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1. Cultura/e

domenica 3 febbraio 2019 00:03

Introduzione: premessa

Antropologia è un termine assai ampio, che però ha, nel corso dello sviluppo del pensiero, assunto prevalentemente due

connotazioni:

• Antropologia Biologica (Fisica), interessata alla dimensione fisiologica dell'uomo come genetica, morfologia,

sviluppo evolutivo dei processi di ominazione, prevalentemente approfondita attraverso studi in situ di reperti

archeologici (organici prevalentemente) e di genomi ancora esistenti (studio del DNA e della genetica di

popolazione).

• Antropologia Culturale e Sociale, quella di cui ci occuperemo, che si occupa di studiare la disposizione degli uomini

in società, rintracciando analogie e differenze delle visioni del mondo che esse sottendono, e che diventa una

'disciplina' quando, a partire dall'800 inizia a svilupparsi uno studio sempre più metodico (con la delineazione di

una metodologia scientifica sempre più rigorosa per l'indagine) dei popoli da questo punto di vista. Essa è

prevalentemente (ma non esclusivamente) di carattere sincronico e non diacronico, nel senso che si studiano

soprattutto gruppi umani più o meno estesi coevi al ricercatore.

Fa eccezione l'Antropologia Filosofica, una branca della Filosofia Morale che rivendica la sua categorizzazione

come 'Filosofia' e non come Antropologia.

Ciò detto, non esiste una distinzione sostanziale che divida l'Antropologia culturale da quella sociale e dall'Etnologia, ma

la denominazione rimanda agli interessi prevalenti che si sono sviluppati nelle maggiori culle dell'Antropologia stessa: la

Culturale interessata a simboli e linguaggio (soprattutto USA), la Sociale ai sistemi sociali, giuridici ed istituzionali

(soprattutto in Gran Bretagna, e a breve vedremo perché), l'Etnologia allo studio storico di aree culturali ben delimitate.

Vedremo che essa punta a cogliere la alterità come valore e non come malus, comparando analogie e differenze.

Storia dell'Antropologia Culturale.

[Precursori possibili allo spirito antropologico:

- Erodoto (con i suoi studi, nelle Ἱστορίαι, dei costumi dei "barbari" a confronto con quelli greci, e con l'esposizione del

reciproco disprezzo che gli uni mostravano verso le usanze degli altri)

- Ibn Khaldun (tunisino interessato ad una prima forma di sociologia, nel medioevo, delle culture arabo -persiane)

- Michel de Montaigne (pensatore molto prolifico che, tra le altre cose, guardò allo studio degli uomini con una

attenzione molto 'antropologica' in senso moderno, puntando all'esposizione della consuetudine nelle Società Umane

piuttosto che di una presunta Natura degli ordinamenti sociali).]

La Culla originaria dell'interesse per lo studio della diversità culturale è stata la Francia, a cavallo tra XVIII e XIX secolo

(nel 1799 nasce la Société des observateurs de l'homme), in continuità con lo spirito del sapere illuminista e degli sviluppi

di Sociologia, presto però rallentata dagli sviluppi napoleonici e restaurativi. Occidente

Tuttavia, un interesse veramente metodico (e autosufficiente) verso questo tipo di studi si sviluppò nella seconda metà

dell'800 in Gran Bretagna (dove il colonialismo e l'indirect rule aveva spinto ad un'esigenza forte di conoscere più

approfonditamente i sistemi socio-culturali delle popolazioni assoggettate al controllo Britannico, l'India in primis) e negli

Stati Uniti (dove la propria alterità rispetto all'Europa era veicolata anche dal sentirsi legati alle radici dei Nativi

Americani, che come tali andavano indagati più approfonditamente). Primitivi

I meriti dei primi antropologi evoluzionisti

L'impostazione principale di questi primi filoni di antropologi (sia negli USA che in UK) è fortemente segnata da una delle

maggiori scoperte in campo biologico: l'Evoluzionismo darwiniano (segnato anche dalla neopositivistica 'fiducia nel Nonostante le numerose fragilità (e in parte aberrazioni) concettuali

progresso' tipica del periodo). insite nell'impostazione dell'antropologia culturale di stampo

In particolare, l'evoluzionismo è interpretato come Evoluzionismo Unilineare, cioè concependo l'evoluzione umana come evoluzionistico della seconda metà dell'800, non si può non vederne

seguente un unico filo evolutivo, un'unica strada filogenetica: gli uomini, come tali, si evolverebbero tutti da uno stadio A anche gli enormi meriti nell'aver gettato le basi stesse della disciplina

ad uno stadio Z, passando per una serie di stadi intermedi (gli stessi per ogni gruppo umano). Di conseguenza, venne dell'Antropologia Culturale.

