Crisi tra le due guerre mondiali 1919-1939
Introduzione alla Prima Guerra Mondiale
Il periodo che precedette il primo conflitto mondiale fu caratterizzato da un periodo relativamente stabile e pacifico, che degenerò a partire dal 1914: il mondo intero fu letteralmente sconvolto. Conosciuta anche con il nome di “Grande Guerra”, la Prima Guerra Mondiale si differenziò nettamente da tutte quelle che la precedettero. Per la prima volta furono coinvolte in un conflitto nato nel cuore dell'Europa anche le potenze extra-europee, come Giappone e Stati Uniti. Inoltre, la Prima Guerra Mondiale fu caratterizzata dall’utilizzo di nuove armi: gli aerei, i carri armati e sottomarini, ma anche dall’utilizzo delle armi chimiche. Ma la Prima Guerra Mondiale si differenziò da tutti gli altri conflitti antecedenti per gli effetti: si trattò di una guerra “totale”, che coinvolse gli Stati belligeranti non solo a livello bellico, ma anche economico, amministrativo e politico.
Cause del conflitto
Le cause del conflitto sono da ricercarsi, da una parte, nella crisi dei rapporti internazionali europei, dall’altra, nella rapida e significativa ascesa della Germania a potenza navale, con conseguenti ripercussioni sul mondo coloniale. Inoltre, nei movimenti nazionalisti e irredentisti, specie nelle seguenti zone strategiche dell’Europa: Balcani, Alsazia, Lorena, Trentino e Trieste. Il pretesto fu dato dall’attentato a Sarajevo, ai danni dell’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando, da parte di un indipendentista slavo.
Il sistema delle alleanze e l'entrata in guerra di altri paesi
L’Austria mandò immediatamente un ultimatum alla Serbia, la quale, rifiutandosi di scendere a patti, emise la dichiarazione di guerra il 28 luglio del 1914. Il sistema delle alleanze fu presto stabilito. Da una parte si schierarono l’Austria e la Germania, dall’altra l’Inghilterra, la Francia e la Russia, mobilitate in difesa della Serbia. La Germania invase quindi la Francia, passando attraverso il Belgio e violandone così la neutralità e l’Inghilterra scese in campo al fianco delle truppe francesi. L’intenzione tedesca era di portare avanti una “guerra di movimento” rapida e veloce, ma il tentativo fallì: il conflitto si rivelò lungo ed estenuante e fu definita una “Guerra di Trincea”.
Nel 1915 anche l’Italia entra in guerra. In quel periodo l’opinione pubblica era divisa in due fazioni, da una parte c’erano i “neutralisti”, dall’altra gli “interventisti”. Il 26 aprile del 1915, il governo italiano si alleò segretamente con la Triplice Intesa (Inghilterra, Francia, Russia), stipulando il Patto di Londra. Attraverso tale accordo, l’Italia si impegnava nella guerra contro l’Austria ed, in caso di vittoria, avrebbe dovuto ottenere Trentino, Alto Adige, Trieste, Istria e la città di Valona, in Albania.
Conseguenze del conflitto e trattati di pace
Nel 1917 gli Stati Uniti entrarono in guerra a fianco della Triplice Intesa e la Russia si ritirò, perché era impegnata con la Rivoluzione. L’esercito italiano subì la famosa sconfitta di Caporetto, il 24 ottobre del 1917, con gravi ripercussioni anche sulla vita economica e sociale del Paese. Nel 1918 la Prima Guerra Mondiale si concluse con la vittoria della Francia. Sul fronte italo-austriaco, l’esercito italiano, guidato da un nuovo generale Armando Diaz, riuscì a conquistare Trento e Trieste, stipulando un armistizio con l’Austria e giungendo finalmente alla pace.
La Conferenza di Pace di Parigi penalizzò duramente i paesi perdenti, in particolar modo la Germania, facendo prevalere gli interessi delle due potenze europee: Francia ed Inghilterra. All’Italia furono concessi i territori di Trentino, Alto Adige, Trieste ed Istria. Dallo smembramento dell’impero austro-ungarico nacquero quindi nuove realtà territoriali e politiche: l’Ungheria, la Cecoslovacchia e la Jugoslavia. Rimase però sospesa la questione della città di Fiume, poiché non ne venne prevista l’annessione all’Italia. Fu così che, nel settembre del 1919, un gruppo di volontari guidato dal poeta Gabriele D’Annunzio, prese possesso della città, instaurandovi un governo definito “Reggenza del Carnaro”. In seguito, la città di Fiume venne liberata con il trattato di Rapallo, stipulato tra Italia e Jugoslavia.
