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Antropologia culturale: i temi fondamentali

Premessa

Antropologia culturale = Studio della diversità culturale dell'essere umano. Gli uomini si dividono in base alle abitudini. Antropologi culturali, sociali ed etnologi fanno lo stesso mestiere. Si interessano di:

  • Antropologi culturali → Sfera simbolica, saperi e linguaggio
  • Antropologi sociali → Sistemi sociali, giuridici, istituzioni
  • Etnologi → Studio storico di aree culturali geograficamente limitate

Erodoto potrebbe essere considerato il primo antropologo perché “tra il pensare e il viaggiare scelse di viaggiare”. Esiste un'antropologia implicita e un'antropologia professionale → Tutti gli esseri umani hanno un’idea sull’umanità. L’antropologia di professione nasce alla fine dell’800. Invece l’uso implicito dell’antropologia implica le valutazioni sull’umanità che ognuno fa.

Antropologia implicita e professionale

Le nostre antropologie si nutrono anche di metafore (“ce l’hanno nel sangue”). Chi nel passato ha avuto una sensibilità antropologica? Lévi-Strauss vede in Rousseau un antropologo. Retrodatando questa sensibilità antropologica, Erodoto potrebbe appunto essere considerato il primo antropologo in senso implicito. Ci sono autori nella Grecia classica con interesse scientifico verso l’esterno.

La scoperta della cultura

La scoperta della cultura in senso antropologico è moderna: in ogni angolo di mondo c’è cultura. Non si tratta di essere colti o ignoranti. Attenzione nei confronti degli altri: è la consapevolezza che per parlare dell’umanità non è sufficiente starsene a casa. Il viaggio è una conditio sine qua non per parlare dell’umanità.

La spinta verso l’esterno è pericolosa da un punto di vista epistemologico: la pluralità va controllata, classificata. La divisione in razze era stato un tentativo di classificazione, fallito.

Erodoto non aveva questa ansia classificatoria ma compie riflessioni sul ruolo della cultura nell’umanità. I Greci sapevano che gli uomini sono diversi per questioni climatiche, non genetiche. Erodoto era interessato a come la cultura fosse determinante per l’umanità.

I riti funerari e il relativismo etico

Erodoto descrive l’incontro dei Persiani con popoli indigeni e le loro differenze sui riti funerari. I Greci bruciavano i corpi mentre verso Oriente si trovava qualsiasi pratica funeraria, compreso l’endocannibalismo (mangiare i cadaveri) o l’inumazione. Erodoto riflette su quanto gli uomini restino ancorati alle proprie pratiche. Le ragioni dell’altro emergono. Il problema è che una volta capite le ragioni altrui, ognuno continua a seguire le proprie vecchie usanze.

Il riconoscere la diversità di pratiche non ha nulla a che fare con il relativismo etico → Io capisco perché gli altri fanno certe cose ma posso non ammetterle nelle mie pratiche. Non è relativismo etico (tutto è uguale), è un prospettivismo sul mondo. La prospettiva mia e di un uomo con diversa cultura è diversa pure se siamo consapevoli delle ragioni altrui. Si continua a mettere in atto le stesse pratiche ma in modo “laico” → Si aderisce a principi senza restarne succube.

Antropologia culturale e consuetudine

L’antropologia culturale ha un ruolo importante perché si riconosce che le usanze sono cultura, frutto di consuetudini, non natura umana. Montaigne riprende Erodoto nel concetto della forza della consuetudine. Quando la consuetudine smette di essere tale nel pensiero, diventa natura e ragione, concetti inaccettabili per un antropologo. È diverso attribuire le usanze alla natura e alla ragione, piuttosto che alla cultura.

La naturalizzazione delle usanze

Ricondurre ciò che noi naturalizziamo alla sfera della cultura ci permette di argomentare meglio le nostre usanze. È attraverso l’incontro che le naturalizzazioni iniziano a scricchiolare. I prestiti dalle altre culture vengono dissimulati. Ci sono due modi per rendere la cultura indiscutibile, per rendere immodificabile e non contestabile una cultura: la naturalizzazione (si fa così perché la natura, la biologia ce lo dice) e la sacralizzazione (Dio mi ha detto di fare così). Noi uomini siamo predisposti a naturalizzare e a fuggire il pensiero che le culture sono precarie.

L'antropologia e la classificazione

Erodoto e Montaigne sono affascinati dalla pluralità ma non sanno come affrontarla, non classificano. Si inizia a classificare dalla fine dell’800 in Francia, nell’Impero britannico e in USA. In questi paesi nasce l’antropologia culturale. Perché queste tre nazioni?

