Storytelling: forme del racconto tra cinema e televisione
- Introduzione
In questo libro si prenderanno in considerazione le differenze e le caratteristiche comuni tra film
per il cinema e programmi televisivi, ovvero le serie a più puntate. Entrambi appaiono molto
semplici e divertenti, ma nascondono dei processi e dei messaggi nascosti. I programmi televisivi
dato che hanno durate minori e strategie di racconto diverse dai film, sembrano più semplici da
realizzare, ma hanno molti aspetti interessanti nascosti: per esempio il racconto deve essere diluito
in più parti, quindi quando si vede una sola puntata magari non si capisce il senso o non si rimane
troppo colpiti, finché poi non si vede il quadro completo di un’intera stagione o addirittura di più di
una. Il primo capitolo quindi si impegnerà a comprendere l’analisi narrativa all’interno degli episodi;
nel secondo si parlerà di ciò che hanno in comune la tecnica narrativa del cinema e della tv; nel
terzo si tratterà delle convenzioni riguardo ai finali dei due media e dell’enorme quantità di
materiale narrativo generata tra il 20° e il 21° secolo; nel quarto capitolo, invece, si parla di
televisione d’arte dopo aver trattato di una televisione popolare mainstream.
- Capitolo 1 (Vai col flusso? Analizzare la televisione)
Il racconto nei due media
Gli studi su televisione e cinema si sono sviluppati parallelamente, quindi possiamo parlare di due
media distinti, con sistemi di fruizione diversi, strumenti etc.… Però possiamo dire che entrambe
hanno l’abilità di raccontare con le immagini in movimento, hanno gli stessi mezzi tecnici che
offrono a entrambi le stesse possibilità e limitazioni. In questo capitolo ci si focalizza sull’analisi
delle serie narrative di finzione realizzate in inglese, soprattutto negli USA e in UK. Ci si
concentrerà soprattutto sulle forme brevi tipo situation comedy di mezz’ora e fiction di un’ora. Ciò
che colpisce di questi prodotti è la costruzione della storia che risulta molto diversa da quella del
film.
Flusso o interruzione?
Ci si può chiedere come mai i programmi televisivi siano di rado studiati da una
prospettiva estetica. L’autrice del libro prova a dare tre ragioni principali: la prima è poiché c’è un
nutrito pregiudizio nei confronti di una televisione considerata come forma d’arte; la seconda
perché molti studioso fanno rientrare i singoli programmi nel più ampio campo della produzione
culturale; infine molti analisti hanno basato il loro studio sul “flusso televisivo”, ovvero sulla
programmazione generale, piuttosto dei singoli prodotti. 1°: i primi studi sulla
televisione, invece di partire dalle basi già abbastanza strutturate per l’analisi del cinema,
abbandonarono totalmente questo percorso. Da subito liquidarono la televisione come una reale
minaccia agli standard culturali e all’educazione, quindi si cercava di catalogare quanti più possibili
mali portasse la tv. 2°: le poche analisi estetiche della televisione che apparivano si
basavano su assunzioni che stavano per essere rapidamente relegate nell’oscurità delle nuove
tendenze culturali. Si prendevano ad esempio programmi prestigiosi e si analizzavano per
originalità ed eccellenza, ma poi messi da parte poiché ci si doveva occupare del campo generale
degli studi culturali (opere non trattate come creazioni di grandi artisti, ma perché riflettevano la
società moderna). 3°: il concetto di
flusso è stato un impedimento nell’esame delle strategie artistiche dei programmi. Questo è difficile
da definire: si tratta della programmazione televisiva e alle interruzioni pubblicitarie al suo interno.
Questi vengono considerati come un continuum che ha come scopo quello di lasciare lo spettatore
sintonizzato sul canale. Questo processo, secondo molti studiosi, non andrebbe visto come delle
inserzioni con lo scopo pubblicitario a sé stante, ma come parte integranti dei programmi. Uno dei
più importanti critici del mezzo televisivo, Raymond Williams, parla appunto come questo aspetto
del medium, del flusso continuo di immagini in movimento, sia uno dei suoi aspetti più particolari e
che lo caratterizza tra gli altri media. Ovviamente molti invece non sono d’accordo con questo
punto di vista, sostenendo invece che gli spot pubblicitari nel bel mezzo di un programma, lo
interrompono spezzando così il filo conduttore e il coinvolgimento fino ad allora costruito.
