Antropologia della cultura materiale
Fabio Dei, Pietro Meloni
Introduzione
La locuzione “cultura materiale” identifica una grande varietà di temi che s'intrecciano in molte e diverse discipline: riguarda qualcosa di generale e generico come le “cose” o gli “oggetti” in prospettive che spaziano dall'archeologia all'etnografia, dalla tecnologia culturale al design e oltre.
Il nostro approccio suggerisce una saldatura tra una solida tradizione di cultura materiale che caratterizza l'antropologia italiana e alcuni indirizzi recentemente aperti nel dibattito internazionale. La “solida tradizione italiana” è quella che si è sviluppata nella seconda metà del Novecento con l'obiettivo di documentare e comprendere le forme tradizionali del lavoro dei ceti popolari. Il lavoro contadino e pastorale, la pesca, le tecniche artigiane e altro sono stati al centro di progetti di ricerca che hanno segnato i nostri studi a partire dagli anni Sessanta.
Le ricerche di cultura materiale hanno prodotto una messe di conoscenze sulle tecniche, manufatti e attrezzi di lavoro dando vita a esperienze museografiche. La loro attenzione si è concentrata sui processi produttivi tradizionali. I fenomeni di consumo sono stati trattati marginalmente e quasi mai lo sguardo antropologico si è spinto verso gli oggetti della produzione industriale, ovvero le cose ordinarie che popolano la vita quotidiana contemporanea. Quest'ultime invece sono al centro dell'attenzione dei più recenti indirizzi del dibattito internazionale.
L'antropologia ha a lungo considerato il consumo di massa come estraneo al proprio campo, cioè alla cultura. L'invasione di merci-feticci porterebbe alla distruzione delle vere culture, quelle tradizionali, che è compito dell'antropologia documentare e salvare prima che vadano perdute. I nuovi studi di cultura materiale propongono una duplice svolta:
- Occorre verificare che cosa le persone fanno con il flusso consumistico delle merci per scoprire che non sono solo vittime passive ma che lo usano attivamente per produrre relazioni sociali;
- Gli stessi oggetti del consumo non sono statici e passivi: nati come merci hanno una loro vita sociale che li porta ad assumere diversi status e ad intervenire nelle dinamiche sociali con una forma di agency.
L'antropologia rinuncia a una rendita di posizione, basata sulla dicotomia fra il tradizionale/autentico e il moderno/inautentico. La cultura sta anche e soprattutto nel rapporto quotidiano con l'universo delle merci e il consumo di massa.
Capitolo 1: i rapporti dell'antropologia classica con gli oggetti che provengono dalle culture altre
Sono oggetti dallo statuto ambivalente: carichi di fascino esotico che li porta a trasformarsi in opere d'arte e testimoni di un dominio coloniale che trova il suo corrispettivo espistemologico nelle teche dei musei e nelle classificazioni dei trattati evoluzionisti. Sono oggetti ambasciatori, pegni di un dialogo fra culture che tenta di aprirsi la strada.
Capitolo 2: il costituirsi degli studi di cultura materiale nella seconda metà del Novecento
Contro la tendenza a pensare la cultura come essenza immateriale, il marxismo e la tecnologia culturale pongono l'accento sul radicamento della cultura stessa nelle forme del lavoro e nel rapporto con la materia.
Capitolo 3: basi teoriche dei “nuovi studi di cultura materiale”
Concentrandosi sulla nozione di “vita sociale delle cose” e sulle coordinate di un'antropologia del consumo di massa.
Capitolo 4: scuole e problematiche specifiche dei “nuovi studi”
La tematica degli “artefatti”, il campo dell'arte e quello della patrimonializzazione.
Capitolo 1 – Gli oggetti degli altri: musei, etnografia e arte primitiva tra Ottocento e Novecento
Il gabinetto di Freud: la cultura tra materiale e immateriale
Il concetto scientifico di cultura formulata da Edward B. Tylor nel 1871 nell'opera Primitive Culture ha finito per rappresentare una sorta di atto di fondazione della disciplina. La cultura per Tylor è un insieme complesso che include i saperi, le credenze, l'arte, la legge, la morale, il costume e qualche altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo. Le componenti della cultura citate da Tylor sono intangibili e disincarnate: solo l'arte fa riferimento implicito a produzioni materiali ma sembra essere intesa come “senso estetico”. Con “qualunque altra capacità” s'intende l'ambito del lavoro, la tecnica, la produzione di manufatti, il rapporto con l'ambiente ed il corpo umano.
