RIASSUNTO ESAME COMUNICAZIONE VISIVA, GRAZIOLI, LIBRO
CONSIGLIATO LA FURIA DELLE IMMAGINI - Joan Fontcuberta
1. Motivazioni
Oggi noi siamo soggetti a un’ inflazione di immagini senza precedenti che non è solo dovuta
a una società ipertecnologica, ma è anche il sintomo di una patologia culturale e politica in
cui irrompe il fenomeno post-fotografico. Noi abitiamo l’immagine e l’immagine ci abita.
Le immagini hanno cambiato la propria natura e non funzionano più nel modo in cui siamo
abituati: grazie all’introduzione della tecnologia digitale, di internet e dei social network
esse circolano in rete a una velocità vertiginosa. Inoltre, hanno dismesso il ruolo passivo di
illustrazioni e sono diventate attive, furiose e pericolose: la loro forza può arrivare a
costruire il casus belli (le caricature di Maometto e la tragedia di Charlie Hebdo ad esempio).
Oggi noi siamo immersi in un ordine visuale nuovo e differenze, marcato da 3 fattori :
- l’immaterialità e la trasmissibilità delle immagini
- la loro moltiplicazione e disponibilità
- il loro apporto decisivo nel rendere enciclopedici il sapere e la comunicazione.
2. Prolegomeni postfotografici
Nel 1960 il satellite meteorologico Tiros-I ottenne la prima immagine completa del globo
terrestre .
Nel 1970 l’ingegnere informatico Ray Tomlinson ha effettuato il primo invio di un’e-mail .
L’11 giugno 1997 è stata inviata la prima fotografia da un telefono cellulare e subito è stata
condivisa tramite una rete collettiva. A inviare la prima fotografia fu Philippe Kahn che,
mentre aspettava la nascita della figlia Sophie, pensò ad un modo per inviare una
fotografia.
La strada tecnologica per la postfotografia era spianata, ma qual era il contesto
➔ culturale e ideologico che l’accoglieva?
3. Tempo di vacche grasse
L’epoca in cui viviamo è definita ipermoderna ed è caratterizzata dall’eccesso e da un
nuovo legame con lo spazio e il tempo, offerto da internet e dai nuovi mezzi di
comunicazione globale. Queste nuove finestre sul mondo ci conducono alla conoscenza
immediata e completa degli avvenimenti, in un modo che ci dà la sensazione di essere
dentro la Storia, ma senza la possibilità di controllarla.
L’individuo si vede collocato in un presente in divenire, presente che comporta
➔ l’abolizione del passato, per la sua fugacità, e del futuro, per la sua inimmaginabilità.
Questo provoca la perdita della coscienza storica e la svalutazione del futuro.
Si parla anche di seconda rivoluzione individualistica , facendo riferimento
all’individualismo in cui si rifugiano i cittadini. 1
La pubblicità della seconda stagione di Black Mirror
, miniserie britannica realizzata da
Charlie Brooker, fornisce una radiografia della modernità. Essa inizia mostrando persone
che sorridono, scattano fotografie e le condividono; si inseriscono però poi dei lampi di
immagini dei tributi che la società deve pagare, che sono la povertà, lo sfruttamento e il
terrorismo, fino a quando il nostro schermo si frantuma e si ascoltano le parole “ il futuro è
andato a pezzi ”. Prima dell’apocalisse, però, vengono fornite una serie di parole d’ordine che
dovrebbero portare alle felicità promessa, come “ Vivi di più, Connettiti di più, Condividi di più,
Consuma di più ” .
Il titolo “specchio nero” si riferisce allo specchio oscuro nel quale non vogliamo
➔ essere riflessi, dice l’autore.
Esistono due accezioni dello “specchio nero” precedenti a quello di Brooker:
- Lo specchio di Claude: era un piccolo specchio concavo che veniva inserito spesso
dagli artisti per astrarre porzioni del paesaggio, riflessi con gradazioni di luci e toni;
- Gli specchi di ossidiana lucidata che portavano al petto gli dei Tezcatlipocas: nel loro
riflesso si vedevano tutte le azioni e i pensieri dell’umanità, secondo la mitologia
precolombiana
La tecnologia ha quindi trasformato il nostro mondo e la nostra percezione: noi siamo
dipendenti dalla tecnologia, dai social network, e siamo portati a esprimere opinioni su
qualsiasi cosa e a insultare nell’anonimato. In ogni casa e in ogni posto esiste uno schermo,
e questa onnipresenza di schermi e immagini cresce sempre di più, finché l’abbondanza
arriva a un tale eccesso da provocare un’esplosione.