Molti ricercatori non mettevano in discussione la validità del pensiero di Williams: infatti molti
programmi venivano studiati in grandi blocchi (settimanali, giornalieri et…) oppure programmi
singoli compresi delle loro interruzioni pubblicitarie. Ma altri invece cercavano di aggiornare o
rifinire il suo pensiero, cercando di far capire che il pubblico a casa non è un recettore passivo di
qualunque cosa i curatori di palinsesti scelgano di mettere loro di fronte. Quindi all’interno dell’area
degli studi culturali, ci furono dei tentativi di analizzare la televisione con uno spettatore più attivo. Il
controllo a distanza permette allo spettatore di poter cambiare canale e scegliere tra un’ampia
scelta messa a disposizione dai sistemi via cavo e satellitari. A questo proposito spiccano due
figure rilevanti, Horace Newcomb e Paul Hirsch, che introducono il concetto di “strisce di visione”:
unità di televisione create dagli spettatori facendo zapping tra i canali. Un concetto che si può
avvicinare a quello di Williams, ma che crea una dinamicità diversa e rende lo spettatore a casa
più attivo nel creare il “proprio palinsesto personale”. Un altro metodo di approcciarsi al problema
di flusso è quello dell’autrice del libro che afferma che questo concetto fu dall’inizio fuorviante e
limitato. Tuttavia esso fuor di dubbio descrive bene l’effetto che i dirigenti televisivi sperano di trarre
dalla loro programmazione, ovvero che le persone restino sintonizzate sul proprio canale per tutto
il tempo che l’apparecchio resta acceso. Negli ultimi periodi ci sono delle reti televisive che
costruiscono i propri palinsesti in modo tale da attirare pubblico: un esempio sono i nuovi
programmi che vengono posizionati a seguito dei programmi già forti e popolari. (Spettacoli
popolari: lead-in; spettacolo debole inserito tra due forti: hammocking; alternanza di spettacoli forti
e deboli: tentpoling). Ovviamente non sempre riscuote successo questa tecnica, perché quasi tutti i
network cercano di attuare questa tattica; quindi l’attenzione del pubblico può essere data da
moltissimi fattori, oltre il “flusso”. Ovviamente le pubblicità e gli spot sono però fatti in modo che si
capisca che il programma è stato interrotto, poiché sennò non si capirebbe lo scopo principale
dello spot che è quello di vendere o promuovere un qualcosa. Queste inserzioni però vengono
inserite o in seguito ad un annuncio che ci fa capire che stiamo per assistere a qualcosa
sconnesso al programma che stiamo seguendo oppure in momento logico del programma, ovvero
questo non si interromperà a metà di un discorso o di un’azione, ma si fermerà in alcuni punti logici
per aiutarci a riprendere la narrazione una volta tornati. Dunque, possiamo dire che il concetto di
flusso ha caratterizzato gli studi televisivi del tempo, ma ci furono anche studi su programmi
autonomi distaccati dal palinsesto in cui erano stati posizionati.
Cinema classico, televisione classica
Analizzando la fiction televisiva commerciale mainstream, ovviamente il tipo di film più utile per una
comparazione è quello del “cinema classico hollywoodiano”. Nell’arco di anni dal 1909 al 1917,
sono state stabilite le norme del racconto che fornivano i mezzi per realizzare film omogenei,
facilmente comprensibili e divertenti. Il cinema classico rimase invariato fino agli anni ’60, dove
incominciarono a inserire nuove dinamiche e dei miglioramenti, ma possiamo dire che fu una base
perfetta per moltissimi film. Da questo tipo di cinema abbiamo delle caratteristiche basilari che
dobbiamo ritrovare in un buon film: unità e chiarezza che richiedono che tutto il film debba essere
“motivato”, ovvero giustificato in qualche modo (molto spesso la motivazione consiste nel
“seminare” informazione da usare successivamente; attenzione sul basare l’azione sui tratti dei
personaggi (caratterizzazione personaggi e utilizzo delle loro abilità); la cause sono quasi sempre
originate dalle azioni e caratteristiche dei personaggi; c’è sempre un protagonista orientato
all’obiettivo, ovvero un personaggio principale che ha uno scopo e ciò mette in moto tutta la storia;
avere due linee principali di azione che si intrecciano tra loro, dove la prima è quasi sempre il
romance e la seconda riguarda qualche altro scopo del protagonista, molte volte collegato alla
prima linea (non in tutti i film i personaggi sono spinti vero un o
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