LO SVILUPPO E LA DIMESIONE DELL’IMPRESA
(Confalonieri)
LA DIMENSIONE D’IMPRESA
1.DIMENSIONE AZIENDALE: I CONTORNI DEL FENOMENO
Il concetto di dimensione aziendale è un argomento molto dibattuto tra aziendalisti ed economisti. Perciò, la
definizione di “dimensione aziendale” non è ben definita. La più classica definizione di “dimensione aziendale” è
stata elaborata da Onida. Egli afferma che il concetto di dimensione aziendale è collegato al volume di produzione
e di affari che l’azienda sviluppa periodicamente con l’impiego del capitale disponibile, degli impianti e
dell’organizzazione. C’è poi il problema della misurazione della dimensione aziendale. Prendiamo alcuni indicatori
come esempio:
il capitale sociale o capitale di rischio;
il capitale investito;
il numero dei dipendenti;
il fatturato.
Il capitale sociale non è affatto utile per questo tipo di misurazione. Più idoneo potrebbe essere il capitale investito,
cioè il capitale costituito da beni strumentali. Il fatturato potrebbe essere un elemento sviante se il confronto viene
effettuato tra aziende con diverso grado di integrazione verticale. ES: prendiamo due aziende: la prima è di puro
montaggio, la seconda invece produce tutti gli elementi per la costruzione del prodotto destinato alla vendita.
Queste due aziende potrebbero avere lo stesso fatturato, ma la seconda avrà dimensioni più modeste, perché le
occorreranno meno dipendenti e meno capitale investito. Anche il numero di dipendenti potrebbe essere un elemento
ambiguo. ES: prendiamo due attività: la prima, ad alta capitalizzazione e meccanicizzazione, non necessita di
molta manodopera, poiché il lavoro è svolto prevalentemente dalle macchine, la seconda invece ha bisogno di molta
manodopera.
La dimensione aziendale deve essere calcolata sulla base di 3 fattori, che in ordine di importanza sono: strutturale,
operativo, in relazione con il mondo esterno. Considerare gli elementi strutturali significa concentrarsi su ciò che
l’azienda può fare, mentre considerare gli elementi operativi significa concentrarsi su ciò che l’azienda
effettivamente fa. L’elemento proprio delle relazioni con il mondo esterno è il peso dell’azienda sul mercato.
Tuttavia questi 3 parametri quantitativi, presi singolarmente, possono risultare ambigui ed ingannevoli, perciò
bisogna utilizzarli in maniera congiunta.
2.LA CLASSIFICAZIONE DELLE IMPRESE SU BASE DIMENSIONALE: LA
GRANDE E LA PICCOLA IMPRESA
Si tratta di una classificazione molto complessa. Cattaneo sostiene che:
la grande impresa è quella che possiede la forza di imporsi e sopravvivere nel mercato, riuscendo al influenzare vari
fenomeni, come ad esempio il prezzo;
la piccola impresa è quella che non è in grado di imporsi e sopravvivere nel mercato. La definizione di Cattaneo
riguardante la piccola impresa non è condivisa da tutti. C’è infatti una corrente di pensiero che sostiene che la
piccola impresa può avere una posizione attiva, e non succube, nel mercato, legata a comportamenti innovativi e di
miglioramento dell’efficienza.
3.LA PICCOLA E MEDIA IMPRESA E “L’IMPRESA MINORE”
Le caratteristiche che contraddistinguono la piccola impresa sono:
è composta da pochi soci, spesso uniti da legami familiari;
è indipendente, cioè non appartiene a gruppi economici;
è dotata di un livello tecnologico limitato;
detiene una quota relativamente piccola sul mercato di sbocco;
offre una gamma di prodotti piuttosto limitata;
è gestita personalmente dai proprietari;
esiste la possibilità di contatti diretti tra i capi e i dipendenti.
Solitamente le piccolo e le medie imprese vengono accumunate sotto il nome di PMI (piccole e medie imprese) o la
definizione “imprese minori”. Tuttavia tra le due esistono differenze, la più importante delle quali è quella
finanziaria: la media impresa è caratterizzata da una gestione finanziaria poco efficiente, che però è in grado di
svolgere in maniera proficua; la piccola impresa è invece caratterizzata da una gestione finanziaria limitata
dovuta alle sue dimensioni. Per quanto riguarda i percorsi di crescita delle PMI, esistono due scuole di pensiero:
una statunitense e una inglese. Secondo gli Americani, la piccola impresa è solo una fase del processo di crescita di
un’azienda. Gli Inglesi, invece, si concentrano sulla figura del piccolo imprenditore, che può decidere di mantenere
la propria azienda di piccole dimensioni.