L'“intellettualismo” della scuola ottocentesca inglese intende l'evoluzione culturale come un passaggio tra stadi di diverse facoltà mentali, che trovano la loro espressione prioritaria nelle “credenze”. Da qui la priorità negli studi evoluzionistici dell'interesse per religione, magia, mito e sistemi matrimoniali, tutte cose legate all'immaterialità benché connesse a oggetti tangibili.
Il concetto tyloriano di cultura crea una cesura in un secolo che aveva legato la ricerca sull'uomo alla materialità dei reperti archeologici. Nell'Ottocento infatti l'antropologia si era sviluppata come antropologia fisica. Il XIX secolo è ossessionato dall'idea delle differenze razziali e dal problema della monogenesi o poligenesi della specie umana. Gli idéologues francesi erano orientati verso lo studio etnografico dei “selvaggi” e guidati dall'obiettivo della loro “elevazione”. Gli antropologi fisici e gli studiosi di preistoria dell'Ottocento considerano scientifico solo il metodo basato sulle osservazioni biologiche, sull'anatomia comparata e su prove materiali, da cui desumono l'oggettiva differenza tra le razze. Tavole anatomiche, teschi, reperti archeologici, oggetti artigianali provenienti dai “primitivi attuali” rappresentano la materia prima che rende rappresentabile la storia naturale e l'evoluzione umana.
Il passato si presenta come collezione. La tavola comparativa, che allinea oggetti secondo gradi diversi, è il paradigma sinottico dell'evoluzione. La nascita dell'antropologia culturale è connessa alla pensabilità della cultura come immateriale: nel positivismo ottocentesco affermare l'unità intellettuale del genere umano sembra possibile solo svincolandosi dalla pesantezza delle “prove” biologiche. Questo spiega il progressivo allontanamento dell'antropologia culturale dagli studi di archeologia, dai quali prima era indistinguibile. Da qui l'allontanamento della ricerca e della teoria antropologica dalla pratica museografica.
Stocking, periodizzando la storia dell'antropologia, pone la conclusione della “fase dei musei”. Dalla fine dell'Ottocento gli obiettivi della raccolta, conservazione ed esposizione degli oggetti si divaricano da quelli della comprensione delle culture altre.
Tra Ottocento e i primi del Novecento si presenta una fase in cui in varie modalità gli altri sono rappresentati e pensati attraverso gli oggetti. Questo avviene innanzitutto nei musei etnografici: quelli dedicati ai reperti esotici provenienti dai paesi coloniali e quelli che si concentrano sui repertori del folklore contadino. Un ruolo importante è giocato anche dalle collezioni di arte “primitiva”. In Francia il rapporto con gli oggetti etnografici è mediato dalla ricerca delle avanguardie artistiche prima che dall'antropologia scientifica.
Tra Ottocento e Novecento gli oggetti rari, antichi, esotici e folklorici assumono un'importanza crescente nelle estetiche della quotidianità. Essi trovano spazio nell'intimità domestica: inscrivono negli ambienti rappresentativi dell'identità borghese le inquietudini dell'alterità, le profondità del passato.
Uno dei casi più emblematici è la casa di Freud che è stracolma di oggetti archeologici ed esotici provenienti dalle più diverse epoche e civiltà. La sua psicologia è improntata di metafore che alludono allo scavo e all'idea di portare in superficie ciò che è nascosto.
Musei etnografici: collezioni, classificazioni, esposizioni nell'età coloniale
Il rapporto tra società in possesso di un linguaggio scritto e società senza scrittura è stato cruciale nella fase positivista per lo sviluppo di un interesse verso gli oggetti materiali. In assenza di un dialogo possibile e di una storia scritta, gli oggetti per lungo tempo sono stati uno dei mezzi attraverso i quali interpretare, comprendere e classificare l'altro. È sulla scia di una lunga frequentazione basata sull'acquisizione di beni materiali (talvolta con metodi illegali) che gli occidentali hanno costruito un'immagine dell'altro a partire dagli oggetti reperiti nei luoghi che visitavano.
Quel rapporto di meraviglia e possesso che i conquistatori provavano ha favorito la costruzione di collezioni “etnografiche” composte da oggetti “meravigliosi” che confluivano nelle Wunderkammern occidentali. Dagli oggetti rituali e d'uso quotidiano (considerati exotica e inseriti nella categoria degli artificialia) alle persone stesse (schiavi del Nuovo Mondo da esibire nei salotti aristocratici come veri e propri “oggetti” viventi).
