Il tema della somiglianza
Lo shock della fotografia
Data di battesimo della fotografia: 1839, quando Louis Mandé Daguerre consegna all’Accademia di Francia il brevetto dell’invenzione. In realtà diversi inventori, chimici e fisici si erano posti lo stesso problema, cioè quello di fissare un’immagine creata dall’azione della luce su delle sostanze chimiche: tra la fine degli anni ‘10 e durante gli anni ‘20 e ‘30, quindi, diversi studiosi avevano cercato di risolvere questo problema.
L’invenzione di Daguerre era stata enorme: per la prima volta una persona aveva in mano un oggetto con un’immagine misteriosa (si inizia a parlare anche di magia) perché mai vista prima. Questo era stato uno shock (“shock” diventa uno dei termini importanti per i primi studi sugli effetti della fotografia).
Le immagini erano sempre state di due tipi:
- O immagini fatte a mano dall’uomo, quindi con i limiti delle abilità umane ma con la consapevolezza che non sono oggettive ma rielaborate e reinterpretate.
- O immagini dello specchio: lo specchio era l’unico elemento non fatto dalla mano dell’uomo che restituiva un’immagine, ma un’immagine mai ferma. Lo specchio è una delle tematiche potenti della riflessione sull’immagine.
Dalla pittura rinascimentale in poi, compare l’immagine riflessa dallo specchio, che diventa la metafora dell’insieme dell’immagine: meta-linguaggio = linguaggio che parla del linguaggio, meta-rappresentazione = rappresentazione che parla della rappresentazione, che attraverso l’immagine mi dà una riflessione sull’immagine stessa.
Si introduce lo specchio nei dipinti per dire come viene concepito il rapporto di immagine nei confronti della realtà: come uno specchio, che può riflettere in maniera oggettiva, senza deformazione, ma che può essere anche uno strumento strano, che fa vedere da un’angolatura diversa.
Competizione tra pittura e scultura: la scultura, essendo tridimensionale, è più completa, mentre la pittura mostra solo un punto di vista. Lo shock della fotografia è stato determinato soprattutto dal fatto di sapere che l’immagine non è realizzata dalla mano umana, quindi non è soggettiva ma oggettiva, creata dalla natura stessa. The pencil of nature = titolo del primo volume fotografico della storia: la natura stessa ha creato un’immagine con la luce.
“Fotografia”: foto = luce e grafia = scrittura, disegno. L’uomo è stato solo un tramite per questa realizzazione, uno speciale tramite che ha agito attraverso la chimica e attraverso una macchina: l’uomo schiaccia il bottone, il resto viene fatto dalla macchina. All’epoca macchina significava oggettività, era come se la tecnologia fosse la seconda mano della natura.
Il termine che condensa tutte queste problematiche è il termine “somiglianza”. Se noi guardiamo il prodotto finito, cioè l’immagine, attribuiamo il significato di somiglianza al rapporto tra ciò che è l’immagine e la realtà. Dal punto di vista della produzione dell’immagine, invece, le cose cambiano.
Gli atelier di fotografia
L’immagine Lo studio per ritratti di Disdéri (1865) è realizzata da un atelier di fotografia. La situazione era abbastanza complicata: l’atelier è tutta una sequenza di ambienti, distanza preparatorie alla stanza in fondo, dove la signora è in posa.
La fotografia era un rituale borghese: la fotografia è un’invenzione borghese. I primi decenni del 1800 rappresentano la nascita della borghesia, una classe sociale che è sempre stata al traino dell’aristocrazia e che ora cerca la propria autorità, la classe sociale che si stacca dalla sua dipendenza nei confronti della classe superiore e cerca una propria identità a tutti i livelli.
La fotografia si inserisce in questa ricerca, soprattutto nel senso del ritratto: per questo motivo fioriscono gli atelier, che svolgono il compito di fare dei ritratti delle persone. Ritratti non sotto forma di dipinto, che era complesso, costoso e lento, ma un ritratto fotografico: la fotografia diventa talmente economica da poter avere anche molti ritratti. La facilità di realizzare queste immagini, inoltre, permette poi di diffondere le proprie immagini.
All’inizio la realizzazione di questa immagine richiedeva dei tempi piuttosto lunghi: per il primo decennio servivano più di 20 minuti di posa, poi sempre meno. Questo significava dover stare fermi in posa.
