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Antico regime

Tra il 1780 circa e il 1850 la società di antico regime che aveva caratterizzato il mondo dell'età moderna sta per subire un totale stravolgimento dal punto di vista politico, sociale, economico e internazionale. In particolare, lo sconvolgimento fu la conseguenza di due grandi periodi storici rivoluzionari: il primo dal 1780 circa al 1815 con due importanti rivoluzioni, una economica, la rivoluzione industriale, e una politica, la Rivoluzione francese; il secondo periodo dal 1820 al 1850 con le ondate rivoluzionarie “borghesi”.

Caratteristiche dell'antico regime

Le caratteristiche dell’antico regime erano le seguenti: per quanto riguarda l’economia essa si basava sull’agricoltura che era l’attività più praticata dalla maggior parte della popolazione, insieme all’allevamento. L’energia che sfruttavano proveniva dalla natura o dagli animali ed era quindi limitata e non sempre disponibile. Il commercio era un’attività meno frequente e svolta solo all’interno delle città, i mercanti traevano i loro profitti, ma non avevano alcuna speranza di evolvere il loro status sociale.

La società aveva un’organizzazione gerarchica e statica: in cima vi era la nobiltà, coloro che attraverso la guerra proteggevano la popolazione e conducevano una vita agiata, seguiva il clero che aveva il compito di intercedere tra gli uomini e Dio per garantire la salvezza del popolo, infine vi era la plebe, il Terzo Stato, con il compito di lavorare e provvedere al sostentamento degli altri due Stati. All’interno di questa organizzazione ciascuno apparteneva ad uno stato per nascita e non vi era assolutamente possibilità di ascesa sociale attraverso il riconoscimento di talenti individuali. A presidio di questo equilibrio vi era la monarchia assoluta con l’illustre esempio di Luigi XVI (l’Inghilterra costituisce un’eccezione).

I nuclei di insediamenti urbani sorgevano prevalentemente lungo i corsi d’acqua dove il terreno era più fertile e l’attività agricola era di conseguenza favorita, motivo per cui alla fine del 1700 la ricchezza mondiale era maggiormente concentrata in Cina piuttosto che in Europa. Perché dunque la rivoluzione industriale ha avuto come centro nevralgico e propulsore l’Inghilterra e non la Cina?

Rivoluzione industriale

La rivoluzione industriale ebbe come centro propulsore l’Inghilterra e non altri paesi né europei né orientali, i quali godevano di una maggior concentrazione di ricchezza mondiale, perché non vi erano le stesse condizioni di svantaggio che hanno portato alla ricerca di soluzioni innovative né tantomeno le condizioni culturali ed istituzionali favorevoli di cui invece godeva l’Inghilterra.

Nel momento in cui il baricentro commerciale si spostò dall’oriente all’occidente, i commercianti europei, in particolare quelli inglesi, videro aumentare i loro commerci e di conseguenza anche i loro guadagni. Vi fu quindi la possibilità di uno sviluppo potenziale della borghesia europea che a livello culturale, in Inghilterra, si traduceva con l’ambizione di reinvestire i soldi che venivano guadagnati con lo scopo di aumentare ancor di più il loro capitale. Fu questo a rendere l’Inghilterra la più grande potenza commerciale mondiale.

L’aumento di capitale della borghesia e il loro miglioramento della qualità della vita provocò un aumento della domanda dei generi alimentari costringendo la società a scontrarsi con il problema del vincolo alimentare (le terre di uso comune non rendevano abbastanza con la rotazione triennale e molte terre erano incolte perché utilizzate per l’allevamento e la produzione di legname), risolto con una rivoluzione agricola che vedeva la subordinazione dell’uso comune delle terre alla proprietà privata recintando i campi. Ciò produsse tre eccedenze: eccedenza di generi alimentari, eccedenza di manodopera ed eccedenza di capitale. Quest’ultima permise alla borghesia di fare degli investimenti nel settore tessile con la lavorazione del cotone, scontrandosi con un secondo vincolo, il vincolo tecnologico. I filatoi manuali non erano sufficientemente veloci nella produzione senza contare che per ogni filatoio vi doveva essere un operaio che sapesse utilizzarlo con tutti i vincoli che ne conseguono; l’invenzione del filatoio meccanico con un motore che lo azionasse rese la produzione più veloce oltre a creare il posto in cui collocare quell’eccedenza di manodopera che si era creata nelle campagne.