Nel corso dell'Ottocento gli exotica hanno perso la loro natura meravigliosa per divenire oggetti d'interesse etnografico ed essere inseriti nei primi musei di storia naturale e antropologia. Si sviluppa un grande fermento intorno agli oggetti delle culture altre, con l'acquisizione di collezioni etnografiche da parte dei musei. Le collezioni erano il frutto di un contatto diretto con le culture altre, erano motivate dal desiderio di classificazione e conservazione. L'interesse si concentra sugli oggetti “autentici”, realizzati prima del contatto con gli occidentali, considerati dai collezionisti gli unici a poter essere esposti. Mercanti, collezionisti vanno alla ricerca di questi oggetti dando vita al collezionismo di salvataggio, con la raccolta di oggetti esemplari di culture a rischio d'estinzione. Molti musei accolgono queste collezioni quali: il Museo di Antropologia di Vancouver, di Firenze, il Trocadéro di Parigi, il Pitt Rivers Museum di Oxford e altri.
La raccolta di oggetti era servita anche per la messa a punto di modalità di classificazione come quella tipologica, promossa da Pitt Rivers il quale, affascinato dall'Esposizione Universale del 1851, donò la sua collezione al museo di Oxford a cui diede il nome. Pitt Rivers aveva organizzato le collezioni secondo due criteri: le qualità funzionali e la somiglianza tra le forme. Questi criteri permettevano di realizzare analisi comparative del processo evolutivo, la collezione era organizzata in modo da mostrare il corso dell'evoluzione umana.
In contrasto con il metodo comparativo o tipologico era quello geografico, che privilegiava l'esposizione seguendo la provenienza degli oggetti, come il Museo di Antropologia di Firenze fondato nel 1869 da Paolo Mantegazza.
Franz Boas, fondatore della moderna antropologia culturale americana, elaborò un ulteriore metodo d'esposizione attraverso l'uso dei diorama (scene di vita) che considera come soluzioni ottimali per illustrare gli aspetti materiali di una cultura. Nelle scene vengono descritti processi di fabbricazione degli oggetti e il modo d'utilizzarli, ma anche quadri sociali e familiari.
Le campagne d'esposizione in molti casi diventavano azioni d'espropriazione dei beni materiali delle comunità indigene, come i rituali potlach degli indiani del Nord America proibiti e i cui oggetti sono stati sequestrati. Anche le conversioni al cristianesimo hanno facilitato l'acquisizione di oggetti etnografici, una volta che la popolazione locale abbracciava la nuova fede si liberavano con più facilità degli oggetti della loro tradizione.
In questa bramosia di oggetti spicca la spedizione Dakar-Gibuti, diretta dall'etnologo Griaule, e probabilmente la campagna di raccolta di oggetti etnografici più importante del Novecento, sia per la mole di oggetti che costituirono il Musée de l'Homme che per i metodi poco ortodossi. Scopo della spedizione era di procurarsi il maggior numero di oggetti e per l'occasione venne redatto anche un manuale, in seguito definito “permesso di cattura scientifica”. Il “permesso” era stato accordato dal ministro delle Colonie e legittimava la spedizione ad utilizzare qualunque mezzo per venire in possesso degli oggetti: furto, espropriazione, ricatto, acquisto forzato. Michel Leiris, compagno di Marcel Griaule, tenne un diario in cui descrive le pratiche di acquisizione degli oggetti “primitivi”. Il libro venne accolto negativamente dalla comunità accademica francese e Leiris venne accusato di aver infangato la spedizione. A colpire Leiris non è stato solo il furto ma anche la profanazione, in quanto derubarono un oggetto sacro alla comunità. Il rapporto con gli “altri” che si vorrebbe salvare inizia con all'insegna dell'inganno e del sotterfugio.
Nell'“età dell'oro” dei musei vengono messi a punto diversi sistemi d'allestimento e s'intensificano le campagne di raccolta degli oggetti. Queste campagne di salvataggio hanno dato un grande impulso agli studi della cultura materiale. Quegli oggetti hanno rappresentato un momento di contatto con le culture, sono stati oggetti ambasciatori, inevitabilmente carichi di quelle asimmetrie di potere che hanno caratterizzato l'incontro tra Occidente e il resto del mondo.