4.L’EVOLUZIONE DEL TRADIZIONALE CONCETTO DI DIMENSIONE
In passato il fenomeno della crescita aziendale comprendeva la crescita interna seguita dalla crescita esterna
perseguita con aggregazioni di tipo “forte”, come fusioni o acquisizioni. Attualmente, invece, la crescita esterna si
basa su aggregazioni “deboli”, come gli accordi. Siamo in un momento di transizione, che va dal sistema d’impresa
al sistema di imprese: IMPRESA RETE per le grandi imprese, RETE DI IMPRESE per le imprese minori. Grazie
a questo passaggio cambia la visione tradizionale del concetto dimensionale. Infatti ciò che conta non è più la
dimensione della singola impresa, ma quella della rete complessiva.
LA CRESCITA DIMENSIONALE
1.SVILUPPO E CRESCITA DIMENSIONALE NELLE TEORIE ECONOMICHE
Il concetto di dimensione ha conosciuto un’evoluzione nel tempo. Inizialmente vi era la teoria neoclassica, secondo
la quale la dimensione è legata alla produzione. Le teorie successive invece possono essere ricondotte a 3 differenti
approcci:
comportamentistico: ricerca soluzioni soddisfacenti e distingue tra decisione e scelta: la decisione risolve o cerca di
risolvere un problema, la scelta valuta la decisione nella realtà;
della grande impresa manageriale: ha come scopo quello di dimostrare che la grande impresa è capace di pianificare
a lungo termine lo sviluppo industriale;
del capitalismo manageriale: esamina le decisioni aziendali in base alla crescita e allo sviluppo delle imprese.
STRUTTURE ACCENTRATE: grandi imprese; STRUTTURE DECENTRATE: piccole imprese.
2.CRESCITA, AMPLIAMENTO DIMENSIONALE, SVILUPPO: ALCUNE
PRECISAZIONI TERMINOLOGICHE
I termini CRESCITA e SVILUPPO non sono affatto sinonimi: il primo è un processo quantitativo, il secondo un
processo qualitativo. La crescita consiste nell’aumento delle dimensioni aziendali e può essere accompagnata dallo
sviluppo, cioè “movimento verso il meglio”. La crescita non è sempre seguita dallo sviluppo, perché in alcuni casi il
raggiungimento di dimensioni enormi da parte di un’azienda è un elemento negativo, un freno, un fattore
destabilizzante. Alcuni esempi sono:
l’ampliamento non è seguito da una risposta positiva sul mercato;
l’ampliamento genera un irrigidimento dell’azienda che causa una diminuzione della flessibilità e un aumento dei
costi fissi e della sua fragilità;
l’ampliamento è seguito dal peggioramento della situazione finanziaria causata dagli ingenti investimenti
necessari per realizzarlo.
3.LE STRATEGIE DI CRESCITA
Le strategie di crescita sono caratterizzate da fattori esogeni ed endogeni:
FATTORI ESOGENI, cioè esterni: crescita dell’intero sistema economico o del settore in cui si opera. La crescita
settoriale è generalmente favorita dalla mancanza di concorrenza in quel determinato campo. Sempre all’interno
dei fattori esogeni troviamo fenomeni legati a politiche economiche e di sviluppo, stabilite dal governo;
FATTORI ENDOGENI, cioè interni: sono legati a motivazioni manageriali (teorie manageriali dell’impresa),
strutturali (organizzazione) ed economicofinanziarie (impianti, patrimonio, situazione finanziaria).
<-
Riassunto esame di Economia Aziendale, prof. Fasana o Confalonieri, testo consigliato Lo Sviluppo E La Dimensione D…
-
Riassunto esame Economia aziendale, prof. Confalonieri, libro consigliato Corso di economia aziendale, Airoldi, Bru…
-
Riassunto esame Economia e gestione delle imprese turistiche, prof. Confalonieri, libro consigliato Economia strate…
-
Riassunto esame Economia, prof. Confalonieri, libro consigliato Definizioni di Economia Aziendale, Airoldi, Brunett…