A questo punto fu necessario scontrarsi con un'altra limitazione dovuta alla non costante disponibilità delle fonti energetiche naturali che fino ad allora erano state utilizzate, il vincolo energetico, che venne risolto attraverso l’invenzione della macchina a vapore che produceva un’energia artificiale illimitata e costante, ma che richiedeva la disponibilità di grandi quantità di materie prime per mantenerlo in funzione. Ci si scontrò dunque con il vincolo delle materie prime (carbone per alimentare il motore e il cotone per garantire una massiccia produzione) che l’Inghilterra risolse grazie al commercio con le sue colonie americane a prezzi molto bassi. Di fatto si è attuata la rivoluzione industriale.

Rivoluzione francese

Lo stesso fermento borghese che si manifestò in Inghilterra avvenne anche in Francia, con la differenza che qui la monarchia assoluta di Luigi XVI non riconosceva i talenti individuali causando un’insofferenza sempre maggiore nei ceti borghesi tanto che il sovrano fu costretto, dopo molto tempo, a riconvocare gli Stati Generali nel 1789. In quest’occasione il Terzo Stato lascia gli Stati Generali proclamandosi Assemblea Nazionale e spostando il baricentro della legittimazione dal diritto divino alla volontà del popolo e proclamando la divisione del potere assoluto (concetto fondante delle costituzioni scritte poi in Francia e negli Stati Uniti). Ne seguirono poi una serie di leggi che definiscono i diritti di libertà dei cittadini in quanto funzionale all’esclusione delle tirannie. Abbiamo dunque la nascita di un sistema che ha come modello quello parlamentare o liberale inglese.

Sistema che però, con la sconfitta di Napoleone, verrà totalmente cancellato con la Restaurazione che ha come spiegazione storica una mal’interpretazione, da parte degli Stati Generali, dell’odio dei francesi nei confronti della Rivoluzione come la volontà di ritornare al regime assoluto cancellando totalmente tutto ciò che la Rivoluzione aveva significato in termini politici e sociali. Questo equivoco sarà la spinta che porterà alla seconda fase che vede la diffusione della rivoluzione industriale e le ondate rivoluzionarie causate dall’insofferenza della popolazione per i regimi monarchici che oppongono resistenza.

Ondate rivoluzionarie dal 1820 al 1848

Con la Restaurazione l’aristocrazia fu decisa nel voler mantenere saldo il suo potere con la monarchia assoluta, causando una crescente insofferenza negli altri ceti: il ceto della piccola e media-alta borghesia voleva un sistema liberale che garantisse le libertà economiche, di circolazione e di commercio; il ceto popolare invece non aveva nulla da perdere e sollevava la cosiddetta questione sociale, ossia la redistribuzione dei redditi per il sostentamento della popolazione che viveva in povertà. Due ceti che puntano ad obiettivi del tutto diversi e opposti fra loro, ma che si allearono contro il nemico comune, l’aristocrazia.

Quando l’alta borghesia riuscì ad arrivare al potere nel 1830 subito mise al potere Luigi Filippo d’Orleans, un re alto borghese, escludendo tutti gli altri ceti con le relative questioni e aprendo una frattura tra la piccola borghesia, ansiosa di emergere, e le masse popolari. È a questo punto che tutta la popolazione inizia ad esprimere il suo forte malcontento all’interno di comizi organizzati che accendevano i fervori di coloro che avevano subito l’ennesima delusione e, quando i comizi vennero banditi, iniziarono ad organizzare dei banchetti, durante i quali si discuteva delle stesse tematiche dei comizi. Il successivo divieto dei banchetti da parte del re non fece altro che aumentare la pressione della piccola borghesia del ceto popolare che per protesta ne organizzarono ugualmente uno, questa fu la miccia che esplose nel momento in cui, in piena confusione e tra i fervori del ceto popolare che non aveva nulla da perdere, la polizia sparò sulla folla. È il 1848 quando scoppia la rivoluzione.

Il re è costretto a fuggire e il vuoto di potere viene occupato attraverso la proclamazione della repubblica e le elezioni a suffragio universale maschile che portano al governo tutte le forze sociali: la borghesia tutta agogna ad un sistema liberale in grado di garantirgli le libertà economiche, di circolazione e di commercio mentre le masse popolari vogliono lavorare per poter garantire il sostentamento per sé e per le loro famiglie. Vengono così inventati gli Opifici Nazionali che garantiscono lavoro a tutte le masse popolari, a carico però dello Stato che presto si vede costretto ad alzare le tasse alla borghesia per poter sostenere l’apertura degli Opifici. Nel momento in cui la questione sociale mette in discussione la proprietà privata si apre la frattura tra le masse popolari e la borghesia.