Povere cose del mondo. Tradizioni folkloristiche in Europa e in Italia
L'attenzione per gli oggetti e per gli aspetti materiali della cultura non si limita ai soli artefatti provenienti dalle culture altre ma anche quelle locali e popolari dell'Occidente stesso. Gli studi sulle “antichità popolari” dalla metà dell'Ottocento assumono la denominazione di folklore e sono sistematizzati e resi più scientifici dalla tradizione positivista.
L'influenza romantica, tesa a cogliere lo “spirito del popolo” nelle sue spontanee manifestazioni creative e letterarie, si fa ancora sentire, ponendo l'attenzione sulla tradizione orale del folklore costituita da feste, racconti, novelle, poesie..., trascurando quasi del tutto gli aspetti materiali delle culture locali.
Solo verso la fine dell'Ottocento si comincia a descrivere e raccogliere gli oggetti prodotti artigianalmente e usati nella vita quotidiana in ambito rurale e contadino. Il positivismo non cerca più soltanto il bello ma qualsiasi tratto culturale che sia in grado di documentare i modi di vita dei ceti popolari. L'attenzione etnografica e la raccolta museografica si concentrano sugli strumenti di lavoro, sul vestiario e su vari tipi di oggetti della vita quotidiana.
L'assenza di rilevanti prospettive coloniali porta l'etnografia a volgersi più verso la cultura interna che verso le culture esotiche, la valorizzazione del folklore si salda con le politiche nazionaliste. Nascono così le collezioni folkloristiche di manufatti, costumi e tradizioni locali e, nei paesi del nord, prese vita l'esperienza dei musei all'aria aperta.
Anche in Italia, nonostante l'attenzione per la tradizione orale fosse molto più accentuata, anche l'interesse per la cultura materiale esotica e folkloristica è stato notevole. L'interesse per gli oggetti del mondo contadino nasce nello stesso clima di raccolta classificazione di ciò che l'evoluzione si è lasciata dietro. Il principio uniformista dell'evoluzionismo consente di raffrontare due tipi di produzione materiale, quella dei primitivi e quella dei contadini, sulla base della semplicità e dello sviluppo tecnico.
Giuseppe Pitrè, il maggior studioso di folklore del XIX secolo, è stato anche uno dei primi ad interessarsi degli aspetti materiali della cultura popolare. L'Esposizione nazionale di Palermo è stata considerata come l'avvio, negli studi di folklore in Italia, di un interesse per la cultura materiale e per la museografia demoetnoantropologica.
Un altro studioso che ha voluto valorizzare la cultura materiale è stato Lamberto Loria. Loria “scoprì” le “differenze interne”, cioè le culture popolari regionali e si dedicò alla loro documentazione. Da questa attività nacque il Museo di etnografia italiana nel 1906.
Agli oggetti materiali viene riconosciuta un'importanza pari a quella del linguaggio, rappresentano tracce visibili e tattili delle espressioni delle diverse culture e permangono anche in seguito alla scomparsa delle popolazioni che li hanno realizzati. L'oggetto materiale rompe il dominio della linguistica e della tradizione orale, presentandosi come documento e dato.
La motivazione romantica non viene del tutto meno. Gli oggetti del mondo contadino appaiono avvolti in un alone di semplicità e genuità che sembra collocarli nell'orizzonte dell'autenticità del genius loci e nella nostalgia dello studioso di fronte a una cultura che veniva erosa dai processi d'urbanizzazione. Anche Pitrè intendeva il museo come qualcosa che doveva essere destinato alla conservazione di quel tradizionale che non è stato manomessi dai tempi nuovi e dagli eventi, ma che mantiene quella caratteristica di autenticità che la scienza positiva identificava nei manufatti precontatto.
Quest'interesse per gli aspetti materiali della cultura non sarebbe stato così rilevante se non vi si fosse affiancata l'idea della costruzione di un'idea nazionale che ha le sue basi nella Rivoluzione francese. André Chastel ha evidenziato come il senso della parola “patrimonio” sia fortemente radicato nell'illuminismo e come è stato legato all'idea del progresso delle società e inserito in un
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Antropologia dei patrimoni culturali prof.ssa Rossi, testo consigliato: D'incanto in incanto - Cimi…
-
Riassunto esame Antropologia dei patrimoni culturali con la prof.ssa E. Rossi - Libri consigliati I beni culturali …
-
Riassunto esame Antropologia dei patrimoni culturali, prof. Rossi, libro consigliato Passione da museo
-
Riassunto esame Antropologia dei patrimoni culturali, prof. Rossi, libro consigliato Culture in mostra, Karp, Lavin…