  • Francia → L’interesse scientifico nei confronti della diversità nasce sulla spinta delle idee illuministe. L’umanità è una, è rintracciabile in ogni angolo di mondo. L’illuminismo tedesco è molto lontano da questa idea: tiene in considerazione solo alcune zone del mondo. Nel 1799 viene costituita la Società degli osservatori dell’uomo. In epoca napoleonica c’è una chiusura di orizzonti e per molto tempo la Francia resterà in un programma nazionalista.
  • Gran Bretagna → Aveva sviluppato un enorme impero. L’interesse nei confronti degli altri viene incanalato in uno studio delle popolazioni facenti parte dell’impero. Gli inglesi colonizzavano attraverso il governo indiretto: non imponevano il sistema amministrativo britannico, lasciavano quello che trovavano nel momento in cui le autorità indigene collaboravano. L’antropologia sociale era funzionale all’impero per capire con che popoli si aveva a che fare.
  • USA → La prima fase di formazione degli Stati Uniti è una fase di contrasto contro la popolazione nativa americana. Paradossalmente però i coloni americani si sentono diversi dagli europei proprio perché sentono di avere influenze derivanti dai nativi. L’antropologia qui è antiquaria, a differenza della Gran Bretagna. È anche un’antropologia d’urgenza, di forme di umanità che stanno scomparendo. Gli antropologi americani percepiscono una perdita. I gruppi di nativi americani non sono ancora scomparsi.

I primi grandi antropologi

Primi grandi antropologi sono americani: Morgan scrive nel 1851 la Lega degli Irochesi, un testo sui sistemi politici degli irochesi. Erano divisi in tribù e in ogni tribù c’erano clan, gruppi di discendenza. Morgan descrive una forma democratica indigena facendo notare agli americani che non hanno molto da insegnare loro a proposito di democrazia. Morgan dopo essersi appassionato di sistemi politici inizia a interessarsi ai sistemi di parentela. Come gli altri organizzano le loro famiglie?

Concezioni di famiglia

Noi abbiamo una concezione fortemente bilaterale di famiglia. Molte altre popolazioni concepiscono una unilinearità, soprattutto matrilinearità, in cui il figlio appartiene alla famiglia della madre (in genere ai maschi della famiglia). L’unilinearità permette di avere un antenato.

Antropologia culturale e scienza

Perché in alcuni paesi non si sviluppa l’antropologia culturale? La Germania per esempio produce un grande sapere sull’altro, rigorose descrizioni compiute durante viaggi. Però non c’è un progetto politico alle spalle. Nei paesi in cui essa si sviluppa, le nazioni necessitavano in qualche modo di questo sapere. L’Italia è come la Germania. Lo sviluppo del nazismo e del fascismo nel primo ventennio del ‘900 bloccano ulteriormente l’interesse nei confronti dell’altro.

Antropologia culturale nel dopoguerra

Dopo la seconda guerra mondiale c’è una ripresa di interesse nei confronti degli altri. A Bologna negli anni ‘60 si avrà la prima classe di antropologia culturale. Non basta però il progetto politico per costruire una disciplina, serve anche una teoria forte. L’evoluzionismo permise di mettere ordine fra la molteplicità culturale.

L'evoluzionismo

Charles Darwin nel 1859 scrive L’origine della specie. La riflessione sull’evoluzione comprende anche il concetto di eugenetica. L’aspetto di evoluzione casuale non è il modo in cui è stata trasmessa a fine ‘800 l’idea di evoluzione. L’evoluzione si sovrapponeva allora al concetto di progresso, che in realtà non c’entra nulla. Non si parlava di caso, fortuna evolutiva.

Evoluzionismo e cultura

L’evoluzionismo dal mondo naturale viene portato sul livello culturale e sociale. Si diffonde l’idea che fra le culture umane è possibile rintracciare delle tappe evolutive. L’alterità culturale viene pensata lungo un vettore in cui ci sono gruppi umani a me coevi inseriti a un basso livello di evoluzione e altri a livello più alto dell’evoluzione culturale. Questo passaggio da piano biologico a piano culturale è indebito. Le culture evolvono ma non necessariamente verso il meglio, non per forza in modo adattivo. I salti evolutivi sono stati compiuti grazie a modifiche genetiche casuali.