A questo punto vengono indette delle nuove elezioni vinte dai moderati, questa vittoria è la dimostrazione che non vi è più nessun punto d’incontro tra le masse popolari e il ceto borghese. Come prima cosa vengono chiusi gli Opifici Nazionali e ogni protesta popolare sedata con la violenza, viene poi proclamata la Repubblica Presidenziale e indette le elezioni per il Presidente che vengono vinte dal nipote di Napoleone, Napoleone III. Nel 1850 dunque la borghesia cessa di essere l’emblema rivoluzionario e diventa una classe conservatrice intenta a proteggere i diritti della proprietà privata e le libertà economiche.

Se ne deduce dunque che la questione liberale ha avuto una vittoria parziale nel momento in cui con il Colpo di Stato di Napoleone III del 1851 sancito poi dal plebiscito che lo proclama Imperatore e preludio alla restaurazione dell’impero nel 1852, perché furono accantonate le libertà politiche per quelle economiche. Infatti, lui concentra nelle sue mani il potere esecutivo e giudiziario (gli antipodi dunque del sistema liberale) e abolisce i diritti civili e politici. La questione sociale invece ne usci totalmente sconfitta.

Tutto ciò NON è un ritorno all’antico regime perché Napoleone III ottiene il suo potere tramite le elezioni presidenziali e un plebiscito lo rende imperatore, inoltre combina con saggezza la repressione alla ricerca di consenso, ad esempio, con la creazione dei grandi boulevard per motivi di viabilità e per impedire alle masse popolari di costruire le barricate, spostando il proletariato parigino che viveva al centro in periferia (Belville e Montmartre).

Concetto stato-nazione

Nel corso dell’800 c’erano Stati già esistenti i quali avevano un popolo che chiedeva sovranità, il problema dunque era prendere lo Stato esistente e cambiarlo. Nei casi come Italia, Germania e Polonia, non avendo uno Stato, quei ceti medi che volevano raggiungere la libertà economica e politica dovevano costruire lo Stato che coincideva con la nazione e poi organizzare questo Stato secondo principi moderni che riconoscessero le libertà economiche e politiche. Dovevano affrontare dunque la cosiddetta questione nazionale.

Stato: è un ordinamento giuridico che si incarna in luoghi fisici.
Nazione: sentimento di appartenenza che nasce con la Rivoluzione Francese. Un popolo costituisce una nazione quando condivide la stessa cultura, tradizione, lingua e religione per poi arrivare allo stesso sangue subentrando il concetto di razza. Si cerca dunque di creare una comunità in uno stesso territorio che ha la stessa storia, la stessa abitudine, la stessa tradizione, dunque tutti coloro che hanno queste caratteristiche costituiscono la comunità della Nazione che offre legittimità al potere dello Stato. Francia è Stato–Nazione, Regno Unito è stato plurinazionale, Curdi sono una comunità nazionale, ma senza Stato.

Italia risorgimento (unità nazionale)

La situazione sociale in Italia vede al nord e al centro una borghesia emergente, che aveva contatti con la borghesia francese, e che porta avanti l’idea di un’unione nazionale finalizzata al raggiungimento di un sistema liberale, al centro-sud invece prevalgono le masse rurali nei quali orizzonti l’unificazione nazionale non viene minimamente considerata. A portare avanti tale ideale vi sono due correnti politiche: quella dei repubblicani rivoluzionari radicali guidati da Mazzini e quella dei democratici moderati. Rispettivamente i primi vogliono l’unità nazionale attraverso una rivoluzione popolare radicale, i secondi invece attraverso una transizione moderata attraverso la creazione di monarchie e l’unione di queste.

I punti di forza dei repubblicani radicali erano avere un leader conosciuto, Mazzini, e un’organizzazione con una rete gerarchica, benché clandestina, mentre i loro punti deboli erano avere un progetto troppo ambizioso e radicale e quindi respingente per la borghesia che temeva l’annullamento della proprietà privata; manca dunque il consenso sociale per attuare questo progetto politico. Il punto di forza dei democratici moderati è avere un progetto più attraente per i ceti medi, quello della transizione moderata e monarchica che riduce le loro preoccupazioni, e quindi hanno delle basi sociali più consistenti, ma hanno due gravi punti deboli ossia non avere un leader che prende le redini delle decisioni e non avere un’organizzazione.