Nadar è stato uno dei primi grandi fotografi che hanno lasciato il proprio nome nella storia, soprattutto in ambito creativo. Nadar racconta che gli capitava che alcune persone che andavano a ritirare le loro fotografie non si riconoscessero nell’immagine propria, o la confondevano con un’altra fotografia: scattano dei meccanismi.
Un conto è quello che io vedo, un tempo quello che vorrei vedere: il modo in cui ci si vede è diverso da quello che si vorrebbe vedere. In una prima stanza veniva offerto chi doveva fare la fotografia, c’era una seconda sala dove gli veniva spiegato, poi una terza sala dove c’era il fotografo: c’erano dei passi graduali e rituali. Famiglia, Charles Nègre: non c’è più il borghese quindi cambia il rituale. Si mette un panno bianco sullo sfondo e si fanno sedere fermi i soggetti.
Il panno bianco riflette bene la luce e serve a evidenziare i soggetti, ma facendo così si isolano le persone dal contesto: isolare una persona dal contesto è un’azione significativa.
Jean Dominique Ingres, ritratti
Somiglianza, nella definizione borghese, vuol dire che i ritratti prodotti in quel momento rispondono all’iconografia, alla tradizione della rappresentazione tramandata dalla pittura. Borghese significava lo stato sociale borghese. La fotografia si faceva in quel determinato modo: per questo era un rituale.
Le persone di Nadar non si riconoscevano nella loro immagine: proprio per il fatto che il ritratto è codificato, risponde ad un codice così fisso che nessuno osava alterarlo o non rispettarlo, allora scattava la differenza tra la somiglianza e il come vorrei essere.
Le persone non si vedono oggettivamente, quindi possono non riconoscersi nelle fotografie. Già dagli anni ‘70, i fotografi si mettono a fotografare dei fantasmi: scattano dei meccanismi, quelli dell’inverosimiglianza che diventa più forte della verosimiglianza.
Ritratto della regina, Disdéri (1861): signora di tre quarti, con la mano appoggiata.
Il problema all’inizio era la pesantezza della posa: stare fermi a lungo diventava difficile, e per far star fermi c’erano dei trucchi e dei dispositivi resi invisibili, ad esempio alcuni poggiatesta, oppure delle colonne o degli armadi su cui appoggiare il braccio.
Gli occhi erano l’unica cosa a non stare mai fermi: per questo motivo tutti i ritratti dei primi decenni della fotografia sembravano tutti imbronciati, perché si creava un alone nero del movimento dell’occhio, era un effetto di tutto questo.
Il dottor John Collins Warren (1840) Lo scheletro davanti era il suo mestiere, ma l’effetto che crea è conturbante. L’immagine è come le cose appaiono e non come sono: con le immagini fotografiche, che consideriamo oggettive, cambiamo la nostra idea di apparenza.
Il tema del lavoro
Fabbro: il lavoro è l’altro grande tema. La borghesia si fa fotografare in un momento di pausa nel proprio ambiente e con i propri strumenti caratterizzanti il proprio status sociale. Non si fa fotografare sul proprio luogo di lavoro, ma nella propria casa. La classe sociale più bassa, invece, quella popolare, si fa fotografare con i propri strumenti.
Donne che vagliano il grano, Gustave Courbet: nel 1854 dipinge la gente che lavora. La fotografia diventa il ritratto del soggetto che ha voluto farsi fotografare in un certo modo, scegliere invece di fotografare una persona che fa una cosa significa eleggere quell’immagine a meta-immagine dell’arte: l’arte è come quel lavoro, un esercizio di vagliatura. Come lei vaglia il grano, l’arte vaglia la realtà.
L’Angelus, Millet (1854): fine della giornata, quando si smette di lavorare nei campi.
Edinburgh Ale, David Octavius Hill e Robert Adamson (1845): i tempi di cattura dell’immagine si fanno sempre più piccoli. Con Hill e Adamson siamo intorno ai 2 secondi. All’inizio nella fotografia non c’è l’idea di tempo: la fotografia è sempre rappresentazione di una situazione immobile. Qui, invece, la gente comincia a muoversi: viene inscenata una piccola scenetta, una scenetta ricostruita.
