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Il termine filosofia

Per comprendere il significato di questo termine, bisogna pensare la filosofia come qualcosa di diverso dal senso comune (opinione): il senso comune si ferma al fenomeno, al mondo così come appare, mentre la filosofia va oltre. Hegel spiegò il filosofare ricorrendo alla metafora del nuoto: così come per imparare a nuotare bisogna tuffarsi in acqua, così per filosofare bisogna esercitare la filosofia.

La filosofia è anche diversa dalla religione, visto che quest’ultima tende a cogliere l’Infinito, la Verità, mediante lo slancio immediato della fede, mentre la filosofia si sforza di cogliere la Verità mediante passaggi intermedi, processi, per raggiungere “i fini complessivi”, ovvero il destino dell’individuo come umanità intera. La religione è caratterizzata da fede e sentimento, la filosofia dal ragionare.

Tuttavia si può affermare che religione, filosofia ed arte (mossa dall’ispirazione) abbiano uno stesso obiettivo: raggiungere la Verità. L’arte raggiunge l’universale sotto forma di “immagine sensibile” (colori, note, versi, ecc), la religione lo fa mediante “rappresentazioni” (narrazioni, leggende, parabole, ecc) e la filosofia lo fa mediante il “ragionamento” (cogliendo il LOGOS, ovvero la ragione che è dietro tutte le cose).

La civiltà greca e la nascita della filosofia

La civiltà greca, culla della filosofia, scoprì proprio che dietro la molteplicità dei fenomeni ed il loro apparente caos, vi fosse un ordine, una logica ben precisa che l’uomo è in grado di cogliere in quanto vi è un’affinità tra la logica delle cose e la logica della mente umana. L’Umanità come consapevole di sé e del suo ruolo sulla Terra nasce in Grecia, mentre nelle civiltà orientali l’Uomo viveva all’ombra del mito: le divinità stesse cambiano, infatti nelle civiltà orientali sono zoomorfe mentre in quella greca antropomorfe.

Emblema della vittoria dell’uomo greco su quello orientale è il mito della Sfinge: essa, con la sua enigmaticità, sovrastava l’uomo ma l’uomo greco Edipo risolve il mistero ed essa precipita nell’abisso. È la vittoria del logos sul mito.

Filosofia e scienza

Filosofia e scienza nascono dall’uso della ragione umana ma differiscono per il contenuto: la filosofia tende all’universale, alla totalità, mentre la scienza tende al settore, al particolare. Le scienze nacquero in seno alla filosofia ma poi se ne sono distaccate, appunto “settoriandosi” (matematica, biologia, chimica, ecc).

Hegel affermava che la filosofia fosse la scienza universale dei principi delle singole scienze; queste ultime partono sempre da presupposti dati per scontati che invece andrebbero indagati come fa la filosofia. È proprio nella sfera filosofia che vengono discusse le categorie scientifiche come il rapporto causa-effetto, che viene vagliata la validità dei metodi (deduttivo=dall’universale al particolare, induttivo=dal particolare all’universale). Si può concludere dicendo che le scienze particolari hanno il loro limite nello scaturire da presupposti dati per certi, per scontati (come fa la matematica con gli assiomi) mentre la filosofia indaga proprio i principi delle singole scienze.

La relazione tra filosofo e oggetto

Un’altra differenza tra scienza e filosofia si vede nel rapporto tra scienziato-oggetto e filosofo-oggetto: il primo è distaccato dal fenomeno che studia, il secondo invece ne è coinvolto. Questa relazione tra filosofo ed oggetto di riflessione è insito nel termine stesso “filosofia” che significa “amore per la sapienza” (fileo=amo, sofia=sapienza). Platone spiegò questo rapporto nel suo Convito affermando che la filosofia è connessa all’amore, ma Amore è Eros (secondo il mito greco), figlio di penia (povertà) e poros (guadagno); pertanto il ragionamento filosofico, che è amore per la sapienza, implica un avere ed un essere privi. Infatti, se si fosse ricchi di sapienza si sarebbe saggi, non filosofi. Il filosofo è a metà strada tra sapienza ed ignoranza, è sempre in cammino.