Nel 1848 alcuni re stavano già concedendo delle Costituzioni, ma la Rivoluzione a Vienna dà il via a Venezia e Milano in cui, con le 5 giornate di Milano, si ripresenta la stessa situazione di Parigi: scontri in strada con le barricate e le masse popolari che non hanno nulla da perdere e scendono in strada per la rivoluzione sociale. Dopo la cacciata degli austriaci il vuoto di potere deve essere colmato per portare avanti il progetto dell’unione nazionale e si cerca la copertura di un re, Carlo Alberto. La paura dei moderati e del re, sostenuti dalla borghesia, è che la situazione possa sfuggire di mano, motivo per cui la Prima Guerra d’Indipendenza (iniziata con invasione del Regno Lombardo-Veneto) non verrà combattuta con convinzione e determinazione giungendo ad una disastrosa sconfitta. Il legame tra piccola borghesia e masse popolari rapidamente si rompe e nella seconda fase del 1849 l’iniziativa viene presa dai mazziniani con la repubblica di Venezia e la Repubblica Romana, uniche Costituzioni che rimarranno in vigore dopo il ritiro di tutte le altre. Ma né i contadini, né tanto meno i ceti borghesi sono pronti a partecipare alla rivoluzione e dunque questi esperimenti repubblicani vengono sconfitti.

Tuttavia, nel Regno del Piemonte e della Sardegna viene conservata la Costituzione dal re Vittorio Emanuele II non tanto per convinzione, quanto per calmare gli animi e gestire la situazione. Nel 1850 chiama al governo un esponente molto intraprendente moderno della medio-alta borghesia in veste di Primo Ministro: Cammillo Benso Conte di Cavour. Era molto aperto a un sistema costituzionale e a una monarchia parlamentare che permettesse libertà economiche tali da modernizzare l’economia del Piemonte e quindi entra in sintonia con i ceti medi. Diventa rapidamente il punto di riferimento della borghesia italiana ed ecco che gli equilibri si stanno modificando perché adesso il progetto moderato ha un leader e ha quindi chi è disposto ad organizzarsi per portare avanti il progetto politico. Cavour inizia dunque a portare avanti il progetto dell’unione dell’Italia settentrionale e dal suo punto di vista è del tutto logico operare dall’alto con un’iniziativa politico-diplomatica e non ha nulla in comune e in armonia con le masse popolari, non è contrario, ma in quel momento non rientra nella sua strategia.

In quel momento il paese dominante in Europa è l’Austria e naturalmente Napoleone III ha ambizioni di grandezza emulando le gesta del nonno e vuole sostituire l’Austria nel controllo del Mediterraneo. Cavour a questo punto raggiunge un accordo difensivo con Napoleone III secondo il quale se l’Austria attacca il Piemonte, la Francia entra in guerra. Per il momento l’operazione è tutta di vertice.

A questo punto Cavour tenta di farsi dichiarare guerra dall’Austria e scoppia così la Seconda Guerra d’Indipendenza che venne persa dall’Austria con la cruenta battaglia di Solferino. A questo punto, conquistata la Lombardia, Napoleone III decide di fermarsi e non proseguire con la conquista del Veneto, la vittoria della Guerra d’Indipendenza fu dunque parziale. Il quadro cambia quando sorgono delle rivolte borghesi a Bologna e a Firenze i quali vogliono un sistema liberale ed essere dunque annesse al Regno del Piemonte. Siccome l’iniziativa dal vertice stava ottenendo scarsi risultati Cavour sfrutta le iniziative borghesi per riattivare l’iniziativa dal vertice, tuttavia Napoleone III non aveva messo in conto che il Piemonte potesse espandersi verso Bologna e Firenze, ma di fronte alla volontà popolare manifestata attraverso un plebiscito, Napoleone accettò. Ora dunque, oltre a Milano, anche Bologna e Firenze vennero annesse al Piemonte.

A questo punto gli entusiasmi tra i sostenitori dell’unificazione nazionale si galvanizzano e Garibaldi viene incoraggiato a prendere l’iniziativa prendendo il sud.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher samuele.casonato di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Mattera Paolo.
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