Spontaneità ricostruita: è una contraddizione, ma spontaneità e finzione sono intrecciate e difficilmente separabili. Diventa sempre più difficile separare la finzione dalla realtà: si attribuisce sempre di più oggettività all’immagine fotografica, quindi si usa questo potere dell’immagine fotografica per dare valore ed oggettività a qualcosa che invece si può fingere.
Mary e Margareth McCandlish, Hill e Adamson (1845): le ragazze in questa epoca non devono mettersi in questa posizione. L’immagine somiglia al dipinto di Courbet Les demoiselles des bords de la Seine: fotografia e pittura iniziano a confrontarsi l’una con l’altra. Di fronte a questo quadro, si inizia a commentare in modo scandalizzato: la moralità diventa un problema dell’immagine.
Una caratteristica della classe borghese era la doppia moralità: questa classe aveva istituzionalizzato un doppio comportamento: uno è la famiglia, la società del proprio livello, e poi delle situazioni separate, che riguardano sessualità e esotismo.
Nadar e la somiglianza interiore
Théophile Gautier con la blusa bianca, Nadar (1854-55). Nadar introduce un problema nuovo: somiglianza interiore. Nadar si pone il problema: come faccio io a restituire non tanto l’aspetto esteriore delle persone, ma la loro interiorità, il loro carattere, la loro presenza.
Nadar frequentava gli artisti, sia in ambito letterario sia negli altri ambiti, dove gli artisti non corrispondono a quel rituale e iconografia: non vogliono farsi fotografare come i borghesi, spesso sono antiborghesi, fuori dalle regole.
Come restituire in un’immagine oggettiva e meccanica l’interiorità, l’anima e il carattere di una persona? È un piccolo mistero dell’immagine. Ognuno si presenta e appare in un modo diverso.
Nadar: George Sand e Charles Baudelaire Nadar cambia l’idea di cosa sia l’apparire e l’apparenza: fiducia che ciò che è dentro traspare nell’immagine. L’invisibile traspare nell’apparenza e nel visibile. Per farlo, Nadar stabilisce un rapporto con il modello: sono persone che spesso frequenta, che conosce di persona. Stabilisce una conversazione con il modello, e quindi emerge il carattere della persona nel suo comportamento: il fotografo riesce allora a cogliere l’attimo, riesce a cogliere quando il modello fa una certa espressione.
Edgar Degas, L’assenzio (1876) Anche in pittura compare tutto questo. La fotografia comincia a indurre un’attenzione a delle situazioni che prima si lasciavano passare, senza soffermarsi.
Cezanne, Madame Cezanne in rosso. Disdéri, Cabanès (1858) Tutto questo va insieme a conquiste tecnologiche: la fotografia inizia anche a diminuire i costi. Disdéri inventa il modo di dividere una stessa lastra in varie parti, in modo da fare con un’unica lastra più immagini invece che una sola, dividendo quindi i costi. L’immagine diventa anche più piccola: si inventa il termine di formato-tessera. Mettendo un’immagine di fianco all’altra, si va ad inventare una sequenza.
Fotografia dentro la fotografia: modo per moltiplicare i tempi all’interno dell’immagine. Nella stessa immagine si hanno due immagini, due tempi, due generazioni, due storie in cui si stabilisce una continuità: genitori e figli.
Sarah Bernhardt nel ruolo di Frou-Frou
Napoleon Sarony (1880) Nella scena ottocentesca ci sono anche gli attori: gli attori sono persone fuori dagli schemi, come gli artisti, quindi non esiste un’iconografia di riferimento, ma andava inventata. Spesso gli attori sono amati per il loro lato trasgressivo, che vogliono restituire in fotografia, quindi si mettono in posizioni particolari per andare fuori dalle abitudini e dalle pose comuni. Oppure si fanno fotografare nel ruolo in cui hanno recitato e che li ha resi famosi in quel momento: è il caso di Sarah Bernhardt, o di Elenora Duse, Giovan Battista Sciutto.
Il problema è che gli attori recitano: recitare vuol dire trasgredire la naturalezza e l’essere spontanei, vuol dire assumere un’altra parte. Non si è più se stessi ma il proprio personaggio, ma succede che si è contemporaneamente se stessi e il personaggio: trapelare e trasparire. Dietro l’immagine del ruolo traspare anche l’attore: si è di fronte ad un’immagine doppia, e questo ci dice che ogni immagine in realtà è doppia.