Questo è quello che viene rappresentato dall’installazione Photography in Abundance di
Erik Kessels (p.20), che è diventata l’icona della postfotografia. L’installazione consisteva
nel riversare a terra circa un milione e mezzo di foto e spargerle per le varie sale
dell’edificio; questo numero enorme corrispondeva circa alla quantità di immagini
archiviate sul portale Flickr in 24h. I visitatori potevano sperimentare l’immersione in
queste immagini, e questo, più che provocare meraviglia, produceva sgomento e una
sensazione di annegamento.
4. La condizione postfotografica
Postfotografia : “post” indica l’abbandono o l’allontanamento, evoca un addio, ma un addio
da cosa? Che cosa si sta abbandonando?
Anche con la fotografia, agli albori del XIX ci furono alcune difficoltà terminologiche; in
quel caso, però, si stava assistendo alla nascita di una tecnica. La postfotografia, invece,
rappresenta la trasmutazione di alcuni valori fondamentali, lo smantellamento di quelle
modalità visive che erano state imposte dalla fotografia per un secolo e mezzo.
Diverso è anche il rapporto pittura-fotografia e fotografia-postfotografia: la fotografia
aveva provocato nella pittura solo un cambio di rotta, ma senza eliminarla dalla mappa. La
postfotografia, invece, ha fagocitato la prima. 2
Il termine postfotografia nasce nel mondo accademico all’inizio degli anni Novanta, quando
la diffusione delle macchine fotografiche digitali, degli scanner alla portata di tutti, dei
personal computer e dei programmi di elaborazione grafica e ritocco elettronico (come
Photoshop) mostrarono che la fotografia stava avviando una nuova fase.
La fotografia fatta con un mosaico di pixel su cui si può intervenire direttamente
➢ minava i miti fondativi d’indicalità e trasparenza che avevano sostenuto la patente
di credibilità della macchina fotografica . Per la fotografia digitale la verità era
un’opzione.
Riguardo a questo ci furono voci discordanti: alcuni sostenevano che in realtà con la
postfotografia le immagini continuavano ad essere generate dalle identiche proprietà della
luce e dell’ottica, e che l’immagine fotografica in fondo era stata sottoposta fin dagli inizi a
ogni tipo di manipolazione. Le possibilità di mentire, quindi, esistevano già.
L’era postfotografica si è poi consolidata nel decennio successivo, quando con il
cambiamento del millennio è avvenuta una nuova rivoluzione digitale caratterizzata da
Internet, dai Social Network e dalla telefonia mobile.
La vera novità introdotta da questa fotografia a costo zero è stata che per la prima volta
l’uomo , l’ Homo photographicus , è stato produttore e consumatore delle immagini : le
macchine fotografiche a poco prezzo, infatti, erano ormai disponibili e accessibili a
chiunque.
Il vantaggio dell’eccesso di immagini è la possibilità di accedere in maniera immediata alle
immagini. Esse, tuttavia, hanno una natura effimera e transitoria, e possono dare vita ad
alcune “politiche dell’immagine”, poiché esse possono essere scartate, sottratte e
censurate.
La postfotografia ci mette di fronte ad immagini smaterializzate .
➔
5. Per un manifesto postfotografico
La sindrome di Hong Kong : nel 2010, uno dei principali giornali di Hong Kong ha licenziato i
suoi otto fotografi dipendenti e in cambio ha fornito macchine digitali a un gruppo di
corrieri che consegnava pizze a domicilio. Era infatti più semplice insegnare a scattare
fotografie a agili fattorini piuttosto che fare in modo che i fotografi professionisti fossero
capaci di aggirare gli infernali ingorghi di Hong Kong per arrivare in tempo alla notizia:
questo rappresenta una rinuncia alla qualità a favore di un un'immagine più incerta ma
presente, la rapidità prevale sulla raffinatezza e ne nasce quindi un cittadino-fotografo.
Da questa situazione impariamo che l’urgenza a esistere dell’immagine prevale oggi
➔ sulle altre qualità. Il nostro mondo è ormai saturo di immagini, l’immagine vive in
noi e ci rende vivi. Oggi tutti produciamo immagini spontaneamente, come una
forma di relazione con gli altri: la postfotografia si pone come un nuovo linguaggio
universale. 3
“La postfotografia non è altro che la fotografia adattata alla nostra vita online”: la
postfotografia occupa il posto di Internet e dei suoi portali che ci permettono di connetterci
con il mondo e che hanno cambiato le nostre vite.