Evoluzione unilineare

Questa idea si basa sul concetto di evoluzione unilineare: l’umanità attraversa tutta le stesse tappe evolutive nell’ambito culturale. Quindi esistono, nella mentalità ottocentesca, gruppi umani più culturalmente evoluti e altri meno. Il vantaggio di un paradigma di questo tipo sarebbe la fortuna dell’antropologia. Se questa idea fosse vera il viaggio nello spazio diventerebbe un viaggio nel tempo: studiando popolazioni da noi ritenute meno evolute studiamo il passato di noi umani evoluti. Il paradigma evoluzionista è ancora dentro di noi, la tendenza di mettere ordine fra cultura secondo una scala temporale.

Critiche all'evoluzionismo

Questo modello non funziona perché gli antropologi hanno visto come le loro argomentazioni fossero solo congetture. L’unico criterio che regge alle prove delle argomentazioni è quello tecnologico. Se leggiamo la storia umana attraverso la tecnologia possiamo rintracciare linee evolutive unitarie. Evoluzionisti ottocenteschi erano convinti che ci fosse anche una evoluzione dei costumi: prima matriarcalità, poi matrilinearità, poi patrilinearità e patriarcato. Oppure da politeismo a monoteismo. Eppure i pigmei dell’Africa centrale sono monogami e monoteisti. Ecco perché l’evoluzionismo unilineare crolla: se si esce dall’ambito tecnologico è difficile definire cosa è più evoluto e cosa lo è meno. L’evoluzione esiste, è multilineare, non è necessariamente progresso.

Antropologia e pensiero primitivo

Gli antropologi dell’800 cercavano di vedere fra gli altri ciò che stanno cercando, ossia gli aspetti opposti rispetto a quelli conosciuti. E lo fanno senza fare osservazioni sul campo, fanno congetture su quello che questi “primitivi” pensano. Tutto il mondo primitivo dunque per loro è impregnato di animismo, dall’idea che tutti gli elementi della natura abbiano un’anima. Dopo l’animismo c’è l’evoluzione: l’idea che l’anima appartenga solo all’uomo. Tutto questo serve a mettere ordine nella diversità. Tutti abbiamo questa tendenza a vedere gli altri comportamenti in una scala evolutiva. Noi occidentali la abbiamo in modo particolare perché siamo stati fino adesso i vincitori nel mondo.

Tylor e la concezione di cultura

Concetto di cultura in antropologia culturale formulato da Tylor (antropologo ottocentesco studioso delle religioni) in Cultura primitiva nel 1871: insieme complesso che include conoscenza, credenze, arte, morale, diritto, religione o qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una comunità. Così intesa si può trovare cultura ovunque, in ogni angolo del mondo.

L'antropologia culturale nel XX secolo

Ultimi anni dell’800 e primi anni del ‘900, l’antropologia culturale si consolida attraverso una critica all’impianto evoluzionista e attraverso una revisione metodologica. Antropologi adottano il metodo dell’osservazione diretta mediante lo studio sul campo.

Franz Boas e l'approccio culturale

Franz Boas, tedesco statunitense, si rende conto che l’evoluzionismo unilineare non regge. Scrive un saggio nel 1896 sugli Inuit. Le comparazioni antropologiche erano fatte su scala mondiale. Boas dice che le comparazioni devono essere accantonate in antropologia per un po’. Bisogna prima saperne un po’ di più. Boas quindi studia una sola cultura per tutta la vita, quella di nativi americani che vivevano intorno alla città attuale di Vancouver, i Kwakiutl. Boas studia un rito in cui in un falò vengono bruciati oggetti funzionanti (il potlach). Si chiede che cosa le persone locali pensano di stare facendo. I Kwakiutl sono una società acefala e in essa ogni tanto emerge un capo. La persona che si propone come capo brucia coperte e canoe per dimostrare la sua ricchezza che lo porta addirittura a distruggere oggetti fondamentali. Il falò serve per dimostrare la propria potenza e ricchezza.

La lezione di Boas

La lezione di Boas è quella di cogliere il punto di vista del nativo. Il mondo è visto attraverso varie prospettive. Bisogna capire quali sono. Limitarsi ai fatti non basta perché essi vengono letti sempre dal proprio punto di vista. L’antropologo deve come prima cosa capire cosa succede quando viene messa in atto una certa pratica. Una volta che capisci come funziona un fatto ti accorgi che quel fatto è radicato all’interno di una ragnatela di significati. Non si può intervenire sfidando la ragnatela. Riflettendo sugli altri si finisce poi per riflettere sulla propria cultura. Ci si vede con tutte le proprie contraddizioni. Boas sarà particolarmente ostile agli evoluzionisti, perché negli Stati Uniti l’evoluzionismo prende forma nei suoi aspetti peggiori: Boas nel 1911 scriverà il primo grande manifesto contro il razzismo, rifiutando il determinismo biologico sul comportamento.