naturale ritenere che la civiltà Occidentale fosse l'apice dello sviluppo evolutivo dell'umanità, mentre altri gruppi sociali Il merito probabilmente più vistoso è stato proprio quello di aver

[quelli dei cosiddetti Primitivi, o Selvaggi, riflettuto ed esteso l'area semantica del termine Cultura (come

una categoria antropologica sdoganata per esempio nel lavoro di James Frazer, Il ramo

d'oro, dove si pretende di costruirla deduttivamente campionando delle singole caratteristiche da gruppi sociali differenti (ad es empio: vedremo con Remotti).

poligamia, violenza cruda, atecnologia ecc.) e da lì arrivando alla macchietta del 'Primitivo', ignorando che le singole cult ure comparate non

] furono ritenuti come attardantisi su stadi

mostrano la totalità di tali caratteristiche, e che non sono neppure comparabili tra di loro 1859 1871

di sviluppo evolutivo inferiori: in sostanza, venne a crearsi una vera e propria gerarchia normativa (assiologica) delle Bachofen, Maine, Lubbock, McLeman, Morgan, Tylor

Darwin Darwin

società umane, dalle più basse alle più sviluppate, che funse da vera e propria giustificazione "scientifica" di un L'Origine delle Specie L'Origine dell'uomo

imperialismo spesso sfrenato (gerarchia che investiva tutti i campi della società: si era convinti che tutti gli ordinamenti Già nel '700 un filosofo come Herder aveva iniziato ad interessarsi

occidentali avessero di fatto trovato la conferma di essere i migliori in assoluto: il patriarcato era lo sviluppo ultimo del della Kultur, rivendicando la necessità di indagare (nel caso specifico il

matriarcato primitivo, la monogamia della poligamia selvaggia ecc.). linguaggio) prescindendo da una prospettiva costantemente

Del resto, questo tipo di convinzione era profondamente funzionale agli antropologi non solo per un discorso etico - eurocentrica, comprendendo che se si vuole comprendere cosa sia

normativo, ma anche di carattere teoretico: se infatti davvero l'evoluzione dell'uomo consiste in un'unica linea di l'"Uomo" non lo si può fare se si resta ancorati alla prospettiva della

sviluppo, e vi sono società ferme a gradini 'inferiori' rispetto al nostro, allora studiare queste società significa studiare propria microscopica spazialità (in polemica aperta con Kant, che

una sorta di genealogia della società occidentale, significa vedere "come vivevamo noi tot anni fa", e questo era di parallelamente stava sviluppando la sua filosofia dei Trascendentali e

enorme interesse per l'intero Occidente che sentiva così di poter toccare con mano una sorta di macchina del tempo che, che di fatto rivendicava di studiare gli a priori dell'umano senza

qui ed ora, gli permettesse di avere uno sguardo sul se-stesso di secoli prima. muoversi dalla sua piccola Königsberg): l'antropologia etnografica

nasce quindi come l'apertura di risposte date da gruppi sociali

Sarà l'inizio del '900 (e poi soprattutto dagli anni Venti) a far collassare queste granitiche presupposizioni ideologiche, particolari (diversi dai nostri) a domande di natura universale, che

contestando sia l'assiologica impronta del "mi evolvo sempre in meglio, dal basso verso l'alto", sia la gerarchizzazione tutti gli uomini in quanto uomini si pongono: "Il modo in cui essi non

conseguente, e conquistando la consapevolezza che ogni società fa storia a sé: non è che le società non si evolvano (anzi, comprendono me è diverso dal modo in cui io non comprendo loro"

tutt'altro: la Società Italiana del terzo Millennio è profondamente mutata rispetto a quella del 1860), ma semplicemente (Roy Wagner).

non si evolvono tutte allo stesso modo, seguendo gli stessi stadi e le stesse tappe, raggiungendo gli stessi traguardi in Con Morgan e soprattutto con Tylor viene delineandosi infatti, per la

tempi diversi; ogni società va studiata in quanto tale, (vedremo poi nei capitoli successivi come questo imponga un prima volta, l'idea di una innanzitutto Cultura Umana, l'idea quindi

ripensamento del metodo comparativo su cui l'Antropologia fin dai suoi albori si fonda) e ogni categorizzazione di che si potesse parlare di 'Cultura' riferendosi al prodotto di un

