Scontro di deil'errore della mistica imperiale
Valerio Licinio (308-324), imperatore d’oriente, fu l'ultimo a mettere l'immagine di Giove su una moneta nel IV secolo: Giove è rappresentato seduto in trono, con la mano sinistra uno scettro simbolo del dominio universale e nel palmo destro una vittoria danzante che offre un serto (ghirlanda di elementi intrecciati), mentre un'aquila, simbolo di potere celeste, si trova ai suoi piedi. Questa immagine era antichissima e riconoscibile da tutti come replica della statua di Giove a Olimpia (di Fidia). Licinio torna sull'immaginario pagano coniando quella moneta perché si allontana da Costantino, suo cognato. Entrambi avevano firmato l'editto di Milano (313) con cui il culto cristiano era equiparato ad altri. La mossa di Licinio fornì un pretesto a Costantino per prendere le armi contro di lui, accusandolo di rinnegare gli accordi e perseguitare i cristiani.
Dello stesso periodo è una modesta immagine delle catacombe di Domitilla a Roma: Cristo fragile e giovane, senza barba, seduto con apostoli attorno. Ha un libro sulle ginocchia e un braccio alzato, vestiti con tunica da senatori. Di queste due immagini vince la seconda, Costantino vince su Licinio e Giove è sconfitto (catturato a Nicomedia nel 324).
IV secolo: lotte di immagini
Il IV secolo è un periodo di lotte di immagini senza pari: queste immagini non sono, come si dice, conseguenza delle vittorie politiche. Erano anzi i protagonisti politici a servirsi del potere intrinseco di queste immagini, come fece Costantino apponendo la croce sulle insegne nel 312 a Ponte Milvio contro Massenzio.
I vecchi dei sono morti lentamente, da Costantino passando per le leggi di Teodosio (379-395), con distruzioni forzose di templi ecc. Venendo meno le immagini, il culto cade; un linguaggio millenario viene messo da parte ed è ricomposto un nuovo linguaggio di immagini che non furono create per colmare un vuoto, ma in diretta opposizione alle vecchie.
Perché vinsero le immagini cristiane?
Con l'Editto di Milano, i cristiani passano da rappresentazioni di Cristo private a pubbliche, e si deve improvvisamente immaginare Cristo. Non essendoci informazioni su di lui, i suoi ritratti sono una proiezione psicologica di come era percepito, quindi all'inizio molto diversi. Queste influenzarono il modo in cui la gente percepiva Cristo.
Nel IV e V secolo c'è una rivoluzione delle immagini che è negata da molti. Si fa ricadere tutto nel termine "tardoantico" (dal III al VII secolo) evidenziando continuità con il passato e non novità.
La mistica imperiale
La mistica imperiale è la teoria secondo cui le immagini cristiane usarono elementi tipici dei ritratti degli imperatori e delle corti, servendosi del loro prestigio per acquisire legittimazione ed importanza. Secondo questa teoria, tutto ciò che riguarda l’imperatore è sacro, quasi religioso, e sembra non poter esserci qualcosa che vada oltre l’imperatore per prestigio.
Andrè Grabar sostiene che, prima di Costantino, l'arte cristiana fosse privata e povera di figure. Con l'imperatore dalla loro parte, si appropriarono del linguaggio di propaganda dell’imperatore, trasformandola in propaganda per Cristo. Grabar riteneva che Cristo in trono tra apostoli fosse paragonabile a un imperatore in trono con la corte; come se Cristo necessitasse di legittimazione e usasse la figura dell’imperatore. Allo stesso modo, l'ingresso di Cristo a Gerusalemme venne paragonato all'adventus degli imperatori. L'aureola di Cristo venne associata all’imperatore su scudi.
Inoltre, usanze e riti di corte dell’imperatore sono stati ripresi dalla chiesa; la basilica viene paragonata alla sala dei re; l'arco sopra il santuario diventa l'arco trionfale, e gli edifici cupolati cristiani sono considerati simili alle sale di ricevimento del palazzo imperiale.
Il bisogno di interpretare Cristo come imperatore dice molto sugli storici che l’hanno ideata: Ernst Kantorowicz (medievista ebreo tedesco); Andras Afoldi; Andrè Grabar, storico dell’arte e profugo russo. Tre personaggi che, prima della II guerra mondiale, si preoccupavano di dar lustro alla figura dell’imperatore collegandolo alla genesi di arte paleocristiana.
Il carro e l'asino
All'inizio del IV secolo, i cristiani adottarono nuovi soggetti come l’adorazione dei magi, l’ingresso di Cristo a Gerusalemme, e Cristo in una aureola di gloria. Evidentemente, l’arte cristiana cercava di trasmettere un messaggio. Molti, come Grabar, hanno visto contaminazioni imperiali in questi temi.
L'ingresso di Cristo a Gerusalemme sarebbe stato ispirato dall'ingresso trionfale di Costantino a Roma nel 312, subito dopo la miracolosa vittoria di ponte Milvio. I cristiani avrebbero associato l'entrata dell’imperatore con l’avvento della fede cristiana.
Tuttavia, l’imperatore si presentava in abiti militari e in pompa magna, come indomabile conquistatore, come nell’arco di Galerio a Salonicco del 300 d.C. Galerio, seduto su un carro, appare più grande del normale, in abiti militari con calzari e tunica a ginocchio e clamide su spalla destra. Attorno, le forze armate, e davanti, gli abitanti escono dalla città e lo omaggiano. L'adventus era una parata che serviva ad incutere timore e soggezione nei presenti.