Ontologia e conoscenza

La filosofia si avvicina all’oggetto ma non lo raggiunge, e questo si spiega per via ontologica (l’ontologia è la filosofia che si occupa delle parti ultime della realtà), giacché per raccogliere pienamente l’oggetto (la Verità, quindi) bisognerebbe essere l’oggetto stesso. Niccolò Cusano paragona la conoscenza perfetta della verità ad una circonferenza in cui è iscritto un poligono che rappresenta la conoscenza umana: pur aumentando i lati del poligono (quindi la conoscenza umana) non si raggiungerà mai però la figura di circonferenza. La filosofia nella sua ricerca amplia gli orizzonti della mente umana ma non è un processo arbitrario o soggettivo. La filosofia tende al mondo oggettivo, è l’opinione che lo soggettivizza.

Come disse il filosofo tedesco Theodor Adorno, la cultura filosofica consiste nella liberazione dall’opinione, andando oltre le convinzioni che uno ha solo perché attanagliato da esse. Hegel scrisse che noi ci troviamo a nostro agio con i greci perché loro stessi ci appaiono come a casa loro. Infatti, nonostante i Greci abbiano preso dall’Asia, Siria ed Egitto i germi sostanziali della loro religione e cultura, li trasformarono creando qualcosa di proprio.

Platone

Platone affermava che solo quando si creerà un legame saldo tra filosofi e governanti, l’umanità potrà accedere a benessere e felicità. Platone si focalizzò sul problema del potere perché tale questione era stata lasciata aperta da Socrate alla sua morte. La morte stessa di Socrate suscitò scalpore: questi era un uomo buono, onesto e saggio eppure fu condannato a morte. In risposta a questo avvenimento si ebbero varie correnti di pensiero, come quella dei cirenaici e Aristippo di Cirene secondo cui l’uomo deve dedicarsi solo ai piaceri mentre per i cinici e Antistene, il filosofo deve estraniarsi dalla polis che lo respinge.

Platone, invece, accusa della morte di Socrate la mancanza di razionalità della polis ed è proprio sotto la guida del filosofo che la polis riesce a seguire la ragione, che è il bene comune. Platone, per fondare le basi di una filosofia fondata sull’universale, affronta vari problemi, tra cui il primo è il suo rapporto col suo maestro Socrate. Si tratta di un rapporto di continuità e distinzione, e ciò si nota già dal fatto che Platone scrive mentre Socrate no (sosteneva che ognuno dovesse conoscere se stesso traendo conclusioni dalla propria interiorità e che scrivendo ci si pone come detentori di una verità cristallizzata, chiarita). Tuttavia la scrittura di Platone non è del tutto lontana dagli insegnamenti socratici, visto che i suoi scritti sono tutti in forma dialogica così da presentare al lettore vari punti di vista su un solo argomento (il lettore non è passivo, ma ragiona). Nei dialoghi sono anche presenti miti, racconti, che il lettore deve interpretare.

Molto nota è la Settima lettera di Platone, dove il filosofo parla dei suoi tre viaggi in Sicilia in cui vede realizzato il suo Stato idealizzato con a capo sovrani-filosofi. Questi viaggi lo portano a rischiare la vita (naufraga, è preso come prigioniero, venduto come schiavo…) e recenti studi hanno avanzato l’ipotesi che Platone avesse sviluppato, come Pitagora, una cerchia di discepoli a cui impartiva nozioni esoteriche e di cui non ha lasciato scritti (questa ipotesi spiega la frase, presente nella lettera, in cui Platone dice di non aver scritto mai nulla che gli stesse molto a cuore; frase per cui la lettera per anni è stata considerata apocrifa). Seguendo questa tesi si sottolinea la vicinanza di Platone a Socrate, poiché scrisse solo ciò che pensava di poter fare ed in forma dialogica per stimolare la ricerca, senza imporre una verità cristallizzata. Platone raccoglie dal maestro la ricerca dell’universale.

I sofisti e il concetto di universale

I sofisti erano caduti nello scetticismo e tendevano alla tirannide: infatti, considerando tutte le opinioni ugualmente valide, si imponeva quella che maggiormente veniva intortata di belle parole e frasi seducenti, e laddove la retorica non bastasse si poteva ricorrere al “positivismo del potere” (il più forte si impone con la violenza). Si impongono due idee filosofiche: quella di Gorgia che sostiene la tirannide e quella di Piramide che favorisce la democrazia indifferenziata (tutti hanno ragione).

Per Socrate, e poi Platone, a detenere il potere non è né il tiranno né il popolo, bensì chi si dimostra in grado di seguire la ragione. Socrate con le sue domande aveva aperto la strada al concetto di universale (cos’è la giustizia? Cos’è il coraggio? Cos’è la virtù?) e questo percorso viene portato a maturazione da Platone che elabora la teoria delle idee. La parola “idea” viene dal greco e si lega al concetto di “visione”: le idee sono qualcosa che si vede e per Platone è il centro della realtà che si vede con gli occhi dell’intelletto.