Finita la guerra, bisognava pagare i costi di essa e c’erano tre modi: imporre tasse, contrarre debiti e stampare carta moneta. Ma l’aumento delle tasse portò al crollo dei consumi, all’abbassarsi del tenore di vita e all’ascesa dei prezzi. Così la guerra fu finanziata con dei prestiti internazionali, che vide i paesi più deboli indebitarsi con quelli più forti e tutti quanti con gli Stati Uniti.
La rivoluzione russa
La Russia era entrata in guerra ma dovendo fare i conti con la rivoluzione interna si ritirò. Nel 1917 molti operai sfilarono per le vie di San Pietroburgo, per protestare contro le sofferenze e la fame crescenti causate dalla guerra. Si formò un soviet (consiglio) degli operai e dei soldati, Nicola II, ultimo dei Romanov, abdicò e la Duma istituì un governo provvisorio guidato da L’vov. L’impero russo crollò in una settimana. La campagna perse gran parte della forza lavoro giovanile e 2/3 degli animali utilizzati per il lavoro nei campi. 1/3 del terreno russo restò incolto e i contadini preferirono fare vodka con il grano piuttosto che venderlo ai prezzi fissati dallo stato. Gli alimenti diminuirono radicalmente.
All’inizio, la prima rivoluzione fu ben accolta. Il governo era in mano alla borghesia moderata e alla piccola nobiltà. I partiti politici videro la rivoluzione come un’occasione per cacciare la Germania dal suolo russo. All’estrema sinistra esisteva un piccolo gruppo definiti bolscevichi e che vedevano nel rovesciamento dello zar la possibilità di avviare una rivoluzione socialista, invocarono la fine della guerra, la redistribuzione delle terre al fine di strappare il potere dalle mani della nobiltà e della borghesia. Lenin fece ritorno dall’esilio in Svizzera e rese subito note le sue Tesi di Aprile, dove si opponeva al governo provvisorio e alla continuazione della guerra. Ci doveva essere una repubblica dei Soviet anziché un regime parlamentare e nazionalizzare le terre. Gli operai e i contadini dovevano prendere il potere. Queste idee corrispondevano alle aspettative delle masse popolari e portarono ai bolscevichi consensi crescenti prima fra gli operai, poi anche fra i soldati e i contadini.
A San Pietroburgo si istituì un organismo centrale, che gestiva il potere a fianco del governo provvisorio in virtù del fatto che operai e soldati facevano quel che diceva il soviet, non riponendo nessuna fiducia nella Duma. Per conservare il potere ai bolscevichi fu ripristinata la polizia segreta, l’esercito venne riorganizzato per rimuovere ogni traccia del lassismo disciplinare e delle prassi democratiche ereditate dalla prima rivoluzione. Gran parte delle industrie e delle banche furono nazionalizzate, le proprietà fondiarie frantumate, si diffuse così il messaggio del trionfo del comunismo.
Il fallimento della rivoluzione
In Russia esisteva una netta divisione tra i socialisti moderati (menscevichi) e i bolscevichi. I moderati erano per cambiamenti graduali, i socialisti radicali erano una minoranza e avevano più modeste finalità di avanzamento sociale e riforme economiche. In Italia e in Francia nel 1920 il movimento socialista si spaccò in due: una parte andò a costituire i nuovi partiti comunisti, l’altra parte conservava una fisionomia di socialdemocrazia moderata. Gli stessi lavoratori furono ben presto stanchi di ribellarsi.
La struttura sociale degli altri grandi stati europei era assai diversa da quella della Russia: la borghesia aveva altre dimensioni ed era più ricca; la classe operaia era meno svantaggiata e meglio organizzata; i contadini avevano il controllo di buona parte dei terreni. Quasi ovunque si estese il diritto di voto alla maggior parte dei maschi adulti e anche alle donne in alcuni casi. La giornata lavorativa era di otto ore. Ai lavoratori inglesi e tedeschi arruolati negli eserciti fu restituito il vecchio posto di lavoro e le donne che li avevano sostituiti nell’attività industriale negli anni del conflitto furono rimandate a casa.