Esiste un decalogo (p.34) che descrive il modo in cui opera la produzione postfotografica;
questo decalogo sancisce la smaterializzazione dell’autorialità dell’autore sull’opera , ma
anche quella sui contenuti dell’opera e la diffusione dell’opera in Internet.
Tutto questo porta ad un’estetica dell’accesso in cui questo flusso di immagini è
➔ accessibile a tutti.
L’opera di Penelope Umbrico Suns from Flickr spiega alla perfezione questo concetto: un
giorno aveva sentito l’impulso di fotografare un tramonto romantico e le era venuto in
mente di controllare quante fotografie corrispondevano al tag sunset su Flickr e ha scoperto
di avere a disposizioni migliaia di immagini. Pensando quindi che aggiungere un’ulteriore
immagine non avesse senso, ha deciso di scaricare da Flickr diecimila tramonti che ricicla
combinandoli in un murale con cui tappezza i muri di un museo. Oggi, però, cercando sunset
su Flickr, si trovano anche i montaggi di Umbrico e le foto che i visitatori si fanno alle sue
mostre: il suo gesto quindi si rivela inutile, poiché non è possibile arrivare al livello zero di
inquinamento.
Un fenomeno particolare della postfotografia è quello che riguarda Google Maps : nel 2005
Google ha lanciato il suo servizio di cartografia online conosciuto come Google Maps, che è
stato poi implementato con programmi come Google Earth e Google Street View, che
permettono una visione a livello strada della maggior parte degli spazi urbanizzati.
Grazie a questi strumenti, l’utente può sperimentare la simulazione di un ambiente
➢ reale mediante un modello 3D interattivo .
Una particolarità è che le macchine di Google Street View viaggiano per le strade e captano,
senza volerlo, tutto quello che succede ai margini, comprese azioni impreviste, eventi o
situazioni che rimangono congelati per sempre, accessibili a tutti. Molti autori, quindi, a
partire da questo, hanno elaborato dei progetti:
- Jon Rafman: setaccia la situazioni di strada che riguardano la prostituzione
- Txema Salvans: ha documentato per anni i paesaggi nei quali si esercita la
prostituzione di strada lungo tutta la geografia spagnola e ha pubblicato il tutto in
The Waiting Game
- Michael Wolf: ha catalogato episodi catturati come l’arresto di un malvivente,
qualcuno che orina di nascosto dietro una macchina.. La particolarità è che ha
ricevuto una menzione d’onore nel World Press Photo grazie al suo progetto.
Con la diffusione della postfotografia, cambia anche il concetto di identità : la nascita della
fotografia aveva spostato la funzione di registrazione dell’identità verso l’immagine, verso
il volto riflesso e catturato.
Per la prima volta con la postfotografia si diventa padroni del proprio aspetto , con la
➔ possibilità di poterlo gestire a seconda delle proprie convenienze. 4
Lo spazio di internet forma uno sciame digitale in cui tutti interagiscono: in questo senso è
significativa l’opera di Christopher Baker Hello World! , una videoinstallazione nella quale
migliaia di riproduzioni di teleconferenze in corpo compongono un fitto mosaico che si
proietta su uno schermo, suggerendo l’idea di un ritratto collettivo (p.43).
Ma è soprattutto con l’avvento del selfie che noi diventiamo i proprietari delle nostre
immagini, scatenando un trionfo dell’ego sull’eros, e fenomeni di narcisismo.
Questa questione, tuttavia, può avere anche dei risvolti negativi, come quello che prende in
considerazione Laia Abril nella sua serie Thinspiration
: adolescenti anoressiche si fanno
autoritratti e condividono le loro esperienze su internet in un esibizionismo paradossale,
contribuendo però alla distruzione del proprio corpo. Thinspiration vuole denunciare la
situazione che si produce quando l’anoressia diventa uno stile di vita: la fotografa si chiede
se queste fotografie aiutino ad essere coscienti della realtà, o se il selfie vada ad aggravare
ulteriormente la malattia.
Il fotografarsi e pubblicare le proprie foto sui sociaal network fa parte di giochi di
➢
seduzioni e di rituali di comunicazione: queste fotografie non sono ricordi, ma
messaggi da inviare e scambiare , sono dei gesti comunicativi.