Il filosofo parla anche di una “seconda navigazione”: la prima è la conoscenza sensibile, la seconda è quindi quella razionale che ci porta ai concetti universali (con la prima navigazione possiamo conoscere le singole cose belle, coraggiose, ecc, mentre con la seconda raggiungiamo l’idea di bellezza, coraggio, ecc).

La struttura ideale del mondo sensibile

Con questa riflessione razionale si arriva a vedere la presenza di una struttura ideale del mondo sensibile. Per Platone qualunque parte del mondo sensibile presenta un ordine, una struttura, ripetibile in ogni parte di esso; come esempio parliamo dell’alberità: l’essenza degli alberi non si esaurisce nel singolo albero che vedo o nella foresta, ma è un qualcosa che si avrà sempre e porterà ad infiniti alberi fino alla fine del mondo.

Questo ragionamento si può applicare ad ogni concetto, anche a quello di bellezza o coraggio (si avranno sempre cose belle ed imprese coraggiose) e queste idee capaci di andare al di là del mondo sono dette “transcendenti” (trans=al di là, dal latino). Pertanto il mondo ideale sta al di là di quello sensibile e tale mondo è chiamato iperuranio dal filosofo (in questo si noti la differenza con Aristotele per cui l’essenza delle cose è immanente, è nel mondo sensibile). Per Platone (chiamato filosofo sintetico perché accetta i contributi dei vari filosofi e li rielabora) la conoscenza sensibile non è negata ma viene considerata come un avvio della conoscenza che poi va continuata con la riflessione intellettuale.

Riguardo l’idea di unità, Platone afferma che si tratti di un’idea innata, visto che nel mondo sensibile noi non ci imbattiamo mai in qualcosa di uno, unico, unito: anche “un tavolo” in realtà non è un’unità ma l’unione di più parti. Per quanto riguarda la bellezza, le cose ci appaiono belle perché hanno in sé l’idea di bellezza (la bellezza non sta nelle singole parti, che infatti se risultano belle in un oggetto, in un altro produrranno l’effetto opposto).

Il mondo sensibile e il Demiurgo

Le idee dell’iperuranio si manifestano nel mondo sensibile. Platone per spiegare questo concetto ricorre al mito del Demiurgo, un dio che plasma le cose del mondo sensibile seguendo il modello del mondo delle idee, tuttavia a causa della resistenza della materia, le cose plasmate non sono mai perfette (cioè uguali a quelle ideali). Pertanto il mondo sensibile è imperfetto ma partecipa alla perfezione. Il Demiurgo non è il Dio cristiano: il primo plasma la materia ma non ne è l’artefice. L’idea è una struttura ontologica (della realtà) ma è anche una struttura gnoseologica (della mente umana).

Le idee si conoscono perché innate, ed in questo Platone è aderente al suo maestro: Socrate diceva che conoscere voleva dire ricordare, pertanto la verità non si può insegnare ma emerge da se stessi (infatti celebre è il racconto secondo cui il filosofo avrebbe fatto dimostrare ad uno schiavo ignorante teoremi di geometria conducendolo a ragionare). Il sapere, per Platone (che segue la linea del ricordo di Socrate) è la capacità di vedere le strutture della realtà e lo spirito umano ha in sé il necessario per farlo, pertanto l’uomo è libero, non dipende dall’esterno la sua conoscenza.

Il mito della biga alata

Parliamo del mito della biga alata. Prima di incarnarsi in un corpo, l’anima percorrerebbe l’Iperuranio presentandosi come una biga alata: un carro guidato dall’auriga (che indica l’anima razionale dell’uomo) e trainato da un cavallo bianco ed uno nero. Il cavallo nero, focoso, tende a far cadere la biga (è l’anima degli istinti, è concupiscibile) mentre quello bianco, generoso, tende a correre troppo (è l’anima delle passioni, è irascibile). Alla fine della corsa, l’anima precipita e si reincarna in un corpo ma se il percorso è stato difficile (l’auriga non ha tenuto bene a freno i cavalli ed ha corso troppo, è andato fuori strada ecc) l’anima non ha potuto contemplare le idee.