'semplicità', 'primitività' ecc. è figlia dell'eurocentrismo dell'occhio di chi indaga. qualunque gruppo umano in quanto umano e non riducendolo

Ma il mutamento che, a cavallo tra '800 e '900, investe l'Antropologia non coinvolge solo l'aspetto 'ideologico' (cioè il unicamente alla dimensione dell'occidentalità. (Per Tylor, vedi qui)

progressivo smantellamento dei presupposti evoluzionistici e gerarchizzanti) della disciplina ma anche, e soprattutto,

quello metodologico: ora infatti gli Antropologi concepiscono sempre più come un'esigenza quella di andare in situ a

studiare i gruppi umani di cui si interessano, passando da "viaggi virtuali" (sostanzialmente basati sulle letture dei

resoconti di viaggio di altri o di mercanti ecc.) a "viaggi reali", in prima persona. E ciò si vede sia nella scuola american a

con Franz Boas, il quale a partire già dal 1886 studiò i Kwakiutl (nativi americani sulle coste nord-ovest, nell'attuale

Canada) vivendo direttamente con essi, e da lì teorizzando l'infondatezza scientifica della comparazione e delle

generalizzazioni evoluzionistiche tra gruppi sociali diversi. Per Boas, l'Antropologo deve raccogliere empiricamente dei

dati (come uno scavo archeologico) da cui ricostruire quelli che sono le particolari istituzioni socio-culturali della

popolazione studiata, ma non certo pretendere da ciò di poter procedere induttivamente a leggi universali; sia nella

scuola britannica, dove tra 1898-99 ha luogo la Spedizione allo stretto di Torres (dall'Università di Cambridge), tra

Australia e nuova Guinea, che segnò profondamente l'impostazione antropologica e fece emergere la necessità di andare

sul campo ad indagare.

Un po' slittata nel tempo, ma anche la Francia ebbe il suo sviluppo di una fiorente scuola di antropologi (Émile

Durkheim, Marcel Mauss, Lucien Lévy-Bruhl), soprattutto in seguito alla spedizione Dakar-Gibuti (1931-33) che diede

grande impulso all'antropologia francese, in particolare col lavoro di Marcel Griaule ed i suoi studi dei Dogon dell'Africa

occidentale, con cui mostrava quanto ricca e stratificata fosse la cosmogonia di questi popoli, che nulla aveva da invidiare

alla cosmogonia greca classica. Antropologia Culturale Pagina 1

Un po' slittata nel tempo, ma anche la Francia ebbe il suo sviluppo di una fiorente scuola di antropologi (Émile

Durkheim, Marcel Mauss, Lucien Lévy-Bruhl), soprattutto in seguito alla spedizione Dakar-Gibuti (1931-33) che diede

grande impulso all'antropologia francese, in particolare col lavoro di Marcel Griaule ed i suoi studi dei Dogon dell'Africa

occidentale, con cui mostrava quanto ricca e stratificata fosse la cosmogonia di questi popoli, che nulla aveva da invidiare

alla cosmogonia greca classica.

A partire da questo clima rinnovato, in seno alla scuola britannica viene pubblicata, nel 1922, una delle opere più

influenti di tutta la storia dell'Antropologia culturale: Argonauti del Pacifico Occidentale di Bronislaw Malinowski, un

polacco formatosi a Londra, concentrato sugli scambi cerimoniali kula tra gli inter-isolani delle Trobriand (Melanesia Melanesia Occidentale

occidentale).

Al di là della bellezza del testo, esso fu fondamentale perché di fatto anticipò l'impostazione Funzionalistica allo studio

delle società (egemonica nella scuola britannica di tutto il XX secolo), puntando ad evidenziare come certi

comportamenti sociali (nel caso specifico di Malinowski il kula) fossero perpetrati in quanto funzionali al mantenimento

di una coesione sociale che su di essi si fondava (nel caso specifico, le buone relazioni sociali tra isolani di isole divers e

dell'arcipelago). Francesco Remotti: Il concetto di cultura in Antropologia

Esistono principalmente due significati con cui si può intendere il termine Cultura:

• Un concetto classico e tradizionale di cultura come Istruzione e Formazione Individuale, come alta formazione che distingue

una persona 'colta' da una non-colta: il concetto greco di Paideia, ma anche ciceroniano (in cui la cultura come intervento

sull'animo umano è associata alla pratica filosofica nelle Tuscolane).

• Un concetto moderno e scientifico (proprio delle scienze sociali) che intende la cultura come il prodotto proprio di ciascun

gruppo sociale in quanto tale: ogni società produce una sua 'cultura' (la "cultura maori", la "cultura dei giovani" ecc.), prima di

ogni possibile gerarchizzazione.