6. L’opera d’arte nell’epoca dell’adozione digitale
Nell’era dell’ Homo photogrphicus , tutti siamo produttori e consumatori di immagini e tutti
siamo in grado di creare delle immagini: la tecnica (ovvero lo scattare l’immagine) è
semplice e non richiede un grande sforzo.
Dove si sposta il merito della creazione ? Il merito consiste nella capacità di dotare
l’immagine di uno scopo e di un senso, di fare in modo che sia significativa.
Non importa quindi chi fa e da dove arrivano le immagini, ma ciò che conta è
➢ l’assegnazione di senso all’immagine che adottiamo.
Ogni immagine, quindi, può essere dotata di due sguardi: un primo sguardo che è
l’intenzione che spinge una persona a scattare un’immagine, e un secondo sguardo che
viene dopo, e che consiste nell’attribuire un valore, nello scoprire qualcosa che altrimenti
sarebbe passato inosservato. Tutto questo ricorda gli oggetti surrealisti o duchampiani.
Le questioni dell’autorialità e dell’appropriazione sono state molto dibattute; il concetto
di appropriazione ha visto la luce negli anni Ottanta da parte di critici e artisti
postmodernisti, ma aveva delle radici che andavano ricercare in Duchamp, Picabia, i cubisti
e i dadaisti, che nelle loro opere (ready-mades e fotomontaggi) ogni atto creativo si
riducevaa a una ricombinazione di creazioni precedenti, o nella Pop Art con Andy Warhol e
Rauschenberg, che selezionano materiali visivi dai mezzi di comunicazione di massa o dalla
pubblicità per utilizzarli come base del loro lavoro.
Oggi queste questioni sono state praticamente annullate, poiché l’appropriazione è
➔ ormai diventata un’operazione spontanea che facciamo senza rendercene conto, in
quanto le immagini sono troppo facilmente alla nostra portata. 5
Dal punto di vista dell’arte, quindi, si dovrebbe cambiare il termine “appropriazione” con
quello di “ adozione ”: adottare un’immagine, infatti, significa sempre riconoscerle in
maniera pubblica un valore simbolico, mentre l’appropriazione è più legata al furto e al
privato. Il concetto di “adozione”, quindi, è un tipico termine postfotografico.
7. La postfotografia spiegata alle scimmie
Nell’estate 2014 Fontcuberta si fa attrarre da uno slogan pubblicitario sulla metropolitana
di Londra in cui compariva la fotografia di una scimmia con la scritta Questa scimmia ci ha
rubato la macchina fotografica , e decide di approfondire questo aspetto.
Si chiede se una scimmia possieda effettivamente la capacità di scattare una fotografia;
questo è un tema che viene affrontato anche nel film Il pianeta delle scimmie
, in cui un
gruppo di scimmie nella scena finale si scatta una foto di gruppo davanti alle sue prede
umane.
Nel 1935, il fotogiornalista Pabel aveva fatto in modo che venissero proposte alcune Leica
agli scimpanzé dello zoo di Berlino, chiedendo ai custodi di insegnare alle scimmie a
spingere il bottone e di fotografare le persone davanti a loro: le scimmie quindi, da modelli
diventavano fotografi.
Questo ha a che fare con il tema dell’autorialità : il fotografo non venne pagato, in
➔ quanto le fotografie non erano state realizzate da lui ma dagli scimpanzé.
Una situazione simile avvenne nel 2011, quando il fotografo naturalista David Slater
racconta che, mentre stava facendo un reportage su un gruppo di macachi neri crestati,
una femmina adulta si era avvicinata alla sua macchina ed era rimasta incantata nel vedere
il suo riflesso nella lente: aveva quindi maneggiato la macchina fotografica e si era scattata
una fotografia.
Questa fotografia venne poi utilizzata da Wikipedia, che si rifiutò di rimuoverla, in quanto il
fotografo non era stato Slater, ma la scimmia.
Dietro questi casi ci sono alcune questioni:
- questione dell’autorialità , che in entrambi i casi manca
- questione della creazione , che nel primo caso è data dall’idea dell’autore e
sviluppata dal soggetto, mentre nel secondo è stato proprio il soggetto a crearla
- questione dell’adozione da parte del fotografo, che ha messo in circolazione una
semplice e banale immagine, ma elevandola ad opera graz
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