La Germania dovette far fronte a una situazione economica complessivamente caotica e scelse di uscire dalla crisi ricorrendo a finanziamenti per sovvenzionare piani di nuova occupazione e per contribuire all’espansione della produzione. In Italia ai veterani della guerra furono promessi appezzamenti di terreno (come agli antichi soldati romani).
La strategia di stabilizzazione non funzionò sempre. I soldati tornarono a casa, spesso portando con sé armi. Alcuni si unirono al movimento rivoluzionario, ma tanti altri, sdegnati per quello che consideravano un tradimento di ciò per cui si era combattuto e per cui tanti erano morti, confluirono in reparti paramilitari o gruppi di vigilanza allo scopo di rivalersi sugli attivisti di sinistra. In Germania queste truppe spontanee (Freikorps) vennero utilizzate dalle autorità per ripristinare l’ordine e per annientare la minaccia comunista. Nella Ruhr, nel 1919, ci fu una guerra civile tra le milizie socialiste e i Freikorps per il controllo delle città industriali. Questi gruppi vennero sciolti nel 1924 perché non erano più necessari, ma fino ad allora sparsero il terrore. In Italia successe qualcosa del genere. Gruppi di veterani, armati e sovvenzionati da proprietari terrieri e imprenditori, presero di mira le dimostrazioni della sinistra, dando fuoco alle sedi dei socialisti e scacciando dalle fabbriche gli scioperanti. Il più famoso di questi gruppi fu quello dei Fasci di combattimento istituito da Benito Mussolini, che ebbe successo e costituì nel 1921 il Partito fascista italiano e Mussolini ebbe la nomina di primo ministro.
Nel 1922 ci fu la proclamazione dello Stato libero d’Irlanda. In Germania nel 1923 uno dei tanti piccoli gruppi nazionalisti e antimarxisti spuntati, tentò di conquistare il potere di Baviera con un colpo di stato armato. Il leader del gruppo, Adolf Hitler, proclamò una rivoluzione nazionale per rovesciare la repubblica e venne arrestato per due anni. Nel 1924 ci furono le prime elezioni secondo i metodi fascisti in Italia e Giacomo Matteotti fu assassinato. In Germania l’anticomunismo raggiunse dimensione di massa e portò milioni di tedeschi a confluire nel Partito nazionalsocialista, rifondato nel 1925 dopo il rilascio di Hitler. Hitler salì al potere nel 1933 e abolì i diritti civili e il sistema democratico dando il via ad una campagna rabbiosa contrassegnata da assassini, violenze, esili forzati ai danni della sinistra tedesca.
Trasformazioni sociali e economiche tra le due guerre
Nel 1900, 2/3 della popolazione erano contadini; nel 1939, con la modernizzazione, solo 1/3. Tra il 1913 e il 1929 la produzione industriale raddoppiò, alimentata da una crescente domanda di automobili, biciclette, grammofoni, ecc. Continuo fu il flusso migratorio dal paesino alla città, dalla fattoria alla fabbrica. Negli ambienti metropolitani si ampliò anche la forza lavoro di tipo impiegatizio.
Ci fu la pianificazione familiare con lo scopo di arrivare ad una popolazione più sana, evitando gli effetti della miseria e della malattia associati alle famiglie numerose; Maria Stopes istituì la prima clinica a Londra nel 1922, ma ci fu anche la pianificazione sul lavoro, nel corso degli anni venti: Henry Ford, produttore di auto americano, contribuì a diffondere l’idea che gli uomini dovevano tenere il passo delle macchine, in ambienti puliti e ben illuminati. La tecnologia al servizio dell’uomo avrebbe posto fine allo sfruttamento del lavoro e di impegno.
Negli anni seguenti alla grande guerra furono i contadini a risentire di questi cambiamenti. La guerra aveva sottratto alla società rurale molti giovani, sequestrato molti cavalli e bovini, requisito viveri, imposto tasse e controlli nuovi. Nel corso degli anni Venti e Trenta molti agricoltori dovettero far fronte a pressioni economiche pesantissime. L’arrivo di nuovi prodotti d’oltreoceano impose un abbassamento dei prezzi e se i prezzi diminuivano, aumentavano i costi di gestione. I contadini dovevano pagare tasse più alte per contribuire al pagamento delle spese governative e in alcuni casi per i propri salariati, erano tenuti ad accettare le 8 ore lavorative e il pagamento dell’assicurazione che portò a un aumento delle spese senza l’incremento della produttività.
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