Entrambe però poggiano su un sostrato comune, quello del verbo latino colere, prendendolo poi nelle sue varie possibili traduzioni

("abitare", "coltivare", "ornare" ecc.) da cui nascono le diverse accezioni del termine, che rimanda ad una dimensione di intervento

modificatore dell'uomo che incontra un esterno e lo manipola, in un senso ornamentale o in un senso costitutivo.

Nel senso classico (la cultura dell'animo sia in Cicerone che in Bacone) la cultura separa l'individuo colto dalla plebe incolta e lo

immette in una comunità di dotti dai valori universali. Essa espunge da sé completamente i costumi, le usanze comuni da sé.

Nel senso invece moderno, i costumi entrano e diventano parte integrante della definizione stessa di cultura, e si rifiuta la pretesa

di universalità valoriale insita nel concetto classico: la modernità delle scienze sociali dunque opera una vistosa estension e semantica

del concetto di cultura, includendovi precipuamente anche i costumi locali e particolari.

Le fasi di conquista del concetto moderno di Cultura:

▪ Voltaire nell'Essai sur les moeurs (1756), in un'epoca in cui le spedizioni europee stanno scoprendo

progressivamente tutto il mondo rimasto da scoprire (Cook farà le spedizioni nel Pacifico meridionale tra 1968 e

1780).

▪ Johann Gottfried Herder, che, verso la fine del '700, sfrutta le notizie ricavate dai sempre maggiori viaggi intorno

alla Terra per rimarcare la necessità (per la sua prospettiva da parte della Filosofia, ma il discorso è estendibile) di

mettersi nelle condizioni di guardare al mondo con gli occhi di chi vive in questi angoli remoti di mondo e vedere

come vedono loro, evitando quella boriosa certezza (trasudante in Kant) di poter ritrovare "in un piccolo angolo di

terra il mondo tutto". E, a partire da ciò, nota che la pretesa di universalità del concetto tradizionale di cultura sia

insufficiente ad esaurire la pluralità di culture insite nelle varie aree del mondo: è cultura quella degli Illuministi,

certo, ma lo è come quella dei patagonici o degli indiani d'America: e dunque nella cultura inizia ad entrare non

soltanto lo studio, ma anche i costumi locali di frecce ed archi, di riti e credenze.

▪ Gustav Klemm, uno dei primi etnografi ottocenteschi, con cui la cultura diventa "ciò che vi è di essenziale nella

storia", ancora in marginalità al pensiero filosofico tedesco.

▪ Edward Tylor, con cui ci spostiamo in Inghilterra e con cui si arriva alla prima vera definizione di cultura in senso

antropologico (nel suo Primitive Culture del 1871).

"La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico [cioè valente per tutti i gruppi sociali in quanto tali,

non questo sì questo no] è quell'insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il

diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società."

Con tale definizione, si rivendica a. La coestensività Cultura - Umanità (tutti gli uomini hanno cultura come tali), b.

(in conseguenza) che il concetto di cultura ha dentro elementi come le credenze, il costume ecc. che non erano inclusi

nel concetto classico e c. che questa cultura viene acquisita socialmente dall'uomo e non semplicemente veicolata

geneticamente o biologicamente, in quanto membro di una società.

Costumi e cultura come esteriorità (?):

Al di là del fatto che la precisazione terminologica divenne dunque soprattutto oggetto delle indagini di quella che non a ca so si

chiamerà Antropologia Culturale, fondamentale sarà l'annessione dell'idea dei Costumi nel concetto nuovo di cultura rispetto a

quello classico; questo ha permesso di dare una 'dignità' ordinata anche alle culture, appunto, molto diverse da quella occidentale, i

cui costumi erano fino ad allora visti come semplici 'ripetizioni' di generazione in generazione di certe abitudini caotiche, prive di una

vera logica e parimenti non particolarmente degne di essere approfondite.

Questa assimilazione dei costumi nella Cultura porta, inevitabilmente, all'eclissamento dell'uso antropologico di 'Costumi', ma anche

alla modificazione dei contenuti della Cultura stessa, che diventa, attraverso i Costumi, fortemente correlata all'idea di Esteriorità,

l'idea della Cultura come di un habitus esterno indossato ornamentalmente dall'uomo, concetto che va problematizzato.

Alfred Kroeber, nel suo The Superorganic (1917) parla, a tal proposito, della differenza di adattamento in clima ar

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Aristocles di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Allovio Stefano.
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