L’ingresso di Cristo aveva un clima completamente diverso e non poteva essere scambiato per l’adventus. Nel IV secolo, un esemplare pregiato è il sarcofago nel Museo delle Terme di Roma. Sei personaggi, tre dei quali apostoli, sono Paolo (alla sinistra di Cristo, barba lunga e attaccatura capelli alta); Pietro (alla destra del gruppo con capigliatura folta, stringe rotolo come Paolo simbolo di cultura). Cristo tiene il braccio destro nella piega della veste come i filosofi, con una verga in mano. L'asino è in scala ridotta e avanza umilmente, con un puledro sotto la pancia. Le figure stendono mantelli e un'altra si arrampica su un ulivo, il popolo.
Non esistono richiami imperiali, né stendardi, né armature. Al tempo, l’abito era lo status e, se si voleva dare status imperiale a Cristo, sarebbe stato vestito similmente. I rami di palma agitati erano usati non solo per imperatori ma anche in altre occasioni, nelle feste religiose e nell’ippodromo. La stesa di mantelli non era imperiale, ma simbolo di ospitalità orientale.
Ma se le immagini non derivano da repertorio imperiale, da quale derivano? Gli scultori dei sarcofagi, prima dell’era cristiana, attingevano a un repertorio fisso di immagini. Solo con l’arrivo di committenti cristiani vi fu la domanda di nuovi soggetti e, per farvi fronte, si riutilizzava il vecchio repertorio adattandolo. Ad esempio, il corpo di Giona, che riposa sotto una pianta, deriva dalla figura di Endemione, molto usata nei sarcofagi. Giona indica fede nella resurrezione del corpo e beatitudine eterna dopo la morte.
Allo stesso modo, le immagini cristiane dovevano essere prese da un repertorio più vecchio con cui l’artista aveva confidenza e rivestirlo di nuovo significato. L’adventus dell’imperatore non è mai ricorso nei sarcofagi pagani, quindi l’entrata di Cristo non deriva da quello, bensì dal tema della battuta di caccia di nobile romano, molto frequente su sarcofagi, con molte somiglianze come il piccolo puledro, che somiglia a un cane di nobile.
Infatti, la figura sotto l'asino è più simile a un cane che a un puledro, perché tutta la scena deriva da un nobile a cavallo con cane che corre sotto. L'uomo arrampicato ricorre spesso su immagini di raccolta. Quindi, per rappresentare l'ingresso di Cristo si usarono temi di battuta di caccia del nobile e raccolta. Insomma, dall’aristocrazia che vedeva in Cristo uno dei suoi. Per i romani, Cristo era un filosofo e, come tale, un gentiluomo.
L’ingresso di Cristo simboleggiava la venuta del signore, sia essa nel pane e nel vino dell’eucaristia e quindi la risurrezione. Le raffigurazioni orientali e poi bizantine dell’arrivo di Cristo si distinguono per il modo in cui cavalca l’asino: all’amazzone. Questo testimonia un ruolo antimperiale di Cristo, perché nessun imperatore ha mai cavalcato così, essendo la posa meno militare possibile. Cristo dimostra l’inutilità delle parate imperiali compiendo un adventus seduto pacificamente sull’animale più pacifico: l’asino.
Immagine potentissima che dimostra come Dio possa smuovere re e regni senza armi. Anche l’asino ha grande importanza nell’arte paleocristiana: nella catacomba della via Latina a Roma, l’ultima scoperta tra le catacombe romane e meglio conservata, soggetti veterotestamentari con asino importantissimi.
Nel sacrificio di Abramo, l'asino che porta la legna per il fuoco presagisce il trasporto di Cristo della croce e ha lo stesso spazio del sacrificio stesso. Balaam sul suo asino è un indovino pagano inviato per maledire Israele. Il suo asino riconosce l’angelo di Dio venuto per fermarlo prima del suo padrone. Si ferma e Balaam è costretto a benedire Israele e predire la venuta di Cristo.
Nella scena a fianco c’è sempre un asino, Sansone che uccide i Filistei con una mascella d’asino: dimostra che non è l’arma ma la forza del Signore che dà vittoria. Anche nella natività, la figura d’asino è centrale, e c’è la soddisfazione dei cristiani per il fatto che Cristo li ha condotti in un mondo alla rovescia, dove tutti i valori tradizionali sono capovolti: un asino lento e pesante che porta la salvezza del mondo (“ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”). L’asino simboleggia Cristo e gli umili innalzati sui potenti. Si venerava l’asino, amuleti e tazze con figura d’asino accompagnata da scritta “Gesù Cristo”.
Stupefacenti raffigurazioni sul Palatino di Cristo con testa d’asino, una con scritta “Alexamos venera il suo Dio”. Non sappiamo se scherno di pagano o reale omaggio di fedele. Ma anche Giudei veneravano l’asino, quale animale che li aiutò ad attraversare il deserto conducendoli all’acqua.
Nel tardo antico, mentre gli dei giungevano a cavallo di bestie magiche, il nuovo Dio cavalca un asino. Tutte queste immagini servono a definire l’identità di Cristo negli anni della contesa ariana. Ario, sacerdote di Alessandria nel 319, afferma che ci fu un momento in cui Gesù non esisteva, identificandolo col Logos dei neoplatonici, ovvero principio creato da cui tutto deriva, ma creato da qualcuno e quindi non esistente da sempre.
Costantino convoca il Concilio di Nicea (325) per ripristinare le cose, in cui si ribadisce “generato, non creato, della stessa sostanza del padre”, quindi l’eternità del figlio. Ma egli si circonda di vescovo ariano, Eusebio di Nicomedia, che lo battezza e fu guida anche del successore Costanzo II. Inoltre, Ulfila era suo discepolo. Costanzo II (337-361) si impegnò per far prevalere l'arianesimo.
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