverso la serratissima lavorazione del 1824.

Uno scambio con Giordani

Entro questo lungo periodo di costruzione nascosta, è tuttavia possibile individuare un paio di momenti significativi, rileggendo alcune sezioni dello scambio epistolare con Giordani. “Tutto questo mondo si fa per la semplice che continua dimenticanza di quella verità universale che, che tutto è nulla”. La lettera successiva del Giordani accoglie le frasi leopardiane, ma le inserisce in un orizzonte di amara delusione. Muovendo dalle parole delle lettere di Giordani, in cui l’amico manifesta tutta la sua disperazione, Leopardi fa spazio nel registro riflessivo dello Zibaldone a una discussione su quale sia l’atteggiamento conveniente rispetto alla disperazione altrui: come mitigarla, “non ti mostrare incredulo al suo male, se è vero”. Temi che sono alla base, appunto, del “Plotino e Porfirio”. La contiguità di tutti questi brani del 1820 a un’operetta tarda come il Plotino (che Leopardi stesso situa nel 1827) è un dato da approfondire; e tuttavia a favore di una precoce ideazione dell’operetta, e probabilmente della stesura di un abbozzo.

Un appunto tachigrafico

Al di là degli abbozzi già ricordati, tra le scritture preparatorie sopravvive un piccolo lacerto autografo, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, che dovrebbe risalire all’anno 1823. Questo foglio contiene una lista di 17 titoli di operette sul verso e sul recto un elenco di parole e temi e un elenco di letture. Sui diciassette titoli solo sette paiono in modo più o meno univoco ricollegabili alle Operette morali che conosciamo, mentre gli altri dieci titoli rinviano a progetti che rimangono in parte misteriosi. Non figurano invece nella lista dei titoli gli altri abbozzi di cui abbiamo notizia: né la “Novella Senofonte e Niccolò Machiavelli” né il “Dialogo tra due bestie”. Di contro a queste due assenze, spiccano due presenze in particolare “Egesia pisitànato” e “Il sole e l’ora prima o Copernico” che preludono al “Plotino e Porfirio” e al “Copernico”; due testi rimasti però fuori dalla prima edizione milanese del 1827. Probabilmente Leopardi lavorò alle due operette, ma decise di tenerle fuori per il timore della censura.

Molecole di scrittura

Sul verso della stessa carta autografa Leopardi annota una serie di appunti, singole parole o espressioni brevissime. Queste sono molecole di scrittura, non solo a livello di concetti, ma anche per le metafore e per i tasselli eruditi, e persino avvio di passaggi argomentativi. Queste “molecole” ci danno prova del lento processo di scrittura a cui Leopardi fa riferimento in più occasioni: ideare, schizzare, colorire e finire. In forma cifrata, accostando titoli e appunti, Leopardi mette in fila materiali per la stesura o per l’ampliamento del libro; in questa chiave, le letture funzionali e collegate alla composizione, andranno intesi gli autori e le opere registrati sullo stesso appunto autografo. Non letture ancora da svolgere, ma piuttosto libri funzionali alla sequenza ancora aperta delle prose.

“Il libro meglio scritto del secolo” (1824-1835)

I tempi dell’autografo napoletano

Quando si arriva al 1824 i dati e le informazioni divengono abbondanti, grazie alla documentazione offerta dal manoscritto napoletano. A ciascuna operetta Leopardi appuntò precisamente un intervallo cronologico; una domanda da porsi è a cosa si riferisce la data sull’autografo delle “Operette morali”? Il manoscritto napoletano può ritenersi frutto di una ripresa di fasi di lavoro precedenti e insieme sede di un ulteriore percorso di revisione, anzitutto di ordine linguistico; secondo un’ipotesi avanzata da Marti le date fanno riferimento non alla copia dei testi sul codice napoletano, ma all’effettiva composizione delle diverse operette nel corso del 1824; composizione avvenuta a partire da schede e appunti non pervenuti. Il manoscritto napoletano rappresenterebbe dunque il perno di una lavorazione iniziata prima, poi raccolta in una copia unitaria, trasformata sì presto da copia in bella a manoscritto di lavoro (tra il “colorire” e il “terminale”). Provando dunque a schematizzare si possono individuare questi passaggi:

  • Abbozzi e raccolta di materiali provvisori relativi alle singole operette (1823);
  • Composizione delle operette, da gennaio a novembre 1824;
  • Correzioni e aggiunte apportate alle operette in A, dopo il novembre del 1824;
  • Copia successiva in un altro manoscritto destinato alla stampa.

Le ultime sei operette

Sulla stesura dell’autografo napoletano alcuni anni fa è stata avanzata un’ipotesi, basata sull’indice “Danno del conoscere la propria età” (la datazione proposta è del giugno-luglio 1824), che presenta un lavoro di schedatura di alcune parti dello Zibaldone. Leopardi dunque tornerebbe sullo Zibaldone con l’obiettivo di ricavare materia per la composizione di altre operette: proprio da quella operazione di setaccio, ha sostenuto a Panizza, nascono le ultime sei operette presenti nell’autografo napoletano (nell’ordine “Parini”, “Ruysch e le mummie”, “Ottonieri”, “Colombo e Gutierrez”, “Elogio degli uccelli”, “Cantico del gallo silvestre”). A sostegno di questa ricostruzione vi sono molte coincidenze fra i titoli dell’indice dello Zibaldone e la materia delle operette. L’ipotesi tuttavia lascia aperte alcune questioni: perché Leopardi avrebbe costruito l’ultima sezione del testo con materiale in un certo senso più arretrata rispetto all’approdo di “Natura e Islandese”? Perché cioè completare il disegno con i prelievi anche lontani e meno maturi o almeno all’apparenza divergenti rispetto all’approdo materialistico e perché, ancora, anche ammettendo questa scelta, posporre questi testi a “Natura e Islandese”, in una sorta di ritorno che attutirebbe la portata di quella svolta? La questione del rapporto con l’indice dello Zibaldone invita in ogni caso ad allargare lo sguardo e porsi la seconda domanda implicita nella sequenza di date offerte da A: cosa accade nello Zibaldone durante il periodo di composizione? In questo periodo lo Zibaldone registra un sensibile rallentamento e in alcuni passaggi il collegamento con la stesura delle cose è molto evidente; al di là di approfondimenti (su Newton e Guicciardini), le note del 1824-25 sono dedicate soprattutto a fenomeni linguistici. C’è un’ultima tessera da aggiungere al mosaico fittissimo di questi mesi: alla fase centrale del 1824 viene assegnata anche la composizione del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”, un intervento di lucida diagnosi sulla società in Italia, è un testo che tuttavia presenta numerosi punti di...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/13 Filologia della letteratura italiana

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