Questo racconto ci dice che si possono contemplare le idee solo se si adopera la ragione: le idee sono l’universale e la ragione è l’organo che ci permette di afferrarlo. Ora, se l’auriga ha trainato bene il carro, l’anima ha contemplato le idee e saprà riconoscerle nel mondo sensibile. L’idea ha in sé la perfezione, pertanto oltre ad essere strutture gnoseologiche e ontologiche sono anche strutture morali (ad es, la Giustizia è la perfezione della giustizia, non si rifà alle singole decisioni prese dai giudici).

Platone sostiene l’intellettualismo etico: il bene consiste nel sapere: se si conoscono le idee ci si comporta bene perché si orienta la propria esistenza all’universale. L’Iperuranio spiega perché alcuni uomini conoscono più degli altri (NON fonda la metempsicosi); un uomo che agisce sempre egoisticamente e mosso dalle passioni, non conoscerà mai il bene, avrà un sapere pratico ed empirico ma senza raggiungere il vero sapere delle cose (che per Platone è quello di bene). Il sapere culmina in quello filosofico che è il sapere del bene. Tutte le discipline (la matematica, la biologia, ecc) mirano a risalire all’idea e risalendo ad essa risalgono al bene. Tutto il sapere, quindi, è unificato alla dimensione morale, al raggiungimento del bene: il sapere è uno e quindi vita teoretica e pratica sono unite (non come oggi dove assistiamo ad una scienza divisa dalla morale).

Il mito di Eros

Platone illustra il rapporto uomo-idea con il mito di Eros. Eros è il dio che produce e anima la vita, guida l’agire umano in una situazione mediana tra l’avere ed il non avere, tra l’essere ignorante e l’essere sapiente. L’uomo non è un animale ma non è nemmeno un dio, è appunto in una situazione intermedia. L’uomo non è del tutto ignorante e quindi tende verso la verità, verso l’ideale; sa che il mondo sensibile non è il mondo della materia bruta pura e semplice o il mondo solo degli istinti ma che in esso vi è una realtà intelligibile.

L’uomo si configura quindi come un essere in cammino che tende verso l’universale, superando inerzie ed egoismo. Il platonismo, quindi, non è puro sognare e il tentativo di avvicinare la realtà all’ideale è l’essenza della Repubblica di Platone. Per il filosofo la repubblica deve ispirarsi all’universale e l’universale nella comunità umana risiede nella giustizia; inoltre va eliminata la ricchezza perché porta l’uomo a rinchiudersi in sé e ad una vita ottusa (la proprietà va abolita, almeno quella di chi governa lo Stato).

Per Socrate e Platone lo Stato precede l’individuo, a differenza di quanto espresso dai sofisti. Lo Stato è come un individuo in grande, ha l’anima razione, irascibile, concupiscibile e pertanto lo Stato prevede tre classi: quella dei filosofi che lo reggono, quella dei guerrieri e quella degli artigiani e dei produttori di beni materiali. Gli artigiani possono avere proprietà privata, perché ciò non avrebbe influenza sulla vita della polis, invece le classi dirigenti non devono possederla perché porterebbe a squilibri ed ingiustizie. L’idea della repubblica è un’idea innata, come quella della bellezza o della giustizia: anche se nella vita reale repubbliche ideali non ci saranno, quelle esistenti dovrebbero tendere ad essa.

Il Bene è l’idea che unifica tutte le idee, è l’idea suprema che presiede a tutta la realtà. Guida l’agire umano e Platone si distacca dal pensiero di Gorgia secondo cui l’essere non esiste e seppure esistesse non saprebbe conoscibile, quindi comunicabile, quindi le persone vivrebbero per sé; da qui deriva una mancata intersoggettività che porta alla mancanza di comunicazione. Se Gorgia è scettico circa le strutture della realtà, nella vita pratica e conoscitiva dell’uomo, Platone risponde affermando che tale struttura è proprio il Bene. Il Bene si arriva a conoscerlo tramite la filosofia e la dialettica.

La dialettica e il mito della caverna

Per Dialettica si intende Dialogo e Platone è considerato il filosofo della dialettica. Con il mito della caverna si spiega come l’uomo finché vive nella propria ottusità resterà chiuso nella caverna, avendo solo impressioni delle cose, senza conoscerle; uscendone fuori, invece, prima vedrà i riflessi delle cose (la conoscenza matematica) e poi la luce, che gli consente di vedere finalmente gli oggetti e questa luce proviene dal Sole, che è il Bene. La dialettica è intesa come la filosofia che si fonda su se stessa, quindi una conoscenza forte che elimina le ombre delle opinioni.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Morgana393 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Gargano Antonio.
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