Il tema delle colonie
L’Algeria pittoresca, Albert Esso rappresenta un tipico ritratto di fanciulle delle colonie. Il comportamento dei colonialisti ottocenteschi nei confronti dei coloni era quasi disumano: il colonialismo europeo dominava dittatorialmente sui territori e sulle persone, e li trattava in questo modo. La fanciulla è fotografata mezza nuda, e rappresenta l’immagine del modo di spogliare: essa è mezza nuda, quindi rappresenta un genere intermedio, a metà tra la pornografia e il ritratto vero e proprio; spesso le cose a metà sono ancora più umilianti.
Queste immagini giocano sull’ambiguità: la volontà era quella di presentare le cose in maniera tale da far pensare una cosa, ma senza dirla esplicitamente. I dettagli, come ad esempio quello della sigaretta, erano studiati e servivano a descrivere la situazione a colui a cui erano dirette le immagini. Idea del trovare in questi luoghi il paradiso dei sensi.
Idea che poi si chiama immaginario: si presenta un immaginario, non un singolo oggetto, non è la ragazza, ma l’immaginario che lei suscita, un modo di essere. Qui sta la differenza tra rappresentazione e rappresentanza, tra denotazione (quello che vedo) e connotazione (quello che l’immagine suggerisce: i significati, i ricordi, le memorie che apre). È un modo di usare le immagini facendo finta di restare a livello della denotazione: tutto viene fatto implicitamente.
L’ex califfo de Constantine, Felix-Jacques Moulin (1856) La connotazione è data dalla posizione, una posizione orizzontale. Red Fish, David F. Barry La fotografia rappresenta un semidio nella tribù. L’idea del fare un ritratto era un’umiliazione: lo sguardo che assume è uno sguardo di orgoglio, di sfida.
Balzac riporta quello che riferivano i primi viaggiatori che andavano nelle tribù africane e che fotografavano le persone nelle tribù: la prima volta che queste persone avevano visto le macchine fotografiche era stato più di uno shock. Quando gli avevano mostrato la loro immagine, loro si erano spaventati, perché pensavano che l’immagine fosse strappata da loro, non immaginavano che si potesse realizzare un’immagine che non fosse dipinta.
Nell’arte africana non esiste il realismo, è sempre tutto schematizzato: l’idea era quella dell’immagine come uno strato della persona. Teoria degli spettri: idea che una persona ha a disposizione alcuni strati, che vengono strappati dalla fotografia, e che rendono sempre più trasparenti, sempre più fantasmi.
Ci sono due sguardi che si incontrano e si sfidano nella fotografia: il fotografo svolgeva un’operazione neutra, oggettiva. Dall’altro lato, però, non esiste questa oggettività: c’è un rapporto delicato con l’immagine.
Sudaustraliano fotografato secondo le indicazioni di T.H. Huxley Vengono misurati gli strumenti di lavorazione e viene fatto un lavoro di etnografia: vengono misurati tutti i dettagli della persona per poterli paragonare. È una comparazione a fini scientifici, ma in cui manca il rispetto e la considerazione della persona. È un’oggettivazione: l’uomo viene trattato come un oggetto, e quindi si misura.
L’idea della realtà attraverso le misure è il pensiero del Positivismo: vengono lasciate tutte le questioni personali e soggettive, perché la realtà è una concretezza che noi conosciamo attraverso le misure. Viene fatta una classificazione, tutto viene schedato e le informazioni vengono trattate come se fossero controllate, oggettive e veritiere.
Monomaniaco del furto, Gericault (1821) Il Positivismo aveva la convinzione che anche le questioni intime e personali, la somiglianza interiore, in realtà traspare dai tratti somatici della persona.
Monomaniaca del gioco, Gericault Il comportamento incide sul nostro modo di presentarsi: influenza del comportamento sui caratteri somatici e visivi. In un’immagine quindi traspare una serie di dati.
Cattiveria e Scontentezza o pensiero cupo, Adrien Tournachon Il fratello di Nadar era stato assoldato da un medico che faceva degli esperimenti: posizionava sui pazienti degli elettrodi per mostrare che a seconda del luogo in cui veniva fatta una scossa, variava l’espressione umana.
Paura e Terrore Nelle immagini compare anche una parte del medico. Queste immagini vengono raccolte in un libro che arriva anche nelle mani di Darwin: egli fece notare una cosa attraverso...
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