Malinowski e l'immersione etnografica

Altro antropologo che rivoluzionerà l’antropologia culturale è Malinowski, molto più noto, lui è britannico di origine polacca, vuole diventare “il Conrad dell’antropologia”. Studia a Londra e, a differenza di Boas che si perderà in una serie di articoli scientifici estremamente rigorosi, scriverà il capolavoro dell’antropologia culturale Argonauti del Pacifico occidentale nel 1922. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si trova in Australia, come austro ungarico è un nemico, i colleghi australiani lo aiutano a scappare e lui riesce a fare quello che voleva fare da tempo: va a vivere con i selvaggi nelle Isole Trobriand nell’Oceano Pacifico (Melanesia). Resta un anno, torna prima in Australia poi a Londra, poi ci ritorna ancora.

Vivere con gli isolani

Malinowsky vive con gli isolani, cioè entra nella loro vita. L’antropologia culturale è caratterizzata dall’immersione etnografica, cioè dal rispondere a domande ampie partendo da un ambito specifico: Malinowsky non studia le isole Trobriand, non è questo l’importante, è importante ad esempio studiare cos’è l’amore. Lui spiega come funzionano le relazioni amorose tra questi selvaggi. Il libro di Malinowsky racconta lo scambio cerimoniale kula tra conchiglie rosse e bianche, dietro questo scambio cerimoniale c’è tutta la società dei selvaggi, determinava il valore di legame, stabilisce le donne da scambiare, le punizioni da infliggere.

Il metodo di Malinowski

Questo testo rivoluzionerà il modo di pensare gli altri, e anche il modo di fare economia, perché testimonia un metodo: per studiare gli altri è necessario vivere con loro, imparare la loro lingua per quanto possibile, serve l’immersione. Non si tratta dell’applicazione di un metodo di successo: l’osservatore esterno è un forte disturbatore delle dinamiche, infatti è necessario il perdurare sul territorio, un anno di tempo è un lasso di tempo sufficiente per capire che la tua presenza modifica i comportamenti, solo con l’adattamento e l’accettazione come loro pari si può cogliere la loro realtà. L’immersione etnografica quindi pone moltissimi problemi, ma qual è l’alternativa? Starsene a casa per parlare di loro? Non può essere così.

Osservazione partecipante

L’osservazione partecipante è un non senso: o si osserva o si partecipa; in antropologia il confine tra osservazione e partecipazione però è più volte superato, non ci si limita ad osservare ma anche a partecipare, questa metodologia è detta qualitativa, contrapposta a quella quantitativa: ad esempio se voglio studiare la tossicodipendenza a Milano il metodo quantitativo prevederebbe distribuire questionari in vari quartieri, assemblare i numeri e trarre delle conseguenze; con il metodo qualitativo si dovrebbe andare a vivere con i tossici, partendo da un nucleo molto centrale e creando poi una rete che dà poi un’immagine che dal punto di vista dell’osservazione del fenomeno è molto rigorosa (seppur perdiamo la prospettiva quantitativa numerica) è necessario perdere qualcosa per guadagnare qualcos’altro.

Boas e Malinowski: due visioni

Quindi Boas da un lato e Malinowsky dall’altro, sono coloro che spostano l’antropologia da una disciplina che studia l’umanità in una visione sintetica, ad una visione di immersione molto particolare dove gli antropologi studiano, tra i selvaggi presi in considerazione, le risposte locali a delle questioni universali. Siamo convinti che l’indicazione migliore è “Non pensare, osserva” (cit. Wittgenstein).

L'antropologia rifondata

L’antropologia viene rifondata perciò attraverso:

  • Ricerca sul campo: essere stati là.
  • Osservazione diretta e prolungata.
  • Questo metodo inoltre evidenzia le competenze linguistiche diverse, che sono fondamentali per cogliere i diversi campi semantici, le metafore, che sono interne alle lingue, non tutte di esse possono essere tradotte.

Il testo di Malinowsky ha l’introduzione scritta da Fraizer, cosa curiosa perché lui è un evoluzionista, fa l’antropologo standosene seduto nella sua biblioteca, ma nell’introduzione scrive “Qui nasce una nuova disciplina” prima nessuno aveva capito nulla, c’è la consapevolezza che quella sia la strada giusta.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher noemicalgaro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Allovio Stefano.
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